Dimenticare le abitudini

Flashbax

Purtroppo si vive in un mondo in cui c'è gente che ha un sacco di tempo da perdere e molto spesso decide di farlo perdere proprio a noi, e dopo diventa difficile far stare quel "meno" dal peso specifico incalcolabile in un "più" che solo dopo risulta scarso e per nulla scontato.

La scelta delle immagini è quasi importante quanto quella delle parole.

Mettiamo una sera a Vienna, tra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo, durante la gita della VD del Liceo Scientifico Alessandro Tassoni di Modena. 
Va in onda una scena di vita reale che non sono mai riuscito a scucirmi dalla testa e ora, quasi trascorso il tempo di una generazione, capisco perché. 
Una ragazza dall’indole poco chiara, senza arte né parte, rivolge alla Professoressa responsabile della trasferta quello che lei crede essere un complimento:”Sa, Prof? Sta bene vestita così: è molto giovanile”. Di tutta risposta, la docente di Italiano e di Latino la squadra, misura le parole e, ben attenta che tutti i presenti la stiano ascoltando, sentenzia:"Signorina Bianchi, non c’è niente di peggio che dire ad una persona di una certa età che sembra giovane”
Come si collega questo aneddoto al titolo del post? 
Con una gincana di pensieri che nemmeno il più fervido degli elettori di Liberi e Uguali potrebbe immaginare, credo. A parte gli scherzi c’entra perché cambiare le abitudini per poi dimenticarle presuppone una profonda trasformazione delle proprie consuetudini, significa che da qualche parte c’è un passaggio in cui sono i tratti della nostra stessa vita ad essere cambiati.

La cosa cui "To get rid off + accusativo" somiglia di più è il nostro "sbarazzarsi di". 
Good Riddance risulta dunque abbastanza intraducibile, non c'è un equivalente italiano che non sia un tristissimo e povero "Che liberazione!" o "Finalmente!", né ha alcun senso o è corretto dire "Buon sbarazzamento!".


Spiegone

È un po’ che covo la voglia di scrivere qualcosa di bello, che sia io stesso ad apprezzare, che sia all’altezza di Cose brense, il mio penultimo articolo, ma anche qualcosa che, più semplicemente, mi venga voglia di rileggere a distanza di mesi o anni. E non solo per poter riavvolgere il nastro mentale della mia memoria ogni volta ne abbia voglia ma anche per compiacermi di aver messo nero su bianco parole che possono resistere alla prova del tempo e che, come dico sempre, sarebbe peccato andassero perse.

Lubiana, 16/08/2017

Per qualche mese ho provato a descrivere le mie ultime vacanze ma, per quanto tenessi a mettere un punto alla storia della scorsa estate, non sono arrivato da nessuna parte, anzi. Mi sono reso conto che, per quanto sia importante sbobinare i vari appunti di viaggio (se non altro perché un giorno possano essere letti da chi viene dopo di me) mi sto ripetendo. 
È come se cambiassero gli accordi ma la struttura della canzone restasse la stessa. 
Non penso sia un caso che ci sia un vecchio pezzo di Noel Gallagher intitolato While the song remains the same, che non solo dà il nome all’album (è proprio di quelle liriche il discusso ed evocativo binomio di parole Chasing Yesterday) ma in cui The Chief canta anche:”It’s a shame how a memory fades to grey”. Come al solito c’è un tizio di Manchester che prima di me ha tratteggiato in maniera molto più precisa, sintetica ma soprattutto poetica pensieri che poi sarebbero e/o sarebbero stati anche i miei.

Restando on topic, e se ci fosse un hashtag quello sarebbe #noelgallagher, stanno comunque bene dette due cose.
1) Sebbene sia innovativo e straricercato, nel nuovo disco Who built the moon? il maggiore dei fratelli Gallagher a volte insegue ancora lo ieri del suo background musicale e stilistico ma, tra una sforbiciata e qualche effetto alla New Order, trova anche passati migliori precedentemente non pervenuti. 

"You sung that with more spirit that time"

2) Sempre Noel, in un’età contemporanea a quella dell’aneddoto viennese di cui sopra, scriveva anche il testo di Just gettin’ older, demotape contenuto in un b-side di Standing on the shoulder of giants degli Oasis. A corollario del fatto che qualcuno abbia già detto tutto, m’è sempre rimasta appiccicata addosso una frase che mi accompagna da allora:”I’m not crackin’ up, I’m just gettin’ older”.

Per qualche settimana ho provato a raccontare di una surreale colazione novembrina in $ud Tirolo, insieme ad un amico. Prima o poi finirò di descrivere l’episodio accadutoci e, anche nel caso non riesca a riportarlo sul blog, mi stamperò qualcosa per me da custodire sui miei taccuini. Se non altro per la singolarità dell’evento e per come si collocasse perfettamente nell'hashtag #timeisaflatcircle.

Presente quei posti che non hanno niente di bello fuori, spesso nemmeno dentro ma che poi fanno lunghissimi giri e poi ritornano? Tipo.

Infine, senza pretesa alcuna, mi sono appuntato alcuni particolari di un momento vissuto con la mia bimba in Via del Taglio a Modena, qualche ora prima dell’ultima mezzanotte del 2017. Un vero e proprio componimento in versi di un pezzo di vita. #telle

Tuttavia ho avuto come la chiara percezione che nessuno dei tre argomenti summenzionati fosse quello su cui concentrarsi perché rimanesse agli atti. Dopo lunga disanima tra me e me ho stabilito che avesse più senso cambiare la trama delle storie prima che queste languissero e fosse più appropriato cimentarsi nella redazione di una sorta di diario del disincanto, senza dissimulare alcuna nostalgia. E per quanto possa suonare brutto, in realtà è come riconoscere che a volte sono le note che non suonano, e non quelle che suonano, a sentirsi meglio. È come se “uscire a rimirar le stelle” non fosse propedeutico a niente ma occorresse piuttosto delimitare la vista per vedere più lontano.

E quindi? Proviamo ad individuare possibili inizi


Inneschi

Vari, gli inneschi sono vari, i dati da processare sono molti e, all’attuale stato dell’arte, troppi pensieri risultano ancora sconnessi.

Volendo però fare ordine e cercando di giocare una partita alla volta, in the first place parto da un articolo letto su uno dei miei siti di riferimento, ossia Musicademmerda, intitolato "Splendidi Ventenni - I Migliori Album del 1997".

E questo è niente

Realizzare che sono passati vent’anni dal 1997 è uno shock, capisco che ha poco senso perculare mio padre quando, guardando 1968 di Buffa, mi dice che stava sveglio fino alle quattro del mattino per guardare le Olimpiadi e due ore dopo era già al lavoro. Sono un vecchio di merda, sia mentalmente che socialmente, ma lo sono anche all’anagrafe, non solo quella del Comune, pure quella musicale. 
Nulla vale autoconvincersi che un pezzo dei Prodigy suonerebbe attuale anche oggi (vedi playlist); sto solamente diventando come mio padre, il quale è come avesse fatto un salto tra la sua gioventù e la mia, come se nessun’altra band avesse suonato nel frattempo e/o nessuna canzone degna di nota gli fosse entrata dentro. 
Come se il suo 1968 stesse al mio 1997, la sua Gimme shelter dei Rolling Stones stesse alla mia Song 2 deI Blur, e come se ognuno dei due avesse, al netto di rivoluzioni armate e intellettuali, il proprio totem annuale musicale. 
Tuttavia non è assolutamente vero che io non abbia seguito ciò che è successo in questi vent’anni, ci mancherebbe solo, ma rimane vero e altrettanto sconsolante che leggendo la classifica dei migliori album italiani del 2017 su Rock.it mi accorgo di conoscerne solo tre, e considerando che la lista contempla venti nomi, la percentuale non depone a mio favore. A mio vantaggio va segnalato che al secondo posto c’è un artista di cui io ho intuito il talento quando non era nessuno (e che tra l’altro ora mi fa cagarissimo): il buon vecchio Vasco Brondi.
Ma amen, transeat.

O non mi sono arrivati loro o non sono arrivato io

Un po’ per orgoglio e un po’ per necessità intellettuale ho recuperato tutti i dischi che mancavano al mio carnet e li ho messi, come si sarebbe detto una volta, sul lettore. Mi sono stupito grandemente quando ho riconosciuto il testo di un brano di cui Santu mi aveva fatto menzione quasi un anno fa (Willie Peyote - I Cani) e la bravura di un artista già battezzato da Checco (Andrea Lazslo De Simone - Vieni a salvarmi). Invece, su Coez e la sua Le luci della città, riguardo cui Derre aveva parlato a me e Berta a Reggio Emilia durante un concerto dei FASK, sospendo il giudizio.

