Processi naturali

Nomen omen o, anche, nomina sunt consequentia rerum.


 


Subito due nota bene.
1) Avessi a disposizione una sola parola a didascalia della foto di cui sopra, userei questa: decompressione. Inoltre Blogger dà una sola slot di immagine da inserire nell'anteprima dell'articolo, e questa, nata quasi per caso, è forse la migliore tra quelle che avevo in mente.
Una tiepida sera primaverile nella piazza di uno dei miei domicili eletti, un dehor vivo e rumoroso che si svuota all'improvviso con il sopraggiungere della brezza che scende dalle colline e che soffia lungo i vicoli dell'antico borgo. L'immagine non è nitida, i contorni non sono definiti ed in fondo questo è il suo bello: i luoghi dell'esistenza hanno varie sfumature e pochi dettagli. Ciò che conta è fermare gli istanti, decomprimere i processi naturali che si celano dietro, cercare i vuoti tra i pieni, un senso tra i tanti colori che si confondono tra loro, recuperare le idee di felicità sparse cui non abbiamo prestato abbastanza attenzione.

2) Linkato all'incipit Crayon dei Manitoba, un pezzo rapido ed indolore così come rapidi ed indolori sono stati i tempi di questi appunti.



Riavvolgendo il nastro, dicevo che dietro ad ogni nome si nasconde il presagio di quel che sarà, in parole più povere, è sempre difficile e allo stesso tempo cruciale dare un titolo a un proprio scritto, di qualsiasi natura esso sia. Ed ogni volta che capita penso sempre a come il testo di Mi Ami dei CCCP non potesse realmente definirsi tale bensì l’ordinata raccolta di titoli un libercolo erotico letto da Ferretti. 
Intenzionale? 
Casuale? 
Davvero “spermi indifferenti per ingoi indigesti” poteva essere il titolo di un capitolo del saggio in mano a Giovanni Lindo?
Chi nisuno sa, direbbe Josè (di cui qualche menzione si ritroverà qualcosa scorrendo le sottostanti righe), eppure credo che il filo rosso che collega gli appunti sparsi catalogati nel mio secondo e ultimo taccuino giallo diarrea sia la naturalezza dei processi. 
In “Dentro Marylin”, Manuel Agnelli cantava de “il naturale processo di eliminazione” e mi ha sempre colpito l’abbinamento delle parole “naturale” e “processo”, più che altro perché formavano una specie di ossimoro, qualcosa di dissonante, una contraddizione in termini. O si tratta un processo, ossia qualcosa di logico, di pensato, che risponde a precisi parametri, oppure è qualcosa che segue una sua strada e che questa si possa svelare solamente alla fine, dipanandosi in ultimo come una matassa imbrogliata, rendendosi palese e chiara come mai prima di quell’istante.
Il fatto è che la vita, l’esistenza, è controversa per definizione: la meccanica che vogliamo sottintenda ogni foglia che si muove, in realtà è, paradossalmente, più naturale di quanto crediamo. 
Mastro Noel scriveva, nel lontano 1998, o giù di lì:”I don’t believe in magic, life is automatic”.



02/04/17 – Sant’Antonio Vs Carpi. Daje Francè.
Il Papa oggi è Carpi. Ho discusso (leggasi “questionato”) con diverse persone circa la bontà ideologica (ammesso che la parola "ideologia" abbia ancora una parvenza di significato) del Vicario di Cristo e dell’importanza della sua figura. Credo sia inutile prodigarsi in tale dialettiche, specie quando ci si imbatte in chi non fa differenza tra Chiesa e Fede. Si può essere vicini a Dio e non per forza ai preti. Postulato questo, possiamo parlare di religione; diversamente non solo non abbiamo niente da dirci, ma ho paura che gli interlocutori del caso non sappiano nemmeno cosa pensare al riguardo.


03/04/17 – Spezzangeles. Oltre le stelle.
È curioso perché per quante io volte possa avere ascoltato “Ok Computer”, ed in quante diverse fasi della mia vita io lo abbia fatto, ne ricolleghi l’idea solo all’ultimo viaggio a Merano a bordo della furga familiare.
Davanti eravamo io, Max e Berta e per alcuni tratti del viaggio ce lo siamo risentiti, pontificando sul quanto fosse bello e ancora attuale. 

21/11/2016, Riva del Garda rethink.
Io voglio e spero che questa diventi una tradizione annuale. Poi ognuno di noi prenderà la sua strada ma avere la possibilità di condividere anche solo una minivacanza insieme ai propri migliori amici e alle loro famiglie è una fortuna di cui esser grati.

Ad ogni modo pesco sulla pagina di Deer Waves la scaletta dell’ultimo concerto dei Radiohead, e dell’album totemico di cui in oggetto leggo l’esecuzione di solamente tre pezzi. Tolto “No Surprises”, scontato come un cane di nome Black, le altre due sono “Electioneering” e “Let Down” (non c'era "Paranoid Android", tanto per dire). Al tempo, vale a dire vent’anni fa, le canzoni summenzionate non mi piacevano, non erano tra le mie preferite, erano quelle che (avendo la musicassetta dell’album) lasciavo andare e nel mentre andavo a pisciare o a rispondere ai miei circa qualsiasi cosa m’avessero chiesto mezzora prima. 
Non so cosa sia, forse la stagionatura, che certi pezzi devono decantare per poi entrare in circolo, un reiterato ascolto distratto, tutto può essere. Il punto è che io, come scrivevo prima, ho sempre ascoltato questo disco, non è qualcosa che abbia archiviato e poi richiamato all’ascolto; voglio insomma dire che in qualsiasi momento della mia vita dal 1997 avrei potuto trovare belle “Electioneering” e “Let Down”. Invece no, è come se la piena comprensione delle canzoni si fosse snodata lungo un intervallo di vent’anni; eppure non ci sono stati ostacoli o prescrizioni: è stato un processo naturale.

Oggi una mia conoscente ha compiuto quarant’anni e, mentre lo raccontava, è entrata in scena una ragazza molto più giovane. Di rimando agli auguri, la più anziana le ha allora chiesto quanti anni avesse lei e alla risposta “venti” ho intravisto nei suoi occhi quel profondo senso femminile di invidia mista a scoramento, quand’io (in tutt’altra dimensione di deduzione) ho invece fatto un po’ di matematica contando all’indietro fino al 1997, l’anno dell’uscita di “Ok Computer”. 
La sintesi di questa sbabbelata è che per metabolizzare il disco mi è servita una generazione di passaggio, e forse non ho ancora finito. Ora, di certo io non sono il massimo conoscitore di musica mondiale, ma non mi sembra così peregrino pensare a quanto grande fosse un disco e a quali/quanti ragionamenti musicali vi fossero dietro, se ha resistito alla prova del tempo e se a distanza dello stesso è ancora in grado di sorprendere e generare emozioni.

I’m gonna grow wings, a chemical reaction
Si diceva, dei processi naturali?


04/04/17 – Spezzangeles. Non è tempo per me (semicit.)
Se per ogni “Va bene” e “Hai ragione” detti senza convinzione avessi un euro, a quest’ora sarei in dialisi perché avrei percentuali in diversi bar della zona.


06/04/17 – Spezzangeles. Non so cosa ma qualcosa vorrà pur dire.
Ogni tanto c’è qualcuno che scrive cose interessanti su FB. Non che questo avvenga sovente ma quando accade prendo nota. Un ragazzo brillante ha commentato un post con tre parole che ho appuntato:”Addomesticare la rabbia”. 
L’autore s’è anche chiesto se questa, ovvero la rabbia, spesso non covi da altre parti, quasi fosse l’Obscurus di “Animali fantastici e dove trovarli”.


