Cose brense

Chi mi segue sempre (anche se perdo sempre) sa che per me il titolo di un post è una questione di capitale importanza, quasi maggiore di quello che potrà essere l’articolo in sé o la qualità degli argomenti toccati.
Un po’ per non dimenticarli e un po’ per spiegare la scelta di questo, ossia il terzo titolo di tre, vale la pena soffermarsi su quelli scartati, cioè:”Una settimana brensa” e “Un tempo brenso”. Il primo dei due era stato preso in considerazione perché ciò di cui andrò a parlare si riferisce ai fatti riconducibili ad una sola settimana, mentre il secondo era stato valutato perché evitava di identificare un preciso arco temporale, lasciando al lettore un’idea più vaga, più dilatata ma comunque evocativa. Minimo comune denominatore tra tutti era ed è però l’aggettivo, cioè “brenso”, parola tutta emiliana, ahimè forse più bolognese che modenese, la cui etimologia credo derivi dall’azzeccata contrazione di "breve" ed "intenso", qualcosa che indica un vissuto ricco e pieno di significati raccolti in un fazzoletto di momenti.
Alla fine però ho preferito puntare su un titolo più semplice, senza articoli e senza specifiche, una roba che fa il verso a “Stranger Things”, lascia nell’indeterminatezza più assoluta e contiene l’unico termine imprescindibile di tutta la faccenda:”Brenso”,appunto.

Valigie intelligenti


Preludio - Celebrare l’Estate

Sono cresciuto nella tipica famiglia emiliana che, tra gli anni ’60 e i ’90, aspettava l’Estate per scappare due settimane in Romagna.
Sono andato coi miei in Riviera fin verso i quindici anni, non di più: dopo scelsi, e mai scelta fu più azzardata, il gentil sesso.
Quand’ero poco più di un lattante era d’obbligo Riccione, una volta ricordo di una fuga a Senigallia e, infine, ho memoria di almeno cinque anni passati a Rivazzura, una frazioncina di Rimini.  
Come da brava famiglia Brambilla in vacanza, rispettavano ogni parte del copione: gli orari della colazione, la scelta del menu giornaliero prima di andare in spiaggia, l’aperitivo nella sala grande dell’albergo, il pranzo delle 12.30, l’aperitivo nella terrazza illuminata a festa, la cena alle 19.00, la partita a carte nei tavoli in cortile, la passeggiata sul lungomare e/o tra i corsi del paese.
Era un'ineccepibile rituale dal quale sembrava quasi proibito discostarsi.
Tiriamo fiato.

Intorno ai tredici/quattordici anni cominciai a sentirmi abbastanza chiuso da questo schema ripetitivo e capitava che finissi di mangiare velocissimamente per poi smarrirmi negli spazi incustoditi dell’albergo. Salivo e scendevo ogni piano, cercavo le differenze tra l’uno e l’altro, entravo nelle stanze lasciate aperte, dentro gli sgabuzzini, snasuplavo nelle lavanderie, mi spingevo nei seminterrati facendo finta di aver sbagliato a premere il pulsante dell’ascensore, passeggiavo sui balconi vuoti, e leggevo i depliant turistici affastellati nei raccoglitori della hall. 
Tiriamo fiato un'altra volta.

Una sera sono riuscito ad accedere in una piccola saletta che trovavo sempre serrata. Vedendo la porta socchiusa non avevo resistito e avevo scoperto trattarsi del camerino dei camerieri, che erano quasi tutti studenti mandati dalle rispettive scuole alberghiere a lavorare lì durante la stagione estiva. Appoggiate sulle sedie le borse delle ragazze, buttati per terra gli zaini e i caschi dei ragazzi; tutti, sia uomini che donne poco più grandi di me quanto bastava perché tra la loro vita e la mia fossero già stati scavati vari abissi di esistenza.
C’era un gran confusione, quella creata da chi è arrivato in ritardo al lavoro e non ha avuto tempo di fare ordine tra le proprie cose, mollandole alla va là che va bene e gettando tutto alla rinfusa per terra. Da una delle borse sbucava una fotografia, una specie di selfie ante-litteram, in cui erano ritratti alcuni di quei camerieri: se l’erano auto-scattata (chissà come, poi?) sulla terrazza dell’albergo, ridevano e facevano facce buffe mentre fuori stava calando la sera. 

Le foto di una volta avevano un’insolita particolarità, ovvero su un piccolo triangolino nel vertice basso di destra era riportato l’anno di stampa. Direi fosse il 1995. Dietro, scritto a penna, “21 Giugno, Hotel Nelson, Rivazzurra”.
Non so perché ma questa scena di me e del mio incanto davanti a quella foto, mi è sempre rimasta in testa, è la prima cosa cui penso ogni volta che mi fermo in un hotel della Riviera. 
Era un’immagine bellissima, aveva veramente tutti i più nobili requisiti del selfie: la giovane e raggiante compagnia, i sorrisi e gli abbracci, lo sguardo d’intesa di una possibile coppia del gruppo, il momento rubato alla più bella delle ragazze che andava di fretta e doveva ancora prepararsi per l’appuntamento delle dieci. Soprattutto, però, la non trascurabile aggiunta di non risultare superficiale o artefatta come alcune fotografie pubblicate oggigiorno su facebook.
Quel momento riusciva a trasmettere un fortissimo senso di felicità, pieno di purezza, e, sebbene non riesca davvero a trovare un termine migliore per esprimermi, spero di aver reso l’idea perché è una vita e mezzo che voglio metterlo nero su bianco: comunicava qualcosa anche a me che di quelle ragazze e di quei ragazzi non sapevo niente, e di cui a malapena associavo il volto ad un nome. Oggi si direbbe:”Thank you for sharing” ma in quel tempo non solo non aveva senso un ringraziamento del genere ma chi aveva scattato la fotografia nemmeno pensava che un bamboz ci si imbattesse in un'occasione X di una serata X e ne mantenesse vivida la memoria.
Quel che però più mi colpiva era la luce dell’immagine, un lunghissimo chiaroscuro azzurro-tenebra che delicatamente sfumava in ambra, quello tipico del far-della-sera estivo, che sembra non finire mai e che fa completamente dimenticare quanto tempo sia passato dal buio dell’ultimo inverno e quanto manchi prima del prossimo. 
Potevano essere le dieci meno venti e ci si vedeva ancora: una sorta di piccola aurora boreale al contrario.

Celebrare l’Estate, ecco, quella fotografia era un modo stupendo per celebrare l’Estate. Niente canzoni o rime facili, nessun tormentone alla radio e nessuna moda del cazzo; per me l’Estate era ed è proprio questo: un’immagine da tutti i giorni ma resa speciale perché immortalata in un giorno diverso dagli altri, forse in quello più bello di tutti, il turning point dell’anno, che segna un prima e un dopo. Un’immagine brensa, ricolma di vita seppur sigillata in un istante, solo in apparenza insignificante.

Su indicazione del Bret, un pezzo bomba

Sebbene siano passati moltissimi anni da quella sera e la Riviera sia diventata per me molte altre cose, il ricordo della fotografia dei camerieri mi ha sempre accompagnato con il suo valore più grande, quello dei giorni che non finiscono, che contengono spazio e tempo per vivere quanto più possibile, immagazzinare ricordi e salvare frammenti di spensieratezza cui appigliarsi quando tutto fuori sembra dire male o remarci contro. Per ogni Estate che ho trascorso da allora, quell’attimo di contentezza era l’obiettivo da raggiungere, l’ottimo da ottenere. Per cui non mi sono mai permesso di perdere nemmeno un minuto del mio tempo libero estivo, mi son sempre ripromesso di godere di ogni secondo di luce, di far durare Maggio, Giugno, Luglio, Agosto e, perché no, Settembre, più che potessi.

C’è sempre modo di migliorarsi e, come era solito dire il Drake, la vittoria più bella è la prossima, ma nella “settimana brensa” che avrebbe potuto dare il nome all’articolo, sono andato molto vicino a quella sensazione di felicità che ho provato ad anticipare con questo preambolo e che cercherò di spiegare nelle righe successive. E, si badi, a voler fare i pignoli tutto questo è avvenuto in Primavera perché, tecnicamente, il solstizio d’Estate cade il 21 di Giugno, come era riportato sulla fotografia, mentre ciò che segue è avvenuto prima. 
I don’t mind, esigenze narrative e/o licenze poetiche: transeat.


Sabato 10/06/2017, Villa Boschetti – San Cesario.

Matrimoni Emiliani: I love'em

Ogni matrimonio ha il suo perché e a volte qualche perché no. Fortunatamente sono pochi quelli in cui ho sperato venisse presto l’ora di evacuare la zona, della maggior parte conservo meravigliose seppur labili (e i contorni poco definiti sono un omaggio dell’alcol) memorie. Ce ne sono alcuni però che possiedono un peso specifico inestimabile, ossia quelli dei migliori amici, di quelli più cari o dei compagni di classe. 
È come se fosse una Festa di Compleanno 2.0, s’avesse l’autorizzazione di dire fare baciare lettera testamento, e venissero previsti condoni e indulgenze plenarie per sguardi equivoci, parole storte o brindisi che hanno insanguinato di vino camicie appena uscite dalla sartoria.
Quando poi si ha l’onere e l’onore d’essere testimoni (ed io, non lo dico per vanagloria ma per sincera contentezza, lo sono stato per tre volte) si vive uno particolare stato di grazia che amplifica e giustifica un maggiore grado di gioia ed entusiasmo. Che poi per il prossimo questo si traduca nel rendersi pesanti e insostenibili, amen, dettagli.

Esistono vari tipi di amicizia.
Si può essere amici di infanzia o esserlo diventati perché della stessa compagnia. A volte il legame deriva dalla pratica comune di una disciplina sportiva o dall’avere costantemente a che fare sul posto di lavoro. Se si è particolarmente fortunati si creano amicizie anche dopo i venti anni, quando percorsi laterali si incrociano all’improvviso, facendo uscire allo scoperto persone che, pur non sapendolo, aspettavano solo di conoscersi. Esiste però un tipo di amicizia che trascende tutte queste ed è quella che nasce e cresce sui banchi di scuola, in cui l’appartenenza a un non-senso comune si trasforma in un sentimento di cameratismo diversamente replicabile, e questo perché si impara a condividere gioie e dolori dei compagni, si fanno propri gli obiettivi raggiunti e gli insuccessi altrui, le grandi perdite e le piccole conquiste di qualcun'altro diventano le tue.

Ciò che viene generato da sensazioni di questa natura è l’annullamento di qualsiasi distanza di spazio o tempo. 
Oltre la Maturità ci si può perdere di vista per mesi, a volte anni, trasferirsi in un altro paese, cambiare giro. Eppure ritrovarsi, anche se di tanto in tanto, abbatte ogni barriera perché il “trascorso insieme” è qualcosa di visceralmente attecchito dentro e, come scriveva Tolkien:”Le radici profonde non gelano”. E allora rivedersi, seppur una volta a stagione, è come se ci si fosse salutati il giorno prima, è come se nessuno si stupisse se, passato molto tempo, lo sbronzone di turno fosse rimasto tale, l’attaccabriga di livello mondiale non fosse cambiato di una virgola, il tombeur de femmes si fosse solamente adattato ai mezzi di comunicazione moderni e l’intellettuale del gruppo continuasse a squadrare gli altri con un misto di “che bello ma che bello” e “ma chi me lo fa fare di vedervi fare ancora schifo dopo tanti anni?”

Giuro che avrei voluto scegliere una foto insieme ma "Oscar Giannino strikes again" ha vinto.

Detto ciò, anche per smorzare l’eccessivo grado di stucchevolezza che potrei raggiungere se continuassi, a referto vorrei appuntare alcune cose brense che vale la pena menzionare per non correre il rischio che vadano perse tra i meandri delle chat di whatsapp.
Checco che manda affanculo fotografi e fotografati. Il Grego di Dufo. Essere a tavola con i genitori della sposa e sperare che non abbiano sentito nulla dei nostri discorsi. Goppy che parla di Feng Shui quando è quello che tiene le birre da 33 nel cassetto basso del frigo dove solitamente la gente normale mette le verdure. Io nella parte di Oscar Giannino II – Il Ritorno. Checco che intona Voodoo People. Aver costretto il DJ a mettere Wonderwall e averglielo ricordato vergandolo sul tavolo. Gente che perde i sensi o a cui escono i gomiti. Noi che cerchiamo di convincere la sposa che un matrimonio senza l’arrivo dell’ambulanza non può dirsi veramente riuscito. Checco che si sveglia a casa di Goppy chiedendomi che ore sono perché forse è meglio se chiama a casa.


