Ci sono 22 uomini in campo, rincorrono un pallone per 90 minuti, la palla è rotonda e, alla fine, vincono i tedeschi.
(Gary Lineker)

El Taconazo de Old Trafford

E’ un paradosso definire fuori dagli schemi chi gli schemi li dettava meglio di qualsiasi altro playmaker della propria epoca. E’ quantomeno curioso che l’austero e rigoroso Fabio Capello (per stessa definizione del Dizionario Zanichelli della Lingua Italiana “Fabio Capello”: [Fa-bi-o-ca-pél-lo] s.m. 1. dicesi di persona avara di complimenti e indisponente verso chiunque) abbia considerato 'un giocatore tatticamente perfetto' quello stesso giocatore che per principi (talvolta anche) incompiuti, bizze caratteriali e personali interpretazioni del calcio abbia fatto impazzire ben tre commissari tecnici dell’Argentina costringendoli uno via l’altro ad escluderlo dalla Selecciòn. Considerando che il furlàn è stato uno dei pochi a mettere in castigo gente come Marco Van Basten, Ruud Gullit, Pep Guardiola, David Beckham, Antonio Cassano, Zlatan Ibrahimovic e Alessandro Del Piero, non proprio gentaglia, c’è davvero da domandarsi cosa avesse di straordinario il vicecapitano del Real Madrid per non essere messo al palo a causa del suo alto profilo, della parlantina sciolta e dei capelli lunghi.
E’ davvero strano.
Qualcuno ha detto che sia stato il vero -e finora unico- erede di Diego Armando Maradona.
Sono molto più che d’accordo, e non mi limito a riconoscerne la figliolanza tecnica e carismatica, ritengo ne sia stata la più improbabile evoluzione. La sola possibile.

Genio e sregolatezza, dunque?

Il genio c’era, c’era tutto.

Per maggiori informazioni chiedere a Henning Berg e Roy Keane, poveri e malcapitati Diavoli Rossi buggerati dai magnetici tacchetti del numero 6 madridista in uno dei quarti di finale più belli della -una volta nomata- Coppa dei Campioni. Nell’eventualità di un incontro con lo scandinavo prego farsi dettagliatamente specificare cosa sia successo non solo in fascia ma anche lungo quella mai così labile linea di fondo campo e da quale cilindro -gentilmente confezionato dal Nostro- sia stato tirato fuori il coniglio che Raul (sì, proprio lui, il già allora eterno Raul Gonzales Blanco, nomen omen) non ha dovuto far altro che pigliare per le orecchie ed esibire al gentil pubblico.


Manchester non è certo celebre per lingua e letteratura; è già tanto affermare che parlino correttamente e correntemente “inglese”. Tuttavia ogni mancuniano sa mettere in fila tre parole di spagnolo e poco importa se due di queste siano uno un articolo e l’altra una preposizione semplice: el, taconazo e de. “El taconazo de Old Trafford”. Chieder loro di tradurre anche Old Trafford effettivamente sarebbe stato troppo. Lo sarebbe stato per chiunque. Ma i primi tre vocaboli ci sono, e chiunque ami il calcio oppure odi il Manchester United (le due cose, si badi, non sono esclusive) sa che è del Principe di Buenos Aires di cui stiamo parlando. A titolo informativo il Principe fu uno degli undici che a Maggio sollevò la Coppa, venendo pure eletto migliore giocatore di quella stessa edizione.

E la sregolatezza c’era? Anche, sì.

Tuttavia non menzioniamo nessuna Mano de Dios, nessuna droga più o meno pesante più o meno dopante, nessuna cura dimagrante salva-vita, nessun figlio non riconosciuto in giro per Napoli, nessuno sputo in telecamera dopo una corsa sfiancante di 50 metri, nessuna offesa a tutto il parentado femminile dei giornalisti di mezza Argentina. Niente di tutto questo. Parliamo di un “Principe”, e lo sottolineiamo almeno due volte, un Principe con tanto di vizi e capricci. Ed era in queste particolarità che andava ricercato il suo essere al di fuori delle regole, al di fuori degli schemi.

Ma attenzione, il suo atteggiamento sportivo e personale non era tout-court contrario alle regole. Era al di sopra delle regole, le interpretava a modo proprio, cercando di riscriverle. Non era un principe solo per eleganza stilistica, tecnica e classe, lo era anche per ostinazione nel adattare il mondo e il gioco intorno a quelli che erano i suoi metodi e le sue caratteristiche.

Fernando Redondo, "El Principe"

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Nel 1998, mondiali francesi, Redondo rinunciò alla nazionale argentina perché “Pur sapendo che a Passerella piace la gente con i capelli corti, io non ho mai pensato di tagliarli. Se non va bene, vorrà dire che mi guarderò i mondiali dalla poltrona di casa”. Se pensiamo alle Cassaneidi attuali, possiamo solo considerare FantAntonio da Bari Vecchia un autentico piagnone. Ma questo è niente.

Nel 1990 rifiutò la convocazione dell’allora Commissario Tecnico Biliardo per privilegiare gli studi universitari, per la cronaca mai conclusi. Quello che per tutti i giovani calciatori è il massimo sogno auspicabile, per lui era una sorta di impedimento, un ostacolo.

Quattro anni dopo, in America, in seguito alla squalifica per doping inflitta a Maradona, ne prese il posto, consegnando alla memoria collettiva una sconfitta degna di lodi sperticate, Romania – Argentina 3-2, considerata una delle più spettacolari partite mai disputate nella massima rassegna calcistica.

Tanto per rimanere in tema, l’Argentina compare più volte nel novero delle più spettacolari partite di tutti i tempi, ed una di queste è l’indimenticabile Argentina – Inghilterra 2-1 del 1986, dove “El Pibe de Oro” riuscì, unico nella storia pallonara, ad esibirsi in una delle giocate più straordinarie di sempre ed una delle peggiori, più irriverenti e più irregolari furberie di ogni tempo. Per chi non conoscesse le basi della storia del calcio, parliamo de La Mano de Dios (l’unico gol irregolare ad essere celebrato così grandemente, probabilmente l’eccezione alla regola de facto e de iure ) e del gol scaturito dopo azione personale di 50 metri dove a seconda delle interpretazioni fu possibile vedere due cose in una: Diego Armando che dribblava metà compagine inglese e metà compagine inglese che non era affatto interessata ad impedirgli di mettere a segno uno delle più belle reti mai realizzate, ma solo a vendicarsi del gol ingiustamente subito azzoppando in tutti i modi (e si sa, i picchiatori inglesi sono picchiatori per davvero, e sono inglesi per davvero) Maradona.

E’ bello il calcio, ne è bella la storia, il suo ripetersi mai ugualmente.