08-09/04/17 – Fontanellato, Castell’Arquato, Salsomaggiore, Fidenza Village.

Colonna sonora della gita in quei di Parma e Piacenza è stata la selezione di pezzi compilatami da Alberto Lioy. Avrei voluto pubblicare "Cassetteboy's Theme" dei "Working for a nuclear free city" ma purtroppo non è disponibile in Italia. Ripiego, si fa per dire, su questo pezzone.

Credo che l’Emilia, propriamente detta, vada a Imola alle ultime propaggini della provincia di Parma e già questa sia non solo geograficamente ma anche culturalmente molto lontana da Bologna.
Il tratto distintivo della “R” moscia è qualcosa di tanto buffo quanto assurdo e, quando uno ci pensa bene e riconduce la cosa al dominio francese, s’arriva a considerarlo un retaggio incomprensibile. Comunque sia, venire da queste parti e ascoltare i locals che favellano tra loro mi ha ricordato i miei compagni universitari del corso di Laurea Specialistica. Parlarne è un tema ricorrente sulle colonne di queste blog ma aver sentito dal vero gente con stesso accento e cadenza è stato qualcosa di più forte rispetto all’aver rievocato immagini che me li ricordassero.

Fontanellato è qualcosa di nascosto in un’estremità sperduta della mia memoria.
Esistono tre categorie di luoghi figurati archiviati nel profondo delle nostre esistenze. Alcuni di questi sono emblematici (per me lo è, exempli gratia, il Carrefour di Massa), domicili eletti e riscoperte solo apparentemente casuali. 
Le ultime del lotto sono forse le più interessanti perché son sempre state dentro i nostri pensieri ma annidate in angoli remoti e poi sbucate fuori all’improvviso ma nemmeno troppo all’improvviso: come se il cervello avesse puntato una sveglia perché ad una certa riemergessero dall’abisso dei ricordi. Raramente però è un caso. 

L'Emilia sa essere bellissima anche e soprattutto quando non la descrive Vasco Brondi.

A Fontanellato sono già stato da bambino, ho una sorta di dèjà vu ma non riesco a ricostruire i particolari dell’eco visiva e mentale. Ci fermiamo a pranzare in un’osteria con vista rocca. Ci dice bene, anche quando eravamo stati a Gradara avevamo avuto la buona sorte di trovare un ristorante fuori dai coglioni ma ben posizionato tatticamente in cui mangiare bene e con calma.
Davanti a noi si è seduta una coppia con un bambino del tempo della Benedetta, sono accompagnati dalla madre di uno dei due, direi di lui. Io ho il grave difetto, in contesti come questo, di non farmi i cazzi miei, di origliare i fatti altrui e farmi viaggi che la metà basterebbe. L’uomo è di spalle mentre la ragazza è una tipa decisa, s’è visto fin dall’ordine del menù. Naso affilato, nemmeno troppo bella ma con un viso di quelli che colpiscono, pantaloni larghi e lenti, probabilmente un ex-sportiva, forse una nuotatrice o una pallavolista a giudicare dalle spalle, corporatura “aumentata” ma tipica di chi ha praticato uno sport faticoso o di grande disciplina fisica, interrotto di colpo per cause di forza maggiore (o peggiore). È perentoria, ha una forte indole di comando, non ha portato un gioco che sia uno per il bimbo, parla solo lei, non ne fa passare mezza né al compagno né alla suocera.
Chissà come dev’essere per lui, e chissà come dev’essere per l’altro, perché un altro questa ce lo ha di sicuro. E spero anche che non mi leggano mai, né lei né lui e né l'altro.

Castell’Arquato, “Giardino degli innamorati” (si chiama così, non è per fare lo stucchevole).
È strano ritrovarsi a pronunciare queste parole:”Che pace che c'è qui”.

È un peccato non raccontare niente di questa perla del primo Appennino Piacentino.
Ma va bene così, ho già detto tutto.

Salsomaggiore è liberty, così liberty da risultare kitsch. 
Dopo aver riscattato uno smart-box con scadenza bruciante, alloggiamo in un albergo che sarebbe parso demodé negli anni’80 e in cui il tempo, come nel resto del paese, sembra essersi fermato. Che ci si è talmente abituati a riferirsi a quell'epoca che non ci si rende più conto che l’intervallo temporale è quasi di due generazioni: si va indietro tre decadi di decadenza; pronto? Mi trovo a pensare a cosa volesse dire essere ricchi e benestanti in quell’epoca, se significasse passare una settimana in un hotel così trash, se la dolce vita salsese fosse andare alle terme (che ho paura mi venga il tetano solamente guardandole dall’esterno) se benessere equivalesse a “di notte chiudiamo alla mezza, l’una” (va bene non avere il night manager ma cos’è, una caserma?) e a “si cena alle sette e mezza” e “la colazione c’è fino alle nove e tre quarti, tranquillo”, che mancano solo i servizi di corvée come ai campeggi estivi parrocchiali e sam a post

Uno ci scherza ma Salsomaggiore è veramente così

La cameriera che ci serve è fuori luogo come Antonio Cassano al Salone del Libro: capelli magenta e piercing a naso e orecchie. È un po’ impacciata ma molto carina e simpatica, e, anche in questo caso, mi costruisco castelli sulla di lei vita. Ha citato il suo paese d’origine, un borgo isolato a qualche decina di chilometri da qui, sui colli piacentini: immagino che abbia pescato qualche carta di merda dal mazzo e che, per una qualche grazia ricevuta, ora stia parando i colpi andati a vuoto ma non abbia trovato nessun mestiere migliore di questo. Provo una forte empatia per lei, le ricambio ogni gentilezza: a ognuno il suo processo naturale.
Davanti a me c’è una coppia che, come credo il 90% delle persone sedute a tavola stasera, è qui perché ha usufruito del cofanetto-regalo. Gli habituè si notano, si muovono con disinvoltura nel loro accettare quel che viene senza aspettarsi troppo. Gli invitati, i convenuti e i partecipanti sembrano in prestito: rivolgono domande senza senso, pretendono cose assurde che non verrebbero loro concesse nemmeno con un sovrapprezzo, paiono paracadutati da un altro mondo. Vestiti a festa nemmeno fossero alla Francescana, fare elegante, gesticolare ridotto: per loro sento una sorta di pena mista a stupore.


Fotografie che potrebbero essere copertine di album del Faber e invece diventano cover dei miei articoli


10/04/17 – Sant’Antonio. Incubi reali. 
L’anno scorso sono cambiate due cose nella mia vita.
La prima, più importante nell’economia dell’esistenza e della felicità, è che sono diventato papà.
La seconda è quello che, in questo articolo, avevo definito “l’evento esterno”. Nonostante non abbia, in questo momento, di cui preoccuparmene né sappia se dovrò un giorno ancora farlo, ha lasciato un’impronta indelebile, quasi ora ci fosse un prima e un dopo, e non solo non si potesse più cancellare ma avesse profondamente alterato quello che al tempo era il mio futuro e quello che ora è il mio presente. È un incubo reale, una paura che si ripresenta ogni mattina prima di andare al lavoro e che non riesco a scacciare: qualcosa che ha scavato in profondità e che ora è difficile da mandare via.