Comunque sia questo rimane il più forte di tutti e i suoi occhiali da sole sono formidabili

La morale della storia è che non conoscere la stragrande maggioranza di questi album ha fatto da termometro, mi ha dato l’idea del mio rapporto con le novità del mondo, ossia comprendere che non per forza vent’anni fa, anche solo cinque, ero io le novità o per lo meno sapevo quali fossero o ero in grado di rappresentarle: parlassimo di musica, di serie TV, dello smartphone più performante, del locale to see e into being seen. Ora è diverso e, sebbene possa essere al corrente di tutto queste robe, sono saltati i collegamenti e sono sempre un passo indietro a ciò che è nuovo: mi sembra d’essere come Costacurta a fine carriera nel Milan, tengo la posizione ma solo perché presumo di avere ancora la classe per dire agli altri come si fa.

Se poi ha avuto la fortuna di giocare con Il Genio puoi dire agli altri quello che ti pare che tanto va bene.

Un po’ il passato che ritorna e un po’ come secondo innesco, anche avere a che fare al lavoro con persone che nel 1997 ci sono nate mi fa pensare. Si tratta di ragazze e ragazzi che, pur essendo venuti su a prato e fiori, pur essendo figli di gente tutta casa e bottega, non sono al passo coi tempi, basta loro vestirsi come Chiara Ferragni o aprir bocca per superarli di netto. Il punto allora diventa che l’incedere degli anni può certamente avermi reso migliore o diverso ma allo stesso tempo è corrosivo, mi allontana dal focus della storia di tutti i giorni e provare ad avvicinarmici è un ostinarsi a sentirsi giovani, ed essere giovanili è il peggiore complimento ci si possa rivolgere perché è l’obiettivo più basso in assoluto cui tendere. 
Forse il segreto di tutto è il distacco, accettare lo scambio della differenza d’età ed evitare di incappare nei tipici errori da vecchio, come quando al Tassoni si incontravano gli studenti di una generazione precedente, i quali esordivano sempre dicendo che ai loro tempi si studiava di più, o come quando sul posto di lavoro ci si imbatte in quello che dice che ha sempre fatto il proprio mestiere senza tabella pivot o cerca+vert, e che quindi può continuare a vivere senza le migliorie di excel.

Io nelle calze nere non ho mai trovato nessuna logica ma forse aveva ragione Vasco.

Non è questione di tempi nostri o loro, ed entro a gamba tesa nel terzo e forse ultimo innesco; il discorso è un altro, tutto muove da un principio di “break a habit”, forma idiomatica imparata nel corso aziendale d’inglese che frequento. 
Questo/a phrasal verb significherebbe, detta letteralmente e brutalmente, interrompere un abitudine. Io però ci ho visto altro o più probabilmente ce l’ho voluto vedere, complice il fatto che posso dire di aver smesso di fumare. Intendo dire che più che “interrompere” un’abitudine, è lecito credere che le abitudini vengano dimenticate. Può allora essere che dimenticarsene una non faccia difetto ma una serie di abitudini dimenticate non corrisponde ad altro se non che al trascorrere del tempo e al cambiare sé stessi. 
È sufficiente sottoporsi ad un questionario personale, domandarsi quand’è che si è smesso di fare qualcosa che s’era soliti eseguire in automatico, chiedersi con quale impegno sia stato sostituito il tempo che vi era dedicato, per quale ragione non lo si fosse mai fatto, se in precedenza non avessimo una slot libera per quella cosa o se, diversamente, non vi avessimo mai dato peso.
Rispondendosi ci si stupisce di quanto tutto sia connesso, di come ad ogni abitudine dimenticata corrisponda un cambiamento di vita: è come se fosse in atto un conflitto interiore e da una parte del ring c’è l’età che avanza, dall’altra qualcosa di diverso, una sorta di perfezionamento della routine. 
Il guaio è che forse, però, sono la stessa cosa. 
I latini dicevano “O tempora! O mores!”, che starebbe per:“Oh che tempi! Oh che costumi!”. Forse intendevano lo stesso concetto, nel senso che in realtà ci si stupisce di niente, ci si è solo dimenticati di una serie di abitudini ma nel frattempo la realtà è mutata inesorabilmente.


Quit smoking

Aver detto basta col tabacco mi ha fatto pensare a cosa abbia voluto dire fumare per tutto questo tempo (e non vorrei che l’anno di inizio si riducesse a pura curiosità ma, tanto per cambiare, direi fosse il 1997 o comunque giù di lì, avevo sedici, diciassette anni), e non per come ho investito i miei danari, a certe tempistiche da rispettare, ai tabaccai preferiti, all’aver conservato i pacchetti di sigarette comprate all’estero… no, non è questo. E nemmeno si tratta di una formalità o di una questione di qualità, per dirla con Giovanni Lindo Ferretti.

Non si prescinde da questa canzone

Torna in ballo la stessa Professoressa di cui sopra, la quale era solita dire che fumare fosse gestualità: non era un vizio o una trasgressione. Era piuttosto un piccolo cerimoniale da consumarsi secondo determinati riti, fossero questi privati o interpersonali. Fumare in macchina, fumare dopo il caffè, fumare al bar con gli amici, fumare ai concerti. 
E per me stabaccare è stato proprio questo: piccoli grandi gesti da compiersi necessariamente o per prassi in precise circostanze. Di contro, smettere è stato come venire meno ad una sorta di tradizione personale, dimenticare un abitudine, liberare slots e occupare quei tempi in modi diversi. 
Da questa riflessione mi sono avventurato in un intimo a rebours ripensando a tutto ciò che ho interrotto e poi sostituito e, scavando nel mio passato più o meno recente, mi sono accorto di quanto tempo fosse trascorso, di quanti vezzi si siano trasformati e abbiano cambiato forma, tracciando un solco tra qualcosa che c’era prima e qualcosa che è venuto dopo certe abitudini.

Non so, prima di cambiare macchina, in pausa pranzo andavo a fare metano due volte a settimana. Ora che ho una Punto a gasolio, faccio il pieno a inizio e metà mese. In quelle due pause pranzo che mi si sono liberate vado a fare spesa da Rossetto, supermercato che pratica i prezzi più bassi della provincia e compro lì sia l’acqua, che la birra che la focaccia con lo stracchino (addicted to). Può tutto sembrare banale e irrilevante, sicuramente lo è, e non è mia intenzione trasformare una vicenda di vita quotidiana in una canzone dei Massimo Volume; tuttavia recarmi nel più grosso market di Spezzangeles significa anche non fermarmi più di prima mattina nei forni e nelle botteghe di paese, dove tutto costa di più -sure thing- ma in cui c’è tutto un altro calore e tutto un altro colore. Ho sacrificato tanta poesia per un po’ di sostanza e, se ci penso, tutto è dipeso dall’aver venduto la Panda ad un casaro di Merano sul Panaro che, poveretto lui, si sarà sicuramente incazzato al primo crash della radio.

Prima che lo zio di donna Ilenia si ri-trasferisse per lavoro in Riviera e ci invitasse qualche giorno là con la bimba, i/le bank-holidays, i long week-ends e i ponti erano occasioni per fuggirsene in Toscana o nelle Marche. Ora che ogni fine settimana abbiamo un appartamento disponibile a un chilometro dal mare e ad un’ora e mezzo da casa, è prepotentemente tornata in auge la Romagna, e sebbene sia strafelice di aver messo sulla mappa la Versilia, la Garfagnana, il Chianti, l’Umbria e il Maceratese, faccio fatica a deviare dal bersaglio oltre il Sillaro. Dal nulla s’è venuta a creare una nuova comfort zone e sento l’impellente bisogno di riscoprire una terra che colpevolmente ho cagato poco per tante e troppe stagioni della mia esistenza. Anche in questo caso può sembrare niente, poco più di una voglia estemporanea, una golosità turistica; invece no, dentro di me alimento l’idea di costruire un futuro da quelle parti, fosse anche solo trovare una soluzione estiva in affitto.

