Upnea - La nostalgia del Livello Zero

Strano che l’idea di intitolare così una canzone, “Upnea”, non sia venuta ai Verdena, l’avrei vista e sentita molto nelle loro corde ma soprattutto nei loro accordi. È invece venuta a me molto tempo fa, ha decantato sotto traccia nei miei taccuini e, fedele al suo stesso etimo, s’è affacciata all’improvviso dalla profondità in cui si era nascosta, e di profondità me ne ha mostrata un’altra, ossia quella delle idee elaborate (o de “i pensieri che mi sono frullati in testa”, come li definirebbe molto più prosaicamente uno dei miei best men) in questi ultimi mesi.
Upnea è un nome che suona bene perché è proprio così che mi sento, in un limbo a mezza via tra un'apnea obbligata e un'istintiva spinta verso l'alto, parola, quest'ultima, che in inglese -non c'è nemmeno bisogno di scriverlo- potrebbe essere resa con "Up". Ed è proprio così che ho voluto intitolare l'articolo, con questa impropria "crasi", la cui interpretazione è molto più ermetica della combinazione di termini da cui è formata, e a questo aggiungervi una doverosa intestazione:"La nostalgia del Livello Zero".

Al lavoro qualcuno mi ha giudicato sistematico/maniacale come John Nash, lo studioso americano dietro a "Il dilemma del prigioniero".
Mi ha colpito il paragone e mi ha spaventato associare il nome della più famosa teoria dei giochi al senso, seppur diverso, di questo post.

L'impiego quotidiano, l'incessante squillare del telefono, i pop-up delle mail, i reminders del calendario di outlook, le scadenze di un'agenda così fitta ("fullata", pardon) che manco la lavagna di Russel Crowe in "A Beautiful Mind", le soft confirmations e i prior engagements, le riunioni, le conference calls, così come gli impegni extra-lavorativi che non possono essere prorogati sono l'apnea, la totale mancanza di respiro.
Dall'altra parte, il tentativo di resistere, la volontà di emergere in contrapposizione alla forza che trascina verso il fondo sono il suono della mia bimba che ride (che se la felicità facesse rumore sarebbe quello), le gite fuori porta con tutta la famiglia, i pranzi e le cene con gli amici, i concerti, leggere libri, mantenere in vita rapporti epistolari e telefonici, ascoltare nuova musica, riscoprirne di vecchia che non ha preso macchia perché d'oro.

Per la serie "Old but gold", canzone azzeccata sotto ogni punto di vista.
1) Perché è ritrovare qualcosa che, mea maxima culpa, non ho mai cagato abbastanza.
2) Perché essere "outshined", come cercherò di spiegare nelle sottostanti righe, è stato l'obiettivo che mi sono prefissato negli ultimi mesi.

3) Perché quando Chris Cornella canta "I can't get any lower, still I feel I'm sinking" spiega meglio di come potrei fare io tutto quello che ho in animo e in mente di riportare.

Tuttavia di queste cose ho già scritto e non voglio stare a ripetere di come nel setaccio rimanga sempre meno o di come si direbbe in dialetto:"la va mél e po' la cràss".
È un altro il tema che voglio indagare, quella che il Moro nel suo splendido testo di "Adesso" degli Iræquiete, chiamava "la nostalgia della superficie, del Livello Zero".

Esistono infatti un momento e uno spazio in cui è ancora possibile respirare a pieni polmoni, e non limitarsi a "trattenere l'aria di un respiro fa" (sempre riprendendo un verso del sopraccitato pezzo di Bonetti), una superficie di vita in cui riconquistare il controllo di sé, le cui coordinate vanno individuate esattamente tra l'oscurità che si sperimenta in apnea e la luce che si intravede risalendo verso l'alto. E non è galleggiare, è molto di più, che come disse una mia ex-collega prima di lasciarmi mestiere e responsabilità:"O nuoti o anneghi", ed era un discorso che valeva per il lavoro ma che si sarebbe potuto applicare ad ogni ambito della vita e che ora più che mai mi rimbomba in testa, esattamente come "il rumore ovattato dell'acqua intorno a me", quella da cui faccio sempre più fatica ad affiorare.

Uscendo di metafora e ritornando su parole intercorse via filo tra me e il mio best man di cui sopra, sono le casse di risonanza a colmare le misure, il logorio dei viaggi in macchina per andare a/tornare dal lavoro, le distanze fisiche o mentali obbligate, i percorsi forzati che altro non fanno se non alimentare i dubbi e gli interrogativi di tutti i giorni.
L'apnea è proprio questo.


Ziria

Portami ovunque, portami al mare.

Ad inizio Marzo del 2017 insieme a donna Ilenia e alla piccola Benedetta eravamo stati in Riviera, approfittando del clima che, pur saldato all'inverno, cominciava ad essere più clemente. Per dirla con J.R.R. Tolkien: "Primavera nell'aria ma non ancora sugli alberi".
C'era piaciuto molto staccare e stabilire che fosse venuto il tempo del disgelo e del mettersi alle spalle il buio avanti sera (si legga, eventualmente, il relativo articolo "Intercapedine"), e abbiamo voluto replicare anche quest'anno, trovando ancora una volta rifugio nel nostro pied-à-terre cervese.

È sempre bello tornare in Romagna, rivedere il mare, correre sulla spiaggia di prima mattina,  godere degli slarghi, camminare lungo le vie del paese, attardarsi nel guardare le vetrine dei negozi, fermarsi in un bar per un caffè, mangiare piada e pesce, finanche spingersi un po' più in là e riappropriarsi delle piazze delle città d'arte e delle mete turistiche, come Rimini o Cattolica.

Eccone un altro che invecchia male come me ma spiega molto bene la situazione: la musica è troppo forte, non si riesce a parlare.

Questo di Cervia (o "Ziria", nel dialetto locale) è solo un esempio ma è molto più che puntuale rispetto al contrasto che sto cercando di descrivere. Infatti, quando il timore nella vita reale è perdere la trebisonda, diventa cruciale ricordarsi che è il tono a far la musica di quella residua che ci rimane da ballare. Voglio infatti dire che se l'Estense o la Pedemontana sono i corridoi che portano alle celle delle nostre prigioni private, i caselli delle autostrade direzione mare sono il salvacondotto per tornare in superficie, per tirare fiato e riguadagnare quantomeno il Livello Zero, cercare l'Up che faccia da prefisso all'(ap)nea.

Interrompere la routine è terapeutico, lo è cambiare il ritmo delle cose.


Gathering my thoughts

Non so se sia venuto il momento di parlare apertamente di crisi di mezza età.
Oddio, sono sempre stato abbastanza precoce nell'invecchiare, per cui forse ho tutto il credito per poterlo fare ma ho come l'impressione che adesso stia solamente correndo il rischio di dare al termometro la colpa della febbre.
È altro, si parla e parlo di qualcos'altro, forse più che di crisi di mezza età è piuttosto una crisi dell'età di mezzo, di un età imprecisa e inadeguata per tutti quegli eventi che non sono catalogabili sotto una voce simile a quella sopraccitata di Ziria, luoghi e momenti per cui sento d'essere fuori dal tempo, che una volta avrei forse visto come salvagenti o scialuppe di salvataggio ma che invece ora si sono trasformati in spunti per approfondire sempre di più i miei stati d'animo e questo corrosivo senso di apnea.

Un video della mia infanzia

Mi sovviene in mente Billy Wright, chimerico Capitano del Wolverhampton, quando ebbe a dire a proposito -potrei però sbagliarmi- di Pelè, di sentirsi rispetto a lui come il pompiere che arriva tardi all'incendio e non arriva nemmeno a quello giusto.