Non so, è come quando mi son disintegrato la caviglia destra e, solamente dopo un lunghissimo e interminabile periodo di recupero e riabilitazione, sono tornato a giocare a pallone. Ricordo che usavo il piede buono esclusivamente per camminare, colpivo solo di sinistro e, essendo terzino destro con buona corsa, ogni volta che mi ritrovavo a crossare ero costretto a quindici manovre diversive per scartare il mio dirimpettaio, guadagnare spazio, vedere in mezzo e coordinarmi in maniera del tutto innaturale pur di calciare col piede debole.
Andò avanti così per un bel po’, fino a quando, dopo un’infinita sgroppata sulla fascia, un atavico istinto mi spinse a crossare di destro perché solo così avrei avuto il pieno controllo del giro del pallone, avrei saputo calibrare la forza, il gesto sarebbe stato rapido e non avrei avuto bisogno di troppo spazio per eseguire il lancio: insomma, il fondamentale tecnico sarebbe stato splendido, ineccepibile ma soprattutto performante. E così fu. La palla si staccò dal mio piede un nanosecondo prima che il difensore avversario mi travolgesse, centrandomi in pieno la caviglia, la sfera imbeccò la testa dell’attaccante che arrivava di gran carriera, e questi la impattò con una coordinazione perfetta. La forza e la velocità con cui questa era partita fecero sì che, una volta inzuccata con precisione, si trasformasse in una scheggia imprendibile diretta nel sette, quasi fosse stata schioccata da una fionda, e il portiere non potesse far altro che provare a immaginarsi la scena e ricostruirsela mentalmente una volta raccolta la palla dal fondo della rete. Vidi tutto questo da terra, dove il difensore avversario mi aveva ribaltato con il suo intervento killer, ma in quel momento il dolore alla caviglia era scomparso, lo avevo tirato in cielo insieme a quel pallone, con la paura che m’ero portato dietro fino a qualche istante prima. 

Raccontata così (e forse l’esperienza degli 11 Illustri Sconosciuti aiuta) pare sia un resoconto romanzato degno dell’Avvocato Buffa e un esercizio di stile fine a sé stesso. In realtà è un aneddoto che cerco spesso tra i miei ricordi per trovare coraggio, per ispirarmi e iniettare fiducia in me stesso: la consapevolezza che sia lecito calare corrente dopo aver preso la scossa, che affidarsi al “piede debole” non sia solo una necessità fisica ma anche psicologica; tutto verrà da sé e in maniera naturale, perché a volte nemmeno noi ci conosciamo fino in fondo né sappiamo individuare le linee di rottura con gli shock delle nostre vite, dobbiamo solo aspettare che il motore torni a pieni giri, che venga istintivo riprendere a calciare col piede dritto.

C'era una volta una canzone degli Slowdive, band shoegaze di Sua Maestà la Regina, che non riuscivo a smettere di ascoltare. Si intitolava "When the Sun Hits". A distanza di un botto di tempo, questo gruppo ha dato alla luce un nuovo album. 
Il bravo Lioy,, che già mi aveva anticipato di loro nei ns carteggi mail, ha provveduto a tenermi al corrente, Bertalife l'ha già inserito nel suo hashtag annuale delle canzoni da ricordare e Checco, ossia chi mi ha fatto scoprire gli Slowdive ormai dieci anni fa, viene messo in conoscenza ora. 
Pure questo, a suo modo, è un cerchio che si chiude. Non solo per le persone che racchiude ma anche perché non poteva esserci canzone più adatta a chiusura dello sproloquio di cui sopra: cupa ma energica allo stesso tempo.


12/04/17 – Spezzangeles. Dell’intelligenza.
Premessa. Qualche tempo si disquisiva e si scherzava con gli amici sui vari tipi di intelligenza: quella emotiva, quella discorsiva, quella narrativa. Per quante ne avessimo potute dire, non le avevamo ovviamente pensate tutte.
Salto in avanti di ragionamento. A 35 e rotti anni mi accorgo sempre più di essere un vecchio di merda: ho fatto pace con la crapa rasata e la barba sale & pepe, ho accettato di rimanere defilato ai concerti, porto pazienza quando qualcuno più giovane di me mi ripete una parola perché crede che io non la conosca o non ne abbia colto il senso perché lontana dalla mia cultura anagrafica. Soprattutto però ho pienamente realizzato che di intelligenza ne esiste un'altra, quella estetica, che per definizione è superficiale, infinitamente acerba e allo stesso tempo evanescente, ma più che sufficiente perché ragazze di poco più di vent'anni sappiano perfettamente d’essere belle e fascinose, di avere un culo che suona, canta e dice le poesie, di poter guardare chiunque dritto negli occhi senza abbassare lo sguardo quando dovrebbero essere loro a farlo, se non altro per una questione di anzianità di grado. Sono molto colpito da questa categoria, specie perché non mi sembra abbia né troppa parte né troppa arte, anzi. Credo che queste fanciulle debbano ancora vedere tantissimo di quello le aspetta e se da un lato invidio loro l’età, dall’altra le lascio tutte le agrodolci scoperte che questa si porta in dote. Capisco perché, quando lo buttava nella mischia a soli diciotto anni, Mourinho chiamava Santon “il bambino”.


Non avete mai visto una bella ragazza?

A questa tipologia di intelligenza, rispetto la quale io e i miei compari non avevamo indagato, ne segue e consegue un'altra, che definirei conservativa. Intendo riferirmi al buon senso di non concedere entrature a queste persone, né direttamente né indirettamente: tenere i piedi ben saldi nel dorato mondo dei casini schivati è sempre una buona idea.


13/04/17 – Puianello. Le vite degli altri.
Meglio essere stupidamente convinti di un’idea che convintamente stupidi in generale.


14/04/17, Modena. Compagni di Liceo o anche del perché dobbiamo fare i sostenuti parlando dell’ultimo disco di Bon Iver quando possiamo parlare di figa come abbiam sempre fatto.

"Una volta uscivamo per andare a ballare. Adesso facciamo foto alle piazze. Non dico che non mi piaccia, per lo meno finché tra di voi ci sarà un elettore del mio paese".

Modena s'è fatta bella stasera.

"Se non suono il campanello nessuno mi apre".
"Datemi un rasoio e sarò il vostro Varoufakis"
"Zeman, il 10 puoi dormire da me, sto a 60 mt dalla villa. Grazie Goppy, m'hai cambiato l'estate".
"Le donne, dopo i 40, sono come i giocatori a fine carriera. Ogni anno ce ne mettono 5".
"Siediti con noi e raccontaci la tua storia d'amore".
"Quello con cui sto cercando di farti accoppiare è quello pelato con gli occhiali".
"Il Tassoni era coibentato con uranio impoverito, il materiale restante era illegale".
Eravamo proletariato noioso ma interessante".
"In questo tavolo non c'è amore ma solo opportunità".
“Credevo fossimo fuori a cena e non in ‘Città sotterranee con Alberto Angela’"
"Porta altre Moretti. Una per tutti, anzi una ogni due, anzi portane una a testa".
"Le fontane! Perché non si vedono le fontane?"

Noi no, belli lo siamo sempre stati


#traparentesi: Giovedì e Venerdì Santi fatti con Max. Spero diventi una consuetudine annuale.