Immagini che valgono più di mille parole

Da quando non controllo più il mio metabolismo o, forse meglio dire, da quando il mio metabolismo controlla perfettamente il mio organismo e fissa con puntualità svizzera gli orari in cui andare a cagare, ho abbandonato la Messa delle 7.30 nella Cappelletta di Maranello, perché a quell'ora devo andare in bagno. A seconda degli impegni e delle intenzioni ero uso andarci qualche mattina, e questo fino a quando qualcosa dentro di me è cambiato, cioè i tempi e i modi del mio intestino.
Continuando però a sentire il bisogno di un raccoglimento spirituale ed intimista, ho cercato Messe in altri orari e in altri comuni dell’Hinterland distrettuale, trovando appello nell’ultimo dei paesi su cui avrei scommesso anche solo dieci centesimi: Ubersound, proprio lì, tra una ceramica, una rotonda sulla provinciale, la Lidl, un all-you-can-eat sino-giapponese e una roulotte degli zingari. 
Al di là del folklore, a metà tra l'immaginario collettivo tipico di Calciatori Brutti e una possibile sceneggiatura da La vita è breve de Il Teatro degli Orrori, la Messa vespertina delle 18.30 è comodissima ed è il suo stesso contrario: comodissima perché quando e se mi va posso andarci immediatamente dopo il lavoro, dura mezzora e non conosco nessuno; il suo contrario perché diventa un tempo impegnato in cui potrei fare qualcos’altro, come andare a trovare un amico.

Non trovando una foto di Ubersetto by nite (come del resto avrei mai potuto?), posto uno dei miei ultimi Shazam tanx to Bret

Assodato che ubi maior minor cessat (vedi sopra), da quando sono diventato un padre-sbronzo mi son ritrovato costretto a centellinare gli incontri con gli amici. Sebbene alcune siano diventate più brevi ma più intense, le frequentazioni sono inesorabilmente calate e ho dovuto fare pesanti ma inevitabili cernite. In un qualche modo ho realizzato come siano stati proprio alcuni social media a permettermi di tenere acceso il fuoco di relazioni che altrimenti sarebbero passate in cavalleria.
E dispiace, dispiace tanto: è malinconico come diverse amicizie si convertano a un messaggio su whatsapp o ad un commento su facebook, è spiacevole e quasi preoccupante che si rimpiccioliscano così. Allo stesso modo però, per quanto si tratti di un naturale e processo di selezione, ricorrere a questi mezzi di comunicazione rende la cosa un po’ più democratica, se così si può dire.
Con alcuni amici avevo serate prefissate, con altri suonavo sempre lo stesso giorno, con altri ancora avevo il cinema, condividevo blog e passioni, andavo a concerti o feste, giocavo a calcetto, andavo allo stadio. In questi casi dimenticare le abitudini è ed è stato più doloroso, è come se fosse una sfida ancora aperta, una specie di guerra fredda. Tra me e me penso di dovermi e di dover accontentare, di fare il massimo nel rispetto di obblighi e responsabilità: fatto questo, starà all’intelligenza relazionale e all’affetto sincero degli altri capire il mio impegno. 

Padri sbronzi in tour

Ho sempre avuto il fisico di chi muove il sistema nervoso agli altri e son sempre stato pronto a litigare col cielo solo che non me ne piacesse il colore; ora, anche quando mi sveglio sulle 23, la prima cosa che faccio è attivare il mio periscopio emotivo e fare il punto della situazione: cosa devo fare, quante e quali slots libere mi rimangono, e infine come preservare le abitudini che non voglio dimenticare.
È un delicato equilibrio di sentimenti, alla fine della storia capisco perché Billie Joe non abbia saputo che titolo dare alla canzone con cui ho aperto questo articolo, e abbia messo tra parentesi (Time of your life) e lasciato fuori Good Riddance: agli atti vanno gli "sbarazzamenti" ma quello che c'è dietro è il tempo della nostra vita.
Tutto torna, that makes sense, sia l'apparente intraducibilità del nome del pezzo sia il fatto che sia uscito nel 1997.

Al suo matrimonio, uno dei ragazzi che suonava con me mi ha detto che aver suonato negli Iræquiete è stata una delle esperienze più rock'n'roll della sua vita. Vorrei che questa cosa non mi passasse mai dalla testa, la trovo la perfetta sintesi di quello che ho voluto dire.


Titoli di coda

Chiudo con un caso curioso accaduto durante la Messa di Natale nella chiesa del mio paese. 
Tradizione vuole che la notte tra la Vigilia e il 25 si trascorra da Berta insieme a tutti gli amici e le amiche. Ne va che il giorno di Natale mi sono svegliato con addosso un hangover fantascientifico e anche andare a Messa nella chiesa del mio paese si è trasformata in un’avventura leggendaria. 
Entrati con discreto ritardo e con le panche quasi tutte già occupate, abbiamo zombeggiato fin quando non abbiamo trovato posto nella navata in cui, per lo meno io, penso di essermici seduto massimo tre volte in trentasei anni. Durante l’eucaristia faccio caso ad uno sketch singolare, un accenno di discussione sul rispetto della fila per la Comunione; si tratta di una scena cui assisto di sfuggita perché son fuori posizione ma son abbastanza certo di non aver mai visto nessuno dei due contendenti, in particolar la ragazza.
Finita la Messa, attendiamo che il fiume di gente volga la corrente fuori le porte e ci alziamo. 
Proprio in quel momento vien verso di me una delle due persone che avevo visto discutere durante l’eucaristia. Sebbene sia ancora in uno stato semi-confusionale e tutto mi appaia molto dilatato e caotico, riconosco subito la ragazza: è la signorina Bianchi, la mia compagna di Liceo, proprio quella che quasi vent’anni fa sbaglio bellamente complimento.
Non dico che da allora non ci si sia più visti, non sarebbe vero. Di certo però non ci siamo più visti dopo la maturità, quindi lo sbaglio non è che di qualche mese, e nell’economia di un ventennio è poca roba. 
Scambiamo due chiacchiere e la discussione è tra il surreale e l’irripetibile. 
È come se stessi parlando con una persona che è venuta dal passato e l’alcol che ancora scorre forte nelle mie vene rende più stupefacente ogni dettaglio.

Forse Doc potrebbe spiegarmi qualcosina

Accorgendosi che la donna con me non può che essere mia moglie, la signorina Bianchi mi chiede se le nostre compagne e i nostri compagni si siano sposati e/o siano madri o padri. Pur essendo al corrente della vita di quasi tutti, trovo difficile fare un recap veloce ed immediato di così tante esistenze e condensarle in pochi attimi di parlato. Le rispondo allora d’essere per lo più in contatto con le ragazze e i ragazzi con cui sono sempre andato più d’accordo, di uscirci insieme anche se compatibilmente con gli impegni e le tempistiche di ognuno di noi.
Lei mi guarda e, tagliando corto, chiosa:”Ah beh, gli stessi di una volta. Non è cambiato niente”.
Per un istante stacco la spina dalla conversazione e mi riverso nel mio mondo mentre lei continua a parlare del suo lavoro e delle persone a lei vicine.
Lei no, lei non è cambiata di una virgola, sembra davvero si sia teletrasportata da un’altra dimensione temporale, sembra quasi non sia invecchiata di un giorno. Anche la sua risposta secca risponde alle caratteristiche del personaggio, probabilmente nella sua testa sono io l’anomalia, come del resto sono sempre stato.
Il cerchio si chiuderebbe perfettamente se mi dicesse che sembro giovanile... ma non lo fa.
Forse è meglio così, sarebbe stato il peggior complimento che m’avrebbe potuto rivolgere.
Scordavo: naturalmente ogni riferimento a persone, fatti o cose è puramente casuale.

P.S. Ad ogni modo il punto ce lo mette sempre Fonzo che, appena superata la porta di casa sua mi guarda e mi fa:"Bella quella giacca, sembri Stefano Accorsi da vecchio". 
Game, set & match.

Le ns stupende parole

...o anche due volte 18.