Nella vita occorre sempre un punto di riferimento calcistico

Le sensazioni che provo io sono molto simili, solo che le mie non iniziano né finiscono in un campo di calcio. ma hanno ripercussioni più gravi, non dico alternative tra il valium e l'ospedalizzazione, ma impongono prese di coscienza e consapevolezze più profonde. Se da un lato tutto appare più challenging e più consuming, dall'altro il discorso va forse ridotto alla accettazione che ogni frutto abbia la propria stagione, con annessi, connessi e doverose prese d'atto.
Volendo semplificare la questione, posso provare a fare un elenco puntato e poi entrare nel dettaglio:

1) Per certe cose sono fuori tempo massimo. #cosmotronic
2) In alcuni contesti posso ancora barcamenarmi. #liam
3) Tocca vestire abiti che non mi riesco ancora a sentire cuciti addosso. #annovi


Frammenti di Cosmo

Al dottore, sparate al dottore.

Per quanto segua Jacopo Bianchi, in arte "Cosmo", da tempi non sospetti, e nonostante Sky Arte ne abbia collazionato uno speciale ad hoc, certificando si tratti di un fenomeno adatto alle masse e quindi ultra/infra-generazionale, io al Link mi son sentito spaesato come Luigi Di Mail all'esame di Diritto Costituzionale.
Al netto del fatto che a Bologna ci si dovrebbe andare un po' più spesso (anche perché è a mezzora da Pavullo, a differenza di Maranello, che da Maranello ci vuole un'ora e mezzo andare a Bologna. E poi la Casona è a mezzora da Pavullo, ma la Casona -anche se è a mezzora da Bologna- è attaccata a Bologna, anche perché dalla Casona a Bologna non ci sono autovelox, altrimenti come farebbero ad esserci solo trenta minuti da Pavullo a Bologna?), andare a sentire qualcuno che suona nel capoluogo felsineo è, di base, sempre fonte di grandi ispirazioni.

  • Bambini abusivi che per cinque euro contrattano parcheggi custoditi per tutta la notte.
  • I robbosi fuori sede che veliac a convincerli che le Peroni hanno il male dentro, che sono velenose, che non fanno scopare, non sono affatto elementi qualificanti, così come non la è la boccia di vino rosso comprata dal Pakistano... cazzo, se solo vi imborghesiste qb per entrare in un supermercato e scoprire che con meno di 90 centesimi potete acquistare bevande potabili, vi giuro che il vostro essere alternativi migliorerebbe in qualità non dico della vita ma del post-sbronza sì. 
  • Era un po' che non vedevo le ragazze cercare di pisciare nel bagno degli uomini.
  • Certe balconate, di sicuro quelle del Link, stanno su unicamente con una preghiera.

Tuttavia mi son sentito il capo dei vecchi di merda.
Come faccio a spiegare che aver assistito a questo concerto può avere lo stesso significato di aver visto i CCCP al Tuwat nel 1988? E poi, più che altro, a chi lo spiego? A qualcuno della mia età, ossia un vdm come me?
Come faccio a spiegare che sì, bellissimi i momenti in cui canta, ma anche quando aziona le macchine ci sarebbe da parlarne? E anche qui, a chi lo vado a dire? A chi è lì per sbaglio, per ascoltare live "La mia città"? Perché sentire alla radio un sibillino ma decontestualizzato "ti vengo dentro" l'ha fatto/a sentire teenage riot?
Per piaser.
La verità è che io all'evento #cosmotronic, pur sapendo starci bene, pur giostrando alla perfezione la questione lasciare la giacca in macchina/pagare il guardaroba, nonostante un freddo becco, i tokenz e la tempestiva scelta dei momenti per andare a pisciare senza trovare fila in tangenziale, non c'entravo niente.


Our Kid


Profondo Veneto.

Il concerto di Liam Gallagher è uno di quelli in cui puoi permetterti di fare tutte le "vecchiate" che ti pare: sono i ragazzini più giovani che devono guardarti con ammirazione, studiare Berta come fosse un Carlettomazzone della musica (insomma, uno che ne ha viste tante) quando, sulle note di "Be Here Now", si gira e mi fa:"Zeman, vent'anni che non la sentivo live", perché essere stati nel lontano 1998 a un live degli Oasis ed essere qui ora è una cosa che ti dà anche diritto di veto alle assemblee delle Nazioni Unite.


Alberto Cornia, grazie sempre.

Un'ora e un quarto: tanto è durato il concerto di Liam ed è costato quaranta euro. Come ha detto il massimo esperto di pizze:"Gli ne avrei dati altri quaranta". Pure io, non solo perché mi ha fatto sentire "in tempo", ma anche considerando il bel pomeriggio trascorso a Padova con Tommy e Berta, e poi il surreale ritorno a casa, smarriti in una zona X di Bologna, tra autogrill deserti, macchine spargisale ovunque e un'interminabile fila di camion fermi sulla corsia opposta alla nostra.

Feeling supersonic

Uno scenario apocalittico, conseguenza di una settimana che definirei mitologica, l'ultima di Febbraio, quella del gelicidio, del blocco dei camion e della super neve. E non penso sia stato un caso, per lo meno non penso sia stato un caso per me che questi tre fattori si siano ripetuti nella mia vita, a distanza di anni, proprio quando ho avvertito sentimenti che credevo sopiti ma che hanno solo cambiato forma, e che sono cresciuti come me, insieme a me.
Tuttavia su questo tornerò più avanti e con dovizia di particolari.


Here we are again

Annovi, trascuro il nome di battesimo, è stato uno dei primi responsabili che abbia mai avuto.
Era solo uno stage universitario presso una struttura pubblica del Distretto Ceramico, e non furono più di due mesi, ma la sua figura, molto più di quelle delle persone che mi seguivano direttamente, mi è sempre rimasta in testa. E più ci penso, più mi meraviglio di quanto.
Tanto per capirci: è da lui che ho sentito l'uso del gergale sbabbelare, parola che ora, con orgoglio e contentezza sento ripetere da molti miei amici.

What you see for remember
Remember what you see

Era un uomo sulla quarantina scarsa, una specie di Renzi ante-litteram, camicia bianca senza cravatta, qualche chilo in più ma contenuto, capello ordinario, viso pulito e piacente. Parlava poco ma quando lo faceva c'era da pigliare appunti.
Qualche volta ci scambiavano due chiacchiere fuori dagli uffici, durante le pause-sigarette, per lo più su argomenti circostanziali.
Ebbene, ricordo che una mattina diversa dalle altre mi guardò attentamente e, con ghigno sornione ma senza immaginare che la sera prima avessi avuto una cena ribalda con la squadra di calcio, mi chiese:"Magnè e bù trop, eh?". Capii di avere davanti qualcuno che non potevo cercare di fregare, qualcuno con cui non avrei potuto ricorrere a scuse perché lui, quelle che conoscevo io, le aveva già usate tutte. Forse in un'altra vita, certo, ma facevano grado e m'imponevano di stare sull'attenti.
Le poche volte che mi capitava in mano qualcosa scritto di suo pugno lo leggevo e lo investigavo avidamente, quasi potessi sviscerare dalla sua grafia e dalle sue parole qualcosa di lui, rubare scampoli della sua personalità, fare miei tratti del suo carattere.

Un po' dopo "Annovi", molto prima dei Linea di Rottura e di Adesso.
Una storica foto scattata dalla salita del Tirassegno, dove un giovanissimo Cavani espose Urbi et Orbi un'immensa verità:"La cosa più bella di Sassuolo è l'ospedale". Vero ma anche il ricordo che conservo io dell'esperienza di stagista in Viale XX Settembre.  

Ecco, in alcune cose del mio "adesso" è uguale.
Ho colleghi e colleghe più giovani che adottano i miei stilemi, utilizzano le mie abbreviazioni, copincollano le mie mail, si muovono come me. Se da un lato è una cosa che mi riempie di orgoglio, dall'altro è una sorta di campanello di allarme, qualcosa che mi fa pensare a come io sia diventato o stia diventando un novello Annovi, un personaggio sfuggente che di sé stesso lascia più di quanto non vorrebbe e di quanto, soprattutto, non sappia.
Mi piacerebbe credere sia solo un fenomeno di "lead by example" o, per usare una perifrasi più elaborata, sia "dare l'esempio come migliore forma di insegnamento". Tuttavia, anche in questo caso, è altro: è un capo fresco di sartoria che non ho ancora imparato a indossare. Sto precorrendo i tempi, oppure questi mi stanno leggermente anticipando: delle due, l'una.
In ogni caso non sono in orario.