Purtroppo o per fortuna, non è mai nato e non nascerà nessun’altro Diego Armando Maradona.

Leo Messi? Lo sto ancora veramente aspettando, faccio ancora troppa fatica a staccare gli occhi da Xavi e Iniesta per concentrarmi completamente su di lui. E poi cosa possiamo aspettarci da lui? Un’altra Mano de Dios? Un’altra Napoli in festa (per piasér…)? Altri gol da centrocampo come se piovesse? Punizioni battute senza rincorsa calibrate direttamente nel sette?

Il calcio non si deve ripetere ugualmente, non deve dare dei precedenti sebbene sia così affascinante cercarne di continuo.

Genio e sregolatezza, ma in maniera diversa.So lo Redondo è stato l’erede di Maradona. A suo modo, a suo gusto. C’era un solo modo per evitare d’addossarsi la tremenda eredità del Pibe de Oro. Scansarla. Chiunque venga ora si crogiola nel sentirsi etichettato come il nuovo Maradona. Ma Redondo è stato l’unico, ed è stato l’unico perché è stato l’unico a non pensare a quanto pesasse venire dopo Diego.

Non ha vinto la Coppa del Mondo; d’accordo. Ma se per questo nemmeno altri signori del calcio per niente minori quali -che so- Paolo Maldini o Roberto Baggio l’hanno mai vinta. Nemmeno Platini l’ha mai alzata. Ma non per questo la sua bacheca è rimasta vuota. A ben guardare c’è più roba nella sua che in quella di Diego.El Principe ha vinto più volte la Liga, ha vinto tre Champions League, due da protagonista, e una da comparsa. Nella sua sala dei trofei, di coppe da lucidare ne ha ‘so-quante.

Una comparsata illustre, quella con i colori rossoneri, con il 5 sulla schiena.

Andatosene dal Real dopo aver contribuito a ridare lustro ad una squadra più blasonata che competitiva approda al Milan nell’estate del 2000. A Madrid si sentiva di troppo e a Milano, in una squadra in ricostruzione ma con forti potenzialità, l’esperienza di un vecchio come Redondo sarebbe ancora valsa qualcosa. Tuttavia si infortuna subito e la convalescenza è lunga, lughissima.

Torna due anni dopo in occasione di una partita di Coppa Italia contro l’Ancona, squadra cadetta. Si gioca al Del Conero di Ancona, stadio nemmeno lontano parente del Santiago Bernabeu, dell’Old Trafford o del Giuseppe Meazza in San Siro, ma stadio dal valore evocativo per i cuori rossoneri. Là era tornato Van Basten dopo l’infortunio, là sarebbe tornato Redondo.

Fa ridere leggere la formazione del Milan che quella sera scese in campo contro i biancorossi: Abbiati, Helveg, Chamot, Aubameyang, Dalla Bona, Redondo, Brocchi, Serginho, Leonardo, Tomasson (Fiori, Nesta, Simic, Pastrello, Shevchenko, Pirlo, Favero).

Nei due anni di recupero dall’infortunio Redondo non ha mancato di far parlare di sé, rifiutando lo stipendio del Milan per rispetto nei confronti dei propri datori di lavoro: la mutua non era un lusso tipico di un Principe. Ancora, quando il veterano Billy Costacurta, dopo un anno sabbatico negli States volle riprendersi il Milan, Fernando chiese di potergli restituire il 5, la storica maglia del brianzolo, in segno di onore verso chi di quel numero aveva scritto la storia. Costacurta, non certo un signor nessuno, la cui unica colpa -se così si può dire- è stata quella di aver giocato (comunque quasi sempre da titolare) a fianco di autentici fuoriclasse difensivi che ne hanno sempre adombrato le immense qualità (basti pensare a Baresi, Maldini e Sant’Alessandro Nesta) glie la lasciò. Probabilmente gli era bastato il gesto.

El Principe, anche senza giocare, continuava a seguire regole tutte sue, ideali assolutamente non banali, atipici di un mondo che andava completamente da tutt’altra parte. Quando Redondo fu pronto per giocare, si trovò la strada sbarrata da un giovane centrocampista dalla innovativa e sorprendente collocazione tattica, un promettente quanto ancora incompreso Andrea Pirlo. Redondo s’arrese in panchina di fronte allo stranito cappellone bresciano. A ragion veduta e col senno di poi, s’arrese, certo, infine s’arrese. Ma non all'infortunio, all'agonia di non poter giocare, ai nervi distrutti. S'arrese ad un calciatore e non certo all’ultimo degli scarsi, anzi, ad un talentuosissimo 10 di nuova generazione, per niente genio e sregolatezza, o meglio, un genio preciso e puntuale (come i suoi lanci) e una sregolatezza che andava ricercata questa volta nell’atteggiamento schivo e taciturno.

Genio e sregolatezza, dunque?

Tutto si ripete, ma è un bene se lo fa in maniera diversa.

Redondo deve essere considerato uno degli ultimi fantasisti propriamente detti. Fantasioso nel modo di giocare e bizzarro nel modo di comportarsi. Ma, nonostante questo, è stato un perfetto e raro esempio di disciplina tattica. UNO degli undici, non IL dieci.

Fernando Carlos Redondo Neri, classe ’69, “Soprannominato il Principe per il suo pregevole stile di gioco, è considerato uno dei più grandi centrocampisti argentini di tutti i tempi. La rara classe, unita all’ottima tecnica ed alla genialità delle sue giocate, ne ha fatto un calciatore stimato ed ammirato da compagni ed avversari. Riusciva con la sua classe a sopperire alla lentezza di base. Redondo infatti non era certo un fulmine di guerra riguardo la velocità ma nonostante questo raramente gli avversari riuscivano a togliergli la palla.” (Wikipedia)

Gli invasori devono morire

E' rarissimo che io pubblichi un video, specie perché dopo averlo postato su Facebook è difficile ricevere commenti qui.
Ma lo metto ugualmente.
Lo metto per me, per riguardarlo ogni volta che rimetto occhi in questo blog.
Questo live è una cannonata.
Io devo vederli.
Quando al 56'' il batterista inizia a picchiare non ce n'è più per nessuno.

Portatemi all'ospedale, ve ne prego.

Annus horribilis

Tre mesi e sarà tempo di bilanci.

Interno del cd di Brunori S.A.S. Vol.1

Una volta divoravo musica, ascoltavo qualsiasi presunta next best thing di qualsivoglia nazionalità e genere. Ora invece preferisco farmi guidare dall’istinto e dall’esperienza.
Una copertina che mi ispira, una recensione fidata, un gruppo che conosco già, un genere da esplorare, something like this.