Vabbè, la metto lo stesso, e ciao che t'amavo.


Flash Forward

Svegliarsi su un divano altrui in un paese diverso dal proprio solitamente presenta più contro che pro, elenca più contrari che sinonimi di benessere, ma ha anche tanti “perché sì” riguardo cui è spesso bene non indagare. Alle sette e mezza di domenica mattina il caldo e la luce che spuntano dal balcone di casa di Goppy mi destano dal torpore alcolico e l’autobahn per il mare mi attende. Ho un hangover fotonico ma a Cattolega sono di istanza donna Ilenia, la piccola Benedetta e mia madre, ed io avverto il bisogno fisico e mentale di ricongiungermi a loro perché, come canta Divi:”Che bello che era avervi attorno, come aver trovato un posto al mondo dove alla fine fare ritorno”
Saluto l’ospitale ex-rappresentante di classe a cui rifiuto l'offerta di un caffè, mossa della quale mi pentirò amaramente, e mi dirigo verso la nuova e sperduta entrata di Valsamoggia.

E aver paura che cominci il giorno e che la luce ti cancelli il sogno

Percorrere l’autostrada può sembrare un “atto mancato”, Freud lo avrebbe definito così o in maniera simile. Forse è più un piacevole sovrappensiero o il trasformare qualcosa dal passato ombroso in un momento felice. L’A14 è spesso stata, per me, una strada di sacrificio (si legga qui) e perché un giusto revisionismo storico mi permettesse di rivalutarla sono passati anni. Quel che mi è rimasto si rimaterializza nella mia mente mentre guido, ancora una volta, da solo e non accompagnato, immerso nei miei pensieri e nei nefasti ricordi di tempi che furono. Eppure, nonostante sia dritta, noiosa, per nulla interessante e monotona, non riesco a non farmela piacere. Da che sono bambino sarò entrato in ogni autogrill, mi sarò fermato a pisciare in quasi tutte le piazzole di sosta, sarò uscito ad ogni casello tranne da quello di Castel San Pietro Terme che, ogni volta, mi chiedo che paese possa essere, specie questi giorni in cui una mia amica di facebook si è geolocalizzata proprio da quelle parti.

Imbocco lo svincolo di Cattolica, l’ultimo nonché il più a Sud dell’Emilia-Romagna. 
La Riviera è sempre, come per magia, uguale a sé stessa. I bagni, la bomba, le granite alla menta, i tedeschi con le calze e le infradito, le stazioni dei treni, i viali alberati, gli anziani di adesso vestiti come gli anziani di trent’anni fa, le generazioni che si ripetono nello stesso identico modo, le edizioni cittadine de “Il Resto del Carlino”, gli edicolanti che rispondono in crucco anche a te che sei italiano, i risciò, i fotografi sul bagnasciuga, i ristoranti di pesce ogni tre metri, il profumo di cappuccio e cornetti che di mattina pervade i corsi interni, l’odore della salsedine, il bar sul pontile dove vorrò passare i miei ultimi giorni scrivendo le mie memorie. Le uniche cose che sono cambiate sono la gestione dei negozi di paccottiglie, ora in mano al racket di indiani e pakistani, e la mia tardiva scoperta della piadina con la porchetta. Mancano le cartoline, quelle delle donne con le chiappe sabbiose al vento o dei pedalò innevati sulle sabbie invernali, deserte e malinconiche. Come ho già avuto modo di ribadire in altre sedi, a volte sembra tutto troppo, nel senso che c’è il rischio di farsi incantare da tanta inezia e accondiscendenza. Di contro però l’essere serviti e riveriti ad ogni angolo, o il sentirsi coccolati e al centro dell’attenzione, mette di buon umore, fa scordare le beghe del lavoro e accantona i cattivi pensieri. Un atto mancato muta, in un attimo, in una linea di rottura: venire in Romagna cambia radicalmente l’approccio alla vita generando un atteggiamento nuovo e più polleg.


La luce che rimbalza sull’acqua della piscina del bagno "I Delfini" sembra incandescente, irradia riflessi ovunque, un brillante arcobaleno blu. Da mezzo montanaro ma soprattutto da homo sapiens varietà cittadinus faccio fatica ad acclimatarmi ed entrare in vasca adattandomi al nuovo elemento, specie perché ho ancora addosso una botta memorabile per cui ogni dettaglio mi risulta tutto troppo chiaro, colorato e accecante, e anche portare gli occhiali da sole “da vecchio” (così disse Santu a Trento) aiuta ma è sempre un circa-quasi. 
Domenica e Lunedì volano via, è un costante susseguirsi di “Pictures of You” dove il “You” è la piccola che s’azzarda a camminare sulla riva con mia mamma che le stringe le manine mentre lei sorride, gattona intorno agli ombrelloni volando sulla sabbia ogni tre per due, lancia i giocattoli fuori dal gonfiabile (ed è la prima volta che, cucendo gli scontrini sui miei taccuini ne trovo uno con la dicitura “giocattoli”, che stona e fa specie rispetto a tutti gli altri, che sono a saldo di birre comprate a “Tutto a 1 €uro”, piadine, cocktail), caga nel gonfiabile, sguazza in piscina. 
Momenti non barattabili che riconciliano col clima infame in cui si è costretti a vivere quotidianamente, che smorzano le cose brense di tutti i giorni lavorativi, un impegno enorme ma leggero che dà implicitamente risposta ad ogni domanda di merda che mi tiene sveglio la notte. 


Ha senso inacidirsi lo stomaco davanti a mail urgenti, richieste brucianti, obblighi necessari solamente se il feedback non viene da quel mondo ma da un altro, questo, perché sono gli unici momenti in cui sembra di vivere altrove e in nessun posto e, nonostante sia reale per troppo poco, è il migliore tra tutti i possibili places & times to be.


Rivoluzione Industriale 3.0

La sola nota positiva del tornare a casa dal mare è fare tappa in autogrill. 
La classica rustichella strinata fuori e cruda dentro è un sacrale musthave di una cena lungo la strada. Anche perché poi, a tarda sera, quando a banco non c’è più anima viva, anche i commessi paiono più felici nel servirti un caffè americano che neanche in Twin Peaks. Insomma, pure non-luoghi (o luoghi-altri) come questi, dove “brenso” è la parola d’ordine si scoprono calorosi e confortevoli: non dico che vorrei passare qui i miei venerdì sera più ribaldi ma che dico che per un non-tempo, ricavato tra un’entrata e un’uscita autostradale , possa essere il posto giusto dove trovarsi certe sere.

Avete presente quei pezzi che ascolto diecimila volte e non mi annoiano mai?

Se sono ben disposto a rincasare di lunedì sera, consapevole che l’indomani mi aspetta un tremendo rientro al lavoro dopo un week end di matrimonio + fuga al mare, è anche perché le condizioni di ingaggio autostradali ma soprattutto la colonna sonora sono adeguate e rendono il ritorno alla quotidianità meno complicato. Non lo decomprimono né lo possono depurare da ogni futura ed eventuale controindicazione ma di sicuro gli conferiscono un sapore più accettabile, un retrogusto agrodolce: ho mandato giù di peggio facendo finta d’essere pure contento.

Cose buffe che si trovano nei bagni degli autogrill

E va bene così perché tante volte mi ritrovo a pensare alla nostra epoca come fosse una sorta di nuova rivoluzione, dove la pesantezza non è dei materiali o delle idee, e va oltre il concetto di “Produci Consuma Crepa”; è piuttosto una gravità mentale che ci attanaglia costantemente: sono gli ASAP, i FIY, i “Priorità Urgente”, i “Magari in giornata”, le "Conference Calls" in pausa pranzo per guadagnare tempo. Tutte cose che, nemmeno troppo alla lunga, mandano in pappa il cervello perché siam diventati sincopi delle nostre stesse macchine, siam costretti a lavorare in multitasking senza esserne in grado, dobbiamo accettare ogni scambio senza poterci più lamentare, creare prassi nuove ogni volta, appellandoci in ultima istanza ad un senso del dovere che ha perso il suo più puro significato molto prima della crisi di qualche anno fa.
Come cantava Lorenzo quando non aveva ancora le tafche piene di faffi:”Le regole non esistono, esistono solo le eccezioni”.

Il ragazzo non ne sbaglia una

Ci sono giornate in cui vorrei uscire dall’ufficio, volare a casa e bere quanto basta per ubriacarmi e dormire da signore, sperando di sognare tutta la notte. Non succede quasi mai ma con le ragazze al mare posso concedermi uno strappo alla regola e addormentarmi sul divano dopo aver bevuto due birre in piena modalità Homer Simpson.
Capita raramente di ricordarsi i propri sogni, per non dire che non capita mai. Ebbene i sogni della notte sono addirittura due e li rammento perfettamente entrambi. Se il primo è qualcosa di orribile e, proprio in virtù di questo, indimenticabile, per il secondo occorre aprire un tra-parentesi.


Su imbeccata del Bret, mi sono infatuato di una di quelle cose che possono piacere solo a me e a chi ha la mente malata come la mia: “The Man in the High Castle”. Basata sulle righe de “La svastica sul sole”, romanzo di Philiph K. Dick, l’ucronia all’origine di questa serie è che non siano stati gli Alleati a vincere la Seconda Guerra Mondiale, bensì le potenze dell’Asse. Al di là della trama o dell’indiscutibile fascino Nazi, è intrigante la rivisitazione di una Storia completamente diversa ma, per tanti tratti, uguale a quella che conosciamo noi. Non è tanto lo stupirsi del “Come sarebbe andata se…” quanto il rendersi conto che, pur dandole per scontate quasi fossero un male necessario dell’indotto democratico, la nostra civiltà occidentale abbia sopportato brutture e storture cui non si è dato alcun peso o cui nemmeno si pensa più. 
Avrei divorato anche la seconda stagione ma purtroppo non ho avuto tempo e sto centellinando la visione delle ultime puntate, godendomele più che posso e nell’attesa che Amazon Prime confermi (quasi certo) la terza temporada.

I sogni hanno inneschi oscuri ed enigmatici, combinano tra loro fattori che, solo formalmente, potrebbero risultare ininfluenti o di poco conto. 
E dunque succede che a cena si parli del funerale di una persona, si arrivi a fare un discorso più ampio sulle epigrafi e sul significato che possono avere, circa l’importanza di diffondere notizie tristi ma con cui intercettare l’interesse di più gente possibile, far così sì che anche un necrologio possa tradursi in affetto e compassione. Può anche capitare, e lo stalking su facebook se applicato in dosi minime ne è prova, che ogni tanto si cerchi un contatto denotificato da tempo, giusto per vedere se è ancora al mondo e come se la passa. Infine, se a questo aggiungiamo la sbandata presa per l’uomo nell’alto castello, allora il pranzo o, meglio, il sogno è servito: cotto e mangiato.