Nebbia

Quel che rimane, at the end of the day, è un senso di inadeguatezza generale, una percezione di smarrimento, il non riuscire a vedere oltre.
Come terapia, non so quanto performante, ho pensato potesse essere funzionale scomparire, eclissarsi, da qui la riscoperta di "Outshined" dei Soundgarden che ha scardinato diverse porte della mia memoria e della mia esistenza.
Per prima cosa mi sono tolto da Twitter (facile), poi ho rinunciato a Facebook (meno facile) prima pulendo i contatti, poi cancellando l'app dal telefono e decidendo di tenerlo solo per poter pubblicare gli articoli del blog e altre robe in via del tutto eccezionale. Dopodiché ho cominciato a staccare la spina a Whatsapp, silenziando le notifiche dei gruppi, archiviando alcune chat, ascoltando i vocals solo sui tratti dell'Estense dove Radio 3 non prende, rispondendo alle caterve di messaggi al sabato mattina, quasi fosse la rubrica postale dei mensili di una volta.

La serie di contingenze è stato aver stabilito tutto questo mentre non riuscivo a togliere dal lettore "Nebbia" dei Gazebo Penguins, canzone straordinaria che mi è irresistibilmente entrata dentro.

Ho l'irrefrenabile fotta di comprare solo delle Fender Jaguar, aiuto.

Le circostanze sono state principalmente tre.
La prima è stato accorgersi di come l'idea di "zero" giri, rigiri e torni sempre. Live Zero e Livello Zero: c'è poca differenza, isn't it?
La seconda è stata la casualità dell'approfondire la conoscenza di questa band proprio quando veniva organizzato un evento dedicato a Jean, al quale io non sono riuscito a prendere parte. La coincidenza? Il fatto che, se non ricordo male, uno dei primi video dei Gazebo Penguins fosse stato girato proprio da lui, e ce ne avesse anticipato la "proiezione" sulle pagine dello storico Forum MEF.

Come scritto, non sono riuscito a presenziare all'evento ma mi piacerebbe, anche se in ritardo, dare un contributo, postando questo video, nella speranza che chi si interessi di Nicolò Gianelli possa capitare anche su queste colonne e gli possano essere utili come collettore di notizie.

La terza, ultima e forse più importante, è stata che, nel prendere cognizione di quanto comunicare facesse male e creasse ulteriori e ingestibili pressioni, diventasse concettualmente imprescindibile un verso di questo brano, nella fattispecie quando i pinguini cantano:"Hai scelto di non farti più trovare ma gli altri restano tutto quel che hai", quadro e cornice di relazioni che hanno superato lo status di "complicate". Ripartire dalle basi, decidere che non frequentarsi (anche se solo virtualmente) fosse un ottimo sistema per andare d'accordo con almeno il 90% della popolazione mondiale e fosse un buon inizio per rassettare casa, fare del chiaro e vederci meglio.

Emilianità e hipsterismo

Avrò ascoltato questa canzone centomila volte e ogni volta ne colgo una sfumatura diversa.
Il disco, omonimo, mi sembra un omaggio alla padanità di cui questi ragazzi si alimentano e allo stesso tempo vengono risucchiati, essendo tuttavia in grado di ricavarne qualcosa di cui parlare, come se la loro apnea non fosse liquida ma eterea. Non riesco a dire che cantino di cose opprimenti, anche perché io stesso non sono cresciuto così lontano e so di cosa si parla, ma intendo cosa significhi sopportare la nebbia, quella fisica, e quanto sia difficile scansare quella dei pensieri, emergerne, spuntare oltre, buttare fuori la faccia e lasciarsi tutto alle spalle.
Perchè "è questione di un attimo e ci si perde davvero".


Il Livello Zero

Nel tornare da Padova, nel rivivere il gelicidio sulle strade, stessa esperienza di un'esistenza fa, è come se avessi rivisto e rivissuto (anche se solo nella mia mente e nel mio cuore) le tribolazioni dei tempi passati in quella ditta scalercia dove lavoravo prima.
Non so, se dovessi assegnare a quegli anni una stagione e una temperatura, aggiudicherei ad essi l'inverno del 2009 e il freddo brutale di quel Febbraio. Ebbene, è come se, in un preciso istante durante il ritorno dal concerto di Liam, quei tempi mi si fossero rimaterializzati davanti, e tutto ciò di cui ho provato a scrivere in questo post-fiume si fosse improvvisamente collegato ad Adesso, nel senso della canzone, ma anche al mio, di adesso.

Canzone che non c'entra un cazzo ma che ci sta sempre bene

Non posso in alcun modo accomunare la situazione di allora a quella di oggi: moltissime cose sono cambiate e lo hanno fatto in meglio ma allo stesso tempo rimane vero che ora si stanno presentando tratti con parvenze simili ad alcuni del passato e altri si sono aggiunti, facendo nuovamente scorrere la puntina su una falsariga simile.

Mi riferisco al frullare dei pensieri che rimbombano così forte nelle casse di risonanza di questa mia nuova età di mezzo da non permettermi più né di sentirli né di ordinarli, se non di notte quando tutto è più silenzioso e rarefatto, con l'effetto collaterale, tuttavia, di privarmi del sonno e garantirmi in cambio un'insonnia esasperante e una narcolessia che inesorabilmente striscia durante la giornata successiva. Torna la ricerca di silenzio, che oggi si declina nella necessità di uno stop alle telefonate nervose e ai verbosi messaggi whatsapp, e torna anche l'urgenza di ridurre le distanze spaziali e dilatare i tempi fisici e mentali, il bisogno di un Livello Zero di cui accuso sempre più nostalgia, la mancanza di uno strato che non sia canaglia come quello che vivo immediatamente al di sotto della superficie, quello dell'apnea, della completa assenza di ossigeno.

Non penso che sentirsi bene fra i banchi di una chiesa o aver la pazienza di veder germogliare piante di cui non mi è mai fregato un cazzo nella vita siano segni senza valore o importanza, anzi. Tutto ciò che richiede calma "fa brodo", perché ciò che risponde a un ordine precostituito e/o naturale impone priorità ineluttabili, ristabilisce un equilibrio primordiale, archivia ogni tattica di respirazione forzata e permette di recuperare la regolare pressione del sangue, "quello che pompa in testa, adesso".

Comprare cose inutili ma belle o, come direbbe Tommy:"Quand'è che siete tutti diventati eterosessuali e Tiger è diventato un negozio di riferimento?"

Si può essere "outshined" per motivi ambivalenti. Sia perché l'eclissi di sé stessi è volontaria, sia perché ci si ritrova in apnea a causa delle convenzioni del mondo esterno, e, tanto per fare un crossover -che a qualcuno suonerà blasfemo, e quel qualcuno è Santu- con le lyrics del pezzo con cui Liam ha aperto a Padova (Rock'n'Roll Star, ndr), "there's no easy way out" verso il Livello Zero, perché è come cantava Chris Cornell, ossia "I can't get any lower, still I feel I'm sinking".


Tregua

Intorno a Marzo m'era venuto un rigurgito sturmunddranghiano, m'era venuta la romantica sbrusia di scrivere di "Tregua", altro pezzo che, se fosse mai stato prodotto un EP degli Iræquiete, non solo ne avrebbe fatto certamente parte, ma sarebbe comparso al primo posto della tracklist dell'immagine-copertina di cui sotto.


Ira e quiete, dentro e fuori: Upnea

Ho riflettuto molto circa l'importanza di assecondare questo capriccio di malinconia e raccontarne qualcosa in questo articolo, anche fosse solo uno spin-off o una fortuita postfazione, se non altro per tenerne traccia e mettere agli atti.
Poco a poco che il bandolo della matassa andava dipanandosi, mi è sembrato sempre più opportuno scriverne, quasi fosse stato deciso da sempre che l'idea originaria diventasse la chiosa finale.