I Ministri
con TEMPI BUI sono stati davvero sintomatici nell’inaugurare il mio 2009, una specie di “profeti del durante” e con Bevo, Tempi bui e Diritto al tetto, si son fatti volere bene.
I Royksopp con JUNIOR mi hanno regalato alcuni piacevoli momenti di elettronica: Happy up here, The girl and the robot, This must be it e Royksopp Forever. Niente di fresco però, niente che faccia gridare al miracolo, nessuna Invaders must die, nessuna Stand up degna di simil-prodigiana menzione.
Gli
Yeah Yeah Yeahs di IT’S BLITZ si sono confermati un gruppo difficilmente evitabile. A loro modo riescono sempre a farsi notare. Tuttavia si tratta di un album più gradevole che bello.
Dente, ecco Dente forse è la vera novità di quest’anno. Se il 2008 è stato l’anno de Le luci della centrale elettrica, il 2009 potrebbe e avrebbe dovuto essere l’anno del fratello musicale di Brondi, ossia Dente. Considero La presunta santità di Irene una canzone che abbia ogni sacrosanto diritto per finire nella compilazione definitiva del 2009, come credo che siano splendide Quel mazzolino e La più grande che ci sia. Ciò detto, non credo sia niente di memorabile.
WEST RIDER PAUPER LUNATIC ASYLUM
dei Kasabian: d’accordo, Where did all the love go?, Underdog e Fire (più del terzo, i primi due) sono pezzi strepitosi, il resto -detto come va detto- è bella merda.
Il mio stimatissimo
Ben Harper con WHITE LIES FOR DARK TIMES mi ha svenduto le belle ma troppo solite e scontate emozioni con Fly one time e Shimmer & Shine.
Dai PGR mi aspettavo molto, ma molto di più. Troppo poco Cronaca montana e le due Cronache di guerra per chi vent’anni fa scriveva Affinità e divergenze.
BACKSPACER
dei Pearl Jam non mi ha detto niente. Ma fondamentalmente il suono dei PJ, per dirla alla Lucaricchi, mi ha sempre detto “zero”.
Gli
Arctic Monkeys hanno dimostrato solo una cosa con HUMBUG: ossia che a Sheffield e zone limitrofe è finita la birra e sono avanzati solo i resti del fusto dei Last Shadow Puppets.

Brunori SAS
è uno due tre passi rispetto a Dente. Lo voglio ascoltare fino ad esaurire le scorte di giudizio. La frase di Nanà, “nel mio mazzo di carte ho troppe figure e pochissimi assi” è la didascalia dell’anno musicale, nessuno davvero in grado di sostenere la sfida della memoria, di consacrarsi e consacrare questo anno, un anno orribile, a meno che non succeda qualcosa nei prossimi tre mesi.

Citazione importante: la prima strofa di
Kimono dei Caduta Massi (GRAZIE ALL’INQUIETUDINE), comprensiva di intro caotico e attacco di chitarra sola dopo il primo ritornello non merita di valere solo 8 €. Altrimenti ci sono almeno dieci gruppi che quest’anno mi devono un sacco di soldi.

La raccolta
THE DREAMS WE HAVE AS CHILDREN di Noel Gallagher è un gioiellino, poc da fer. Per la serie “vi faccio un best dei (cosiddetti) worst”.
Il live LES BAINS DOUCHES dei Joy Divison invece è un capolavoro. Disorder indiavolata vale tutto quel che possono valere i Joy Divison, nel bene come nel male. Ho imparato questo disco a memoria neanche fossero le mie generalità: A means to an end live era avanti almeno 30 anni. Se ora penso che c’è chi valorizza gli Editors mi viene male.

Mica facile classificare questa roba, mica facile metterli in fila.

A n’è mia facil.

Le 10 migliori foto dell'estate

Su consiglio di Emanuel Gavioli lancio questo sondaggio che trovate di fianco a destra.
Quali é, di queste dieci foto relative agli eventi più significativi di questa splendida estate, la migliore?
Qual'è la foto dell'estate 2009?
Votate!

Alcune doverose premesse prima di cominciare.
Le foto sono state scelte esclusivamente in base a criteri estetici ed affettivi ed ognuna di queste si riferisce ad un evento a sé.
Non più di un'immagine per evento.

Secondariamente non è voluto che siano (più) presenti alcuni soggetti piuttosto che altri.
Infine, di alcuni importanti momenti non sono presenti immagini (e mi riferisco alla borlengata da Gavioli e alla Festa a Bestia di Riccò). E' un peccato ma è così. O forse, considerando e ricordando la maestosità degli eventi è meglio così, è meglio che s'incamminino con pieno merito e a pieno diritto dritti dritti lungo i sentieri della memoria, già diventati strade della leggenda.

Pronti? Via!


I pazzi siete voi (by Fonzo), Fogliano, 6 Giugno 2009
Parto con un'eccezione alla regola. Questa immagine non è di questa estate ma risale a tarda primavera e ritrae un agitato Max Morini intento a urlare il suo disappunto verso il mondo. Non è una foto estiva, ripeto, ma ho voluto inserirla per alcuni motivi. Innanzitutto perché solo in una delle seguenti nove fotografie compare il Moro, e una sola sarebbe stata insufficiente per un personaggio fondamentale di quest'estate, e in secondo luogo perché la Grigliata dal Bomber -evento cui è riferita l'immagine- la ricordo con entusiasmo e dispiacere, ed entrambi i sentimenti si ricollegano allo stesso motivo: troppa birra. Una Disorder dei Joy Division me la passate come pezzo da ricordare in sottofondo?


Spark #1 (by Fonzo), Fuorano Modenese, 14 Giugno 2009.
Le seconde riprese del mediometraggio di Spark. Scatto alla banda di scagnozzi capeggiati dalla temibile quanto affascinante Valeria Green. L'immagine di una due giorni intensa e divertentissima con cui dare il via alle danze estive. Dovessi associare una canzone a questa fotografia, be', vi dico Roulette Dares (The Haunt of) dei Mars Volta e ringrazio Domenico Guidetti per l'imbeccata.



I noti scrittori emiliani (by Zeman), Pavullo n/F, 4 luglio 2009.
Il 'noto scrittore emiliano' Emanuel Gavioli e l'aspirante 'noto scrittore emiliano' Nicolò Gianelli. Questa foto è stata utilizzata anche come temporanea "locandina-facebook" di Emilia Ruvida. Ci fosse stata in sottofondo una versione acustica di Soft Shock degli YYYs sarebbe stata perfetta. a descrivere il momento.



Il GDM (autoscatto), San Dalmazio, 7 Luglio 2009.
Immagine che sancisce la nascita del GDM, acronimo che sta per "Gruppo della Madonna", o anche "Giovani di Merda". Ricorderò quest'estate anche per la malatissima idea di inaugurare le balle infrasettimanali, una di queste pigliata proprio in occasione della fondazione del Gruppo della Madonna. Forse Where is my mind dei Pixies ben s'addice al momento.