Ebbene, l’incipit era in medias res: evidentemente, ad un bivio della mia esistenza, nella dimensione onirica avevo preso una strada diversa da quella battuta nella realtà del mio nowadays. Nel nuovo slice of life vedevo me stesso in una vita completamente differente dall’attuale, circondato da persone conosciute ma inconsuete, discutendo con esse di quello che era e di quello che sarebbe stato: un concentrato di serene e tranquille distopie. Pioveva intensamente, non a dirotto ma con insistenza, tra luci soffuse grigie e bluastre, che se fosse stata l’ambientazione di un film sarebbe stata quella di Blade Runner. Mi son svegliato a malincuore perché, complici le birre bevute prima di addormentarmi, il bisogno di andare in bagno era diventato impellente e forse tutta l’acqua presa in sogno era uno spiccato richiamo a Inception. Sebbene non potessi affermare di essere in sogno più o meno felice di quanto non lo fossi e non lo sia nella realtà di tutti i giorni, mi sono rimaste appiccicate addosso sensazioni di grande dolcezza ed emozioni lenitive. Era come in “The Man in the High Castle”, dove è concesso ad alcuni personaggi, la gravosa possibilità -SPOILER ALERT- di scappare dal mondo in cui vivono e dischiudere, per sempre o anche solo per un momento, universi paralleli.
Non vivendo nella New York del Greater Nazi Reich o nella San Francisco dei Pacific States, io questa opzione non ce l’ho, tuttavia il sogno è stato un seducente intermezzo, è stata una serie di cose brense, che, anche solo in parte e per pochissimo tempo, mi hanno riappacificato con il mondo di merda che mi tocca affrontare dalle sette e mezza di mattina alle sei e mezza di sera, tutti i giorni feriali.
O forse, più verosimilmente, il cambio di prospettiva sognato era dovuto allo scherzo di qualche bontempone che mi aveva sciolto dell’LSD nelle Moretti.

Un attimo che calo la briscola e spacco il tavolo.


La felicità è senza limite, viene e va

Son tornato a lavorare il martedì, il mercoledì e il giovedì e, se dovessi definirli, li direi "sturmunddranghiani". Dopodiché mi sono bellamente disintegrato i coglioni dell'aver a che fare con una pletora di casi umani che la metà bastava, che mi son giocato un altro giorno di ferie per raggiungere nuovamente le mie donne al mare.
Partito alla bersagliera quando il tramonto faceva capolino, con addosso tutte le nevriti della settimana corta, son riuscito ad estinguerle nei pressi di Forlì quando, pescando dal mazzo dei cd di donna Ilenia, ho messo su T.R.E e me lo sono ascoltato in rigoroso silenzio fino a Cattolica. Fondamentalmente è stato come richiamare alla mente una liturgia assopita ma mai dimenticata.
Gobi e Bolormaa, forse più la prima della seconda, sono state l'epifania in musica del mio stato d'animo. Il frastuono confuso delle chitarre che lascia campo ad un mantra, gli armonici e le parole semplici quanto struggenti: un traboccamento di gioia e dolore, la consapevolezza che non esistono equilibri ma solo equilibristi della vita.

Anche se solo per una sera e per il venerdì successivo, il tempo trascorso in spiaggia è stato, ancora una volta, catartico. Giovanni Lindo in una delle due canzoni sopraccitate cantava che "Densamente spopolata è la felicità" ed è assolutamente vero. Tuttavia certi momenti bisogna conquistarseli e beneficiarne quanto più possibile, che tanto o si è in credito col Dio o col Karma e prima o poi uno dei due presenterà fattura. E allora mi si scioglie il cuore nell'accompagnare, insieme a donna Ilenia, i primi passi della bimba sul bagnasciuga mentre tutta la gente si ferma a guardarci, ogni brutto pensiero è spazzato via nel vederla sgambettare in piscina e sentirci chiedere a quanti mesi l'abbiamo portare a fare acquaticità e a farle avere familiarità con l'elemento.
Mi rendo conto di due cose.
La prima è la fortuna del trovarsi nel miglior percorso in cui Dio, o il Karma, ci abbiano instradato. Domani sarà un altro giorno, ma intanto festeggiamo il festeggiabile che per spiegarci sconfitte o battute d'arresto abbiamo tutto il tempo di questo mondo. Spieghiamo solo le braccia alla creatura.
La seconda è che la vedo già a quindici anni, quando io sarò la persona più imbarazzante ed impresentabile della sua vita, e non solo perché conto di bere molto più di adesso ed innervosirmi per molte più cose, ma anche per tutta una serie di dettagli che sono lapalissiani senza bisogno di entrare nel merito. Dunque, per quanto suoni stucchevole, per quanto potrei vergognarmi, anche solo tra dieci minuti da adesso, di aver pensato e scritto queste cose... tenermela vicino, sentire la carne che cresce, quella felicità di cui parlano i C.S.I., qualche abitante, seppur per poco, lo conta.

Punto primo chiudiamo un cerchio.
Punto secondo quando ce vo', ce vo', fosse solo per un attimo



Intervallo di folklore contadino.
La mattina mi son svegliato prestissimo e sono andato a correre. Sono arrivato fino all'hotel in cui siam stati l'anno scorso a Gabicce. Sebbene credessi fosse in un altro emisfero, distava tre chilometri e mezzo dal nostro residence a Cattolica. Fa ridere perché in macchina ci vorrebbero venti minuti e comunque si passa da una regione ad un'altra.
Promemoria da calendario di Frate Indovino.
Mentre correvo mi son fermato a vedere e visitare tutte le chiese incontrate lungo la via, compresa quella in cu iero stato a Messa la scorsa estate. Fa specie rivedere un luogo di culto dopo tanto tempo, fa piacere tornarci, è confortante sapere che certe preghiere non sono rimaste inesaudite. Il notabene è che quando al mare indicano gli orari "estivi" delle celebrazioni, intendono dal primo di Giugno all'ultimo di Settembre, in pratica la stagione turistica, quella dei bagni. Ci sta, le giornate iniziano in oratorio e finiscono in osteria: makes sense.


Outro



La settimana brensa, calendarizzata da sabato a sabato, si è conclusa con il matrimonio di una cara amica di donna Ilenia, in una magnifica location sulle colline di Pavullo. Ero talmente coinvolto emotivamente dai giorni precedenti che, come direbbe Santu:"Paesaggio". È stato tutto sicuramente fantastico ma solamente un contorno, un ad libitum sfumando, quando la canzone rimane bella ma ha già detto tutto quello che aveva in pancia.

La settimana brensa, calendarizzata da sabato a sabato, si era aperta con un taglio tattico alla Barberia di Pavullo.
Fa ridere che io vada dal barbiere, lo so.
Il fatto è che c'ero andato per rifilare barba e rasarmi la cabeza da soldato, pronto per far vedere il miglior me al matrimonio di Chicco.
Mentre mi slamava il gargarozzo, il Figaro del Frignano mi chiedeva se scrivessi ancora, se suonassi ancora, se giocassi ancora a calcetto. Gli ho risposto che no, non facevo più nulla di tutto questo.
"E allora cosa fai? Casa, lavoro, famiglia?"
"No, be'. Ogni tanto porto via il rusco. Ma non vado nei pattumi più vicini, vado in quelli più lontani così ho tempo di fumare una sigaretta in più senza che nessuno mi rompa i coglioni".
In realtà non è proprio così: è che se alla domanda "Cosa fai?" avessi risposto:"Cose brense", il barbiere non avrebbe capito, avrei dovuto spiegare, raccontargli a voce tutta questa sbabbelata e considerando quanto aveva da tagliare, il tempo non sarebbe stato sufficiente.
Intanto dovevo celebrare l'estate, seppur condensata in una sola settimana di tarda primavera o in una scatola da scarpe, descrivere l'ottimo raggiunto e tenerne buona nota, sarebbe bastato e basta saper questo.

Processi naturali

Nomen omen o, anche, nomina sunt consequentia rerum.


 


Subito due nota bene.
1) Avessi a disposizione una sola parola a didascalia della foto di cui sopra, userei questa: decompressione. Inoltre Blogger dà una sola slot di immagine da inserire nell'anteprima dell'articolo, e questa, nata quasi per caso, è forse la migliore tra quelle che avevo in mente.
Una tiepida sera primaverile nella piazza di uno dei miei domicili eletti, un dehor vivo e rumoroso che si svuota all'improvviso con il sopraggiungere della brezza che scende dalle colline e che soffia lungo i vicoli dell'antico borgo. L'immagine non è nitida, i contorni non sono definiti ed in fondo questo è il suo bello: i luoghi dell'esistenza hanno varie sfumature e pochi dettagli. Ciò che conta è fermare gli istanti, decomprimere i processi naturali che si celano dietro, cercare i vuoti tra i pieni, un senso tra i tanti colori che si confondono tra loro, recuperare le idee di felicità sparse cui non abbiamo prestato abbastanza attenzione.

2) Linkato all'incipit Crayon dei Manitoba, un pezzo rapido ed indolore così come rapidi ed indolori sono stati i tempi di questi appunti.



Riavvolgendo il nastro, dicevo che dietro ad ogni nome si nasconde il presagio di quel che sarà, in parole più povere, è sempre difficile e allo stesso tempo cruciale dare un titolo a un proprio scritto, di qualsiasi natura esso sia. Ed ogni volta che capita penso sempre a come il testo di Mi Ami dei CCCP non potesse realmente definirsi tale bensì l’ordinata raccolta di titoli un libercolo erotico letto da Ferretti. 
Intenzionale? 
Casuale? 
Davvero “spermi indifferenti per ingoi indigesti” poteva essere il titolo di un capitolo del saggio in mano a Giovanni Lindo?
Chi nisuno sa, direbbe Josè (di cui qualche menzione si ritroverà qualcosa scorrendo le sottostanti righe), eppure credo che il filo rosso che collega gli appunti sparsi catalogati nel mio secondo e ultimo taccuino giallo diarrea sia la naturalezza dei processi. 
In “Dentro Marylin”, Manuel Agnelli cantava de “il naturale processo di eliminazione” e mi ha sempre colpito l’abbinamento delle parole “naturale” e “processo”, più che altro perché formavano una specie di ossimoro, qualcosa di dissonante, una contraddizione in termini. O si tratta un processo, ossia qualcosa di logico, di pensato, che risponde a precisi parametri, oppure è qualcosa che segue una sua strada e che questa si possa svelare solamente alla fine, dipanandosi in ultimo come una matassa imbrogliata, rendendosi palese e chiara come mai prima di quell’istante.
Il fatto è che la vita, l’esistenza, è controversa per definizione: la meccanica che vogliamo sottintenda ogni foglia che si muove, in realtà è, paradossalmente, più naturale di quanto crediamo. 
Mastro Noel scriveva, nel lontano 1998, o giù di lì:”I don’t believe in magic, life is automatic”.



02/04/17 – Sant’Antonio Vs Carpi. Daje Francè.
Il Papa oggi è Carpi. Ho discusso (leggasi “questionato”) con diverse persone circa la bontà ideologica (ammesso che la parola "ideologia" abbia ancora una parvenza di significato) del Vicario di Cristo e dell’importanza della sua figura. Credo sia inutile prodigarsi in tale dialettiche, specie quando ci si imbatte in chi non fa differenza tra Chiesa e Fede. Si può essere vicini a Dio e non per forza ai preti. Postulato questo, possiamo parlare di religione; diversamente non solo non abbiamo niente da dirci, ma ho paura che gli interlocutori del caso non sappiano nemmeno cosa pensare al riguardo.


03/04/17 – Spezzangeles. Oltre le stelle.
È curioso perché per quante io volte possa avere ascoltato “Ok Computer”, ed in quante diverse fasi della mia vita io lo abbia fatto, ne ricolleghi l’idea solo all’ultimo viaggio a Merano a bordo della furga familiare.
Davanti eravamo io, Max e Berta e per alcuni tratti del viaggio ce lo siamo risentiti, pontificando sul quanto fosse bello e ancora attuale. 

21/11/2016, Riva del Garda rethink.
Io voglio e spero che questa diventi una tradizione annuale. Poi ognuno di noi prenderà la sua strada ma avere la possibilità di condividere anche solo una minivacanza insieme ai propri migliori amici e alle loro famiglie è una fortuna di cui esser grati.