Foto che diceva moltissimo allora e dice moltissimo oggi.
Al tempo commentai su fb:"Facciamo un bilancio, Checco. Io mi vesto con una maglietta rosa, un foulard da finocchio, un cappello da cowboy e Ray Ban da sbirro texano. Tu sei diventato padre. Uno di noi è bellamente fuori strada". Oggi aggiungerei che forse quello fuori strada, per lo meno per come/dove tiene le birre in frigo, è il monaco trappista in secondo piano.


Ricordo ogni passo del pezzo: il riff intuito e abbozzato durante il battesimo laico di Nicola mentre ormai faceva sera nella campagna di Panzano, la costruzione della struttura in vacanza a Barigo con Berta, le prove alla Campanella con il Moro ed Enzolorenzo, e, ultime ma non ultime, le splendide registrazioni amatoriali di Checco, che non so cosa lo spingesse a venirci a vederci suonare a Pavullo fra la settimana ma che ebbe modo -per nostra fortuna- di riprenderci durante un solenne stato di grazia, permettendoci (ma soprattutto permettendoMI) di godere ancora oggi di quell'avventura in musica e di ricordare una storia che ogni tanto torna a bussare alle porte della mia memoria.

Nell'esistenza di ognuno di noi si trovano episodi che, pur fissando precisi momenti, si manifestano periodicamente, sfiorandone continuamente altri, come fossero benchmarx ("marx" nel senso di "marks" e non nel senso di Karl Marx, purtroppo. Ad ogni modo sempre Evviva il Socialismo, ndr) da cui non è possibile prescindere.
Per esempio "Tregua" unisce i puntini tra me, "Nebbia" dei Gazebo Penguins e Jean, perché la sera dell'inaugurazione di Emilia Ruvida, attaccata alla parete della bottega d'arte in Carteria v'era una polaroid che riproduceva un verso della mia canzone.

Deciso e costretto a far parte per me stesso.
Il solo mondo che conosco, il solo che non riconosco più.

Ma non è solo questo.
È il "peccato originale" da cui muove tutto, una canzone di dentro e fuori dei suoni, di luci e ombre nel testo, di aria ed acqua, di silenzio e grida, di ira e quiete. In una sola parola: Upnea, l'ultima chiamata per il Livello Zero prima di arrivare all'inesorabile "Adesso".

Tregua come sospensione, come interruzione momentanea delle ostilità cui tendere e come obiettivo da raggiungere, perché una soluzione definitiva non c'è, non è previsto un cambio del manico ma solamente una gita fuori porta o un concerto. Cose che di base non sono nemmeno così male perché le canzoni e gli incontri, come i casi della vita, non dovrebbero confondere le idee o oscurarle, ma solo fare ballare: un po' come essere felici.


Chi viene con me?

No spoiler

Infine, tanto per rimanere sul trend topic del post ma soprattutto perché quando i pianeti decidono di allinearsi non avvisano nessuno prima, ho quasi finito di vedere "The Shape of Water", film vincitore di quattro premi Oscar, e ci sono due valide ragioni per cui c'entra con questo articolo.
La prima è per una battuta del vecchio:"If I'd go back when I was eighteen, I'd give myself a piece of advice: take very care of your teeth and fuck a lot more" da cui mi son sentito descritto perfettamente; perché sì, è bello che qualcuno mi veda come io vedevo Annovi anni fa, ma la verità è che se potessi tornare indietro, mangerei molti meno orsetti gommosi e dedicherei qualche serata in meno al calcetto. La seconda è che, tralasciando "l'acqua", è il concetto di "forma" che colpisce nel segno, specie perché più ci penso e più associo a questo un'idea molto comune quando vi si riferisce, ossia quella di specchio.

Uno specchio d'acqua, qualcosa in cui riflettere, qualcosa che non si sa cosa nasconda dentro e dietro.


Dell'ultimo album di Cosmo "Attraverso lo Specchio" è la mia preferita.
Poche parole ma chiare, tanta musica per ballare e mandare i pensieri in soffitta.

Una sera a casa di amici, un po' patocco, continuavo a cantare i pochi versi di "Attraverso lo specchio", senza accorgermi che il bimbo di Bonetti (anni tre) mi stava girando intorno. Quando sono arrivato a chiedere:"Chi viene con me?", mi son sentito rispondere:"Io! Io vengo con te!". 
Ti prometto, caro mio, che se trovo qualcosa, se trovo un passaggio attraverso lo specchio, non sei il primo a cui lo dico solo perché la mia bimba che ride ha diritto di prelazione, ma tu hai un posto assicurato fuori dall'acqua, in superficie, al Livello Zero.

Dimenticare le abitudini

Flashbax

Purtroppo si vive in un mondo in cui c'è gente che ha un sacco di tempo da perdere e molto spesso decide di farlo perdere proprio a noi, e dopo diventa difficile far stare quel "meno" dal peso specifico incalcolabile in un "più" che solo dopo risulta scarso e per nulla scontato.

La scelta delle immagini è quasi importante quanto quella delle parole.

Mettiamo una sera a Vienna, tra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo, durante la gita della VD del Liceo Scientifico Alessandro Tassoni di Modena. 
Va in onda una scena di vita reale che non sono mai riuscito a scucirmi dalla testa e ora, quasi trascorso il tempo di una generazione, capisco perché. 
Una ragazza dall’indole poco chiara, senza arte né parte, rivolge alla Professoressa responsabile della trasferta quello che lei crede essere un complimento:”Sa, Prof? Sta bene vestita così: è molto giovanile”. Di tutta risposta, la docente di Italiano e di Latino la squadra, misura le parole e, ben attenta che tutti i presenti la stiano ascoltando, sentenzia:"Signorina Bianchi, non c’è niente di peggio che dire ad una persona di una certa età che sembra giovane”
Come si collega questo aneddoto al titolo del post? 
Con una gincana di pensieri che nemmeno il più fervido degli elettori di Liberi e Uguali potrebbe immaginare, credo. A parte gli scherzi c’entra perché cambiare le abitudini per poi dimenticarle presuppone una profonda trasformazione delle proprie consuetudini, significa che da qualche parte c’è un passaggio in cui sono i tratti della nostra stessa vita ad essere cambiati.

La cosa cui "To get rid off + accusativo" somiglia di più è il nostro "sbarazzarsi di". 
Good Riddance risulta dunque abbastanza intraducibile, non c'è un equivalente italiano che non sia un tristissimo e povero "Che liberazione!" o "Finalmente!", né ha alcun senso o è corretto dire "Buon sbarazzamento!".


Spiegone

È un po’ che covo la voglia di scrivere qualcosa di bello, che sia io stesso ad apprezzare, che sia all’altezza di Cose brense, il mio penultimo articolo, ma anche qualcosa che, più semplicemente, mi venga voglia di rileggere a distanza di mesi o anni. E non solo per poter riavvolgere il nastro mentale della mia memoria ogni volta ne abbia voglia ma anche per compiacermi di aver messo nero su bianco parole che possono resistere alla prova del tempo e che, come dico sempre, sarebbe peccato andassero perse.

Lubiana, 16/08/2017

Per qualche mese ho provato a descrivere le mie ultime vacanze ma, per quanto tenessi a mettere un punto alla storia della scorsa estate, non sono arrivato da nessuna parte, anzi. Mi sono reso conto che, per quanto sia importante sbobinare i vari appunti di viaggio (se non altro perché un giorno possano essere letti da chi viene dopo di me) mi sto ripetendo. 
È come se cambiassero gli accordi ma la struttura della canzone restasse la stessa. 
Non penso sia un caso che ci sia un vecchio pezzo di Noel Gallagher intitolato While the song remains the same, che non solo dà il nome all’album (è proprio di quelle liriche il discusso ed evocativo binomio di parole Chasing Yesterday) ma in cui The Chief canta anche:”It’s a shame how a memory fades to grey”. Come al solito c’è un tizio di Manchester che prima di me ha tratteggiato in maniera molto più precisa, sintetica ma soprattutto poetica pensieri che poi sarebbero e/o sarebbero stati anche i miei.