La vincitrice annunciata (by Zeman), Pavullo n/F, 11 Luglio 2009
In occasione del concerto dei Caduta Massi, Santu ed E brindano all'evento con tutto l'entusiasmo tipico dell'appena trascorsa estate frignanese. La premessa-immagine di un dichiarato delirio. Ho intitolato la fotografia in questo modo perché questa è chiaramente una delle potenziali vincitrici del sondaggio. Troppo facile la scelta della canzone da accompagnare alla visione della fotografia: Bevo de I Ministri.



FDB 2009 (by Panino). Pavullo n/F, 26 Luglio 2009.
Festa della Birra. Il grave errore dei gestori del 'Gazebo Rock' è stato quello di avere caricato il lettore di canzoni degli Oasis. La conseguenza intermedia è stata quello di trovare perennemente a banco due coglioni che sbraitavano ogni parola di ogni singola traccia. Il risultato finale, complice la connivenza dei gestori stessi, si è tradotto in una continuativa offerta di birre a gratis per i due eroi, i quali non hanno mai bevuto così tanto a sbafo in vita loro. Il tutto cantando Acquiesce e Supersonic.



Emilia Ruvida (by Elena Ravera), Duna del Tiepido, 27 Luglio 2009.
Molto difficile la scelta della fotografia da inserire in questa raccolta. Molto bravi entrambi i fotografi, l'Elena Ravera e Fonzo, e meravigliosi moltissimi scatti. Senza alcun narcisismo mi sono orientato su questa, per l'espressività, l'intensità, il momento. Dovessi pensare a una canzone per ricordare l'esibizione, non troverei niente meglio di Curami dei CCCP.



La spaventatissima (autoscatto), Barigazzo, 16 Agosto 2009.
Come da tradizione consolidata negli anni i superstiti ai 5 massacranti giorni della Festa dei Lamponi si ritrovano per la 'Cena dei Reduci' prima di congedarsi gli uni dagli altri e darsi appuntamento a più saltuari eventi. Più che una cena, l'ennesima occasione per dissanguare ogni bottiglia possibile, col risultato di cimentarsi in fotografie stupide ed inverosimili. Revolution 909 dei Daft Punk come insostituibile colonna sonora.



Spark #2 (by Laura Longo), Formigine, 27 Agosto 2009.
Cosa volte che vi dica? Saranno i personaggi ritratti, saranno i loro vestiti da yids, saranno la grana e il colore di questa fotografia, sarà stato il momento, ma io di SPARK+PRELUDIO - Last Set scelgo questa. L'incontestualizzabile Cavo di Elio e le Storie Tese è l'unica canzone che s'addice al momento, forse.



FAB vs Digos (by Zeman), Pavullo n/F, 4 Settembre 2009.
La serata che doveva essere il ritrovo dei festanti barigazzini è ben presto trasformata dalla Digos in una selvaggia caccia all'uomo culminata nella cattura dei pericolosissimi Berta, Zeman, Dom e Ile. Ma nulla, nemmeno la Digos può fermare la 'Festa a Bestia'. Qualcosa più di Police on my back dei Clash vi sembra appropriato per descrivere il momento?

Votate!

Thank you for the good times

Non ho la presunzione di conoscere gli Oasis meglio di chicchessia, tuttavia non solo li ho ascoltati e suonati un numero spropositato di volte, immagazzinando quelle sfumature e quei dettagli tecnici propri del loro stile, ma si tratta anche del gruppo di cui possiedo il maggior numero di dischi, che siano album, singoli, inediti, bootleg, rare/fake, live, acustici, ibridi di ogni, e chi più ne ha più ne metta.

Solo se tirassimo in ballo Ferretti, i Litfiba, gli Afterhours, i Marlene, Elio, i Beatles, i Clash, o i Joy Division avremmo -all’interno del mio personale panorama musicale- qualcuno di altrettanto rilevante.

E non mi vergogno affatto a mettere i fratelli Gallagher al primo posto di questa mia classifica musicale e personale di gusto e affetto.

Dopo lo scioglimento, del quale non mi dichiaro affatto scontento, ho pensato di ultimare qualcosa che avevo sempre avuto intenzione di fare ma che prima, chissà perché, non avevo mai realizzato, ossia un compilazione spietata di quanto meglio sia stato da loro prodotto: un compromesso tra canzoni di cui sono sempre stato profondamente innamorato, classici irrinunciabili, cover straordinarie, gig acustiche di rara bellezza e sperimentazioni azzardate.

La selezione è stata possibile anche grazie all’aiuto di fratelli e sorelle mancunian-in-arms che sono stati al gioco attribuendo ad ogni canzone degli Oasis un voto di piacere e di merito, permettendomi di giudicare ogni cosa con attenzione e completezza. Ovviamente, qualora ci sia stato da fare scelte cruciali ed esclusioni, me ne son preso la pesante quanto piacevole responsabilità.

  1. Fuckin in the bushes. O si parte così, o non si parte.

  2. Acquiesce. Diciamocelo. Questo pezzo non mi ha mai fatto impazzire, però è il solo in cui sia Liam che Noel fanno da prima voce, rispettivamente il primo nella strofa e il secondo nel ritornello. Imprescindibile. Effimere le liriche “Because we need each other, we believe in one other…”. Be’, questo è ancora tutto da dimostrare, caro Noel.

  3. Wonderwall.Al mio primo maestro di chitarra dissi così:”Per la prossima volta io imparo il Gatto e la Volpe, così sei contento, vedi che mi impegno, che son sul pezzo. Se però, questo giro di merda di Do te lo eseguo magistralmente, tu dopo mi insegni Wonderwall.” Così fu. Fondamentalmente se suono la chitarra, il grosso merito va a questo geniale quanto banale incastro di accordi.

  4. Supersonic. Paradigmatico il video, girato sopra un palazzo che s’affaccia sulla stazione londinese di King’s Cross. Come a voler dire:”Veniamo dalla fatiscente Manchester, ci vestiamo male, la nostra tecnica è spazzatura ma ora guarderemo tutto il mondo dall’alto verso il basso.”

  5. Falling down - Chemical Brothers remix. Noel Gallagher ha sempre avuto una marcia in più. Compone un tema e poi lascia che le migliori scuole d’elettronica inglese se ne impossessino, che i Chemical Brothers e i Prodigy ne facciano remix e campionature, della serie:”Suono la chitarra in una rock’n’roll band, ma all’occorrenza potrei fare il dj in un rave a Brighton”.