So di avere pochissimo tempo per scrivere e pubblicare questo articolo, è una gara contro il tempo, contro le ripetizioni di parole e contro eventuali perdite di senso logico. Nel giro di mezzora si sveglierà la bimba, col mantra "titto... peppa!" e l'attenzione mia e di donna Ilenia sarà rapita dalla sua cura, mi piacerebbe andare a fare una corsetta, si dovrà fare un po' di spesa e a mezzogiorno arriveranno i regaz a pranzo per festeggiare il festeggiabile. 
Sono le 7.26 e vorrei finire entro e non oltre le 8.15 massimo. 
Avrei tantissimo da dire e ricordare ma purtroppo non è questo il momento: le ultime vacanze, i libri letti, le serie viste, tutte cose di cui ho iniziato a sbobinare i miei appunti mentali ma senza arrivare mai a un dunque. 
Ad ogni buon conto in quest'occasione voglio dedicarmi ad elencare i titoli dell'ultima compilazione, realizzata a mo' di presente per gli amici invitati al banchetto odierno, di oggi 04/11/2017, giorno in cui festeggio per la seconda volta 18 anni. Sento che ne vale la pena, mi spiacerebbe non raccontare nulla dei pezzi da cui è composta.


La copertina è sempre importante e, pur avendo chiesto a Fonzo di passarmi qualche scatto dei suoi (dato che già in passato ne avevo utilizzato uno con successo), ho deciso di usare una mia fotografia, fatta a Lubiana, in Slovenia, la scorsa Estate. Non so, mi piaceva.
Altrettanto significante è il titolo della raccolta:"Le ns stupende parole". Si tratta di uno stralcio de "Le cose più rare", strepitosa canzone del primo album di Cosmo.
Pronti? Via! Che questa potrebbe davvero essere la prima volta nella vita in cui riuscirò ad essere conciso.


1) Wolf Alice - Matilda (cover Alt J)
Dei WA ho già parlato a tutti diffusamente, mi servirebbe un vocal di Whatsapp della durata di almeno un quarto d'ora per poter più o meno avvicinarmi all'enciclopedia omnia di pensieri che ho riguardo questa band. Shazammata "Blush" in uno Sturbucks di Manchester (che già così sembra il preludio a una meravigliosa storia d'amore) ho preso a seguirli con grande trasporto, fino a scoprire che il finale di Trainspotting 2 viaggia sulle note di "Silk" (che è un pezzo loro), Oltremanica sono la Next Big Thing in corso, ogni tappa è sold out, ed io andrò a vederli a Milano a Gennaio. 
La cover di cui sopra l'ho sentita quasi per caso ma è stata colonna imprescindibile della mia Estate. Ne ho scritto in un posto stranissimo, ossia il Google + di mia mamma (sarebbe fantastico indagare più approfonditamente ma non c'è tempo). 

Pubblico il pezzo (cosa che non sarà ripetuta per ogni canzone ma in alcuni casi specifici, tipo questo, sì) e sotto riporto quanto vergato allora:


Alcuni "notabene" perché mi sento parte in causa.
I. I violini sono tetri all'inizio, molto sommessi, suonano note basse e minori, quindi molto più pesanti. Quando lei non canta, gli archi aprono spaziando tra accordi molto più alti e allegri: 'na meraviglia.
II. Lei, cantante punkettona (si noti la classica vestita inglese da "menefregauncazzotantosonofigacomunque") è, sulle prime, molto incerta. Il contesto non è il suo, molto intimista l'atmosfera,  il format è quello della BBC (e i sudditi di Sua Maestà a certe cose fanno caso), insomma, non è un club, non è un festival in cui sarebbe a suo agio con gonna, canotta e chitarra. Quando prende coraggio si capisce però perché i bravi recensori di Albione abbiano un debole per la ragazza.
III. Lo strumento suonato meglio è la batteria. Soffocata dal pannetto sul rullante, così da star "dentro", conferisce un ritmo "trip pop", mantenendo così la natura originaria della canzone degli Alt J (che oltretutto ho anche visto dal vivo a Villafranca e non me lo ricordavo).



2) Cosmo - Le cose più rare
Per me poesia allo stato più puro e brado.
Chi è che se n'è andato?
Chi è che si piange?
Poco importa.

Mi rimane in testa quando canta "le nostre stupende parole" perché quante volte ci troviamo a compiacerci di noi stessi, delle nostre vicendevoli pezze, magari quelle nate dopo un aperitivo killer, durante una serata full gas o nel corso di un viaggio all'estero.
Sono parole stupende perché sono nostre o sono nostre perché sono stupende? Magari non le "più" stupende fra tutte ma stupende "qb" perché le riconosciamo come di un livello superiore, l'unico che conferiremmo a noi stessi.
Am I making myself clear? Don't mind.




Il fratello prodigo è tornato a Manchester e ha provato a fare un recap di puro Rock'n'Roll inglese. Come faccio a non tenerlo in considerazione, inserirlo di diritto ed in virtù di una sorta di Ius Soli musicale?


Di questa canzone ho largamente sbabbelato in altra sede, più precisamente nel mio ultimo articolo, soffermandomi sui retroscena, sul background amicale da cui è partito e in cui sta prosperando. Imprescindibile nella mia compilazione dell'anno. 


Non ho molto da aggiungere se non che, trattandosi di un best of personale, molti dei video che sarebbe bello pubblicare (e non solo linkare) sono già stati postati precedentemente. Peccato,.


05) Lali Puna - Rest Your Head Rauschhaus Gute Nacht Edit)

Il video è, in realtà, un fermo immagine ma è bello, fa colore.

Canzone passata in sordina ma di assoluto valore nel mio anno musicale.
Ideale per risvegli tranquilli al sabato mattina dopo una tempestosa settimana lavorativa, incantevole sottofondo alla scrittura, perfetta come colonna sonora per gite fuori porta. Non conoscevo Lali Puna: Mea Culpa Mea Culpa Mea Maxima Culpa.


Presente quelle canzoni che ti entrano dentro? 
Che uno ascolta all'esaurimento anche se un vero limite non viene mai raggiunto? 
Non riesco ad individuare ciò che più mi colpisce di questo brano che avrò, non scherzo, ascoltato migliaia di volte. Forse il grezzume della chitarra, la voce soffocata, il basso e la batteria che, dietro le quinte, disegnano un perimetro quasi indefinito ma essenziale. O anche la chimica sviluppata da questi quattro elementi che, presi separatamente, non funzionerebbero altrettanto bene. 


Per la serie che, più semplicemente, a volte si cagano viole senza nemmeno sapere come, senza averne avuto una reale intenzione. E sta comunque di fatto che nella mia Every Time Best Selection questa ci finisce di corsa.


07) The National - Day I Die
A poche band è concesso di essere sempre e comunque belle come ai National.



Welcome back, lads, mi siete mancati.
Non ho nemmeno capito se l'album nuovo è un'OST o meno, ma fa li stess.



09) Fast Animals & Slow Kids - Annabelle
Ricordo di averli visti dal vivo a Bologna in un periodo molto strano della mia vita (per dirla come il narratore di Fight Club) e, da lì, ho preso ad ascoltarli con costanza fino a tornare ad un loro concerto alla fine dell'Estate, alla Festa dell'Unità di Reggio Emilia. Ubriachi da far schifo, in un Campovolo gelido e a fine tour... eppure trasmettono un'energia e una carica fuori dal comune, piuttosto rara da trovare, ultimamente.




Come già scritto in una qualche riga sopra, il problema di raccolte di questo tipo è il rischio di ripetizione. Questa canzone è finita sicuramente in una qualche altra compilazione, molto probabilmente quella collazionata per l'amico Aberto Lioy e, di sicuro, era nel Top 2016 di SB9. Vero tutto ma vero anche che, voltando indietro il mio sguardo a questo 2017 orma agli sgoccioli, questo pezzo è finito in un botto di chiavette da viaggio, in un sacco di cd che hanno alleggerito le mie trasferte e i miei spostamenti. Farla fuori o trascurarla non sarebbe né giusto né corretto.



Tra le tante cose rimaste in sospeso e con cui mi trovo sempre a confrontarmi, c'è un carteggio mail tra me e il mio buon amico torinese d'istanza in Oregon. E non solo quello, perché la nostra insolita amicizia, nonché il ns rendev-vous meriterebbe e avrebbe meritato qualche riga sull'Indie, cosa che, in realtà mi son sempre promesso di fare senza però mai portarla a termine, e che rimane dunque tra i miei principali crucci. 
Tra le canzoni segnalatemi, menziono questa, che tra l'altro mi ricorda Spark.


Con calma faccio tutto.




Da altre parti ho ampiamente e nuovamente ringraziato Checco per averci non solo edotto riguardo i migliori pezzi elettronici che il mondo ha conosciuto tra la fine del ventesimo secolo e gli anni zero di quello nuovo, ma anche per aver messo agli atti (ossia sulle compile PERLE AI PORCI, ancora presenti sui vecchi archivi della rete) canzoni come questa. 