Restando on topic, e se ci fosse un hashtag quello sarebbe #noelgallagher, stanno comunque bene dette due cose.
1) Sebbene sia innovativo e straricercato, nel nuovo disco Who built the moon? il maggiore dei fratelli Gallagher a volte insegue ancora lo ieri del suo background musicale e stilistico ma, tra una sforbiciata e qualche effetto alla New Order, trova anche passati migliori precedentemente non pervenuti. 

"You sung that with more spirit that time"

2) Sempre Noel, in un’età contemporanea a quella dell’aneddoto viennese di cui sopra, scriveva anche il testo di Just gettin’ older, demotape contenuto in un b-side di Standing on the shoulder of giants degli Oasis. A corollario del fatto che qualcuno abbia già detto tutto, m’è sempre rimasta appiccicata addosso una frase che mi accompagna da allora:”I’m not crackin’ up, I’m just gettin’ older”.

Per qualche settimana ho provato a raccontare di una surreale colazione novembrina in $ud Tirolo, insieme ad un amico. Prima o poi finirò di descrivere l’episodio accadutoci e, anche nel caso non riesca a riportarlo sul blog, mi stamperò qualcosa per me da custodire sui miei taccuini. Se non altro per la singolarità dell’evento e per come si collocasse perfettamente nell'hashtag #timeisaflatcircle.

Presente quei posti che non hanno niente di bello fuori, spesso nemmeno dentro ma che poi fanno lunghissimi giri e poi ritornano? Tipo.

Infine, senza pretesa alcuna, mi sono appuntato alcuni particolari di un momento vissuto con la mia bimba in Via del Taglio a Modena, qualche ora prima dell’ultima mezzanotte del 2017. Un vero e proprio componimento in versi di un pezzo di vita. #telle

Tuttavia ho avuto come la chiara percezione che nessuno dei tre argomenti summenzionati fosse quello su cui concentrarsi perché rimanesse agli atti. Dopo lunga disanima tra me e me ho stabilito che avesse più senso cambiare la trama delle storie prima che queste languissero e fosse più appropriato cimentarsi nella redazione di una sorta di diario del disincanto, senza dissimulare alcuna nostalgia. E per quanto possa suonare brutto, in realtà è come riconoscere che a volte sono le note che non suonano, e non quelle che suonano, a sentirsi meglio. È come se “uscire a rimirar le stelle” non fosse propedeutico a niente ma occorresse piuttosto delimitare la vista per vedere più lontano.

E quindi? Proviamo ad individuare possibili inizi


Inneschi

Vari, gli inneschi sono vari, i dati da processare sono molti e, all’attuale stato dell’arte, troppi pensieri risultano ancora sconnessi.

Volendo però fare ordine e cercando di giocare una partita alla volta, in the first place parto da un articolo letto su uno dei miei siti di riferimento, ossia Musicademmerda, intitolato "Splendidi Ventenni - I Migliori Album del 1997".

E questo è niente

Realizzare che sono passati vent’anni dal 1997 è uno shock, capisco che ha poco senso perculare mio padre quando, guardando 1968 di Buffa, mi dice che stava sveglio fino alle quattro del mattino per guardare le Olimpiadi e due ore dopo era già al lavoro. Sono un vecchio di merda, sia mentalmente che socialmente, ma lo sono anche all’anagrafe, non solo quella del Comune, pure quella musicale. 
Nulla vale autoconvincersi che un pezzo dei Prodigy suonerebbe attuale anche oggi (vedi playlist); sto solamente diventando come mio padre, il quale è come avesse fatto un salto tra la sua gioventù e la mia, come se nessun’altra band avesse suonato nel frattempo e/o nessuna canzone degna di nota gli fosse entrata dentro. 
Come se il suo 1968 stesse al mio 1997, la sua Gimme shelter dei Rolling Stones stesse alla mia Song 2 deI Blur, e come se ognuno dei due avesse, al netto di rivoluzioni armate e intellettuali, il proprio totem annuale musicale. 
Tuttavia non è assolutamente vero che io non abbia seguito ciò che è successo in questi vent’anni, ci mancherebbe solo, ma rimane vero e altrettanto sconsolante che leggendo la classifica dei migliori album italiani del 2017 su Rock.it mi accorgo di conoscerne solo tre, e considerando che la lista contempla venti nomi, la percentuale non depone a mio favore. A mio vantaggio va segnalato che al secondo posto c’è un artista di cui io ho intuito il talento quando non era nessuno (e che tra l’altro ora mi fa cagarissimo): il buon vecchio Vasco Brondi.
Ma amen, transeat.

O non mi sono arrivati loro o non sono arrivato io

Un po’ per orgoglio e un po’ per necessità intellettuale ho recuperato tutti i dischi che mancavano al mio carnet e li ho messi, come si sarebbe detto una volta, sul lettore. Mi sono stupito grandemente quando ho riconosciuto il testo di un brano di cui Santu mi aveva fatto menzione quasi un anno fa (Willie Peyote - I Cani) e la bravura di un artista già battezzato da Checco (Andrea Lazslo De Simone - Vieni a salvarmi). Invece, su Coez e la sua Le luci della città, riguardo cui Derre aveva parlato a me e Berta a Reggio Emilia durante un concerto dei FASK, sospendo il giudizio.

Comunque sia questo rimane il più forte di tutti e i suoi occhiali da sole sono formidabili

La morale della storia è che non conoscere la stragrande maggioranza di questi album ha fatto da termometro, mi ha dato l’idea del mio rapporto con le novità del mondo, ossia comprendere che non per forza vent’anni fa, anche solo cinque, ero io le novità o per lo meno sapevo quali fossero o ero in grado di rappresentarle: parlassimo di musica, di serie TV, dello smartphone più performante, del locale to see e into being seen. Ora è diverso e, sebbene possa essere al corrente di tutto queste robe, sono saltati i collegamenti e sono sempre un passo indietro a ciò che è nuovo: mi sembra d’essere come Costacurta a fine carriera nel Milan, tengo la posizione ma solo perché presumo di avere ancora la classe per dire agli altri come si fa.

Se poi ha avuto la fortuna di giocare con Il Genio puoi dire agli altri quello che ti pare che tanto va bene.

Un po’ il passato che ritorna e un po’ come secondo innesco, anche avere a che fare al lavoro con persone che nel 1997 ci sono nate mi fa pensare. Si tratta di ragazze e ragazzi che, pur essendo venuti su a prato e fiori, pur essendo figli di gente tutta casa e bottega, non sono al passo coi tempi, basta loro vestirsi come Chiara Ferragni o aprir bocca per superarli di netto. Il punto allora diventa che l’incedere degli anni può certamente avermi reso migliore o diverso ma allo stesso tempo è corrosivo, mi allontana dal focus della storia di tutti i giorni e provare ad avvicinarmici è un ostinarsi a sentirsi giovani, ed essere giovanili è il peggiore complimento ci si possa rivolgere perché è l’obiettivo più basso in assoluto cui tendere. 
Forse il segreto di tutto è il distacco, accettare lo scambio della differenza d’età ed evitare di incappare nei tipici errori da vecchio, come quando al Tassoni si incontravano gli studenti di una generazione precedente, i quali esordivano sempre dicendo che ai loro tempi si studiava di più, o come quando sul posto di lavoro ci si imbatte in quello che dice che ha sempre fatto il proprio mestiere senza tabella pivot o cerca+vert, e che quindi può continuare a vivere senza le migliorie di excel.

Io nelle calze nere non ho mai trovato nessuna logica ma forse aveva ragione Vasco.