  6. The shock of the lightning. L’esemplare dimostrazione di come fino al 2008 l’Inghilterra non abbia più visto un gruppo rock coi fantacazzi che sapesse suonare canzoni rock propriamente dette e non solo looppare le solite canzonacce di tendenza con cui i vari Franz Ferdinand, Bloc Party, Kaiser Chiefs del cazzo ci hanno defiitivamente rotto i coglioni. “Ciao, siamo gli Oasis. Noi abbiamo quarant’anni suonati ma facciamo cantare tutti gli stadi inglesi COME IN, COME OUT, TONITE!!! Voi altri invece fate cagare, e con un riff del cazzo ci tirate a campare. E avete vent’anni. Fottetevi, fottetetevi tutti.”

  7. Listen up. Se dei ciarlatani qualsiasi avessero mai scritto un pezzo così, a quest’ora forse conterei anche altri gruppi di riferimento nella perfida Albione. E invece stiamo parlando di uno dei tre b-sides di Cigarettes & Alcohol. Incredibile.

  8. The Masterplan. Dovevo scegliere tra questa e Don’t look back in anger. Ho scelto questa. E’ entrato in gioco l’affetto. La tirai giù ad orecchio quando avevo sedici anni (e neanche un torto) in maniera prima imbarazzante, quindi disastrosa e infine quasi pedissequa. Mi ha permesso di sopravvivere ai noiosissimi pomeriggi invernali della mia quarta liceo che altrimenti avrei passato a studiare improponibili autori latini. A ben guardare ci ho preso: di Petronio ‘Arbiter’ non ricordo un cazzo, The Masterplan la so ancora suonare alla perfezione. Evidentemente, se il test of time ha privilegiato il ricordo della seconda, un motivo c’è.

  9. Cigarettes & Alcohol. “Is it my imagination or have I finally found something worth living for?”

  10. The importance of being idle. Ditemi quel cazzo che vi pare, ma questa canzone è talmente patocca che da Londra a Middlesbrough avrebbe potuto scriverla qualsiasi infante chitarra-munito che avesse ascoltato almeno una volta nella vita I’m only sleeping dei Beatles (così da essere anche aiutato nello scrivere il testo). Eppure, non so com’è, ma ho l’impressione che solo gli Oasis avrebbero potuto renderla così bene.

  11. My generation (cover The Who). I sedicenti esperti musicali più di una volta hanno sentenziato:“Gli Oasis fanno cagare, non sanno suonare, fanno sempre le stesse quattro cazzate”. Benissimo, cosa dovevano fare per dimostrare il contrario? Dovevano coverizzare un pezzo impossibile degli Who? Riprendere un giro di basso supersonico di John Entwistle e cercare di velocizzarlo ulteriormente? Interpretare il cantato fuori tempo di Roger Daltrey in modo tanto fedele quanto originale (e già che c’erano spostarlo di tono così da rendere il tutto un po’ più dinamico)? Perfezionare l’incalzante batteria di Keith Moon? Be’, lo hanno fatto. Dico a voi, puristi e accademici dei miei coglioni: andatevene pure a fanculo. E tranquilli, che quelli che ascolto io raramente son dei cazzoni.

  12. (It’s good) to be free. Di diciassette tracce che sono state selezionate, questa è di sicuro la meno meritevole di comparire. Non fosse che una delle sue liriche dà il nome al primo live in vhs degli Oasis datato 1994, non fosse che “the little things they make so hAppy” sono sette parole sette così tanto stupide come altrettanto dirompenti, non fosse che l’intro e l’outro sono totally out of bound, non fosse che il riff del ritornello è superiore all’intera discografia degli Editors, non fosse che chiuderò questa tremenda sbabbelata con un’altra frase di questa canzone… insomma, non fosse per tutti questi particolari, sicuramente non l’avrei messa.

  13. I am the walrus. (cover The Beatles). Attualmente esistono pochi gruppi che sappiano reinterpretare i Beatles senza essere una fottuta cover band dei Beatles. Però no, non sono gli Oasis. Non so quali siano ma non sono gli Oasis. Sono gli Stereophonics, sono i Travis di merda, sono Pete Doherty e Carl Barat le poche volte che vogliono far trionfare i buoni sentimenti… Gli Oasis reinterpretano gli Smiths, ok? Reinterpretano i Jam del cazzo, va bene? Non reinterpretano i Beatles. Avete presente With a little help from my friends rifatta da Joe Cocker? Ecco, quel pezzo è un raro esempio di come sia possibile prendere una canzone dei Fab Four e migliorarla. Se esistesse una compilation di brani appartenenti alla stessa esclusivissima categoria, I am the walrus ne farebbe tranquillamente parte, con buona pace di John Lennon, Paul McCartney e di tutti gli elemntary-penguins-singing-hare-krishna di ‘sto cazzo.

  14. Whatever. Questa non è una canzone, questa è una preghiera.

  15. Columbia. Pezzo che da solo vale tutte le tracce, che so, di un Be Here Now qualsiasi. La più joydivisioniana tra le canzoni degli Oasis, forse la sola.

  16. Half the world away. Mi son stancato di parlare di Half the world away.

  17. Can you see it now. Una più che onesta chiusura post-rock per quella che molto, forse troppo, decisamente troppo, si limita ad essere la ghost track di Don’t believe the truth.

Nel raccogliere questi pezzi ho rivisto le copertine dei singoli, ho riascoltato per intero album che non inserivo nel lettore da una vita e mezzo, ho risuonato pezzi che m’hanno cresciuto, ho ricordato sentimenti che credevo sopiti. E’ stato un viaggio straordinario nella memoria, la mia, e nella musica, degli Oasis.

E’ profondamente ingiusto racchiudere 15 anni di carriera in 80 minuti.

Se non altro, in my mind there is no time.


Appendice.

Dall’album Definitely Maybe: Supersonic, Cigarettes & Alcohol, Columbia.

Dal singolo di Cigarettes & Alcohol (nonchè dalla raccolta The Masterplan): Listen up, I am the walrus.

Dal singolo di Whatever (nonché dalla raccolta The Masterplan, eccezion fatta per Whatever): Whatever, It’s good to be free, Half the world away.

Dall’album (What’s the story) morning glory?: Wonderwall.

Dal singolo di Some might say (nonché dalla raccolta The Masterplan): Acquiesce.

Dal singolo di Wonderwall (nonché dalla raccolta The Masterplan): The Masterplan.

Dall’album Standing on the shoulder of giants: Fuckin in the bushes.

Dall’album Don’t believe the truth: The importance of being idle, Can you see it now.

Dal singolo di Songbird: My generation.

Dall’album Dig out your soul: The shock of the lightning, Falling down.

Memorandum.

Fa paura pensare che il singolo di Whatever (pezzi contenuti: 4) conta 3 pezzi all’interno di questa selezione. Fa altrettanta paura pensare che The Masterplan è un lato b del singolo di Wonderwall. Fa ancora più paura pensare che The Masterplan, raccolta di b-sides ne conti 6, il doppio dei brani di Definitely Maybe, tanto per gradire.