Ad ogni modo pesco sulla pagina di Deer Waves la scaletta dell’ultimo concerto dei Radiohead, e dell’album totemico di cui in oggetto leggo l’esecuzione di solamente tre pezzi. Tolto “No Surprises”, scontato come un cane di nome Black, le altre due sono “Electioneering” e “Let Down” (non c'era "Paranoid Android", tanto per dire). Al tempo, vale a dire vent’anni fa, le canzoni summenzionate non mi piacevano, non erano tra le mie preferite, erano quelle che (avendo la musicassetta dell’album) lasciavo andare e nel mentre andavo a pisciare o a rispondere ai miei circa qualsiasi cosa m’avessero chiesto mezzora prima. 
Non so cosa sia, forse la stagionatura, che certi pezzi devono decantare per poi entrare in circolo, un reiterato ascolto distratto, tutto può essere. Il punto è che io, come scrivevo prima, ho sempre ascoltato questo disco, non è qualcosa che abbia archiviato e poi richiamato all’ascolto; voglio insomma dire che in qualsiasi momento della mia vita dal 1997 avrei potuto trovare belle “Electioneering” e “Let Down”. Invece no, è come se la piena comprensione delle canzoni si fosse snodata lungo un intervallo di vent’anni; eppure non ci sono stati ostacoli o prescrizioni: è stato un processo naturale.

Oggi una mia conoscente ha compiuto quarant’anni e, mentre lo raccontava, è entrata in scena una ragazza molto più giovane. Di rimando agli auguri, la più anziana le ha allora chiesto quanti anni avesse lei e alla risposta “venti” ho intravisto nei suoi occhi quel profondo senso femminile di invidia mista a scoramento, quand’io (in tutt’altra dimensione di deduzione) ho invece fatto un po’ di matematica contando all’indietro fino al 1997, l’anno dell’uscita di “Ok Computer”. 
La sintesi di questa sbabbelata è che per metabolizzare il disco mi è servita una generazione di passaggio, e forse non ho ancora finito. Ora, di certo io non sono il massimo conoscitore di musica mondiale, ma non mi sembra così peregrino pensare a quanto grande fosse un disco e a quali/quanti ragionamenti musicali vi fossero dietro, se ha resistito alla prova del tempo e se a distanza dello stesso è ancora in grado di sorprendere e generare emozioni.

I’m gonna grow wings, a chemical reaction
Si diceva, dei processi naturali?


04/04/17 – Spezzangeles. Non è tempo per me (semicit.)
Se per ogni “Va bene” e “Hai ragione” detti senza convinzione avessi un euro, a quest’ora sarei in dialisi perché avrei percentuali in diversi bar della zona.


06/04/17 – Spezzangeles. Non so cosa ma qualcosa vorrà pur dire.
Ogni tanto c’è qualcuno che scrive cose interessanti su FB. Non che questo avvenga sovente ma quando accade prendo nota. Un ragazzo brillante ha commentato un post con tre parole che ho appuntato:”Addomesticare la rabbia”. 
L’autore s’è anche chiesto se questa, ovvero la rabbia, spesso non covi da altre parti, quasi fosse l’Obscurus di “Animali fantastici e dove trovarli”.


08-09/04/17 – Fontanellato, Castell’Arquato, Salsomaggiore, Fidenza Village.

Colonna sonora della gita in quei di Parma e Piacenza è stata la selezione di pezzi compilatami da Alberto Lioy. Avrei voluto pubblicare "Cassetteboy's Theme" dei "Working for a nuclear free city" ma purtroppo non è disponibile in Italia. Ripiego, si fa per dire, su questo pezzone.

Credo che l’Emilia, propriamente detta, vada a Imola alle ultime propaggini della provincia di Parma e già questa sia non solo geograficamente ma anche culturalmente molto lontana da Bologna.
Il tratto distintivo della “R” moscia è qualcosa di tanto buffo quanto assurdo e, quando uno ci pensa bene e riconduce la cosa al dominio francese, s’arriva a considerarlo un retaggio incomprensibile. Comunque sia, venire da queste parti e ascoltare i locals che favellano tra loro mi ha ricordato i miei compagni universitari del corso di Laurea Specialistica. Parlarne è un tema ricorrente sulle colonne di queste blog ma aver sentito dal vero gente con stesso accento e cadenza è stato qualcosa di più forte rispetto all’aver rievocato immagini che me li ricordassero.

Fontanellato è qualcosa di nascosto in un’estremità sperduta della mia memoria.
Esistono tre categorie di luoghi figurati archiviati nel profondo delle nostre esistenze. Alcuni di questi sono emblematici (per me lo è, exempli gratia, il Carrefour di Massa), domicili eletti e riscoperte solo apparentemente casuali. 
Le ultime del lotto sono forse le più interessanti perché son sempre state dentro i nostri pensieri ma annidate in angoli remoti e poi sbucate fuori all’improvviso ma nemmeno troppo all’improvviso: come se il cervello avesse puntato una sveglia perché ad una certa riemergessero dall’abisso dei ricordi. Raramente però è un caso. 

L'Emilia sa essere bellissima anche e soprattutto quando non la descrive Vasco Brondi.

A Fontanellato sono già stato da bambino, ho una sorta di dèjà vu ma non riesco a ricostruire i particolari dell’eco visiva e mentale. Ci fermiamo a pranzare in un’osteria con vista rocca. Ci dice bene, anche quando eravamo stati a Gradara avevamo avuto la buona sorte di trovare un ristorante fuori dai coglioni ma ben posizionato tatticamente in cui mangiare bene e con calma.
Davanti a noi si è seduta una coppia con un bambino del tempo della Benedetta, sono accompagnati dalla madre di uno dei due, direi di lui. Io ho il grave difetto, in contesti come questo, di non farmi i cazzi miei, di origliare i fatti altrui e farmi viaggi che la metà basterebbe. L’uomo è di spalle mentre la ragazza è una tipa decisa, s’è visto fin dall’ordine del menù. Naso affilato, nemmeno troppo bella ma con un viso di quelli che colpiscono, pantaloni larghi e lenti, probabilmente un ex-sportiva, forse una nuotatrice o una pallavolista a giudicare dalle spalle, corporatura “aumentata” ma tipica di chi ha praticato uno sport faticoso o di grande disciplina fisica, interrotto di colpo per cause di forza maggiore (o peggiore). È perentoria, ha una forte indole di comando, non ha portato un gioco che sia uno per il bimbo, parla solo lei, non ne fa passare mezza né al compagno né alla suocera.
Chissà come dev’essere per lui, e chissà come dev’essere per l’altro, perché un altro questa ce lo ha di sicuro. E spero anche che non mi leggano mai, né lei né lui e né l'altro.

Castell’Arquato, “Giardino degli innamorati” (si chiama così, non è per fare lo stucchevole).
È strano ritrovarsi a pronunciare queste parole:”Che pace che c'è qui”.

È un peccato non raccontare niente di questa perla del primo Appennino Piacentino.
Ma va bene così, ho già detto tutto.

Salsomaggiore è liberty, così liberty da risultare kitsch. 
Dopo aver riscattato uno smart-box con scadenza bruciante, alloggiamo in un albergo che sarebbe parso demodé negli anni’80 e in cui il tempo, come nel resto del paese, sembra essersi fermato. Che ci si è talmente abituati a riferirsi a quell'epoca che non ci si rende più conto che l’intervallo temporale è quasi di due generazioni: si va indietro tre decadi di decadenza; pronto? Mi trovo a pensare a cosa volesse dire essere ricchi e benestanti in quell’epoca, se significasse passare una settimana in un hotel così trash, se la dolce vita salsese fosse andare alle terme (che ho paura mi venga il tetano solamente guardandole dall’esterno) se benessere equivalesse a “di notte chiudiamo alla mezza, l’una” (va bene non avere il night manager ma cos’è, una caserma?) e a “si cena alle sette e mezza” e “la colazione c’è fino alle nove e tre quarti, tranquillo”, che mancano solo i servizi di corvée come ai campeggi estivi parrocchiali e sam a post

Uno ci scherza ma Salsomaggiore è veramente così

La cameriera che ci serve è fuori luogo come Antonio Cassano al Salone del Libro: capelli magenta e piercing a naso e orecchie. È un po’ impacciata ma molto carina e simpatica, e, anche in questo caso, mi costruisco castelli sulla di lei vita. Ha citato il suo paese d’origine, un borgo isolato a qualche decina di chilometri da qui, sui colli piacentini: immagino che abbia pescato qualche carta di merda dal mazzo e che, per una qualche grazia ricevuta, ora stia parando i colpi andati a vuoto ma non abbia trovato nessun mestiere migliore di questo. Provo una forte empatia per lei, le ricambio ogni gentilezza: a ognuno il suo processo naturale.
Davanti a me c’è una coppia che, come credo il 90% delle persone sedute a tavola stasera, è qui perché ha usufruito del cofanetto-regalo. Gli habituè si notano, si muovono con disinvoltura nel loro accettare quel che viene senza aspettarsi troppo. Gli invitati, i convenuti e i partecipanti sembrano in prestito: rivolgono domande senza senso, pretendono cose assurde che non verrebbero loro concesse nemmeno con un sovrapprezzo, paiono paracadutati da un altro mondo. Vestiti a festa nemmeno fossero alla Francescana, fare elegante, gesticolare ridotto: per loro sento una sorta di pena mista a stupore.


Fotografie che potrebbero essere copertine di album del Faber e invece diventano cover dei miei articoli


10/04/17 – Sant’Antonio. Incubi reali. 
L’anno scorso sono cambiate due cose nella mia vita.
La prima, più importante nell’economia dell’esistenza e della felicità, è che sono diventato papà.
La seconda è quello che, in questo articolo, avevo definito “l’evento esterno”. Nonostante non abbia, in questo momento, di cui preoccuparmene né sappia se dovrò un giorno ancora farlo, ha lasciato un’impronta indelebile, quasi ora ci fosse un prima e un dopo, e non solo non si potesse più cancellare ma avesse profondamente alterato quello che al tempo era il mio futuro e quello che ora è il mio presente. È un incubo reale, una paura che si ripresenta ogni mattina prima di andare al lavoro e che non riesco a scacciare: qualcosa che ha scavato in profondità e che ora è difficile da mandare via.

Non so, è come quando mi son disintegrato la caviglia destra e, solamente dopo un lunghissimo e interminabile periodo di recupero e riabilitazione, sono tornato a giocare a pallone. Ricordo che usavo il piede buono esclusivamente per camminare, colpivo solo di sinistro e, essendo terzino destro con buona corsa, ogni volta che mi ritrovavo a crossare ero costretto a quindici manovre diversive per scartare il mio dirimpettaio, guadagnare spazio, vedere in mezzo e coordinarmi in maniera del tutto innaturale pur di calciare col piede debole.
Andò avanti così per un bel po’, fino a quando, dopo un’infinita sgroppata sulla fascia, un atavico istinto mi spinse a crossare di destro perché solo così avrei avuto il pieno controllo del giro del pallone, avrei saputo calibrare la forza, il gesto sarebbe stato rapido e non avrei avuto bisogno di troppo spazio per eseguire il lancio: insomma, il fondamentale tecnico sarebbe stato splendido, ineccepibile ma soprattutto performante. E così fu. La palla si staccò dal mio piede un nanosecondo prima che il difensore avversario mi travolgesse, centrandomi in pieno la caviglia, la sfera imbeccò la testa dell’attaccante che arrivava di gran carriera, e questi la impattò con una coordinazione perfetta. La forza e la velocità con cui questa era partita fecero sì che, una volta inzuccata con precisione, si trasformasse in una scheggia imprendibile diretta nel sette, quasi fosse stata schioccata da una fionda, e il portiere non potesse far altro che provare a immaginarsi la scena e ricostruirsela mentalmente una volta raccolta la palla dal fondo della rete. Vidi tutto questo da terra, dove il difensore avversario mi aveva ribaltato con il suo intervento killer, ma in quel momento il dolore alla caviglia era scomparso, lo avevo tirato in cielo insieme a quel pallone, con la paura che m’ero portato dietro fino a qualche istante prima. 

Raccontata così (e forse l’esperienza degli 11 Illustri Sconosciuti aiuta) pare sia un resoconto romanzato degno dell’Avvocato Buffa e un esercizio di stile fine a sé stesso. In realtà è un aneddoto che cerco spesso tra i miei ricordi per trovare coraggio, per ispirarmi e iniettare fiducia in me stesso: la consapevolezza che sia lecito calare corrente dopo aver preso la scossa, che affidarsi al “piede debole” non sia solo una necessità fisica ma anche psicologica; tutto verrà da sé e in maniera naturale, perché a volte nemmeno noi ci conosciamo fino in fondo né sappiamo individuare le linee di rottura con gli shock delle nostre vite, dobbiamo solo aspettare che il motore torni a pieni giri, che venga istintivo riprendere a calciare col piede dritto.