Non è questione di tempi nostri o loro, ed entro a gamba tesa nel terzo e forse ultimo innesco; il discorso è un altro, tutto muove da un principio di “break a habit”, forma idiomatica imparata nel corso aziendale d’inglese che frequento. 
Questo/a phrasal verb significherebbe, detta letteralmente e brutalmente, interrompere un abitudine. Io però ci ho visto altro o più probabilmente ce l’ho voluto vedere, complice il fatto che posso dire di aver smesso di fumare. Intendo dire che più che “interrompere” un’abitudine, è lecito credere che le abitudini vengano dimenticate. Può allora essere che dimenticarsene una non faccia difetto ma una serie di abitudini dimenticate non corrisponde ad altro se non che al trascorrere del tempo e al cambiare sé stessi. 
È sufficiente sottoporsi ad un questionario personale, domandarsi quand’è che si è smesso di fare qualcosa che s’era soliti eseguire in automatico, chiedersi con quale impegno sia stato sostituito il tempo che vi era dedicato, per quale ragione non lo si fosse mai fatto, se in precedenza non avessimo una slot libera per quella cosa o se, diversamente, non vi avessimo mai dato peso.
Rispondendosi ci si stupisce di quanto tutto sia connesso, di come ad ogni abitudine dimenticata corrisponda un cambiamento di vita: è come se fosse in atto un conflitto interiore e da una parte del ring c’è l’età che avanza, dall’altra qualcosa di diverso, una sorta di perfezionamento della routine. 
Il guaio è che forse, però, sono la stessa cosa. 
I latini dicevano “O tempora! O mores!”, che starebbe per:“Oh che tempi! Oh che costumi!”. Forse intendevano lo stesso concetto, nel senso che in realtà ci si stupisce di niente, ci si è solo dimenticati di una serie di abitudini ma nel frattempo la realtà è mutata inesorabilmente.


Quit smoking

Aver detto basta col tabacco mi ha fatto pensare a cosa abbia voluto dire fumare per tutto questo tempo (e non vorrei che l’anno di inizio si riducesse a pura curiosità ma, tanto per cambiare, direi fosse il 1997 o comunque giù di lì, avevo sedici, diciassette anni), e non per come ho investito i miei danari, a certe tempistiche da rispettare, ai tabaccai preferiti, all’aver conservato i pacchetti di sigarette comprate all’estero… no, non è questo. E nemmeno si tratta di una formalità o di una questione di qualità, per dirla con Giovanni Lindo Ferretti.

Non si prescinde da questa canzone

Torna in ballo la stessa Professoressa di cui sopra, la quale era solita dire che fumare fosse gestualità: non era un vizio o una trasgressione. Era piuttosto un piccolo cerimoniale da consumarsi secondo determinati riti, fossero questi privati o interpersonali. Fumare in macchina, fumare dopo il caffè, fumare al bar con gli amici, fumare ai concerti. 
E per me stabaccare è stato proprio questo: piccoli grandi gesti da compiersi necessariamente o per prassi in precise circostanze. Di contro, smettere è stato come venire meno ad una sorta di tradizione personale, dimenticare un abitudine, liberare slots e occupare quei tempi in modi diversi. 
Da questa riflessione mi sono avventurato in un intimo a rebours ripensando a tutto ciò che ho interrotto e poi sostituito e, scavando nel mio passato più o meno recente, mi sono accorto di quanto tempo fosse trascorso, di quanti vezzi si siano trasformati e abbiano cambiato forma, tracciando un solco tra qualcosa che c’era prima e qualcosa che è venuto dopo certe abitudini.

Non so, prima di cambiare macchina, in pausa pranzo andavo a fare metano due volte a settimana. Ora che ho una Punto a gasolio, faccio il pieno a inizio e metà mese. In quelle due pause pranzo che mi si sono liberate vado a fare spesa da Rossetto, supermercato che pratica i prezzi più bassi della provincia e compro lì sia l’acqua, che la birra che la focaccia con lo stracchino (addicted to). Può tutto sembrare banale e irrilevante, sicuramente lo è, e non è mia intenzione trasformare una vicenda di vita quotidiana in una canzone dei Massimo Volume; tuttavia recarmi nel più grosso market di Spezzangeles significa anche non fermarmi più di prima mattina nei forni e nelle botteghe di paese, dove tutto costa di più -sure thing- ma in cui c’è tutto un altro calore e tutto un altro colore. Ho sacrificato tanta poesia per un po’ di sostanza e, se ci penso, tutto è dipeso dall’aver venduto la Panda ad un casaro di Merano sul Panaro che, poveretto lui, si sarà sicuramente incazzato al primo crash della radio.

Prima che lo zio di donna Ilenia si ri-trasferisse per lavoro in Riviera e ci invitasse qualche giorno là con la bimba, i/le bank-holidays, i long week-ends e i ponti erano occasioni per fuggirsene in Toscana o nelle Marche. Ora che ogni fine settimana abbiamo un appartamento disponibile a un chilometro dal mare e ad un’ora e mezzo da casa, è prepotentemente tornata in auge la Romagna, e sebbene sia strafelice di aver messo sulla mappa la Versilia, la Garfagnana, il Chianti, l’Umbria e il Maceratese, faccio fatica a deviare dal bersaglio oltre il Sillaro. Dal nulla s’è venuta a creare una nuova comfort zone e sento l’impellente bisogno di riscoprire una terra che colpevolmente ho cagato poco per tante e troppe stagioni della mia esistenza. Anche in questo caso può sembrare niente, poco più di una voglia estemporanea, una golosità turistica; invece no, dentro di me alimento l’idea di costruire un futuro da quelle parti, fosse anche solo trovare una soluzione estiva in affitto.

Immagini che valgono più di mille parole

Da quando non controllo più il mio metabolismo o, forse meglio dire, da quando il mio metabolismo controlla perfettamente il mio organismo e fissa con puntualità svizzera gli orari in cui andare a cagare, ho abbandonato la Messa delle 7.30 nella Cappelletta di Maranello, perché a quell'ora devo andare in bagno. A seconda degli impegni e delle intenzioni ero uso andarci qualche mattina, e questo fino a quando qualcosa dentro di me è cambiato, cioè i tempi e i modi del mio intestino.
Continuando però a sentire il bisogno di un raccoglimento spirituale ed intimista, ho cercato Messe in altri orari e in altri comuni dell’Hinterland distrettuale, trovando appello nell’ultimo dei paesi su cui avrei scommesso anche solo dieci centesimi: Ubersound, proprio lì, tra una ceramica, una rotonda sulla provinciale, la Lidl, un all-you-can-eat sino-giapponese e una roulotte degli zingari. 
Al di là del folklore, a metà tra l'immaginario collettivo tipico di Calciatori Brutti e una possibile sceneggiatura da La vita è breve de Il Teatro degli Orrori, la Messa vespertina delle 18.30 è comodissima ed è il suo stesso contrario: comodissima perché quando e se mi va posso andarci immediatamente dopo il lavoro, dura mezzora e non conosco nessuno; il suo contrario perché diventa un tempo impegnato in cui potrei fare qualcos’altro, come andare a trovare un amico.

Non trovando una foto di Ubersetto by nite (come del resto avrei mai potuto?), posto uno dei miei ultimi Shazam tanx to Bret

Assodato che ubi maior minor cessat (vedi sopra), da quando sono diventato un padre-sbronzo mi son ritrovato costretto a centellinare gli incontri con gli amici. Sebbene alcune siano diventate più brevi ma più intense, le frequentazioni sono inesorabilmente calate e ho dovuto fare pesanti ma inevitabili cernite. In un qualche modo ho realizzato come siano stati proprio alcuni social media a permettermi di tenere acceso il fuoco di relazioni che altrimenti sarebbero passate in cavalleria.
E dispiace, dispiace tanto: è malinconico come diverse amicizie si convertano a un messaggio su whatsapp o ad un commento su facebook, è spiacevole e quasi preoccupante che si rimpiccioliscano così. Allo stesso modo però, per quanto si tratti di un naturale e processo di selezione, ricorrere a questi mezzi di comunicazione rende la cosa un po’ più democratica, se così si può dire.
Con alcuni amici avevo serate prefissate, con altri suonavo sempre lo stesso giorno, con altri ancora avevo il cinema, condividevo blog e passioni, andavo a concerti o feste, giocavo a calcetto, andavo allo stadio. In questi casi dimenticare le abitudini è ed è stato più doloroso, è come se fosse una sfida ancora aperta, una specie di guerra fredda. Tra me e me penso di dovermi e di dover accontentare, di fare il massimo nel rispetto di obblighi e responsabilità: fatto questo, starà all’intelligenza relazionale e all’affetto sincero degli altri capire il mio impegno. 