13) Thegiornalisti - Riccione


Non ho scuse. 
A mia parziale discolpa vi rimando al minuto 1 e al secondo 44, easy peasy. È stato bello avere avuto 18 anni una volta. Anche compierli una seconda, per carità. Ma, davvero, 1' e 44'', c'è un notevole disclaimer.
Rimango comunque a disposizione per informazioni e chiarimenti.


14) The Zen Circus - Ilenia


La cosa bella dell'MTV di una volta era che si si poteva innamorare di pezzi che forse, diversamente, non avremmo mai ascoltato perché apparentemente lontano dai nostri gusti musicali. Ecco (o come prova a dire mia figlia:"æccccuuuu!"con una dieresi perfetta, tra l'altro), gli Zen Circus non sono assolutamente tra le mie band favorite e non mi viene proprio da ascoltarli. Eppure questo video si fa guardare, è magnetico e, dopo un po', ci si affeziona anche alla canzone.




C'è un amico che non ho ancora citato in questo articolo, e non esiste post in cui non metta, di riffa o di raffa, una qualche sua parola. Santu è solito dire, alle volte:"C'è ancora chi ha la classe per dire agli altri come si fa". Credo si adatti perfettamente ai War On Drugs.


16) Noel Gallagher's High Flying Birds - Holy Mountain


Hi Noel, listening you playing again is like meeting an old friend and chatting with him. Same chords, same words but it doesn't matter, you're always welcome: a great guitar and an amazing jacket will save your music forever, Chief!
By the way: a double as a second guitarist, a big boobies girl on the piano and the City Standard near the Hiwatt amplis are n.1 ideas and that's why I still like you so much and I always will. The song is.. . well, it would be fine if you were a fuckin band of fuckin ABBA fans, but to me it's ok, d'you know what I mean? Never mind, next time, you can do anything you want 'cos you're my fav one.




Mi congedo perché s'è fatta una certa e la bimba vuole vedere Veo Veo per almeno 25 minuti.

Enjoy.

Cose brense

Chi mi segue sempre (anche se perdo sempre) sa che per me il titolo di un post è una questione di capitale importanza, quasi maggiore di quello che potrà essere l’articolo in sé o la qualità degli argomenti toccati.
Un po’ per non dimenticarli e un po’ per spiegare la scelta di questo, ossia il terzo titolo di tre, vale la pena soffermarsi su quelli scartati, cioè:”Una settimana brensa” e “Un tempo brenso”. Il primo dei due era stato preso in considerazione perché ciò di cui andrò a parlare si riferisce ai fatti riconducibili ad una sola settimana, mentre il secondo era stato valutato perché evitava di identificare un preciso arco temporale, lasciando al lettore un’idea più vaga, più dilatata ma comunque evocativa. Minimo comune denominatore tra tutti era ed è però l’aggettivo, cioè “brenso”, parola tutta emiliana, ahimè forse più bolognese che modenese, la cui etimologia credo derivi dall’azzeccata contrazione di "breve" ed "intenso", qualcosa che indica un vissuto ricco e pieno di significati raccolti in un fazzoletto di momenti.
Alla fine però ho preferito puntare su un titolo più semplice, senza articoli e senza specifiche, una roba che fa il verso a “Stranger Things”, lascia nell’indeterminatezza più assoluta e contiene l’unico termine imprescindibile di tutta la faccenda:”Brenso”,appunto.

Valigie intelligenti


Preludio - Celebrare l’Estate

Sono cresciuto nella tipica famiglia emiliana che, tra gli anni ’60 e i ’90, aspettava l’Estate per scappare due settimane in Romagna.
Sono andato coi miei in Riviera fin verso i quindici anni, non di più: dopo scelsi, e mai scelta fu più azzardata, il gentil sesso.
Quand’ero poco più di un lattante era d’obbligo Riccione, una volta ricordo di una fuga a Senigallia e, infine, ho memoria di almeno cinque anni passati a Rivazzura, una frazioncina di Rimini.  
Come da brava famiglia Brambilla in vacanza, rispettavano ogni parte del copione: gli orari della colazione, la scelta del menu giornaliero prima di andare in spiaggia, l’aperitivo nella sala grande dell’albergo, il pranzo delle 12.30, l’aperitivo nella terrazza illuminata a festa, la cena alle 19.00, la partita a carte nei tavoli in cortile, la passeggiata sul lungomare e/o tra i corsi del paese.
Era un ineccepibile rituale dal quale sembrava quasi proibito discostarsi.
Tiriamo fiato.

Intorno ai tredici/quattordici anni cominciai a sentirmi abbastanza chiuso da questo schema ripetitivo e capitava che finissi di mangiare velocissimamente per poi smarrirmi negli spazi incustoditi dell’albergo. Salivo e scendevo ogni piano, cercavo le differenze tra l’uno e l’altro, entravo nelle stanze lasciate aperte, dentro gli sgabuzzini, snasuplavo nelle lavanderie, mi spingevo nei seminterrati facendo finta di aver sbagliato a premere il pulsante dell’ascensore, passeggiavo sui balconi vuoti, e leggevo i depliant turistici affastellati nei raccoglitori della hall. 
Tiriamo fiato un'altra volta.

Una sera sono riuscito ad accedere in una piccola saletta che trovavo sempre serrata. Vedendo la porta socchiusa non avevo resistito e avevo scoperto trattarsi del camerino dei camerieri, che erano quasi tutti studenti mandati dalle rispettive scuole alberghiere a lavorare lì durante la stagione estiva. Appoggiate sulle sedie le borse delle ragazze, buttati per terra gli zaini e i caschi dei ragazzi; tutti, sia uomini che donne, poco più grandi di me quanto bastava perché tra la loro vita e la mia fossero già stati scavati vari abissi di esistenza.
C’era un gran confusione, quella creata da chi è arrivato in ritardo al lavoro e non ha avuto tempo di fare ordine tra le proprie cose, mollandole alla va là che va bene e gettando tutto alla rinfusa per terra. Da una delle borse sbucava una fotografia, una specie di selfie ante-litteram, in cui erano ritratti alcuni di quei camerieri: se l’erano auto-scattata (chissà come, poi?) sulla terrazza dell’albergo, ridevano e facevano facce buffe mentre fuori stava calando la sera. 

Le foto di una volta avevano un’insolita particolarità, ovvero su un piccolo triangolino nel vertice basso di destra era riportato l’anno di stampa. Direi fosse il 1995. Dietro, scritto a penna, “21 Giugno, Hotel Nelson, Rivazzurra”.
Non so perché ma questa scena di me e del mio incanto davanti a quella foto, mi è sempre rimasta in testa, è la prima cosa cui penso ogni volta che mi fermo in un hotel della Riviera. 
Era un’immagine bellissima, aveva veramente tutti i più nobili requisiti del selfie: la giovane e raggiante compagnia, i sorrisi e gli abbracci, lo sguardo d’intesa di una possibile coppia del gruppo, il momento rubato alla più bella delle ragazze che andava di fretta e doveva ancora prepararsi per l’appuntamento delle dieci. Soprattutto, però, la non trascurabile aggiunta di non risultare superficiale o artefatta come alcune fotografie pubblicate oggigiorno su facebook.
Quel momento riusciva a trasmettere un fortissimo senso di felicità, pieno di purezza, e, sebbene non riesca davvero a trovare un termine migliore per esprimermi, spero di aver reso l’idea perché è una vita e mezzo che voglio metterlo nero su bianco: comunicava qualcosa anche a me che di quelle ragazze e di quei ragazzi non sapevo niente, e di cui a malapena associavo il volto ad un nome. Oggi si direbbe:”Thank you for sharing” ma in quel tempo non solo non aveva senso un ringraziamento del genere ma chi aveva scattato la fotografia nemmeno pensava che un bamboz ci si imbattesse in un'occasione X di una serata X e ne mantenesse vivida la memoria.
Quel che però più mi colpiva era la luce dell’immagine, un lunghissimo chiaroscuro azzurro-tenebra che delicatamente sfumava in ambra, quello tipico del far-della-sera estivo, che sembra non finire mai e che fa completamente dimenticare quanto tempo sia passato dal buio dell’ultimo inverno e quanto manchi prima del prossimo. 
Potevano essere le dieci meno venti e ci si vedeva ancora: una sorta di piccola aurora boreale al contrario.