C'era una volta una canzone degli Slowdive, band shoegaze di Sua Maestà la Regina, che non riuscivo a smettere di ascoltare. Si intitolava "When the Sun Hits". A distanza di un botto di tempo, questo gruppo ha dato alla luce un nuovo album. 
Il bravo Lioy,, che già mi aveva anticipato di loro nei ns carteggi mail, ha provveduto a tenermi al corrente, Bertalife l'ha già inserito nel suo hashtag annuale delle canzoni da ricordare e Checco, ossia chi mi ha fatto scoprire gli Slowdive ormai dieci anni fa, viene messo in conoscenza ora. 
Pure questo, a suo modo, è un cerchio che si chiude. Non solo per le persone che racchiude ma anche perché non poteva esserci canzone più adatta a chiusura dello sproloquio di cui sopra: cupa ma energica allo stesso tempo.


12/04/17 – Spezzangeles. Dell’intelligenza.
Premessa. Qualche tempo si disquisiva e si scherzava con gli amici sui vari tipi di intelligenza: quella emotiva, quella discorsiva, quella narrativa. Per quante ne avessimo potute dire, non le avevamo ovviamente pensate tutte.
Salto in avanti di ragionamento. A 35 e rotti anni mi accorgo sempre più di essere un vecchio di merda: ho fatto pace con la crapa rasata e la barba sale & pepe, ho accettato di rimanere defilato ai concerti, porto pazienza quando qualcuno più giovane di me mi ripete una parola perché crede che io non la conosca o non ne abbia colto il senso perché lontana dalla mia cultura anagrafica. Soprattutto però ho pienamente realizzato che di intelligenza ne esiste un'altra, quella estetica, che per definizione è superficiale, infinitamente acerba e allo stesso tempo evanescente, ma più che sufficiente perché ragazze di poco più di vent'anni sappiano perfettamente d’essere belle e fascinose, di avere un culo che suona, canta e dice le poesie, di poter guardare chiunque dritto negli occhi senza abbassare lo sguardo quando dovrebbero essere loro a farlo, se non altro per una questione di anzianità di grado. Sono molto colpito da questa categoria, specie perché non mi sembra abbia né troppa parte né troppa arte, anzi. Credo che queste fanciulle debbano ancora vedere tantissimo di quello le aspetta e se da un lato invidio loro l’età, dall’altra le lascio tutte le agrodolci scoperte che questa si porta in dote. Capisco perché, quando lo buttava nella mischia a soli diciotto anni, Mourinho chiamava Santon “il bambino”.


Non avete mai visto una bella ragazza?

A questa tipologia di intelligenza, rispetto la quale io e i miei compari non avevamo indagato, ne segue e consegue un'altra, che definirei conservativa. Intendo riferirmi al buon senso di non concedere entrature a queste persone, né direttamente né indirettamente: tenere i piedi ben saldi nel dorato mondo dei casini schivati è sempre una buona idea.


13/04/17 – Puianello. Le vite degli altri.
Meglio essere stupidamente convinti di un’idea che convintamente stupidi in generale.


14/04/17, Modena. Compagni di Liceo o anche del perché dobbiamo fare i sostenuti parlando dell’ultimo disco di Bon Iver quando possiamo parlare di figa come abbiam sempre fatto.

"Una volta uscivamo per andare a ballare. Adesso facciamo foto alle piazze. Non dico che non mi piaccia, per lo meno finché tra di voi ci sarà un elettore del mio paese".

Modena s'è fatta bella stasera.

"Se non suono il campanello nessuno mi apre".
"Datemi un rasoio e sarò il vostro Varoufakis"
"Zeman, il 10 puoi dormire da me, sto a 60 mt dalla villa. Grazie Goppy, m'hai cambiato l'estate".
"Le donne, dopo i 40, sono come i giocatori a fine carriera. Ogni anno ce ne mettono 5".
"Siediti con noi e raccontaci la tua storia d'amore".
"Quello con cui sto cercando di farti accoppiare è quello pelato con gli occhiali".
"Il Tassoni era coibentato con uranio impoverito, il materiale restante era illegale".
Eravamo proletariato noioso ma interessante".
"In questo tavolo non c'è amore ma solo opportunità".
“Credevo fossimo fuori a cena e non in ‘Città sotterranee con Alberto Angela’"
"Porta altre Moretti. Una per tutti, anzi una ogni due, anzi portane una a testa".
"Le fontane! Perché non si vedono le fontane?"

Noi no, belli lo siamo sempre stati


#traparentesi: Giovedì e Venerdì Santi fatti con Max. Spero diventi una consuetudine annuale.


15/04/17, Riolunato (Ardondlà, in lingua), in viaggio. Pettegolezzi. 
Da queste parti si dice che per ogni cane che scondinzola c’è un coglione che apre bocca. Spettegolare può avere una triplice valenza: informarsi circa i fatti altrui per scovare un proprio interesse, scuriosare senza capire un cazzo e facendosi un’idea sbagliata, e sparlare degli altri con cattiveria. Per come la vedo io, è lecita la prima opzione: se lo spettegulezz possiede una sua, seppur bizzarra, curva d’apprendimento personale, allora ok e va bene anche quando il risultato finale è "cosa non si deve fare per evitare che".


15-16/04/17, San Pellegrino in Alpe, Castelnuovo in Garfagnana, Carrefour, Partaccia.
Se avesse un nome, questa mini vacanza andrebbe intitolata “To lose la Track”.
Quante volte ho fatto questo giro, traversando l’Appennino Tosco-Emiliano, svalicando sulle selvagge e austere Alpi Apuane, incrociando i bianchi e marmorei passi che, una volta superate le gallerie, buttano l’orizzonte sul Mar Tirreno che splende dabbasso al riflesso del sole alto in cielo, e quante volte ne sono rimasto ammirato e incantato, stupito di come la natura continuasse a farsi bella per me e per noi.

Uno scorcio dell'Isola Santa, un luogo spettrale.
Per inciso, io avevo già scritto qui della Garfagnana, articolo che, non-si.sa-perché, è il mio più letto ogni epoca e ogni blog.


Più che altro, in quante diverse vite ho percorso queste strade e visitato questi luoghi, quante volte ho soggiornato nella dimora marittima di Berta, alla Partaccia: da solo, in coppia, in fasi di grande sbandamento, da ragazzino, da accoppiato, gli ultimi dell’anno, insieme agli amici, da sposato, da padre. Prima parlavo di “Domicili eletti”: sicuramente Marina di Massa è uno di questi. A volte ne ho perso traccia ma le impronte son rimaste stampate sulla sabbia, per chi le sa e le vuole cercare, e non è mai un caso che ci si ritorni anche ad intervalli irregolari. Giusto il tempo di riambientarsi, e poi è come se ci si fosse lasciati la notte prima, quasi che ogni pezzo del giardino ed ogni spigolo della casa rievocasse momenti di età ed epoche passate, derubricate ma non cancellate.

Ogni volta che vado a Partaccia, vorrei fare una foto con cui testimoniare a qualcun altro quanto sia bella casa di Berta, con le Apuane dietro, la torre di Marina davanti, le margherite nel prato e gli ulivi in giardino. 
Ogni volta che ci provo ne viene fuori una foto di merda ma che per me ha un peso specifico incalcolabile.

Direi ormai sette anni fa, in compagnia di alcune amiche e alcuni amici (chi ritrovati, chi rimasti e chi perduti) andammo a trovare Berta la seconda settimana di Agosto (mettere foto). Giancarlo, suo padre, ci cucinò i testaroli ed io, con il carico di birre che avevo in pancia fin dalla night of (tradotto: un caldo disarmante ed un hangover stellare), necessitavo di spogliarmi e mangiare a torso nudo. Essendo l’unico animato da tali sentimenti, mi trattenni fino a quando non vidi lo chef (nonché padrone di casa) avere la mia stessa idea.
“Oh, fortuna che ti sei tolto la maglia anche tu, Gianchi. Sai, ero un po’ in imbarazzo a mangiare a torso nudo a casa tua.”
La risposta:”Oh, Zeman, devi essere parecchio sbronzo perché tu ti sei spogliato dieci minuti fa ed io, vedendo te, ho fatto uguale perché se io fossi stato l’unico mi sarei vergognato.”
Game, set & match.
Fa strano, oggi, ritrovarmi qui nel giardino con una bambina. Non è come avere portato qualcun altro, un nuovo amico: è qualcos'altro, una vita che si ripete. Come ha detto Berta dopo aver fatto una foto a lei e all'Annina che giocavano insieme:"Zerta 2.0".
Considerando che "Zerta" è nato a Partaccia allora siam sempre lì: processi naturali, nothing more and nothing less.


17/04/17, Sant’Antonio. Pensieri (troppo) periferici.
Bisogna sempre mettere la data davanti ai propri appunti. È sorprendente scoprire quanti anni possano trascorrere da quando si trascrive un pensiero che sembra catalogato il mese scorso.


18/04/17, Spezzangeles. Conoscere le persone.
Il miglior modo per capire come ragionano le persone sul lavoro è parlar con loro d’altro, di un argomento che si ha in comune. Se c’è una parvenza di idem-sentire, bene; altrimenti sarà dura allineare pianeti che orbitano in galassie diverse.


19/04/17, Ubersetto. Interior intimo meo.
Finalmente ho trovato, con una botta di culo enorme, una Parrocchia in cui vien detta Messa alle 18.30. E, si sa, anche la più grande organizzazione non potrà mai essere sostituita da una botta di culo enorme. A volte vado a Messa alla mattina, a Maranello, alle 7.30. Tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, non sono più nelle condizioni fisiche e mentali adeguate per affrontare di prima mattina il gran-varietà religioso. Ho addosso le tensioni del lavoro che mi aspetta, la pressione della strada da percorrere, il fatto che debba cagare (che va bene il motto latino “defecatio matutina bona tam quam medicina”, però a me lo stimolo vien sempre nel preciso momento in cui serro la porta con le chiavi): insomma, ero alla ricerca di un orario alternativo ma non troppo invasivo, tipo le 18.30.
Solo che in nessun luogo evangelizzato del Distretto Ceramico sembrava ci fosse una Parrocchia in cui venisse detta Messa a quell’ora. 
Cercando altro trovo la chiesa di Ubersetto, sponda fioranese dell’unica frazione italiana rispondente a tre comuni diversi. Che va bene tutto ma con un Santuario meraviglioso, una parrocchia in paese ed una nella vicina Spezzangeles, vengono dette sì due Messe serali ma alla stessa ora? 
Ad ogni modo, quando avrò bisogno di confrontarmi con me stesso, raccogliere i pensieri, quando crederò di dover aprire ticket all’Altissimo, andrò lì, a soli cinque minuti da dove lavoro.
Ne “Le Confessioni” Sant’Agostino ha scritto:”Tu autem eras interior intimo meo et superior summo meo." Arrivederci e grazie.




Parentesi musicale o anche "back to days".
Qualcuno, in tempi non sospetti, ci scrisse una canzone:"...and as he faced the sun, he cast no shadow". Meraviglioso articolo di Mucchio su Richard Ashcroft, i Verve e Urban Hymns.



Il ns caro compagno Chicco era solito invadere lo spazio vitale mio e di Checco ripetendo la lezione di storia prima delle interrogazioni. In corrispondenza dell'uscita di quest'album umanamente e musicalmente paradigmatico, noi studiavamo la Rivoluzione Industriale e il fenomeno di inurbanesimo.
Lui mi disse, lo ripeto sempre ma fa sempre ridere:"Contestualmente assistiamo all'In-urbanhymns, ossia la gente andava nelle città inglesi ad ascoltare i Verve". Genio.


20/04/17, Maranello. “Stiamo ancora passando?”
Finché suonavo con ragazzi di dieci anni più giovani di me e io ne avevo cinque in meno di adesso, mi sembrava di essere ancora attaccato al treno, magari all’ultimo vagone, però c’ero e stavo ancora passando. Ora ho come l’impressione di essermi fermato in stazione. Guardo i newcomers, li guardo passare, vedo i loro vestiti, sento le loro parole: siamo passati, per lo meno, io sono passato di sicuro.