15/04/17, Riolunato (Ardondlà, in lingua), in viaggio. Pettegolezzi. 
Da queste parti si dice che per ogni cane che scondinzola c’è un coglione che apre bocca. Spettegolare può avere una triplice valenza: informarsi circa i fatti altrui per scovare un proprio interesse, scuriosare senza capire un cazzo e facendosi un’idea sbagliata, e sparlare degli altri con cattiveria. Per come la vedo io, è lecita la prima opzione: se lo spettegulezz possiede una sua, seppur bizzarra, curva d’apprendimento personale, allora ok e va bene anche quando il risultato finale è "cosa non si deve fare per evitare che".


15-16/04/17, San Pellegrino in Alpe, Castelnuovo in Garfagnana, Carrefour, Partaccia.
Se avesse un nome, questa mini vacanza andrebbe intitolata “To lose la Track”.
Quante volte ho fatto questo giro, traversando l’Appennino Tosco-Emiliano, svalicando sulle selvagge e austere Alpi Apuane, incrociando i bianchi e marmorei passi che, una volta superate le gallerie, buttano l’orizzonte sul Mar Tirreno che splende dabbasso al riflesso del sole alto in cielo, e quante volte ne sono rimasto ammirato e incantato, stupito di come la natura continuasse a farsi bella per me e per noi.

Uno scorcio dell'Isola Santa, un luogo spettrale.
Per inciso, io avevo già scritto qui della Garfagnana, articolo che, non-si.sa-perché, è il mio più letto ogni epoca e ogni blog.


Più che altro, in quante diverse vite ho percorso queste strade e visitato questi luoghi, quante volte ho soggiornato nella dimora marittima di Berta, alla Partaccia: da solo, in coppia, in fasi di grande sbandamento, da ragazzino, da accoppiato, gli ultimi dell’anno, insieme agli amici, da sposato, da padre. Prima parlavo di “Domicili eletti”: sicuramente Marina di Massa è uno di questi. A volte ne ho perso traccia ma le impronte son rimaste stampate sulla sabbia, per chi le sa e le vuole cercare, e non è mai un caso che ci si ritorni anche ad intervalli irregolari. Giusto il tempo di riambientarsi, e poi è come se ci si fosse lasciati la notte prima, quasi che ogni pezzo del giardino ed ogni spigolo della casa rievocasse momenti di età ed epoche passate, derubricate ma non cancellate.

Ogni volta che vado a Partaccia, vorrei fare una foto con cui testimoniare a qualcun altro quanto sia bella casa di Berta, con le Apuane dietro, la torre di Marina davanti, le margherite nel prato e gli ulivi in giardino. 
Ogni volta che ci provo ne viene fuori una foto di merda ma che per me ha un peso specifico incalcolabile.

Direi ormai sette anni fa, in compagnia di alcune amiche e alcuni amici (chi ritrovati, chi rimasti e chi perduti) andammo a trovare Berta la seconda settimana di Agosto (mettere foto). Giancarlo, suo padre, ci cucinò i testaroli ed io, con il carico di birre che avevo in pancia fin dalla night of (tradotto: un caldo disarmante ed un hangover stellare), necessitavo di spogliarmi e mangiare a torso nudo. Essendo l’unico animato da tali sentimenti, mi trattenni fino a quando non vidi lo chef (nonché padrone di casa) avere la mia stessa idea.
“Oh, fortuna che ti sei tolto la maglia anche tu, Gianchi. Sai, ero un po’ in imbarazzo a mangiare a torso nudo a casa tua.”
La risposta:”Oh, Zeman, devi essere parecchio sbronzo perché tu ti sei spogliato dieci minuti fa ed io, vedendo te, ho fatto uguale perché se io fossi stato l’unico mi sarei vergognato.”
Game, set & match.
Fa strano, oggi, ritrovarmi qui nel giardino con una bambina. Non è come avere portato qualcun altro, un nuovo amico: è qualcos'altro, una vita che si ripete. Come ha detto Berta dopo aver fatto una foto a lei e all'Annina che giocavano insieme:"Zerta 2.0".
Considerando che "Zerta" è nato a Partaccia allora siam sempre lì: processi naturali, nothing more and nothing less.


17/04/17, Sant’Antonio. Pensieri (troppo) periferici.
Bisogna sempre mettere la data davanti ai propri appunti. È sorprendente scoprire quanti anni possano trascorrere da quando si trascrive un pensiero che sembra catalogato il mese scorso.


18/04/17, Spezzangeles. Conoscere le persone.
Il miglior modo per capire come ragionano le persone sul lavoro è parlar con loro d’altro, di un argomento che si ha in comune. Se c’è una parvenza di idem-sentire, bene; altrimenti sarà dura allineare pianeti che orbitano in galassie diverse.


19/04/17, Ubersetto. Interior intimo meo.
Finalmente ho trovato, con una botta di culo enorme, una Parrocchia in cui vien detta Messa alle 18.30. E, si sa, anche la più grande organizzazione non potrà mai essere sostituita da una botta di culo enorme. A volte vado a Messa alla mattina, a Maranello, alle 7.30. Tuttavia, da un po’ di tempo a questa parte, non sono più nelle condizioni fisiche e mentali adeguate per affrontare di prima mattina il gran-varietà religioso. Ho addosso le tensioni del lavoro che mi aspetta, la pressione della strada da percorrere, il fatto che debba cagare (che va bene il motto latino “defecatio matutina bona tam quam medicina”, però a me lo stimolo vien sempre nel preciso momento in cui serro la porta con le chiavi): insomma, ero alla ricerca di un orario alternativo ma non troppo invasivo, tipo le 18.30.
Solo che in nessun luogo evangelizzato del Distretto Ceramico sembrava ci fosse una Parrocchia in cui venisse detta Messa a quell’ora. 
Cercando altro trovo la chiesa di Ubersetto, sponda fioranese dell’unica frazione italiana rispondente a tre comuni diversi. Che va bene tutto ma con un Santuario meraviglioso, una parrocchia in paese ed una nella vicina Spezzangeles, vengono dette sì due Messe serali ma alla stessa ora? 
Ad ogni modo, quando avrò bisogno di confrontarmi con me stesso, raccogliere i pensieri, quando crederò di dover aprire ticket all’Altissimo, andrò lì, a soli cinque minuti da dove lavoro.
Ne “Le Confessioni” Sant’Agostino ha scritto:”Tu autem eras interior intimo meo et superior summo meo." Arrivederci e grazie.




Parentesi musicale o anche "back to days".
Qualcuno, in tempi non sospetti, ci scrisse una canzone:"...and as he faced the sun, he cast no shadow". Meraviglioso articolo di Mucchio su Richard Ashcroft, i Verve e Urban Hymns.



Il ns caro compagno Chicco era solito invadere lo spazio vitale mio e di Checco ripetendo la lezione di storia prima delle interrogazioni. In corrispondenza dell'uscita di quest'album umanamente e musicalmente paradigmatico, noi studiavamo la Rivoluzione Industriale e il fenomeno di inurbanesimo.
Lui mi disse, lo ripeto sempre ma fa sempre ridere:"Contestualmente assistiamo all'In-urbanhymns, ossia la gente andava nelle città inglesi ad ascoltare i Verve". Genio.


20/04/17, Maranello. “Stiamo ancora passando?”
Finché suonavo con ragazzi di dieci anni più giovani di me e io ne avevo cinque in meno di adesso, mi sembrava di essere ancora attaccato al treno, magari all’ultimo vagone, però c’ero e stavo ancora passando. Ora ho come l’impressione di essermi fermato in stazione. Guardo i newcomers, li guardo passare, vedo i loro vestiti, sento le loro parole: siamo passati, per lo meno, io sono passato di sicuro.