All this confusion, nothing's the same to me



Sono stanco, in realtà sono stanco.

(lettura da accompagnarsi con Góðan Daginn dei Sigur Ros)

"The Fall", lo chiamano in America, l'autunno. Il nome richiama l'idea della caduta delle foglie dagli alberi e in senso lato rappresenta la fine di tante cose, delle giornate lunghe, del caldo, del bel tempo: la caduta, appunto.
Sono sempre stato spaventato dall'autunno, dalla caduta. E fa strano per me, novembrino, nato in una notte fredda ed invasa dalla nebbia. Per diritto di nascita dovrei sentirmi a mio agio in autunno, dovrei non soffrirlo. Invece ne subisco il fascino, questo è certo, ma in verità lo detesto. Odio settembre, odio il primo di settembre, è il richiamo dell'autunno. Odio la tristezza che mi sale nelle ossa, che risucchia ogni voglia, il buio avanti sera, il fottuttissimo freddo.
Il trucco è sempre stato preservare le forze per affrontarlo al meglio, non bruciare tutte le mie energie in estate, pormi dei programmi, sopperire alla completa mancanza della vitalità autunnale con artifici e fantasia.
Quest'anno è diverso, quest'anno sono stanco.

"E' stata un'estate bellissima", mi hai detto.
"Ti sei divertito: hai stretto amicizie, ne hai rafforzate altre, hai avuto delle grandi opportunità."
Ed io, sì, ho annuito.
SPARK,
il concerto dei Caduta Massi, la FDB, Emilia Ruvida, la la FAB da Santu, Festa dei Lamponi, Tregua, il mio Fender nuovo, la futura band (i Four Fuckin Fingers?), il matrimonio dell'Eliz.
Mi hai chiesto:"Cosa vuoi allora? Cosa c'è che non va?".
Non so risponderti, ma so di non essere a posto. E' stato tutto veramente intenso e confuso, caotico. "This is confusion, am I confusing you? This is confusion, am I amusing you?". Tante volte -vorrei risponderti così- "Non ci ho capito un cazzo, ma mi sono divertito". Altre volte ho visto cose che avrei preferito non vedere, che mi hanno dato fastidio, cose che in un'estate diversa forse non avrei vissuto, e nemmeno avrei potuto intuire. Tutte queste cose ora non riesco a nascondermele e con l'avvicinarsi dell'autunno si fanno solo più pesanti.
"Sono cazzi miei, non capiresti mai".
E la cosa peggiore è che non riesco a parlarne con nessuno.

"I can't tell you the way I feel, because the way I feel is oh so new to me."

Barigo 2009 - I tempi cambiano


I tempi cambiano.
E' come guardare gli annali calcistici, notare le differenze tra le foto scattate di anno in anno alla stessa squadra. Magari nell'immediato non cambia niente, manca solo qualche giocatore irrilevante, ma a distanza di anni le differenze si fanno profonde e si coglie appieno ogni minimo cambiamento.

Ecco allora che si riconoscono i veterani della squadra, le colonne del gruppo, quelli che ci sono sempre stati e non hanno mai mollato neanche venti centimetri, quelli che hanno sempre saputo combinare il più flessibile grado di adattamento verso il nuovo che avanzava alla resistenza per le proprie tradizioni, le proprie scontate quanto necessarie tradizioni create da monelli e preservate a discapito del tempo.
Così diversi, così uguali.

Una canzone dice: "Non c'è nessun 'da sempre' da tenere a mente, non c'è nessun 'per sempre' da custodire avidamente": be', Barigo sa evadere da questo cliché ed è cosa buona e terapica.

Non c'è chi, per scelta volontà o altruismo, ha fatto un passo indietro e si è chiamato fuori. Ne va che chi è rimasto abbia dovuto (e saputo) fare un passo in avanti, consapevole di avere le spalle un po' meno coperte degli anni passati. Non è stato facile ma è stato necessario. C'è chi ha sostituito chi non c'era, e l'ho fatto nel miglior modo possibile, essendo sé stesso e giocando come sapeva: più che capace di rimanere sul pezzo.

Ci sono i nuovi acquisti che non è dato sapere quanto si affezioneranno alla maglietta, ma che hanno dato tutto e solo per questo vanno ringraziati e riveriti. Qualcuno è una promessa e nemmeno lo sa, qualcun'altro sarà solo una promessa mancata.

Poi i futuri capitani, i "giovani vecchi", quelli che sono arrivati con un discreto gap di ritardo ma sono entrati nello spogliatoio con il giusto spirito e non hanno avuto paura quando è stata ora di far rifiatare i vecchi leoni.

C'è chi ha fatto meno del previsto e dell'auspicabile ma è normale così: un anno un po' meno brillante capita a tutti.


Mi ha colpito vedere alcuni filmati che abbiamo girato e alcune foto che abbiamo scattato. Ritraevano scene normalissime ma impossibili da pensare anche solo un anno fa. Dei soggetti ripresi o ritratti io ero il più "anziano", e dietro di me un ragazzo che sarà venuto a Barigo tre volte in tutto, e nemmeno tutti i giorni delle vacanze. Eppure era imprescindibile. Tutti gli altri erano volti nuovi.

I tempi cambiano, ma è giusto così, significa che comunque vanno avanti, significa che qualcosa continua a muoversi. Barigo mi fa ragionare, mi fa ritornare a quello che conosco, mi mette in pace col mondo e mi dà quel equilibrio nel valutare le cose che non trovo da nessun'altra parte, mi permette di ripartire a mente fredda, da zero. Non credo che nessuno mi possa capire, ma dopo aver passato un anno intenso come è stato per me il 2009, Barigo mi ha permesso di vedere tante cose con i giusti occhi. Non è poco.



Non pestate il verde, non pestate il verde! Le moretti "incenerite" (maledetto Moro), le squisitissime Kiefer, la cortesia di Luca al bar, le 'scurissime dell'Ile', la benzaina (e come dice l'Ile "La sgasatura, tengo a precisare, era dovuta ad un paio di lanci della bottiglia piena di doppio sMALTO ancora non miscelato. Successivamente aperta e fatta completamente sgasare. Dopodichè è stata necessaria una aggiunta di Moretti che, purtroppo, ha tolto un po di retrogusto acido.," )la vagYna, la mazda guidata da me (peggio che se l'avesse guidata un bariago) ma non -e sottolineo NON- dalla Fré, le premiazioni, la Meike perennemente in bagno, il tip tap di Fabìn sotto le note di "domani", Kim, il campanello suonato da Fabìn, il volo giù dalle scale, la doppio sMALTO, vavangulo Fabio, la festa a bestia, le G-wars, Lollini alle 4 di notte, il cybo di Dom e Berta, il Noto in forma campionato, la mansarda trasformata in una comune, i suoi abitanti segregati in casa, la cena dei reduci Fabìn sbronzo la prima sera... e altro ancora da aggiungere...