Padri sbronzi in tour

Ho sempre avuto il fisico di chi muove il sistema nervoso agli altri e son sempre stato pronto a litigare col cielo solo che non me ne piacesse il colore; ora, anche quando mi sveglio sulle 23, la prima cosa che faccio è attivare il mio periscopio emotivo e fare il punto della situazione: cosa devo fare, quante e quali slots libere mi rimangono, e infine come preservare le abitudini che non voglio dimenticare.
È un delicato equilibrio di sentimenti, alla fine della storia capisco perché Billie Joe non abbia saputo che titolo dare alla canzone con cui ho aperto questo articolo, e abbia messo tra parentesi (Time of your life) e lasciato fuori Good Riddance: agli atti vanno gli "sbarazzamenti" ma quello che c'è dietro è il tempo della nostra vita.
Tutto torna, that makes sense, sia l'apparente intraducibilità del nome del pezzo sia il fatto che sia uscito nel 1997.

Al suo matrimonio, uno dei ragazzi che suonava con me mi ha detto che aver suonato negli Iræquiete è stata una delle esperienze più rock'n'roll della sua vita. Vorrei che questa cosa non mi passasse mai dalla testa, la trovo la perfetta sintesi di quello che ho voluto dire.


Titoli di coda

Chiudo con un caso curioso accaduto durante la Messa di Natale nella chiesa del mio paese. 
Tradizione vuole che la notte tra la Vigilia e il 25 si trascorra da Berta insieme a tutti gli amici e le amiche. Ne va che il giorno di Natale mi sono svegliato con addosso un hangover fantascientifico e anche andare a Messa nella chiesa del mio paese si è trasformata in un’avventura leggendaria. 
Entrati con discreto ritardo e con le panche quasi tutte già occupate, abbiamo zombeggiato fin quando non abbiamo trovato posto nella navata in cui, per lo meno io, penso di essermici seduto massimo tre volte in trentasei anni. Durante l’eucaristia faccio caso ad uno sketch singolare, un accenno di discussione sul rispetto della fila per la Comunione; si tratta di una scena cui assisto di sfuggita perché son fuori posizione ma son abbastanza certo di non aver mai visto nessuno dei due contendenti, in particolar la ragazza.
Finita la Messa, attendiamo che il fiume di gente volga la corrente fuori le porte e ci alziamo. 
Proprio in quel momento vien verso di me una delle due persone che avevo visto discutere durante l’eucaristia. Sebbene sia ancora in uno stato semi-confusionale e tutto mi appaia molto dilatato e caotico, riconosco subito la ragazza: è la signorina Bianchi, la mia compagna di Liceo, proprio quella che quasi vent’anni fa sbaglio bellamente complimento.
Non dico che da allora non ci si sia più visti, non sarebbe vero. Di certo però non ci siamo più visti dopo la maturità, quindi lo sbaglio non è che di qualche mese, e nell’economia di un ventennio è poca roba. 
Scambiamo due chiacchiere e la discussione è tra il surreale e l’irripetibile. 
È come se stessi parlando con una persona che è venuta dal passato e l’alcol che ancora scorre forte nelle mie vene rende più stupefacente ogni dettaglio.

Forse Doc potrebbe spiegarmi qualcosina

Accorgendosi che la donna con me non può che essere mia moglie, la signorina Bianchi mi chiede se le nostre compagne e i nostri compagni si siano sposati e/o siano madri o padri. Pur essendo al corrente della vita di quasi tutti, trovo difficile fare un recap veloce ed immediato di così tante esistenze e condensarle in pochi attimi di parlato. Le rispondo allora d’essere per lo più in contatto con le ragazze e i ragazzi con cui sono sempre andato più d’accordo, di uscirci insieme anche se compatibilmente con gli impegni e le tempistiche di ognuno di noi.
Lei mi guarda e, tagliando corto, chiosa:”Ah beh, gli stessi di una volta. Non è cambiato niente”.
Per un istante stacco la spina dalla conversazione e mi riverso nel mio mondo mentre lei continua a parlare del suo lavoro e delle persone a lei vicine.
Lei no, lei non è cambiata di una virgola, sembra davvero si sia teletrasportata da un’altra dimensione temporale, sembra quasi non sia invecchiata di un giorno. Anche la sua risposta secca risponde alle caratteristiche del personaggio, probabilmente nella sua testa sono io l’anomalia, come del resto sono sempre stato.
Il cerchio si chiuderebbe perfettamente se mi dicesse che sembro giovanile... ma non lo fa.
Forse è meglio così, sarebbe stato il peggior complimento che m’avrebbe potuto rivolgere.
Scordavo: naturalmente ogni riferimento a persone, fatti o cose è puramente casuale.

P.S. Ad ogni modo il punto ce lo mette sempre Fonzo che, appena superata la porta di casa sua mi guarda e mi fa:"Bella quella giacca, sembri Stefano Accorsi da vecchio". 
Game, set & match.

Le ns stupende parole

...o anche due volte 18.

So di avere pochissimo tempo per scrivere e pubblicare questo articolo, è una gara contro il tempo, contro le ripetizioni di parole e contro eventuali perdite di senso logico. Nel giro di mezzora si sveglierà la bimba, col mantra "titto... peppa!" e l'attenzione mia e di donna Ilenia sarà rapita dalla sua cura, mi piacerebbe andare a fare una corsetta, si dovrà fare un po' di spesa e a mezzogiorno arriveranno i regaz a pranzo per festeggiare il festeggiabile. 
Sono le 7.26 e vorrei finire entro e non oltre le 8.15 massimo. 
Avrei tantissimo da dire e ricordare ma purtroppo non è questo il momento: le ultime vacanze, i libri letti, le serie viste, tutte cose di cui ho iniziato a sbobinare i miei appunti mentali ma senza arrivare mai a un dunque. 
Ad ogni buon conto in quest'occasione voglio dedicarmi ad elencare i titoli dell'ultima compilazione, realizzata a mo' di presente per gli amici invitati al banchetto odierno, di oggi 04/11/2017, giorno in cui festeggio per la seconda volta 18 anni. Sento che ne vale la pena, mi spiacerebbe non raccontare nulla dei pezzi da cui è composta.


La copertina è sempre importante e, pur avendo chiesto a Fonzo di passarmi qualche scatto dei suoi (dato che già in passato ne avevo utilizzato uno con successo), ho deciso di usare una mia fotografia, fatta a Lubiana, in Slovenia, la scorsa Estate. Non so, mi piaceva.
Altrettanto significante è il titolo della raccolta:"Le ns stupende parole". Si tratta di uno stralcio de "Le cose più rare", strepitosa canzone del primo album di Cosmo.
Pronti? Via! Che questa potrebbe davvero essere la prima volta nella vita in cui riuscirò ad essere conciso.


1) Wolf Alice - Matilda (cover Alt J)
Dei WA ho già parlato a tutti diffusamente, mi servirebbe un vocal di Whatsapp della durata di almeno un quarto d'ora per poter più o meno avvicinarmi all'enciclopedia omnia di pensieri che ho riguardo questa band. Shazammata "Blush" in uno Sturbucks di Manchester (che già così sembra il preludio a una meravigliosa storia d'amore) ho preso a seguirli con grande trasporto, fino a scoprire che il finale di Trainspotting 2 viaggia sulle note di "Silk" (che è un pezzo loro), Oltremanica sono la Next Big Thing in corso, ogni tappa è sold out, ed io andrò a vederli a Milano a Gennaio. 
La cover di cui sopra l'ho sentita quasi per caso ma è stata colonna imprescindibile della mia Estate. Ne ho scritto in un posto stranissimo, ossia il Google + di mia mamma (sarebbe fantastico indagare più approfonditamente ma non c'è tempo). 