21/04/17, Carpi. Concerto degli Spartiti.
Siamo al Kalinka, vecchia Casa del Popolo. Come dice Santu:”Guardando i subnormali che sono qui dentro, capisco anche io com’è che le Case del Popolo non abbiano vinto”. Highlights, One Direction, D’Aguanno. Buonasera compagni. Si può ancora dire "compagni"? Per richieste spirituali le consiglio di rivolgersi ad un esperto. E se poi è la ragazza di quello là?


22/04/17, Sant'Antonio. Nottetempo.
Mao cantava:"Prima di addormentarmi mi vengono in mente le cose migliori". A me succede nel cuore della notte e ogni volta penso che di sicuro non mi dimenticherò dell'intuizione che ho avuto, che non vale la pena svegliarsi e appuntarselo sul blocco note del cellulare. Poi ogni tanto ci ripenso e lo faccio. Stanotte ho sognato di coniare un neologismo:"Pease", una contrazione tra "Peace" e "Ease", che vorrebbe dire "Semplificare il processo di pace". In più somiglia a "Please", per cui ha anche un carattere di richiesta, di favore e di supplica. Il fatto è che le parole non hanno padroni per cui, ammesso e non concesso, che questo termine non esista già e abbia un altro significato, spero che qualcuno legga questo articolo e ci si imbatta, e lo usi.


23/04/17, Ogni bagno del mondo. Pensieri di merda.
Sono abbastanza convinto che, al contrario di un quotidiano, la consultazione di uno smarthphone non sia propedeutica all'espletamento dei propri bisogni. È un'estensione del pensiero gucciniano del "Nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento". Leggere un giornale è qualcosa di distaccato e passivo, non penalizza altri sforzi: scorrere gli ultimi aggiornamenti facebook, whatsapp e instacaz richiede troppa attività cerebrale, che, inevitabilmente viene sottratta a quella fisica, più importante e fisiologica.


24/04/17, Maranello. Forza Panino.
Finalmente aperitivo, dopo qualche tempo e qualche appuntamento mancato, con Tommy.
Due riflessioni maturate dal sempre interessante chatting con l'amico di vecchia data che, purtroppo, incrocio sempre meno. La prima è che più dai tempo a una persona per fare una cosa e più questa ce ne metterà per farlo. La seconda, solo all'apparenza slegata dalla prima, è che l'ultima battuta di Eyes Wide Shut è la più grande legacy umana lasciataci da Stanley Kubrick.

Se ciò di cui parla Nicole Kidman è, all'inizio di ogni rapporto (ma anche di ogni esistenza), quasi un'ossessione (o per lo meno un obiettivo), con l'incedere della giovinezza diviene un gioco, con un età più consapevole si trasforma in abitudine, rischiando a volte di declinare ad impegno, ma ad una certa, quando il tempo scarseggia, ecco che diventa raro e come tale si impreziosisce. E quando ci si trova davanti a qualcosa che vale, è come se fosse una sorta d'arte: se ne gode ogni momento e si fa di tutto perché duri il più possibile.
Scrivere, viaggiare, ascoltare canzoni, ritrovarsi, un hobby basta-sia di qualsiasi altra natura sono importanti, aiutano a decomprimere ma non sono affatto l'unica cosa che conta: resta in auge, in tutta la sua semplicità, il rituale più antico e segreto del mondo. Di tanti processi naturali, questo è sicuramente il più insondabile, il più curioso e quello che non smette mai di essere divertente. 

In verità avrei voluto terminare di prendere appunti sul taccuino e, di conseguenza, sbobinarli solo voltata l'ultima pagina, ma credo che l'argomento su cui si è andati a parare sia esausto. È strano perché se i primi mesi dell'anno mi son sembrati piantati come un chiodo su una bara e quindi più lunghi e lenti da descrivere, la Primavera è partita a razzo. Come ha detto Santu:"Era febbraio l'ultima volta che ho guardato l'orologio. Quando l'ho riguardato erano le 8 di sera e c'era ancora luce". 

E poi c'è da dire una coscia, ossia che a Maggio succederanno un sacco di cose per cui è forse meglio giocare una partita alla volta senza mettere troppa carne al fuoco.
Già sono logorroico di mio, non c'è bisogno di allungare il brodo se la misura è colma.

Intercapedine




Subito due nota bene.
1) Linkato alla citazione di Emily Bronte si trova uno straordinario pezzo dei Lali Puna, buttato lì come fosse un carico di traverso ma che, fondamentalmente, risulta essere abbastanza in purezza rispetto al tema dell'articolo.
2) Da quando la piattaforma blogger incorpora la prima foto postata sull'articolo, ho lungamente pensato a quale inserire. Alla fine ha prevalso la scelta che tra me e me condividevo meno, ossia questo insieme di caramelle di Tiger, un po' perché questa catena danese diventerà presto un fenomeno di massa mega-virale, una sorta di Ikea in piccolo, e un po' perché, come va di moda dire ora, trattasi di una foto segnante. Cercherò di spiegarne le ragioni.

Avrei dovuto proseguire con il secondo capitolo di “Fix the Karma” ma -timili timilera- non ho mai avuto un momento, per cui mi son ritrovato costretto, mio malgrado, a congedarmi dal Volume 1 e a prendere ulteriori distanze dal Volume 2. 
In verità m’era pure balenata in testa l’idea di salutare il blog, anche perché accomiatarsi possiede sempre un certo fascino, è come quando Podolski segna un gol che non ha alcun senso durante la sua ultima partita in nazionale e, tra tutte le amichevoli che potevano essere in tabellone, proprio in quella contro l’Inghilterra. Che se proprio avessi potuto scegliere una fine del film più bella non avrei saputo per quale altra optare.
Tuttavia in questo intervallo di spazio e di tempo son riuscito a isolare e a poi a riempire quella che a me piace definire un’intercapedine di ragionamento, o di ragionamenti. 
Nei pochi attimi in cui mi sono staccato dalla realtà, sempre più assorbente e abrasiva, ho appuntato sul mio taccuino giallo-diarrea, comprato nell'unica libreria degna di questo nome presente a Pavulo n/F, alcune riflessioni spurie e spaiate tra loro che, al termine delle pagine, ho deciso di riepilogare in un unico articolo e intitolarlo proprio così:”Intercapedine”, che suonerebbe bene anche se fosse il titolo di una canzone, o di una raccolta di pezzi che da qualche immaginifica parte hanno un filo che li lega ma che non è nemmeno così evidente né tangibile.

Si tratta per lo più di pensieri troppo profondi per diventare stati di facebook ma anche troppo elaborati perché siano abbandonati a loro stessi e vengano esclusivamente rubricati sul blocco note.
John Lennon diceva che la vita è ciò che ci succede mentre si è impegnati a fare altri programmi. Io credo piuttosto due cose, ossia che la vita sia fatta di Piani B e che sia come un film di Federico Fellini, ossia senza tempi morti.

Ë difficile comprendere quanto Fellini abbia spiegato il Fascismo, cioè vent'anni d'Italia, al mondo. E quando dico "d'Italia" postulo "di Emilia-Romagna".


Parentesi musicale

C'era sempre un accenno al tempo...