Qui le migliori foto della vacanza.
Barigo 2009

Emilia Ruvida: tanta roba.



EMILIA RUVIDA
ha tantissimi significati: alcuni personali, emotivi; altri invece di più ampio respiro.
Ha significato per me un ritorno sul palco con una veste che mai mi sarei aspettato di indossare ma cui da sempre avevo ambito. Ha significato vivere emozioni fortissime davanti alle persone che da sempre mi sono vicine, a fianco di quelle con cui ho più affinità “artistiche”, insieme a quelle che conosco da poco ma con cui ho raggiunto da subito un grado di intesa straordinario, ed infine senza alcune di quelle che -se non altro per debito di crescita comune, di affetto e di rammarico- sono state cruciali nel condurmi dove sono ora.
Ma del resto ogni cosa ha il suo tempo e quasi mai è sbagliato, semplicemente è il tempo che doveva essere.

EMILIA RUVIDA è stato Il logico coronamento del week end più intenso del mio 2009.

EMILIA RUVIDA è stato qualcosa di nuovo che occorreva avere il coraggio e la sconsideratezza di osare perché manifestazione sincera della genuinità e della forza di persone fuori dagli schemi. Un animo profondamente emiliano, un animo contraddittorio per sua stessa natura, capace di alternare all’entusiasmo il dolore, alla poesia la volgarità, alla spensieratezza la riflessione. Ruvidità: è questa la parola, e Jean è stato bravo nell’individuarvi tutti quei significati che io sto provando a trasmettervi e che lui, meglio di me, ha sintetizzato nell’introduzione alla serata.

EMILIA RUVIDA rappresenta qualcosa che “sta passando”.
Sarò romantico, vedrò disegni dove non ci sono, ma dico una cosa e la dico fuori da quelli che dovrebbero essere gli standard di una recensione fatta ad arte. In EMILIA RUVIDA, sia sul palco che fuori, ho visto il MEF e gli spiriti ad esso vicini, ho visto l’ORDINE DEI CAVALIERI NERI, ho visto uno degli indiscussi maestri/factotum della musica maranellese ed infine, ed è con grande piacere che lo dico, ho visto i rappresentanti di due diverse generazioni di musicisti del Frignano.
Sì, d’accordo, siamo tutti amici e siamo tutti amici di amici.
Ma è solo questo? Non credo.
Le persone che si devono incontrare prima o poi si incontrano e quando questo avviene si cambia passo ed è tutto un altro andare.
  • Il primo ringraziamento va al Moro, il braccio organizzativo dell’evento.
  • Il plauso più grande è per Jean, a mio parere e senza nulla togliere a nessun altro, l’artista dal maggiore talento e nonostante questo una persona dalla splendida umiltà. Incredibile il modo in cui ha coordinato il caos: in maniera totalmente libertaria ma con maestria. Non mi so spiegare come abbia fatto.
  • Lo stupore è per Pol: completamente out of border.
  • Riconosco poi una sempre più forte ammirazione per Gavioli, il Noto Scrittore Emiliano. Più di una persona, a fine serata, mi ha detto:”Avevi ragione, Gavioli legge veramente bene”. Gavioli non legge bene, Gavioli quando legge ti spacca la testa e ti fa entrare nel suo mondo. Quando ne esci, che ti sia piaciuto oppure no, non sei più lo stesso di prima.
  • La naturale stima è accreditata a “Lo Scemo”, Berta: la mia chitarra disturbata prediletta. Con Bebe puoi solo urlare dei "Festa a bestia!" ma non puoi farci un discorso serio neanche a pago. Eppure come capisce lui quel che io vorrei che le note trasmettessero non lo capisce nessun altro.
  • La piacevole incomprensione, e lui sa perché, la giro a Dave Ravera e alla sua semiacustica.
Last but not least:
  • Fonzo perché c’è sempre e dove lo metti sta.
  • Santu perché anche lui è EMILIA RUVIDA, cazzo se lo è, e io lo adoro. E il prossimo anno sale sul palco, a pieno merito e pieno diritto di ruvidezza.
  • La Linda, non solo per la disponibilità tecnico-fonica, ma anche e soprattutto per l’amicizia e la stima accordateci. Un conto è sentirsi dire “Bravi!” da Peggy della Baracchina (con tutto il rispetto per Peggy e per la Baracchina, si badi!), altra cosa è sapere di avere emozionato chi l’11 Luglio ha emozionato tutti quanti.
  • Aristide perché al mixer e alla “presenza”, se avessi potuto scegliere io, avrei scelto lui.
  • Vantin (Santo Subito) per la splendida grafica della locandina.
  • Dom per il pranzo ruvido che mi ha allietato la domenica.
Ringrazio tutti quelli che non ho citato per essere intervenuti, davvero.

Un’amica mi ha detto che ad una certa età diventiamo tutti grandi, che ci è concesso sognare solamente dalle sei di sera in poi. E’ così. L’importante è continuare a mettere in cantiere sogni come quello che abbiamo appena realizzato.
EMILIA RUVIDA: tanta roba.


“Un ricordo dell’EmiGLIa, dell’ItaGLIa, da portare, signori, nella vostra patria: in Inghilterra, in FranCia, in GiaPone, dove volete! Signori, BUONASERA!!!”
(Noia, live in Baveno 1989, CCCP)


E vent'anni dopo...



“E che dai graffi che avete sulla pelle vi entri un po' del nostro sangue: EMILIA RUVIDA!!!”
(Introduzione, live sull'Estense 2009, Jean)

Il mio regalo a Nicola

Una volta Checco mi ha salvato la vita, per questo penso sarà un ottimo padre.



Era una cena dell’università. Io ero andato con Bellei, un ragazzo di Maranello che mi aveva detto:”La macchina la prendo io. Non bevo anche perché vorrei tornare presto che domattina mi devo alzare!”.
Eravamo al Pellicano, ammesso che sulla Via Emilia esista veramente un posto che si chiama così. Come al solito noi ragazzi stavamo per i cazzi nobis. Eravamo circondati da una caterva di brillanti universitarie, ma eravamo superiori a questi beni materiali. Eravamo troppo impegnati a cazzeggiare. Bevemmo in quantità industriale quel cazzo di vinello annacquato che non ti danno nemmeno nei peggiori bar di Caracas (se non altro per rispetto) ma che trovi tranquillamente nelle bettole di merda di Modena.
Poi grappe, limoncini, montenegro, ecc…
Al tempo si poteva ancora fumare dentro ai locali e ovviamente noi avevamo creato una cappa assurda fumando sigarette senza sosta. Era inverno per cui nessuno poteva anche solo essere sfiorato dall’idea di aprire le finestre, nessuno faceva circolare l’aria: troppo freddo. Una combo alcol-fumo che sarebbe stata devastante anche per i peggiori alcolizzati di Millwall. Avevo un mal di testa che non sapevo dove stare.