Pubblico il pezzo (cosa che non sarà ripetuta per ogni canzone ma in alcuni casi specifici, tipo questo, sì) e sotto riporto quanto vergato allora:


Alcuni "notabene" perché mi sento parte in causa.
I. I violini sono tetri all'inizio, molto sommessi, suonano note basse e minori, quindi molto più pesanti. Quando lei non canta, gli archi aprono spaziando tra accordi molto più alti e allegri: 'na meraviglia.
II. Lei, cantante punkettona (si noti la classica vestita inglese da "menefregauncazzotantosonofigacomunque") è, sulle prime, molto incerta. Il contesto non è il suo, molto intimista l'atmosfera,  il format è quello della BBC (e i sudditi di Sua Maestà a certe cose fanno caso), insomma, non è un club, non è un festival in cui sarebbe a suo agio con gonna, canotta e chitarra. Quando prende coraggio si capisce però perché i bravi recensori di Albione abbiano un debole per la ragazza.
III. Lo strumento suonato meglio è la batteria. Soffocata dal pannetto sul rullante, così da star "dentro", conferisce un ritmo "trip pop", mantenendo così la natura originaria della canzone degli Alt J (che oltretutto ho anche visto dal vivo a Villafranca e non me lo ricordavo).



2) Cosmo - Le cose più rare
Per me poesia allo stato più puro e brado.
Chi è che se n'è andato?
Chi è che si piange?
Poco importa.

Mi rimane in testa quando canta "le nostre stupende parole" perché quante volte ci troviamo a compiacerci di noi stessi, delle nostre vicendevoli pezze, magari quelle nate dopo un aperitivo killer, durante una serata full gas o nel corso di un viaggio all'estero.
Sono parole stupende perché sono nostre o sono nostre perché sono stupende? Magari non le "più" stupende fra tutte ma stupende "qb" perché le riconosciamo come di un livello superiore, l'unico che conferiremmo a noi stessi.
Am I making myself clear? Don't mind.




Il fratello prodigo è tornato a Manchester e ha provato a fare un recap di puro Rock'n'Roll inglese. Come faccio a non tenerlo in considerazione, inserirlo di diritto ed in virtù di una sorta di Ius Soli musicale?


Di questa canzone ho largamente sbabbelato in altra sede, più precisamente nel mio ultimo articolo, soffermandomi sui retroscena, sul background amicale da cui è partito e in cui sta prosperando. Imprescindibile nella mia compilazione dell'anno. 


Non ho molto da aggiungere se non che, trattandosi di un best of personale, molti dei video che sarebbe bello pubblicare (e non solo linkare) sono già stati postati precedentemente. Peccato,.


05) Lali Puna - Rest Your Head Rauschhaus Gute Nacht Edit)

Il video è, in realtà, un fermo immagine ma è bello, fa colore.

Canzone passata in sordina ma di assoluto valore nel mio anno musicale.
Ideale per risvegli tranquilli al sabato mattina dopo una tempestosa settimana lavorativa, incantevole sottofondo alla scrittura, perfetta come colonna sonora per gite fuori porta. Non conoscevo Lali Puna: Mea Culpa Mea Culpa Mea Maxima Culpa.


Presente quelle canzoni che ti entrano dentro? 
Che uno ascolta all'esaurimento anche se un vero limite non viene mai raggiunto? 
Non riesco ad individuare ciò che più mi colpisce di questo brano che avrò, non scherzo, ascoltato migliaia di volte. Forse il grezzume della chitarra, la voce soffocata, il basso e la batteria che, dietro le quinte, disegnano un perimetro quasi indefinito ma essenziale. O anche la chimica sviluppata da questi quattro elementi che, presi separatamente, non funzionerebbero altrettanto bene. 


Per la serie che, più semplicemente, a volte si cagano viole senza nemmeno sapere come, senza averne avuto una reale intenzione. E sta comunque di fatto che nella mia Every Time Best Selection questa ci finisce di corsa.


07) The National - Day I Die
A poche band è concesso di essere sempre e comunque belle come ai National.



Welcome back, lads, mi siete mancati.
Non ho nemmeno capito se l'album nuovo è un'OST o meno, ma fa li stess.



09) Fast Animals & Slow Kids - Annabelle
Ricordo di averli visti dal vivo a Bologna in un periodo molto strano della mia vita (per dirla come il narratore di Fight Club) e, da lì, ho preso ad ascoltarli con costanza fino a tornare ad un loro concerto alla fine dell'Estate, alla Festa dell'Unità di Reggio Emilia. Ubriachi da far schifo, in un Campovolo gelido e a fine tour... eppure trasmettono un'energia e una carica fuori dal comune, piuttosto rara da trovare, ultimamente.




Come già scritto in una qualche riga sopra, il problema di raccolte di questo tipo è il rischio di ripetizione. Questa canzone è finita sicuramente in una qualche altra compilazione, molto probabilmente quella collazionata per l'amico Aberto Lioy e, di sicuro, era nel Top 2016 di SB9. Vero tutto ma vero anche che, voltando indietro il mio sguardo a questo 2017 orma agli sgoccioli, questo pezzo è finito in un botto di chiavette da viaggio, in un sacco di cd che hanno alleggerito le mie trasferte e i miei spostamenti. Farla fuori o trascurarla non sarebbe né giusto né corretto.



Tra le tante cose rimaste in sospeso e con cui mi trovo sempre a confrontarmi, c'è un carteggio mail tra me e il mio buon amico torinese d'istanza in Oregon. E non solo quello, perché la nostra insolita amicizia, nonché il ns rendev-vous meriterebbe e avrebbe meritato qualche riga sull'Indie, cosa che, in realtà mi son sempre promesso di fare senza però mai portarla a termine, e che rimane dunque tra i miei principali crucci. 
Tra le canzoni segnalatemi, menziono questa, che tra l'altro mi ricorda Spark.


Con calma faccio tutto.




Da altre parti ho ampiamente e nuovamente ringraziato Checco per averci non solo edotto riguardo i migliori pezzi elettronici che il mondo ha conosciuto tra la fine del ventesimo secolo e gli anni zero di quello nuovo, ma anche per aver messo agli atti (ossia sulle compile PERLE AI PORCI, ancora presenti sui vecchi archivi della rete) canzoni come questa. 


13) Thegiornalisti - Riccione


Non ho scuse. 
A mia parziale discolpa vi rimando al minuto 1 e al secondo 44, easy peasy. È stato bello avere avuto 18 anni una volta. Anche compierli una seconda, per carità. Ma, davvero, 1' e 44'', c'è un notevole disclaimer.
Rimango comunque a disposizione per informazioni e chiarimenti.


14) The Zen Circus - Ilenia


La cosa bella dell'MTV di una volta era che si si poteva innamorare di pezzi che forse, diversamente, non avremmo mai ascoltato perché apparentemente lontano dai nostri gusti musicali. Ecco (o come prova a dire mia figlia:"æccccuuuu!"con una dieresi perfetta, tra l'altro), gli Zen Circus non sono assolutamente tra le mie band favorite e non mi viene proprio da ascoltarli. Eppure questo video si fa guardare, è magnetico e, dopo un po', ci si affeziona anche alla canzone.




C'è un amico che non ho ancora citato in questo articolo, e non esiste post in cui non metta, di riffa o di raffa, una qualche sua parola. Santu è solito dire, alle volte:"C'è ancora chi ha la classe per dire agli altri come si fa". Credo si adatti perfettamente ai War On Drugs.


16) Noel Gallagher's High Flying Birds - Holy Mountain


Hi Noel, listening you playing again is like meeting an old friend and chatting with him. Same chords, same words but it doesn't matter, you're always welcome: a great guitar and an amazing jacket will save your music forever, Chief!
By the way: a double as a second guitarist, a big boobies girl on the piano and the City Standard near the Hiwatt amplis are n.1 ideas and that's why I still like you so much and I always will. The song is.. . well, it would be fine if you were a fuckin band of fuckin ABBA fans, but to me it's ok, d'you know what I mean? Never mind, next time, you can do anything you want 'cos you're my fav one.




Mi congedo perché s'è fatta una certa e la bimba vuole vedere Veo Veo per almeno 25 minuti.

Enjoy.

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