Due parole sul nuovo disco ep degli Spartiti, evoluzione 2.0 degli Offlaga Discopax.
Non so cosa sia ma, a differenza degli ODP, c’è qualcosa per cui è piacevole riascoltare il music telling, anche quando non è coinvolgente come una canzone orecchiabile di cui ci siamo innamorati, e manchi, quasi completamente, una logica strutturale che sia possibile indovinare o seguire. È come se fosse sempre tutto uguale ma anche diverso.
Son convinto non superi la stagione, inteso come portata di novità (e anche, come dice Checco, che non si spinga oltre la dorsale Reggio-Modena-Bologna), ma sono presenti alcuni spunti degni di Kappler e/o Robespierre.

La cover dei Massimo Volume è poesia allo stato superiore. Io ho sempre faticato a far entrare nelle mie corde le parole di Emidio Clementi ma "Qualcosa sulla Vita" è un insieme di slices of life che raccontano perfettamente senza bisogno di descrivere, quasi che uno potesse rendere poetico (ed è quello che in effetti accade), che ne so, anche il freddo resoconto di un trasloco.

Il suono, in surround, è magnetico, tiene lì neanche fosse la coda infinita di un loop di Apparat.


Sant’Antonio, 08/01/17 - Dell’assurda proporzionalità del tempo del sogno. 
Ognuno di noi potrebbe aver qualcosa da dire sui sogni e sulla loro natura, ed ognuno di noi direbbe qualcosa di condivisibile, per cui diventa difficile interpretare logiche che non siano già state prese in esame. A me quel che ha colpito, specie del mio ultimo sogno (del quale preferisco non entrare nel merito), è stata la tanto assurda quanto precisa dilatazione temporale. Non ho la benché minima idea di quanto abbia sognato ma il “quando” è stato un periodo lunghissimo, contratto e sospeso, come se in quella fase rem si fossero alternate esperienze di vita che, dal vero, avrebbero richiesto anni. Come se non bastasse, è stata la scaturigine di prese di coscienza a impressionarmi, il rendermi conto dell’evoluzione delle situazioni sognate, le cognizioni provate di volta in volta, più reali di un reale mai vissuto se non per interposta persona. Infine, assolutamente non ultimo per importanza, il raggiungimento di un idem-sentire con chi il mio sogno lo aveva vissuto veramente, l’elaborazione di un giudizio apparentemente lucido ma fondato sull’inconscio, in cui si rarefacevano le differenze con l’esistenza autentica. Che se uno ci pensa, non solo non ci può credere: non ha proprio alcun senso.


Estense, 12/01/17 - Dell’analisi della sconfitta. 
È la consapevolezza, la cosa più importante. Finché si è convinti di raggiungere un obiettivo, ci si crede, si cova e si alimenta la speranza. Quando però le cose non cambiano occorre rendersene conto, ammettere la sconfitta, riconoscere d’aver perso. Sembra retorica, paiono secchi di parole vuote ma non c’è nulla di più significativo, e non tanto perché dopo si stia meglio, ma perché ragionando in questo modo si sta meno peggio. A livello karmico è come vincere: è l’unica cosa che conta.


Leverkusen (complemento di stato in luogo figurato), 18/01/17 - Appunti sparsi.
Vivere a Sant’Antonio deve essere un po’ come aver vissuto a Leverkusen nei gloriosi ma grigi tempi dell’ascesa Bayer, ossia in una città dormitorio. Partire il lunedì mattina e tornare il venerdì sera, perché è questa l’idea, quasi le sere feriali non esistessero, come se la settimana fosse un ponte tra i week-end. E la distanza ammazza, è corrosiva, t’allontana, anche mentalmente, dalla sensazione di serenità.


Lokomotiv Club, Bologna, 21/01/17 - Motta.
Concerto di Francesco Motta al Lokomotiv, che come dice mio padre:"Solo a Bologna può esserci un locale che si chiama così, magari è anche vicino a Via Stalingrado... e n'd'al dòmelaederset n'è mia pusebel", scuote la testa, giù il sipario.
Comunque fin qui niente di strano, il fatto è che sono entrato con la giacca, l'ho lasciata nel guardaroba e la sono andato a riprendere due canzoni prima della fine per paura della fila (c'è chi lo ha fatto una prima, ndr...).Il tutto un po' milanese imbruttito un po' vdm, e dire che m'ero pure fatto la barba e messo una felpa col cappuccio per sembrare più giovane.
Siamo ben oltre la fine dei vent'anni.

A proposito di Motta: deve solo decidere cosa vuole diventare da grande.


Sant’Antonio, 13/02/17 – La percezione del prima e del dopo.
Come una persona entra nella tua vita, aggiungendosi e spostando gli equilibri, com’era diverso quando non c’era, dimenticare quale fosse il significato di normalità e trovarne uno nuovo, fare proprio il concetto di “rapporto ombelicale”, del motto latino:”Ubi maior minor cessat” ma, soprattutto, della parola "Wonderwall".

You're gonna be the one that saves me


Spezzangeles, 15/02/17 - Nuove persone giuridiche
Dovessi rinominare il blog lo chiamerei “Mente Locale”, probabilmente tutto attaccato. Primo perché mi piace come modo di dire, e secondo perché, fondamentalmente, non è né più né meno di quello che sono, ossia una mente locale, qualcuno che s’atteggia a pensatore ma pur sempre ancorato alle piccole cose del mondo. Inoltre potrei anche aggiungervi una ragione sociale, tipo GmbH, che suona bene. Mentelocale  GmbH, non male!

A tal proposito, riporto uno sketch divertente che non vorrei mai andasse perso:

Z:"Ile, in azienda fanno dei corsi di lingue, pensavo di fare quello di tedesco".
I:"Ma tu non sai niente di tedesco!"
(Parliamone, sapere correttamente pronunciare Borussia Moenchengladbach mi dà automaticamente lo ius soli)
Z:"Beh, io intanto so cosa significa GmbH e come si pronuncia. Ghembeah, un po' come se lo dicesse Antonio Conte".
I:"Ah beh, anche io so cos'è la GmbH, ci ho preso un sacco di cose, anche i giochi da spiaggia della Benny li ho presi dalla GmbH. Anche gli yogurt che mangi al mattino sono GmbH. Fanno tutto! ".
Z, tra il sorpreso e il divertito:"Ah sì, e per cosa starebbe GmbH?"
I:"Ma è tipo dire Amazon, è tutto GmbH".
Z:"Peccato solo che GmbH sia una sigla e sia come da noi SPA o SRL".
I:"Ah".


Parentesi seriale
Tra le serie che fanno la differenza, segnaliamo e mettiamo agli atti Narcos.

“Am I making myself clear?”
“Loud’n’clear”.


Fuori Orario, Stazione di Taneto di Gattatico, 17/02/17 - Ineluttabile.
Premessa: mi faceva troppo ridere Berta quando lo chiamava Gatteto di Tanatico. Comunque sia, ci sono vari modi per etichettarsi nella categoria “Vecchi di merda”. E non parlo solo dell’utilizzare il tesserino sanitario prevalentemente in farmacia anziché all’automatico delle sigarette ma anche, e soprattutto, dell’andare ai concerti delle band che si ascoltavano in gioventù, nemmeno si cercasse ora di ripristinare e riportare in auge stagioni fatte e finite, rifascicolare pratiche archiviate e tralasciate. Ciò che più mi ha bonariamente sconvolto è stato vedere ballare moglie e figlia (presumibilmente) di Godano, che uno certi miti se li è sempre immaginati irraggiungibili e maledetti, ed invece mettono su famiglia come tutti, pagano le bollette come tutti, hanno una vita privata come tutti. A differenza di tutti, però, hanno scritto “Ineluttabile” e questo, di per sé, basta a renderli ancora un passo avanti al 99% della popolazione mondiale.