Celebrare l’Estate, ecco, quella fotografia era un modo stupendo per celebrare l’Estate. Niente canzoni o rime facili, nessun tormentone alla radio e nessuna moda del cazzo; per me l’Estate era ed è proprio questo: un’immagine da tutti i giorni ma resa speciale perché immortalata in uno diverso dagli altri, forse in quello più bello di tutti, il turning point dell’anno, che segna un prima e un dopo. Un’immagine brensa, ricolma di vita seppur sigillata in un istante, solo in apparenza insignificante.

Su indicazione del Bret, un pezzo bomba

Sebbene siano passati moltissimi anni da quella sera e la Riviera sia diventata per me molte altre cose, il ricordo della fotografia dei camerieri mi ha sempre accompagnato con il suo valore più grande, quello dei giorni che non finiscono, che contengono spazio e tempo per vivere quanto più possibile, immagazzinare ricordi e salvare frammenti di spensieratezza cui appigliarsi quando tutto fuori sembra dire male o remarci contro. Per ogni Estate che ho trascorso da allora, quell’attimo di contentezza era l’obiettivo da raggiungere, l’ottimo da ottenere. Per cui non mi sono mai permesso di perdere nemmeno un minuto del mio tempo libero estivo, mi son sempre ripromesso di godere di ogni secondo di luce, di far durare Maggio, Giugno, Luglio, Agosto e, perché no, Settembre, più che potessi.

C’è sempre modo di migliorarsi e, come era solito dire il Drake, la vittoria più bella è la prossima, ma nella “settimana brensa” che avrebbe potuto dare il nome all’articolo, sono andato molto vicino a quella sensazione di felicità che ho provato ad anticipare con questo preambolo e che cercherò di spiegare nelle righe successive. E, si badi, a voler fare i pignoli tutto questo è avvenuto in Primavera perché, tecnicamente, il solstizio d’Estate cade il 21 di Giugno, come era riportato sulla fotografia, mentre ciò che segue è avvenuto prima. 
I don’t mind, esigenze narrative e/o licenze poetiche: transeat.


Sabato 10/06/2017, Villa Boschetti – San Cesario.

Matrimoni Emiliani: I love'em

Ogni matrimonio ha il suo perché e a volte qualche perché no. Fortunatamente sono pochi quelli in cui ho sperato venisse presto l’ora di evacuare la zona, della maggior parte conservo meravigliose seppur labili (e i contorni poco definiti sono un omaggio dell’alcol) memorie. Ce ne sono alcuni però che possiedono un peso specifico inestimabile, ossia quelli dei migliori amici, di quelli più cari o dei compagni di classe. 
È come se fosse una Festa di Compleanno 2.0, s’avesse l’autorizzazione di dire fare baciare lettera testamento, e venissero previsti condoni e indulgenze plenarie per sguardi equivoci, parole storte o brindisi che hanno insanguinato di vino camicie appena uscite dalla sartoria.
Quando poi si ha l’onere e l’onore d’essere testimoni (ed io, non lo dico per vanagloria ma per sincera contentezza, lo sono stato per tre volte) si vive uno particolare stato di grazia che amplifica e giustifica un maggiore grado di gioia ed entusiasmo. Che poi per il prossimo questo si traduca nel rendersi pesanti e insostenibili, amen, dettagli.

Esistono vari tipi di amicizia.
Si può essere amici di infanzia o esserlo diventati perché della stessa compagnia. A volte il legame deriva dalla pratica comune di una disciplina sportiva o dall’avere costantemente a che fare sul posto di lavoro. Se si è particolarmente fortunati si creano amicizie anche dopo i venti anni, quando percorsi laterali si incrociano all’improvviso, facendo uscire allo scoperto persone che, pur non sapendolo, aspettavano solo di conoscersi. Esiste però un tipo di amicizia che trascende tutte queste ed è quella che nasce e cresce sui banchi di scuola, in cui l’appartenenza a un non-senso comune si trasforma in un sentimento di cameratismo non diversamente replicabile, e questo perché si impara a condividere gioie e dolori dei compagni, si fanno propri gli obiettivi raggiunti e gli insuccessi altrui, le grandi perdite e le piccole conquiste di qualcun'altro diventano le tue.

Ciò che viene generato da sensazioni di questa natura è l’annullamento di qualsiasi distanza di spazio o tempo. 
Oltre la Maturità ci si può perdere di vista per mesi, a volte anni, trasferirsi in un altro paese, cambiare giro. Eppure ritrovarsi, anche se di tanto in tanto, abbatte ogni barriera perché il “trascorso insieme” è qualcosa di visceralmente attecchito dentro e, come scriveva Tolkien:”Le radici profonde non gelano”. E allora rivedersi, seppur una volta a stagione, è come se ci si fosse salutati il giorno prima, è come se nessuno si stupisse se, passato molto tempo, lo sbronzone di turno fosse rimasto tale, l’attaccabriga di livello mondiale non fosse cambiato di una virgola, il tombeur de femmes si fosse solamente adattato ai mezzi di comunicazione moderni e l’intellettuale del gruppo continuasse a squadrare gli altri con un misto di “che bello ma che bello” e “ma chi me lo fa fare di vedervi fare ancora schifo dopo tanti anni?”

Giuro che avrei voluto scegliere una foto insieme ma "Oscar Giannino strikes again" ha vinto.

Detto ciò, anche per smorzare l’eccessivo grado di stucchevolezza che potrei raggiungere se continuassi, a referto vorrei appuntare alcune cose brense che vale la pena menzionare per non correre il rischio che vadano perse tra i meandri delle chat di whatsapp.
Checco che manda affanculo fotografi e fotografati. Il Grego di Dufo. Essere a tavola con i genitori della sposa e sperare che non abbiano sentito nulla dei nostri discorsi. Goppy che parla di Feng Shui quando è quello che tiene le birre da 33 nel cassetto basso del frigo dove solitamente la gente normale mette le verdure. Io nella parte di Oscar Giannino II – Il Ritorno. Checco che intona Voodoo People. Aver costretto il DJ a mettere Wonderwall e averglielo ricordato vergandolo sul tavolo. Gente che perde i sensi o a cui escono i gomiti. Noi che cerchiamo di convincere la sposa che un matrimonio senza l’arrivo dell’ambulanza non può dirsi veramente riuscito. Checco che si sveglia a casa di Goppy chiedendomi che ore sono perché forse è meglio se chiama a casa.


Vabbè, la metto lo stesso, e ciao che t'amavo.


Flash Forward

Svegliarsi su un divano altrui in un paese diverso dal proprio solitamente presenta più contro che pro, elenca più contrari che sinonimi di benessere, ma ha anche tanti “perché sì” riguardo cui è spesso bene non indagare. Alle sette e mezza di domenica mattina il caldo e la luce che spuntano dal balcone di casa di Goppy mi destano dal torpore alcolico e l’autobahn per il mare mi attende. Ho un hangover fotonico ma a Cattolega sono di istanza donna Ilenia, la piccola Benedetta e mia madre, ed io avverto il bisogno fisico e mentale di ricongiungermi a loro perché, come canta Divi:”Che bello che era avervi attorno, come aver trovato un posto al mondo dove alla fine fare ritorno”
Saluto l’ospitale ex-rappresentante di classe a cui rifiuto l'offerta di un caffè, mossa della quale mi pentirò amaramente, e mi dirigo verso la nuova e sperduta entrata di Valsamoggia.

E aver paura che cominci il giorno e che la luce ti cancelli il sogno

Percorrere l’autostrada può sembrare un “atto mancato”, Freud lo avrebbe definito così o in maniera simile. Forse è più un piacevole sovrappensiero o il trasformare qualcosa dal passato ombroso in un momento felice. L’A14 è spesso stata, per me, una strada di sacrificio (si legga qui) e perché un giusto revisionismo storico mi permettesse di rivalutarla sono passati anni. Quel che mi è rimasto si rimaterializza nella mia mente mentre guido, ancora una volta, da solo e non accompagnato, immerso nei miei pensieri e nei nefasti ricordi di tempi che furono. Eppure, nonostante sia dritta, noiosa, per nulla interessante e monotona, non riesco a non farmela piacere. Da che sono bambino sarò entrato in ogni autogrill, mi sarò fermato a pisciare in quasi tutte le piazzole di sosta, sarò uscito ad ogni casello tranne da quello di Castel San Pietro Terme che, ogni volta, mi chiedo che paese possa essere, specie questi giorni in cui una mia amica di facebook si è geolocalizzata proprio da quelle parti.