Dopo un po’ Bellamix, uno dei ragazzi di Reggio, decise che era ora di farsi un faggiano inside the restaurant, tanto con tutto il fumo che c’era dentro quella stanza bastava aprire un po’ la finestra e fumarselo di costa sul davanzale che nessuno se ne sarebbe accorto.
Così fu.
Dopodichè uscimmo dal ristorante.
Bellamix non era ancora soddisfatto e si preparò un altro faggiano.
Partecipai anche io alla festa.
Sbagliai, sbagliai alla grande.

Tra il vinello, gli amari, gli ammazzacaffé, il fumo fumato e il fumo respirato, quei tiri mi diedero il colpo di grazia.

C’era un freddo porco, eppure dopo quel tiro avvertì un caldo boia. Mi spogliai e pensai ci fosse freddo e non capivo perché: avevo fatto giusto. In linea teorica avrei dovuto stare meglio.
Mi sedetti, sentii la testa pesantissima, ingestibile, come un corpo morto che ad un certo punto mi si sarebbe staccato dal collo. Una palla da bowling che mi si era appoggiata sulla parte alta della schiena. Mi misi nella macchina di Bellei, la so called NANDO, sperando che capisse che volevo andare a casa, che non stavo bene.
Bellei, di tutta risposta, duro da radere, arrivò e si mise a smuovere la NANDO, spingendola a destra e a manca.
Stavo malissimo.
Malissimo: gli strattoni che Bellei infliggeva alla povera Nando mi stavano massacrando.

Uscii dalla NANDO che i ragazzi stavano pensando di trasferirsi in una birreria lì vicino.
Bellei era carico come un treno, Bellamix continuava a distribuire pace e amore in forma hippie, gli altri facevano cerchio intorno a questi maestri di cerimonia.
Io non ce la facevo e Checco, l’unico che aveva capito come cazzo stessi, si offrì per portarmi a casa.
Bellei gli disse che io ero in macchina con lui e che non avrebbe avuto senso che mi portasse a casa, che gli si allungava il giro…
‘sta cosa faceva ridere dato che Bellei aveva preso una ghianda esagerata e dato che a sua volta lo avrebbero portato a casa… a me stava per portarmi a casa uno di San Gerro e ok, mi salvo in corner…. Bellei sarebbe stato portato a casa da uno di Bibiano (50 km di distanza da Maranello) che avrebbe guidato la NANDO, seguito da uno di Albinea (40 km di distanza da Maranello) che avrebbe poi riportato il bibianese a Modena (18 km di distanza da Maranello) perché riprendesse la sua macchina e se ne tornasse a casa…

Checco mi infilò nella Bravo e mi disse:”Fermami quando stai male”.
So solo che ho riaperto gli occhi che eravamo a Saliceta San Giuliano e nella mia testa, dove non c’era assolutamente un chiaro senso del tempo ("in my mind there is no time" come direbbe Noel) era passata una mezzora abbondante. Per me dovevamo già essere a Maranello. Invece eravamo lì con Checco che mi diceva che ascoltando Johnny Cash mi sarebbe passato tutto. Mi chiedeva se avessi freddo e dicevo di sì. Mi chiedeva se avessi caldo e gli dicevo di sì. Ad un certo punto mi fa:”Zeman, ma hai caldo o freddo? no perché è febbraio e io sto tenendo giù il finestrino perché tu mi dici che hai caldo…”

Sembravo Bart quando in quella puntata continua a chiedere a Homer: “Siamo arrivati? E adesso? E adesso? E adesso?” Non passava un cazzo. Chiudevo gli occhi e provavo a dare un senso al percorso. “Saranno passati dieci minuti, sicuro, saremo già alla Bertola”. Non eravamo che al semaforo della Stradella.

Non ricordo in quanti posti vomitai prima di arrivare a casa. Di sicuro in una qualche frazione di Formigine. A Casinalbo e a Baggiovara direi che ci siam fermati. Di Ubersetto non ho memoria, nemmeno di Formigine.
A Casinalbo Checco mi disse:”Vado a cercarti dell’acqua”. Tornò un quarto d’ora dopo. Penso che nel frattempo io scrissi un messaggio alla Sissi. Feci una fatica boia. Una roba che per scrivere “Siam tornati a casa ora. Buonanotte…” ed essere realmente convinto di averlo fatto, impiegai tutto il quarto d’ora in cui Checco stette via. E in mezzo ci vomitai anche. Due volte.

Checco tornò dopo questo prolificassimo quarto d’ora e mi disse:”Oh, Zé, trovare una bottiglietta da mezzo litro alle due di notte è una cosa difficilissima…” Era entrato in un pub e la gente era rimasta sorpresissima di questa richiesta. Probabilmente erano tutti pronti a dargli una birra, ma lui no, lui voleva dell’acqua per il suo amico cadaverico.
Non ricordo di averla bevuta, ricordo di averla sputata, quello sì.

Poi mi portò a casa.

Mi feci lasciare a qualche centinaio di metri da casa mia, dalle vecchie scuole. Non so perché. Sta di fatto che per arrivare a casa feci una fatica fottuta. La pendenza che c’era tra la sede delle scuole e casa mi diede parecchio da fare, non ero convinto dei miei passi. Andai a letto e non vedevo la stanza girare, non la vedevo perché avevo spento la luce, ma di sicuro io stavo roteando intorno ad un invisibile asse che aveva trasformato il mio letto in una giostra impazzita.

Del giorno dopo, a dir la verità ricordo poco/niente. Solo che mandai messaggi a tutti scusandomi per il disagio. Quando mi dissero che Bellamix aveva dormito sul tavolo del pub dove erano andati e Bellei era stato riportato a casa nel modo sopra descritto capii che non ero stato il peggiore, che non ero io l'ultimo.

Da allora Checco è anche un po’ mio padre.
Nicola, un giorno leggerai queste righe, avrai 18 anni o giù di lì, e una sera di febbraio ti ridurrai come me quella volta. Non permettere a tuo padre di incazzarti con te.
Con me non lo fece, mi accudì con affetto.
E se per caso dovesse insistere chiedi pure di quando fu lo zio Zeman che a Miceno lo salvò, quando fu lo zio Zeman che rispose a tua madre, dicendo che Checco stava bene anche se non era vero.
Già che ci sei, fatti anche qualche altra domanda nel caso ti accorgessi che a Checco non gli somigli così tanto.