Maranello, 18/02/17 - Della scomparsa della bici elettrica di Claudio Ricchi.



Sì, nel frattempo io e Luca abbiamo anche imbottigliato il Bonarda di Charlie


Sant’Antonio, 19/02/17 - Dell’assurda proporzionalità del tempo del sogno Vol.2.
Recentemente ho un’attività onirica decisamente intensa. Stanotte so d’aver sognato qualcosa di orribile anche se non ricordo niente, pochissimo il contesto, figurarsi i dettagli. Ho avvertito uno strano sentore, come se mi sentissi in colpa dell’aver fatto qualcosa di sbagliato pur non avendo toccato mestiere. In fondo era tutto vero e allo stesso tempo non lo era affatto. Allora mi sono chiesto se, al di là della realtà della cosa, il non-ricordo fosse un attenuante e desse legittimità a qualcosa di orrendo. O forse, più verosimilmente, l’imbottigliamento da Luca e le birre con Santu & Freddy avevano fatto un gioco tutto loro.


Sant’Antonio, 19/02/17 - Aggiunta. 
La verità è sempre interessante. Ci si trova spesso in imbarazzo a rispondere a domande davanti alle quali si teme di replicare con banalità e/o scontatezza. Be’, dire la verità è la migliore risposta possibile.


Estense, 20/02/17 - Appunti sparsi.
In macchina ho tempo per pensare, specie quando la frequenza di Radio 3 se ne va affanculo. Mi viene in mente Malalbergo, uno dei domicili simbolicamente eletti dalla mia testa, così come Magnavacca. Da qualche parte devo aver letto (e ritrovare la fonte sarebbe anche utile ma viviamo nei tempi della post-verità e delle fake news, chissenefotte di ciò che è vero e ciò che non lo è) che leggenda narra che l’etimologia del nome derivasse da un malfamato alloggio per i viandanti che da Bologna si instradavano verso Ferrara e viceversa.
Figo, fine a sé stesso, ma figo: un argomento che potrebbe interessare sì e no a Vantin. Magnavacca, invece, vasta area lagunare salmastra nei dintorni di Porto Garibaldi, deve invece il suo insolito e curioso nome alla contrazione di due parole di origine latina:”Magnum Vacuum”, ossia il grande vuoto di terra della parte centrali di quelle valli.


Modena, 21/02/17. Il mio capolavoro.
È il primo giorno di sole, Irene.
Quando le luci la sera sono porpora, cenere in debito a braci senza fine.
Disincanto che viene, magia che svanisce tra-monti sfumati a Occidente.


Spezzangeles, 22/02/17.
Credo, anzi, devo credere che i migliori non abbiano paura di chiedere scusa, né di quante volte farlo. Sanno, presumono o sperano di essere così abili e capaci che un errore non solo possa pregiudicarli ma che ne accresca il valore intrinseco.

L'ennesima bella imbeccata di Alberto Lioy


Estense, 26/02/17.
Il viaggio casa-lavoro sta diventando una prigionia, sposta ogni pensiero e lo appesantisce, tant’è che ogni week-end diviene una conquista da ottenere con sacrificio, non è un di-più ma una confort-zone mentale. Anche sapere che s’andrà via per il fine settimana non è di conforto, o meglio, passa in secondo piano rispetto al fatto che si dovrà percorrere l’Estense sia all’andata che al ritorno anche per trascorrere un po’ di tempo via. Non c’è nulla di peggio di un percorso obbligato che non può essere derogato e che rischia di trasformarsi in un lunghissimo loop.


Spezzangeles, 28/02/17 - Della vestizione.
Credo che un fortissimo elemento di disagio, mai avvertito prima, sia che non abbia più vestiti da indossare né la voglia di andarli a cercare. Avrò quattro paia di pantaloni in croce, tre polo che puzzano dopo nemmeno dieci minuti che le ho addosso e le camicie cominciano ad essere vecchie e lise. Il guaio è che non ho nemmeno la voglia di uscire, data la pena di provare nuovi capi, fermarmi in negozi, girare il paese. Fortunatamente esistono gli shop on-line di Jack & Jones.


Sant’Antonio, 01/03/17 - Due anni da Carpiff. 
Zuckerberg ha avuto una buona idea con la storia dei ricordi su Facebook. Per fortuna però che anche io ho conservato foto e recensioni.

Qui si trova ancora il riepilogo dei fatti


Sant’Antonio, 01/03/17 - Della Scomparsa di Will Byers
Dopo qualche tempo ho compilato una selezione di pezzi da ascoltare nel viaggio verso la Riviera, fissato per il prossimo week-end. Direi proprio di aver fatto un bel lavoro. Di seguito la track-list, un misto di canzoni pescate dagli estemporanei consigli di Lioy, dalla raccolta dei migliori brani del 2016 secondo il parere di #bertalife e qualche intuizione personale.

Certi paesi della Romagna sanno essere spietati d'inverno.

Un nota bene riguardo Low-Flying Panic Attack, la compila realizzata da Berta con le top trax dell’anno bisesto appena passato. Difficilissima ma completissima. L’ho ascoltata e riascoltata davvero tante volte, come mai m’era accaduto per le sue selezioni precedenti. È come se fosse divisa in tre macro-aree di ascolto.
La prima è molto cupa e sofferente, in una parola: tetra.
La seconda è maggiormente votata all’ignoranza, vince l’idea di cedere a qualche guilty pleasure e lasciarsi andare a qualcosa che anni fa il più grande nutrizionista del Distretto Ceramico avrebbe bannato senza se e senza ma.
Infine la terza è disegnata da spaccati allegri e spensierati, a tratti completamente destrutturati, altre volte selvaggi.


06/03/17, Spezzangeles - Clima avvelenato.
Devo far uscire il male che ho dentro, sputare via il veleno e allo stesso tempo rimanere lucido. Il lavoro dev’essere la parentesi e non il discorso. 
Tanto per rimanere in tema, sebbene si tratti di una delle band che non andrò mai a sentire né in cui vorrei proprio imbattermi (i Negrita, ndr) le riconosco il non trascurabile merito di aver registrato una canzone passata in cavalleria, intitolata “Veleno”, della quale ho sempre a mente un inciso del testo:”Il mio karma traballa e piscio spesso di fuori”.

Pau ha fatto anche cose buone, specie con Andrea Scanzi

A tal proposito mi rendo sempre più conto di quanto sia importante non perdere di vista le amicizie che più contano, trovare sempre una sera per rivedere gli amici e i compagni fidati di una vita, ascoltare le loro storie, intuire i loro stati d’animo, variare un po’ sul tema, capacitarsi che il tempo è una variabile balorda perché per quanto il peso principale sia dedicato al lavoro, quello specifico rimane una prerogativa d’affetto, e poco ne importa la durata. E quindi va benissimo incontrare Fonzie che mi parla della sua passione con le Polaroid, andare a cena con Gav, Baiso e Mario, un’improvvisa pizzata a casa Morini con le famiglie dei padri sbronzi, un aperitivo a Formigine con i Montecchi, un whatsapp con Cato, il classico treno di birre con Santu e Freddy al Bar Bruschi, i pranzi con i Linea di Rottura, Chè e Kiki, sentire Cavani che mi suona sulla circonvalla di Fiorano.