Imbocco lo svincolo di Cattolica, l’ultimo nonché il più a Sud dell’Emilia-Romagna. 
La Riviera è sempre, come per magia, uguale a sé stessa. I bagni, la bomba, le granite alla menta, i tedeschi con le calze e le infradito, le stazioni dei treni, i viali alberati, gli anziani di adesso vestiti come gli anziani di trent’anni fa, le generazioni che si ripetono nello stesso identico modo, le edizioni cittadine de “Il Resto del Carlino”, gli edicolanti che rispondono in crucco anche a te che sei italiano, i risciò, i fotografi sul bagnasciuga, i ristoranti di pesce ogni tre metri, il profumo di cappuccio e cornetti che di mattina pervade i corsi interni, l’odore della salsedine, il bar sul pontile dove vorrò passare i miei ultimi giorni scrivendo le mie memorie. Le uniche cose che sono cambiate sono la gestione dei negozi di paccottiglie, ora in mano al racket di indiani e pakistani, e la mia tardiva scoperta della piadina con la porchetta. Mancano le cartoline, quelle delle donne con le chiappe sabbiose al vento o dei pedalò innevati sulle sabbie invernali, deserte e malinconiche. Come ho già avuto modo di ribadire in altre sedi, a volte sembra tutto troppo, nel senso che c’è il rischio di farsi incantare da tanta inezia e accondiscendenza. Di contro però l’essere serviti e riveriti ad ogni angolo, o il sentirsi coccolati e al centro dell’attenzione, mette di buon umore, fa scordare le beghe del lavoro e accantona i cattivi pensieri. Un atto mancato muta, in un attimo, in una linea di rottura: venire in Romagna cambia radicalmente l’approccio alla vita generando un atteggiamento nuovo e più polleg.


La luce che rimbalza sull’acqua della piscina del bagno "I Delfini" sembra incandescente, irradia riflessi ovunque, un brillante arcobaleno blu. Da mezzo montanaro ma soprattutto da homo sapiens varietà cittadinus faccio fatica ad acclimatarmi ed entrare in vasca adattandomi al nuovo elemento, specie perché ho ancora addosso una botta memorabile per cui ogni dettaglio mi risulta tutto troppo chiaro, colorato e accecante, e anche portare gli occhiali da sole “da vecchio” (così disse Santu a Trento) aiuta ma è sempre un circa-quasi. 
Domenica e Lunedì volano via, è un costante susseguirsi di “Pictures of You” dove il “You” è la piccola che s’azzarda a camminare sulla riva con mia mamma che le stringe le manine mentre lei sorride, gattona intorno agli ombrelloni volando sulla sabbia ogni tre per due, lancia i giocattoli fuori dal gonfiabile (ed è la prima volta che, cucendo gli scontrini sui miei taccuini ne trovo uno con la dicitura “giocattoli”, che stona e fa specie rispetto a tutti gli altri, che sono a saldo di birre comprate a “Tutto a 1 €uro”, piadine, cocktail), caga nel gonfiabile, sguazza in piscina. 
Momenti non barattabili che riconciliano col clima infame in cui si è costretti a vivere quotidianamente, che smorzano le cose brense di tutti i giorni lavorativi, un impegno enorme ma leggero che dà implicitamente risposta ad ogni domanda di merda che mi tiene sveglio la notte. 


Ha senso inacidirsi lo stomaco davanti a mail urgenti, richieste brucianti, obblighi necessari solamente se il feedback non viene da quel mondo ma da un altro, questo, perché sono gli unici momenti in cui sembra di vivere altrove e in nessun posto e, nonostante sia reale per troppo poco, è il migliore tra tutti i possibili places & times to be.


Rivoluzione Industriale 3.0

La sola nota positiva del tornare a casa dal mare è fare tappa in autogrill. 
La classica rustichella strinata fuori e cruda dentro è un sacrale musthave di una cena lungo la strada. Anche perché poi, a tarda sera, quando a banco non c’è più anima viva, anche i commessi paiono più felici nel servirti un caffè americano che neanche in Twin Peaks. Insomma, pure non-luoghi (o luoghi-altri) come questi, dove “brenso” è la parola d’ordine si scoprono calorosi e confortevoli: non dico che vorrei passare qui i miei venerdì sera più ribaldi ma dico che per un non-tempo, ricavato tra un’entrata e un’uscita autostradale , possa essere il posto giusto dove trovarsi certe sere.

Avete presente quei pezzi che ascolto diecimila volte e non mi annoiano mai?

Se sono ben disposto a rincasare di lunedì sera, consapevole che l’indomani mi aspetta un tremendo rientro al lavoro dopo un week end di matrimonio + fuga al mare, è anche perché le condizioni di ingaggio autostradali ma soprattutto la colonna sonora sono adeguate e rendono il ritorno alla quotidianità meno complicato. Non lo decomprimono né lo possono depurare da ogni futura ed eventuale controindicazione ma di sicuro gli conferiscono un sapore più accettabile, un retrogusto agrodolce: ho mandato giù di peggio facendo finta d’essere pure contento.

Cose buffe che si trovano nei bagni degli autogrill

E va bene così perché tante volte mi ritrovo a pensare alla nostra epoca come fosse una sorta di nuova rivoluzione, dove la pesantezza non è dei materiali o delle idee, e va oltre il concetto di “Produci Consuma Crepa”; è piuttosto una gravità mentale che ci attanaglia costantemente: sono gli ASAP, i FIY, i “Priorità Urgente”, i “Magari in giornata”, le "Conference Calls" in pausa pranzo per guadagnare tempo. Tutte cose che, nemmeno troppo alla lunga, mandano in pappa il cervello perché siam diventati sincopi delle nostre stesse macchine, siam costretti a lavorare in multitasking senza esserne in grado, dobbiamo accettare ogni scambio senza poterci più lamentare, creare prassi nuove ogni volta, appellandoci in ultima istanza ad un senso del dovere che ha perso il suo più puro significato molto prima della crisi di qualche anno fa.
Come cantava Lorenzo quando non aveva ancora le tafche piene di faffi:”Le regole non esistono, esistono solo le eccezioni”.

Il ragazzo non ne sbaglia una

Ci sono giornate in cui vorrei uscire dall’ufficio, volare a casa e bere quanto basta per ubriacarmi e dormire da signore, sperando di sognare tutta la notte. Non succede quasi mai ma con le ragazze al mare posso concedermi uno strappo alla regola e addormentarmi sul divano dopo aver bevuto due birre in piena modalità Homer Simpson.
Capita raramente di ricordarsi i propri sogni, per non dire che non capita mai. Ebbene i sogni della notte sono addirittura due e li rammento perfettamente entrambi. Se il primo è qualcosa di orribile e, proprio in virtù di questo, indimenticabile, per il secondo occorre aprire un tra-parentesi.


Su imbeccata del Bret, mi sono infatuato di una di quelle cose che possono piacere solo a me e a chi ha la mente malata come la mia: “The Man in the High Castle”. Basata sulle righe de “La svastica sul sole”, romanzo di Philiph K. Dick, l’ucronia all’origine di questa serie è che non siano stati gli Alleati a vincere la Seconda Guerra Mondiale, bensì le potenze dell’Asse. Al di là della trama o dell’indiscutibile fascino Nazi, è intrigante la rivisitazione di una Storia completamente diversa ma, per tanti tratti, uguale a quella che conosciamo noi. Non è tanto lo stupirsi del “Come sarebbe andata se…” quanto il rendersi conto che, pur dandole per scontate quasi fossero un male necessario dell’indotto democratico, la nostra civiltà occidentale abbia sopportato brutture e storture cui non si è dato alcun peso o cui nemmeno si pensa più. 
Avrei divorato anche la seconda stagione ma purtroppo non ho avuto tempo e sto centellinando la visione delle ultime puntate, godendomele più che posso e nell’attesa che Amazon Prime confermi (quasi certo) la terza temporada.