21/04/17, Carpi. Concerto degli Spartiti.
Siamo al Kalinka, vecchia Casa del Popolo. Come dice Santu:”Guardando i subnormali che sono qui dentro, capisco anche io com’è che le Case del Popolo non abbiano vinto”. Highlights, One Direction, D’Aguanno. Buonasera compagni. Si può ancora dire "compagni"? Per richieste spirituali le consiglio di rivolgersi ad un esperto. E se poi è la ragazza di quello là?


22/04/17, Sant'Antonio. Nottetempo.
Mao cantava:"Prima di addormentarmi mi vengono in mente le cose migliori". A me succede nel cuore della notte e ogni volta penso che di sicuro non mi dimenticherò dell'intuizione che ho avuto, che non vale la pena svegliarsi e appuntarselo sul blocco note del cellulare. Poi ogni tanto ci ripenso e lo faccio. Stanotte ho sognato di coniare un neologismo:"Pease", una contrazione tra "Peace" e "Ease", che vorrebbe dire "Semplificare il processo di pace". In più somiglia a "Please", per cui ha anche un carattere di richiesta, di favore e di supplica. Il fatto è che le parole non hanno padroni per cui, ammesso e non concesso, che questo termine non esista già e abbia un altro significato, spero che qualcuno legga questo articolo e ci si imbatta, e lo usi.


23/04/17, Ogni bagno del mondo. Pensieri di merda.
Sono abbastanza convinto che, al contrario di un quotidiano, la consultazione di uno smarthphone non sia propedeutica all'espletamento dei propri bisogni. È un'estensione del pensiero gucciniano del "Nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento". Leggere un giornale è qualcosa di distaccato e passivo, non penalizza altri sforzi: scorrere gli ultimi aggiornamenti facebook, whatsapp e instacaz richiede troppa attività cerebrale, che, inevitabilmente viene sottratta a quella fisica, più importante e fisiologica.


24/04/17, Maranello. Forza Panino.
Finalmente aperitivo, dopo qualche tempo e qualche appuntamento mancato, con Tommy.
Due riflessioni maturate dal sempre interessante chatting con l'amico di vecchia data che, purtroppo, incrocio sempre meno. La prima è che più dai tempo a una persona per fare una cosa e più questa ce ne metterà per farlo. La seconda, solo all'apparenza slegata dalla prima, è che l'ultima battuta di Eyes Wide Shut è la più grande legacy umana lasciataci da Stanley Kubrick.

Se ciò di cui parla Nicole Kidman è, all'inizio di ogni rapporto (ma anche di ogni esistenza), quasi un'ossessione (o per lo meno un obiettivo), con l'incedere della giovinezza diviene un gioco, con un età più consapevole si trasforma in abitudine, rischiando a volte di declinare ad impegno, ma ad una certa, quando il tempo scarseggia, ecco che diventa raro e come tale si impreziosisce. E quando ci si trova davanti a qualcosa che vale, è come se fosse una sorta d'arte: se ne gode ogni momento e si fa di tutto perché duri il più possibile.
Scrivere, viaggiare, ascoltare canzoni, ritrovarsi, un hobby basta-sia di qualsiasi altra natura sono importanti, aiutano a decomprimere ma non sono affatto l'unica cosa che conta: resta in auge, in tutta la sua semplicità, il rituale più antico e segreto del mondo. Di tanti processi naturali, questo è sicuramente il più insondabile, il più curioso e quello che non smette mai di essere divertente. 

In verità avrei voluto terminare di prendere appunti sul taccuino e, di conseguenza, sbobinarli solo voltata l'ultima pagina, ma credo che l'argomento su cui si è andati a parare sia esausto. È strano perché se i primi mesi dell'anno mi son sembrati piantati come un chiodo su una bara e quindi più lunghi e lenti da descrivere, la Primavera è partita a razzo. Come ha detto Santu:"Era febbraio l'ultima volta che ho guardato l'orologio. Quando l'ho riguardato erano le 8 di sera e c'era ancora luce". 

E poi c'è da dire una coscia, ossia che a Maggio succederanno un sacco di cose per cui è forse meglio giocare una partita alla volta senza mettere troppa carne al fuoco.
Già sono logorroico di mio, non c'è bisogno di allungare il brodo se la misura è colma.

Intercapedine




Subito due nota bene.
1) Linkato alla citazione di Emily Bronte si trova uno straordinario pezzo dei Lali Puna, buttato lì come fosse un carico di traverso ma che, fondamentalmente, risulta essere abbastanza in purezza rispetto al tema dell'articolo.
2) Da quando la piattaforma blogger incorpora la prima foto postata sull'articolo, ho lungamente pensato a quale inserire. Alla fine ha prevalso la scelta che tra me e me condividevo meno, ossia questo insieme di caramelle di Tiger, un po' perché questa catena danese diventerà presto un fenomeno di massa mega-virale, una sorta di Ikea in piccolo, e un po' perché, come va di moda dire ora, trattasi di una foto segnante. Cercherò di spiegarne le ragioni.

Avrei dovuto proseguire con il secondo capitolo di “Fix the Karma” ma -timili timilera- non ho mai avuto un momento, per cui mi son ritrovato costretto, mio malgrado, a congedarmi dal Volume 1 e a prendere ulteriori distanze dal Volume 2. 
In verità m’era pure balenata in testa l’idea di salutare il blog, anche perché accomiatarsi possiede sempre un certo fascino, è come quando Podolski segna un gol che non ha alcun senso durante la sua ultima partita in nazionale e, tra tutte le amichevoli che potevano essere in tabellone, proprio in quella contro l’Inghilterra. Che se proprio avessi potuto scegliere una fine del film più bella non avrei saputo per quale altra optare.
Tuttavia in questo intervallo di spazio e di tempo son riuscito a isolare e a poi a riempire quella che a me piace definire un’intercapedine di ragionamento, o di ragionamenti. 
Nei pochi attimi in cui mi sono staccato dalla realtà, sempre più assorbente e abrasiva, ho appuntato sul mio taccuino giallo-diarrea, comprato nell'unica libreria degna di questo nome presente a Pavulo n/F, alcune riflessioni spurie e spaiate tra loro che, al termine delle pagine, ho deciso di riepilogare in un unico articolo e intitolarlo proprio così:”Intercapedine”, che suonerebbe bene anche se fosse il titolo di una canzone, o di una raccolta di pezzi che da qualche immaginifica parte hanno un filo che li lega ma che non è nemmeno così evidente né tangibile.

Si tratta per lo più di pensieri troppo profondi per diventare stati di facebook ma anche troppo elaborati perché siano abbandonati a loro stessi e vengano esclusivamente rubricati sul blocco note.
John Lennon diceva che la vita è ciò che ci succede mentre si è impegnati a fare altri programmi. Io credo piuttosto due cose, ossia che la vita sia fatta di Piani B e che sia come un film di Federico Fellini, ossia senza tempi morti.

Ë difficile comprendere quanto Fellini abbia spiegato il Fascismo, cioè vent'anni d'Italia, al mondo. E quando dico "d'Italia" postulo "di Emilia-Romagna".


Parentesi musicale

C'era sempre un accenno al tempo...

Due parole sul nuovo disco ep degli Spartiti, evoluzione 2.0 degli Offlaga Discopax.
Non so cosa sia ma, a differenza degli ODP, c’è qualcosa per cui è piacevole riascoltare il music telling, anche quando non è coinvolgente come una canzone orecchiabile di cui ci siamo innamorati, e manchi, quasi completamente, una logica strutturale che sia possibile indovinare o seguire. È come se fosse sempre tutto uguale ma anche diverso.
Son convinto non superi la stagione, inteso come portata di novità (e anche, come dice Checco, che non si spinga oltre la dorsale Reggio-Modena-Bologna), ma sono presenti alcuni spunti degni di Kappler e/o Robespierre.

La cover dei Massimo Volume è poesia allo stato superiore. Io ho sempre faticato a far entrare nelle mie corde le parole di Emidio Clementi ma "Qualcosa sulla Vita" è un insieme di slices of life che raccontano perfettamente senza bisogno di descrivere, quasi che uno potesse rendere poetico (ed è quello che in effetti accade), che ne so, anche il freddo resoconto di un trasloco.

Il suono, in surround, è magnetico, tiene lì neanche fosse la coda infinita di un loop di Apparat.


Sant’Antonio, 08/01/17 - Dell’assurda proporzionalità del tempo del sogno. 
Ognuno di noi potrebbe aver qualcosa da dire sui sogni e sulla loro natura, ed ognuno di noi direbbe qualcosa di condivisibile, per cui diventa difficile interpretare logiche che non siano già state prese in esame. A me quel che ha colpito, specie del mio ultimo sogno (del quale preferisco non entrare nel merito), è stata la tanto assurda quanto precisa dilatazione temporale. Non ho la benché minima idea di quanto abbia sognato ma il “quando” è stato un periodo lunghissimo, contratto e sospeso, come se in quella fase rem si fossero alternate esperienze di vita che, dal vero, avrebbero richiesto anni. Come se non bastasse, è stata la scaturigine di prese di coscienza a impressionarmi, il rendermi conto dell’evoluzione delle situazioni sognate, le cognizioni provate di volta in volta, più reali di un reale mai vissuto se non per interposta persona. Infine, assolutamente non ultimo per importanza, il raggiungimento di un idem-sentire con chi il mio sogno lo aveva vissuto veramente, l’elaborazione di un giudizio apparentemente lucido ma fondato sull’inconscio, in cui si rarefacevano le differenze con l’esistenza autentica. Che se uno ci pensa, non solo non ci può credere: non ha proprio alcun senso.


Estense, 12/01/17 - Dell’analisi della sconfitta. 
È la consapevolezza, la cosa più importante. Finché si è convinti di raggiungere un obiettivo, ci si crede, si cova e si alimenta la speranza. Quando però le cose non cambiano occorre rendersene conto, ammettere la sconfitta, riconoscere d’aver perso. Sembra retorica, paiono secchi di parole vuote ma non c’è nulla di più significativo, e non tanto perché dopo si stia meglio, ma perché ragionando in questo modo si sta meno peggio. A livello karmico è come vincere: è l’unica cosa che conta.


Leverkusen (complemento di stato in luogo figurato), 18/01/17 - Appunti sparsi.
Vivere a Sant’Antonio deve essere un po’ come aver vissuto a Leverkusen nei gloriosi ma grigi tempi dell’ascesa Bayer, ossia in una città dormitorio. Partire il lunedì mattina e tornare il venerdì sera, perché è questa l’idea, quasi le sere feriali non esistessero, come se la settimana fosse un ponte tra i week-end. E la distanza ammazza, è corrosiva, t’allontana, anche mentalmente, dalla sensazione di serenità.


Lokomotiv Club, Bologna, 21/01/17 - Motta.
Concerto di Francesco Motta al Lokomotiv, che come dice mio padre:"Solo a Bologna può esserci un locale che si chiama così, magari è anche vicino a Via Stalingrado... e n'd'al dòmelaederset n'è mia pusebel", scuote la testa, giù il sipario.
Comunque fin qui niente di strano, il fatto è che sono entrato con la giacca, l'ho lasciata nel guardaroba e la sono andato a riprendere due canzoni prima della fine per paura della fila (c'è chi lo ha fatto una prima, ndr...).Il tutto un po' milanese imbruttito un po' vdm, e dire che m'ero pure fatto la barba e messo una felpa col cappuccio per sembrare più giovane.
Siamo ben oltre la fine dei vent'anni.

A proposito di Motta: deve solo decidere cosa vuole diventare da grande.


Sant’Antonio, 13/02/17 – La percezione del prima e del dopo.
Come una persona entra nella tua vita, aggiungendosi e spostando gli equilibri, com’era diverso quando non c’era, dimenticare quale fosse il significato di normalità e trovarne uno nuovo, fare proprio il concetto di “rapporto ombelicale”, del motto latino:”Ubi maior minor cessat” ma, soprattutto, della parola "Wonderwall".

You're gonna be the one that saves me


Spezzangeles, 15/02/17 - Nuove persone giuridiche
Dovessi rinominare il blog lo chiamerei “Mente Locale”, probabilmente tutto attaccato. Primo perché mi piace come modo di dire, e secondo perché, fondamentalmente, non è né più né meno di quello che sono, ossia una mente locale, qualcuno che s’atteggia a pensatore ma pur sempre ancorato alle piccole cose del mondo. Inoltre potrei anche aggiungervi una ragione sociale, tipo GmbH, che suona bene. Mentelocale  GmbH, non male!

A tal proposito, riporto uno sketch divertente che non vorrei mai andasse perso:

Z:"Ile, in azienda fanno dei corsi di lingue, pensavo di fare quello di tedesco".
I:"Ma tu non sai niente di tedesco!"
(Parliamone, sapere correttamente pronunciare Borussia Moenchengladbach mi dà automaticamente lo ius soli)
Z:"Beh, io intanto so cosa significa GmbH e come si pronuncia. Ghembeah, un po' come se lo dicesse Antonio Conte".
I:"Ah beh, anche io so cos'è la GmbH, ci ho preso un sacco di cose, anche i giochi da spiaggia della Benny li ho presi dalla GmbH. Anche gli yogurt che mangi al mattino sono GmbH. Fanno tutto! ".
Z, tra il sorpreso e il divertito:"Ah sì, e per cosa starebbe GmbH?"
I:"Ma è tipo dire Amazon, è tutto GmbH".
Z:"Peccato solo che GmbH sia una sigla e sia come da noi SPA o SRL".
I:"Ah".


Parentesi seriale
Tra le serie che fanno la differenza, segnaliamo e mettiamo agli atti Narcos.

“Am I making myself clear?”
“Loud’n’clear”.


Fuori Orario, Stazione di Taneto di Gattatico, 17/02/17 - Ineluttabile.
Premessa: mi faceva troppo ridere Berta quando lo chiamava Gatteto di Tanatico. Comunque sia, ci sono vari modi per etichettarsi nella categoria “Vecchi di merda”. E non parlo solo dell’utilizzare il tesserino sanitario prevalentemente in farmacia anziché all’automatico delle sigarette ma anche, e soprattutto, dell’andare ai concerti delle band che si ascoltavano in gioventù, nemmeno si cercasse ora di ripristinare e riportare in auge stagioni fatte e finite, rifascicolare pratiche archiviate e tralasciate. Ciò che più mi ha bonariamente sconvolto è stato vedere ballare moglie e figlia (presumibilmente) di Godano, che uno certi miti se li è sempre immaginati irraggiungibili e maledetti, ed invece mettono su famiglia come tutti, pagano le bollette come tutti, hanno una vita privata come tutti. A differenza di tutti, però, hanno scritto “Ineluttabile” e questo, di per sé, basta a renderli ancora un passo avanti al 99% della popolazione mondiale.


Maranello, 18/02/17 - Della scomparsa della bici elettrica di Claudio Ricchi.



Sì, nel frattempo io e Luca abbiamo anche imbottigliato il Bonarda di Charlie


Sant’Antonio, 19/02/17 - Dell’assurda proporzionalità del tempo del sogno Vol.2.
Recentemente ho un’attività onirica decisamente intensa. Stanotte so d’aver sognato qualcosa di orribile anche se non ricordo niente, pochissimo il contesto, figurarsi i dettagli. Ho avvertito uno strano sentore, come se mi sentissi in colpa dell’aver fatto qualcosa di sbagliato pur non avendo toccato mestiere. In fondo era tutto vero e allo stesso tempo non lo era affatto. Allora mi sono chiesto se, al di là della realtà della cosa, il non-ricordo fosse un attenuante e desse legittimità a qualcosa di orrendo. O forse, più verosimilmente, l’imbottigliamento da Luca e le birre con Santu & Freddy avevano fatto un gioco tutto loro.


Sant’Antonio, 19/02/17 - Aggiunta. 
La verità è sempre interessante. Ci si trova spesso in imbarazzo a rispondere a domande davanti alle quali si teme di replicare con banalità e/o scontatezza. Be’, dire la verità è la migliore risposta possibile.


Estense, 20/02/17 - Appunti sparsi.
In macchina ho tempo per pensare, specie quando la frequenza di Radio 3 se ne va affanculo. Mi viene in mente Malalbergo, uno dei domicili simbolicamente eletti dalla mia testa, così come Magnavacca. Da qualche parte devo aver letto (e ritrovare la fonte sarebbe anche utile ma viviamo nei tempi della post-verità e delle fake news, chissenefotte di ciò che è vero e ciò che non lo è) che leggenda narra che l’etimologia del nome derivasse da un malfamato alloggio per i viandanti che da Bologna si instradavano verso Ferrara e viceversa.
Figo, fine a sé stesso, ma figo: un argomento che potrebbe interessare sì e no a Vantin. Magnavacca, invece, vasta area lagunare salmastra nei dintorni di Porto Garibaldi, deve invece il suo insolito e curioso nome alla contrazione di due parole di origine latina:”Magnum Vacuum”, ossia il grande vuoto di terra della parte centrali di quelle valli.


Modena, 21/02/17. Il mio capolavoro.
È il primo giorno di sole, Irene.
Quando le luci la sera sono porpora, cenere in debito a braci senza fine.
Disincanto che viene, magia che svanisce tra-monti sfumati a Occidente.


Spezzangeles, 22/02/17.
Credo, anzi, devo credere che i migliori non abbiano paura di chiedere scusa, né di quante volte farlo. Sanno, presumono o sperano di essere così abili e capaci che un errore non solo possa pregiudicarli ma che ne accresca il valore intrinseco.

L'ennesima bella imbeccata di Alberto Lioy


Estense, 26/02/17.
Il viaggio casa-lavoro sta diventando una prigionia, sposta ogni pensiero e lo appesantisce, tant’è che ogni week-end diviene una conquista da ottenere con sacrificio, non è un di-più ma una confort-zone mentale. Anche sapere che s’andrà via per il fine settimana non è di conforto, o meglio, passa in secondo piano rispetto al fatto che si dovrà percorrere l’Estense sia all’andata che al ritorno anche per trascorrere un po’ di tempo via. Non c’è nulla di peggio di un percorso obbligato che non può essere derogato e che rischia di trasformarsi in un lunghissimo loop.


Spezzangeles, 28/02/17 - Della vestizione.
Credo che un fortissimo elemento di disagio, mai avvertito prima, sia che non abbia più vestiti da indossare né la voglia di andarli a cercare. Avrò quattro paia di pantaloni in croce, tre polo che puzzano dopo nemmeno dieci minuti che le ho addosso e le camicie cominciano ad essere vecchie e lise. Il guaio è che non ho nemmeno la voglia di uscire, data la pena di provare nuovi capi, fermarmi in negozi, girare il paese. Fortunatamente esistono gli shop on-line di Jack & Jones.


Sant’Antonio, 01/03/17 - Due anni da Carpiff. 
Zuckerberg ha avuto una buona idea con la storia dei ricordi su Facebook. Per fortuna però che anche io ho conservato foto e recensioni.

Qui si trova ancora il riepilogo dei fatti


Sant’Antonio, 01/03/17 - Della Scomparsa di Will Byers
Dopo qualche tempo ho compilato una selezione di pezzi da ascoltare nel viaggio verso la Riviera, fissato per il prossimo week-end. Direi proprio di aver fatto un bel lavoro. Di seguito la track-list, un misto di canzoni pescate dagli estemporanei consigli di Lioy, dalla raccolta dei migliori brani del 2016 secondo il parere di #bertalife e qualche intuizione personale.

Certi paesi della Romagna sanno essere spietati d'inverno.

Un nota bene riguardo Low-Flying Panic Attack, la compila realizzata da Berta con le top trax dell’anno bisesto appena passato. Difficilissima ma completissima. L’ho ascoltata e riascoltata davvero tante volte, come mai m’era accaduto per le sue selezioni precedenti. È come se fosse divisa in tre macro-aree di ascolto.
La prima è molto cupa e sofferente, in una parola: tetra.
La seconda è maggiormente votata all’ignoranza, vince l’idea di cedere a qualche guilty pleasure e lasciarsi andare a qualcosa che anni fa il più grande nutrizionista del Distretto Ceramico avrebbe bannato senza se e senza ma.
Infine la terza è disegnata da spaccati allegri e spensierati, a tratti completamente destrutturati, altre volte selvaggi.


06/03/17, Spezzangeles - Clima avvelenato.
Devo far uscire il male che ho dentro, sputare via il veleno e allo stesso tempo rimanere lucido. Il lavoro dev’essere la parentesi e non il discorso. 
Tanto per rimanere in tema, sebbene si tratti di una delle band che non andrò mai a sentire né in cui vorrei proprio imbattermi (i Negrita, ndr) le riconosco il non trascurabile merito di aver registrato una canzone passata in cavalleria, intitolata “Veleno”, della quale ho sempre a mente un inciso del testo:”Il mio karma traballa e piscio spesso di fuori”.

Pau ha fatto anche cose buone, specie con Andrea Scanzi

A tal proposito mi rendo sempre più conto di quanto sia importante non perdere di vista le amicizie che più contano, trovare sempre una sera per rivedere gli amici e i compagni fidati di una vita, ascoltare le loro storie, intuire i loro stati d’animo, variare un po’ sul tema, capacitarsi che il tempo è una variabile balorda perché per quanto il peso principale sia dedicato al lavoro, quello specifico rimane una prerogativa d’affetto, e poco ne importa la durata. E quindi va benissimo incontrare Fonzie che mi parla della sua passione con le Polaroid, andare a cena con Gav, Baiso e Mario, un’improvvisa pizzata a casa Morini con le famiglie dei padri sbronzi, un aperitivo a Formigine con i Montecchi, un whatsapp con Cato, il classico treno di birre con Santu e Freddy al Bar Bruschi, i pranzi con i Linea di Rottura, Chè e Kiki, sentire Cavani che mi suona sulla circonvalla di Fiorano.


07/03/17, Periferia di pensiero - Coda.
"If you worry, you suffer twice" (Cit. Newt Scamander)


08/03/17, Sant’Antonio - Dell'assorbimento lavorativo.
I sentimenti sono troppo spesso figli della contingenze, per esempio il sapere di andare al mare nel week-end. Ogni domenica, da quando abbiamo riscattato lo smart-box con scadenza bruciante, ci penso perché ne patisco voglia. È un insieme di cose, il riconoscere una sorta di gabbia nelle mura di casa, il sapere che andare via, staccare un po’, fa bene a tutti perché contribuisce a creare ricordi ad incrementare la memoria delle sensazioni, la volontà di non trincerarsi sempre nello stesso posto e avvertire l’idea di restare indietro sulle tappe vitali altrui.
Eppure l’emozione durante la settimana è contrastante, è l’esatto opposto di quella vissuta di domenica. Non riesco a figurarmi positivamente la fuga dalla città e so anche di sbagliare, di dover tenere a mente cosa penserò nei days-off ma faccio incredibilmente fatica, è come se fosse uno stress-test di cinque giorni.


11-12/03/17 - Gradara, Pesaro, Bellaria Igea Marina, Riccione. 

È una giornata splendida, al sole si sta bebe e non c'è nessuno in giro. 
Probabilmente la gente non s'aspettava che all'inizio di Marzo si stesse già così bene. Buon per noi!

Come supponevo, andare al mare fa bene, è sempre una risposta anche quando la domanda è malposta o non lo è proprio, significa provare a cambiare la trama della storia quando questa sta languendo. È chiaro che non si sia più solo in due e che questo pregiudichi la mia arcinota ansia. Tuttavia levarsi di torno permette di riacquistare la padronanza di sé stessi e un ritrovamento di serenità; la preoccupazione che la bimba sia ok fa parte del gioco, è part of the queue o, meglio, il beginning della queue, ma va affrontato con serenità.
Certe cose vanno fatte, solamente dopo ci si rende conto del peccato che non siano state più regolari. Il problema, il solo e solito problema, è che fare la stessa strada tutti i santi giorni, ossia l’Estense, mi incattivisce l’animo, dovrei non pensarci ma è difficile asciugare la quotidianità dei problemi circostanziali e del presente.
La gita fuori porta in Riviera è stata una riacquisizione di esistenza, anche perché, mi sono accorto, che passare a Sant’Antonio ogni maledetto week-end, fare le stesse cose l’è al pez dal pez.