I sogni hanno inneschi oscuri ed enigmatici, combinano tra loro fattori che, solo formalmente, potrebbero risultare ininfluenti o di poco conto. 
E dunque succede che a cena si parli del funerale di una persona, si arrivi a fare un discorso più ampio sulle epigrafi e sul significato che possono avere, circa l’importanza di diffondere notizie tristi ma con cui intercettare l’interesse di più gente possibile, far così sì che anche un necrologio possa tradursi in affetto e compassione. Può anche capitare, e lo stalking su facebook se applicato in dosi minime ne è prova, che ogni tanto si cerchi un contatto denotificato da tempo, giusto per vedere se è ancora al mondo e come se la passa. Infine, se a questo aggiungiamo la sbandata presa per l’uomo nell’alto castello, allora il pranzo o, meglio, il sogno è servito: cotto e mangiato.

Ebbene, l’incipit era in medias res: evidentemente, ad un bivio della mia esistenza, nella dimensione onirica avevo preso una strada diversa da quella battuta nella realtà del mio nowadays. Nel nuovo slice of life vedevo me stesso in una vita completamente differente dall’attuale, circondato da persone conosciute ma inconsuete, discutendo con esse di quello che era e di quello che sarebbe stato: un concentrato di serene e tranquille distopie. Pioveva intensamente, non a dirotto ma con insistenza, tra luci soffuse grigie e bluastre, che se fosse stata l’ambientazione di un film sarebbe stata quella di Blade Runner. Mi son svegliato a malincuore perché, complici le birre bevute prima di addormentarmi, il bisogno di andare in bagno era diventato impellente e forse tutta l’acqua presa in sogno era uno spiccato richiamo a Inception. Sebbene non potessi affermare di essere in sogno più o meno felice di quanto non lo fossi e non lo sia nella realtà di tutti i giorni, mi sono rimaste appiccicate addosso sensazioni di grande dolcezza ed emozioni lenitive. Era come in “The Man in the High Castle”, dove è concessa ad alcuni personaggi la gravosa possibilità -SPOILER ALERT- di scappare dal mondo in cui vivono e dischiudere, per sempre o anche solo per un momento, universi paralleli.
Non vivendo nella New York del Greater Nazi Reich o nella San Francisco dei Pacific States, io questa opzione non ce l’ho, tuttavia il sogno è stato un seducente intermezzo, è stata una serie di cose brense, che, anche solo in parte e per pochissimo tempo, mi hanno riappacificato con il mondo di merda che mi tocca affrontare dalle sette e mezza di mattina alle sei e mezza di sera, tutti i giorni feriali.
O forse, più verosimilmente, il cambio di prospettiva sognato era dovuto allo scherzo di qualche bontempone che mi aveva sciolto dell’LSD nelle Moretti.

Un attimo che calo la briscola e spacco il tavolo.


La felicità è senza limite, viene e va

Son tornato a lavorare il martedì, il mercoledì e il giovedì e, se dovessi definirli, li direi "sturmunddranghiani". Dopodiché mi sono bellamente disintegrato i coglioni dell'aver a che fare con una pletora di casi umani che la metà bastava, che mi son giocato un altro giorno di ferie per raggiungere nuovamente le mie donne al mare.
Partito alla bersagliera quando il tramonto faceva capolino, con addosso tutte le nevriti della settimana corta, son riuscito ad estinguerle nei pressi di Forlì quando, pescando dal mazzo dei cd di donna Ilenia, ho messo su T.R.E e me lo sono ascoltato in rigoroso silenzio fino a Cattolica. Fondamentalmente è stato come richiamare alla mente una liturgia assopita ma mai dimenticata.
Gobi e Bolormaa, forse più la prima della seconda, sono state l'epifania in musica del mio stato d'animo. Il frastuono confuso delle chitarre che lascia campo ad un mantra, gli armonici e le parole semplici quanto struggenti: un traboccamento di gioia e dolore, la consapevolezza che non esistono equilibri ma solo equilibristi della vita.

Anche se solo per una sera e per il venerdì successivo, il tempo trascorso in spiaggia è stato, ancora una volta, catartico. Giovanni Lindo in una delle due canzoni sopraccitate cantava che "Densamente spopolata è la felicità" ed è assolutamente vero. Tuttavia certi momenti bisogna conquistarseli e beneficiarne quanto più possibile, che tanto o si è in credito col Dio o col Karma e prima o poi uno dei due presenterà fattura. E allora mi si scioglie il cuore nell'accompagnare, insieme a donna Ilenia, i primi passi della bimba sul bagnasciuga mentre tutta la gente si ferma a guardarci, ogni brutto pensiero è spazzato via nel vederla sgambettare in piscina e sentirci chiedere a quanti mesi l'abbiamo portare a fare acquaticità e a farle avere familiarità con l'elemento.
Mi rendo conto di due cose.
La prima è la fortuna del trovarsi nel miglior percorso in cui Dio, o il Karma, ci abbiano instradato. Domani sarà un altro giorno, ma intanto festeggiamo il festeggiabile che per spiegarci sconfitte o battute d'arresto abbiamo tutto il tempo di questo mondo. Spieghiamo solo le braccia alla creatura.
La seconda è che la vedo già a quindici anni, quando io sarò la persona più imbarazzante ed impresentabile della sua vita, e non solo perché conto di bere molto più di adesso ed innervosirmi per molte più cose, ma anche per tutta una serie di dettagli che sono lapalissiani senza bisogno di entrare nel merito. Dunque, per quanto suoni stucchevole, per quanto potrei vergognarmi, anche solo tra dieci minuti da adesso, di aver pensato e scritto queste cose... tenermela vicino, sentire la carne che cresce, quella felicità di cui parlano i C.S.I., qualche abitante, seppur per poco, lo conta.

Punto primo chiudiamo un cerchio.
Punto secondo quando ce vo', ce vo', fosse solo per un attimo



Intervallo di folklore contadino.
La mattina mi son svegliato prestissimo e sono andato a correre. Sono arrivato fino all'hotel in cui siam stati l'anno scorso a Gabicce. Sebbene credessi fosse in un altro emisfero, distava tre chilometri e mezzo dal nostro residence a Cattolica. Fa ridere perché in macchina ci vorrebbero venti minuti e comunque si passa da una regione ad un'altra.
Promemoria da calendario di Frate Indovino.
Mentre correvo mi son fermato a vedere e visitare tutte le chiese incontrate lungo la via, compresa quella in cu iero stato a Messa la scorsa estate. Fa specie rivedere un luogo di culto dopo tanto tempo, fa piacere tornarci, è confortante sapere che certe preghiere non sono rimaste inesaudite. Il notabene è che quando al mare indicano gli orari "estivi" delle celebrazioni, intendono dal primo di Giugno all'ultimo di Settembre, in pratica la stagione turistica, quella dei bagni. Ci sta, le giornate iniziano in oratorio e finiscono in osteria: makes sense.


Outro



La settimana brensa, calendarizzata da sabato a sabato, si è conclusa con il matrimonio di una cara amica di donna Ilenia, in una magnifica location sulle colline di Pavullo. Ero talmente coinvolto emotivamente dai giorni precedenti che, come direbbe Santu:"Paesaggio". È stato tutto sicuramente fantastico ma solamente un contorno, un ad libitum sfumando, quando la canzone rimane bella ma ha già detto tutto quello che aveva in pancia.

La settimana brensa, calendarizzata da sabato a sabato, si era aperta con un taglio tattico alla Barberia di Pavullo.
Fa ridere che io vada dal barbiere, lo so.
Il fatto è che c'ero andato per rifilare barba e rasarmi la cabeza da soldato, pronto per far vedere il miglior me al matrimonio di Chicco.
Mentre mi slamava il gargarozzo, il Figaro del Frignano mi chiedeva se scrivessi ancora, se suonassi ancora, se giocassi ancora a calcetto. Gli ho risposto che no, non facevo più nulla di tutto questo.
"E allora cosa fai? Casa, lavoro, famiglia?"
"No, be'. Ogni tanto porto via il rusco. Ma non vado nei pattumi più vicini, vado in quelli più lontani così ho tempo di fumare una sigaretta in più senza che nessuno mi rompa i coglioni".
In realtà non è proprio così: è che se alla domanda "Cosa fai?" avessi risposto:"Cose brense", il barbiere non avrebbe capito, avrei dovuto spiegare, raccontargli a voce tutta questa sbabbelata e considerando quanto aveva da tagliare, il tempo non sarebbe stato sufficiente.
Intanto dovevo celebrare l'estate, seppur condensata in una sola settimana di tarda primavera o in una scatola da scarpe, descrivere l'ottimo raggiunto e tenerne buona nota, sarebbe bastato e basta saper questo.

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