Mi è tornato in mente Merano, la giovane tradizione meraner che da due anni si rinnova: ciò che conta, quando si va via, è lasciar fuori ogni altro pensiero. Chissà se la piccola si ricorderà di queste trasferte o se glie le dovremo raccontare. Non credo, anche se sarebbe bello.

Nessuno in questa foto.

M’è capitato di vedere l’intervista di Fabio Capello ad un stranamente simpatico Zlatan Ibrahimovic. Quest’ultimo raccontava che da quando ha figli ha meno tempo per dedicarsi al vandalismo e alla guerriglia urbana. Nel suo italiano “ricordato” e raffazzonato se n’è uscito con una frase che m’è rimasta nella cabeza e che voglio far mia per le prossime ed eventuali occasioni, ovvero che avere figli è “come vedere la tua vita che si ripete”, come vedere “vite ripetute”. È paradossale come certi concetti si esprimano meglio quando non se ne afferra la grammatica ma ne è più che sufficiente il senso.
Comunque sia, le piace girare, le piace stare insieme ad altre persone, vedere altre bambine ed altri bambini, si stanca così tanto di guardare che s’addormenta in piedi. È una grazia di Dio: come ho letto in tante agende nelle chiese in giro, P.G.R.. 
#canesten #goldoni #tiger #pozzimaipiù #dellascomparsadiwillbyers #cappelletti&sangiovese #tradizione #lapiadinapiùbuonadelmondolafannoaRiccione #MessaadAlbaasusual


14/03/17, Spezzangeles - Trainspotting e il consumismo.
Be’, alla fine ho comprato i vestiti per corrispondenza da Jack & Jones. Le tag-lines “Rebranding” e “Rethinking” mi hanno convinto in un amen. La prima perché lo sta facendo anche l’azienda per cui lavoro; la seconda perché il verbo “rethink” l’ho sentito pronunciare da Noel Gallagher e niente di ciò che viene da lui è male. Una volta provati, donna Ilenia ha sentenziato:”Ti ringiovanisce”. Mi sono allora ricordato della gita a Vienna in V Liceo, di quando per ruffianeria una nostra compagna di classe disse lo stesso alla Professoressa Galassi:”È vestita in maniera molto giovanile”. Quest’ultima le rispose che rivolgere un complimento del genere ad una signora di una certa età fosse la cosa peggiore da fare.


15/03/17, Maranello. Delle parole "facile" e "felice".
È proprio vero che finché non s’affrontano certi argomenti, sembra che non siano da nessuna parte, che non esistano, che nessuno ne parli. Basta però imbattercisi una sola volta perché poi sembrino apparire e tornare ovunque: ed è così che si concentra sui figli, si leggono i giornali che trattano i peggiori temi di attualità e non rimane altro che augurarsi che, se proprio non possano avere una vita facile, almeno sia felice. E nello scriverlo, così come nell’averlo pensato, mi sono soffermato sulla marginale differenza che passa tra questi due aggettivi: cambia una vocale ed un ordine interno di lettere, eppure il significato, non per forza opposto, muta radicalmente.


16/03/17, Sant’Antonio. 
È sempre bello svegliarsi alle 6.00 del mattino per aver tempo di scrivere e poi ritrovarsi a passare tra quarti d’ora in bagno a cagare. E poi, alle 6.45, tirarsi le dita davanti al computer che non s’accende.

Primavera non bussa


18/03/17, Sant'Antonio - Del Forum MEF.
Mentre sono intento a recuperare sul Mulo alcuni album che mi mancano, nella fattispecie dischi di elettronica e post rock, mi imbatto in una compilation che raggruppa artisti e generi che mi colpiscono. Guardo il nome dell'utente che l'ha caricata e porta le stesse generalità di Checco, nonché il suo nick-name. Lo vedo come un segno di buon auspicio: la selezione di canzoni non può essere cattiva. La scarico, estraggo la cartella contenuta nel file e ne compare la dicitura PP2 che conosco bene. Si tratta di Perle ai Porci 2, realizzata proprio da Checco per gli utenti del Forum MEF, chissà quanti anni fa, probabilmente nel paleolitico medio. Faccio presente la cosa sia all'autore che a Berta, siamo contenti del rievocare i ricordi incancellabili del forum, perfettamente tratteggiati dalle canzoni presenti.
A suo modo, proprio in questo giorno, la memoria della cosa non può essere una casualità.


Al tempo non credo ma oggi è quella che preferisco del lotto.



21/03/17, Teatro Valli, Reggio Emilia - Vinicio Capossela
Quest’anno è il mio terzo concerto in tre mesi, rischio di avere un tabellino di marcia che nemmeno dopo il diploma al Liceo. A Gennaio Motta, a Febbraio i Marlene Kuntz, a Marzo Vinicio Capossela e ad Aprile direi gli Spartiti. Senza considerare poi che mi pare anche un’ottima distribuzione di concetti: il nuovo che avanza, l’onda vintage, qualcuno che per disattenzione o sfortuna non ho mai visto prima, e infine qualcosa di diverso che colloco tra “band di cui non vedere necessariamente due live ma almeno uno sì”. Senza contare poi le location, rispettivamente elencate così: il caro vecchio Estragon, lo straordinario Fuori Orario, il magnificente Teatro Valli e lo storico Kalinka. Un tuffo nella passata gioventù alternativa.

Nonostante molti dei miei amici lo seguano da sempre e nonostante sia stato io a masterizzare i dischi che ho dato a Max, ossia chi mi ha rotto le palle finché non gli ho dato l’ok per prendermi il biglietto, non avevo mai visto Vinicio fino al primo giorno di primavera del 2017. Mi risulta davvero complicato sintetizzare le emozioni che ho provato e le riflessioni che ho maturato in poche righe. Collazionare tutto in hashtags, che a pensarci bene, se messi insieme rappresentano una sorta di moderno stream of consciuosness mi sembrerebbe un po’ forzato, preferisco riportare appunti sparsi che diano spunti a chi legge e permettano a me, in futuro, di ricordare a stralci, la notte a Reggio Emilia.

  • Le strade basse tra Sassuolo e Reggio: un dedalo di vie di campagna percorse centinaia di volte ma completamente derubricate da quando vivo a Pavullo. Nella loro infinita pochezza, nel loro non avere niente, esercitano un'ambigua seduzione, specie quando inizia a fare buio tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, e tutto rimane in una lunga misteriosa penombra, una luminosa oscurità, come se da qualche parte fosse nascosta la Carcosa di True Detective.
  • Vivere in una buca mi permette ora di capire la pace dello slargo, dell'apertura, di queste pianure senza fine, sembra quasi di respirare di più, di avere più spazio vitale. 
  • Reggio Emilia città. Non me la ricordavo manco di pezza. Piazza della Vittoria è bellissima. Fa un po' il verso a Piazza Roma (o forse è il contrario) ma è davvero notevole, quasi mi spiace sia reggiana e non modenese. Rivisto, dopo quasi dieci anni, un ristorante in cui cenai insieme ai miei compagni della Laurea Specialistica, ragazzi di Parma e siciliani trapiantati a Modena. Per trovare una mezza via si andava a Reggio. Chissà che fine hanno fatto? Ogni tanto mi tornano in mente, magari quelle volte che pubblicano qualcosa su facebook. È strano come alcuni pezzi di vita si accantonino per sempre, sebbene siano stati vissuti intensamente tanto quanto altri di cui invece si conservano ricordi molto più vividi.
  • Se c'è una cosa per cui è nota la città delle teste quadre è il manicomio. Anzi, l'ex-manicomio, perché non c'è più. Tutti i matti di merda sono finiti in un bar di cinesi sulla Via Emilia, l'unico che abbiamo trovato aperto io e Max. Molto bello, tra l'altro; gente davvero fantastica.
  • Lo spettacolo di Vinicio è un piece teatrale a tutti gli effetti, al termine della quale, chiusa con un'esecuzione straordinaria de "Il Ballo di San Vito", si mette in libertà, s'accende una birra e si mette a raccontare della sua gioventù passata sulla pedecollina di Scandiano, del Teatro Valli, di Reggio Emilia, dell'Ariosto, della Resistenza e di come ne abbia magistralmente scritto Massimo Zamboni, e dell'ombra, ossia il tema portante della serata. 
Canzoni della Cupa

Tre cose, fra tutte, mi colpiscono, forse perché alcune sembrano racchiudere tanto di quello che ho pensato e scritto nei miei appunti.

1) Oggi è il 21 di Marzo, l'equinozio di Primavera, una bella coincidenza. Non c'era sera migliore per parlare di luci e ombre, di come queste vivano in contrasto, alternino l'equilibrio a seconda del ciclo delle stagioni e delle epopee umane, ma prescindano l'una dall'altra, non esistano se non l'una in funzione dell'altra.

2) Ariosto. Mica per fare l'accademico di turno ma questo è un illustre sconosciuto di cui si dovrebbe dibattere in lungo e in largo. Al suo nome sono dedicati, per esempio, un centro commerciale di Reggio Emilia ed un hotel di Castelnuovo di Garfagnana (ed io ci ho dormito e mangiato). C'è un perché e lo vado a spiegare. Lo stesso uomo di lettere, born & bread a Reggio Emilia, colui che scrisse "L'Orlando Furioso", venne anche incaricato dai signori estensi di andare a governare le terre apuane, abitate non proprio da genti facili da irregimentare. Insomma, divenne, per un breve periodo, un uomo d'arme e un animale politico, e gli venne pure bene. Roba che Tyrion Lannister scusa ma sei arrivato due.

3) Quasi sembra parlare a me quando dice che secondo lui, originario (più o meno) di Castelnovo ne' Monti (omologo reggiano di Pavullo nel Frignano), non esiste una suddivisione tra Italia del Nord e del Sud, bensì tra terre appenniniche e non appenniniche. Il concetto, per chi ha orecchie per intendere, è chiarissimo.


23/03/17, Maranello - Lo stile degli ultimi
Non ho niente contro chi si mette in ultima fila, aspetta che siano passati tutti, vuole a tutti costi serrare la fila. C'è modo e modo, ho come l'impressione che a volte ci si riesca a compiacere anche di questo. Boh.


25/03/17, Sant'Antonio.
Giro l’ultima pagina del taccuino, anche questo è concluso. Vi avvolgo un elastico intorno perché non si apra come il Nilo con Mosè e lo metto via, insieme agli altri che ho già interamente compilato. Questo non è di certo il più cupo ma in un qualche modo è il più analitico e di certo avrà una coda o un episodio 2.
Non è così scontato decidere di affrontare (leggasi: mettere nero su bianco) le situazioni oblique della propria vita, trasformare gli appunti di tutti i giorni in un diario del disincanto, accorgersi che la felicità non va simulata ma vale il contrario, ossia che sono le piccole infelicità a dover essere analizzate perché si sistemino beni di più grande valore. In fondo fix the karma è più questo dell'autoconvincersi dei rimedi virali di qualche sedicente psicoterapeuta dell'Huffington Post; è l'intercapedine che va cercata, quello spazio di vita che deve rimanere puro, incontaminato, pieno di calma e delicatezza, un po' come il piccolo platò della foto di cui sopra, riempito di caramelle tiger.

Il problema è come quando si va al bar o al ristorante: il cliente non sempre sa ordinare da solo, va aiutato. Il consiglio che ho ricavato dallo sbobinare questi appunti è quello di focalizzare o creare un'intercapedine di colore e dolcezza, sapere che c'è, contare su quella. Nel mondo di Harry Potter avevano gli incanti patronus, io mi accontento di qualcosa di più pratico e di più bassa manovalanza.
Visto e piaciuto nello stato in cui si trova, pubblicato il 25/03/2017.


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