07/03/17, Periferia di pensiero - Coda.
"If you worry, you suffer twice" (Cit. Newt Scamander)


08/03/17, Sant’Antonio - Dell'assorbimento lavorativo.
I sentimenti sono troppo spesso figli della contingenze, per esempio il sapere di andare al mare nel week-end. Ogni domenica, da quando abbiamo riscattato lo smart-box con scadenza bruciante, ci penso perché ne patisco voglia. È un insieme di cose, il riconoscere una sorta di gabbia nelle mura di casa, il sapere che andare via, staccare un po’, fa bene a tutti perché contribuisce a creare ricordi ad incrementare la memoria delle sensazioni, la volontà di non trincerarsi sempre nello stesso posto e avvertire l’idea di restare indietro sulle tappe vitali altrui.
Eppure l’emozione durante la settimana è contrastante, è l’esatto opposto di quella vissuta di domenica. Non riesco a figurarmi positivamente la fuga dalla città e so anche di sbagliare, di dover tenere a mente cosa penserò nei days-off ma faccio incredibilmente fatica, è come se fosse uno stress-test di cinque giorni.


11-12/03/17 - Gradara, Pesaro, Bellaria Igea Marina, Riccione. 

È una giornata splendida, al sole si sta bebe e non c'è nessuno in giro. 
Probabilmente la gente non s'aspettava che all'inizio di Marzo si stesse già così bene. Buon per noi!

Come supponevo, andare al mare fa bene, è sempre una risposta anche quando la domanda è malposta o non lo è proprio, significa provare a cambiare la trama della storia quando questa sta languendo. È chiaro che non si sia più solo in due e che questo pregiudichi la mia arcinota ansia. Tuttavia levarsi di torno permette di riacquistare la padronanza di sé stessi e un ritrovamento di serenità; la preoccupazione che la bimba sia ok fa parte del gioco, è part of the queue o, meglio, il beginning della queue, ma va affrontato con serenità.
Certe cose vanno fatte, solamente dopo ci si rende conto del peccato che non siano state più regolari. Il problema, il solo e solito problema, è che fare la stessa strada tutti i santi giorni, ossia l’Estense, mi incattivisce l’animo, dovrei non pensarci ma è difficile asciugare la quotidianità dei problemi circostanziali e del presente.
La gita fuori porta in Riviera è stata una riacquisizione di esistenza, anche perché, mi sono accorto, che passare a Sant’Antonio ogni maledetto week-end, fare le stesse cose l’è al pez dal pez.

Mi è tornato in mente Merano, la giovane tradizione meraner che da due anni si rinnova: ciò che conta, quando si va via, è lasciar fuori ogni altro pensiero. Chissà se la piccola si ricorderà di queste trasferte o se glie le dovremo raccontare. Non credo, anche se sarebbe bello.

Nessuno in questa foto.

M’è capitato di vedere l’intervista di Fabio Capello ad un stranamente simpatico Zlatan Ibrahimovic. Quest’ultimo raccontava che da quando ha figli ha meno tempo per dedicarsi al vandalismo e alla guerriglia urbana. Nel suo italiano “ricordato” e raffazzonato se n’è uscito con una frase che m’è rimasta nella cabeza e che voglio far mia per le prossime ed eventuali occasioni, ovvero che avere figli è “come vedere la tua vita che si ripete”, come vedere “vite ripetute”. È paradossale come certi concetti si esprimano meglio quando non se ne afferra la grammatica ma ne è più che sufficiente il senso.
Comunque sia, le piace girare, le piace stare insieme ad altre persone, vedere altre bambine ed altri bambini, si stanca così tanto di guardare che s’addormenta in piedi. È una grazia di Dio: come ho letto in tante agende nelle chiese in giro, P.G.R.. 
#canesten #goldoni #tiger #pozzimaipiù #dellascomparsadiwillbyers #cappelletti&sangiovese #tradizione #lapiadinapiùbuonadelmondolafannoaRiccione #MessaadAlbaasusual


14/03/17, Spezzangeles - Trainspotting e il consumismo.
Be’, alla fine ho comprato i vestiti per corrispondenza da Jack & Jones. Le tag-lines “Rebranding” e “Rethinking” mi hanno convinto in un amen. La prima perché lo sta facendo anche l’azienda per cui lavoro; la seconda perché il verbo “rethink” l’ho sentito pronunciare da Noel Gallagher e niente di ciò che viene da lui è male. Una volta provati, donna Ilenia ha sentenziato:”Ti ringiovanisce”. Mi sono allora ricordato della gita a Vienna in V Liceo, di quando per ruffianeria una nostra compagna di classe disse lo stesso alla Professoressa Galassi:”È vestita in maniera molto giovanile”. Quest’ultima le rispose che rivolgere un complimento del genere ad una signora di una certa età fosse la cosa peggiore da fare.


15/03/17, Maranello. Delle parole "facile" e "felice".
È proprio vero che finché non s’affrontano certi argomenti, sembra che non siano da nessuna parte, che non esistano, che nessuno ne parli. Basta però imbattercisi una sola volta perché poi sembrino apparire e tornare ovunque: ed è così che si concentra sui figli, si leggono i giornali che trattano i peggiori temi di attualità e non rimane altro che augurarsi che, se proprio non possano avere una vita facile, almeno sia felice. E nello scriverlo, così come nell’averlo pensato, mi sono soffermato sulla marginale differenza che passa tra questi due aggettivi: cambia una vocale ed un ordine interno di lettere, eppure il significato, non per forza opposto, muta radicalmente.


16/03/17, Sant’Antonio. 
È sempre bello svegliarsi alle 6.00 del mattino per aver tempo di scrivere e poi ritrovarsi a passare tra quarti d’ora in bagno a cagare. E poi, alle 6.45, tirarsi le dita davanti al computer che non s’accende.

Primavera non bussa


18/03/17, Sant'Antonio - Del Forum MEF.
Mentre sono intento a recuperare sul Mulo alcuni album che mi mancano, nella fattispecie dischi di elettronica e post rock, mi imbatto in una compilation che raggruppa artisti e generi che mi colpiscono. Guardo il nome dell'utente che l'ha caricata e porta le stesse generalità di Checco, nonché il suo nick-name. Lo vedo come un segno di buon auspicio: la selezione di canzoni non può essere cattiva. La scarico, estraggo la cartella contenuta nel file e ne compare la dicitura PP2 che conosco bene. Si tratta di Perle ai Porci 2, realizzata proprio da Checco per gli utenti del Forum MEF, chissà quanti anni fa, probabilmente nel paleolitico medio. Faccio presente la cosa sia all'autore che a Berta, siamo contenti del rievocare i ricordi incancellabili del forum, perfettamente tratteggiati dalle canzoni presenti.
A suo modo, proprio in questo giorno, la memoria della cosa non può essere una casualità.


Al tempo non credo ma oggi è quella che preferisco del lotto.



21/03/17, Teatro Valli, Reggio Emilia - Vinicio Capossela
Quest’anno è il mio terzo concerto in tre mesi, rischio di avere un tabellino di marcia che nemmeno dopo il diploma al Liceo. A Gennaio Motta, a Febbraio i Marlene Kuntz, a Marzo Vinicio Capossela e ad Aprile direi gli Spartiti. Senza considerare poi che mi pare anche un’ottima distribuzione di concetti: il nuovo che avanza, l’onda vintage, qualcuno che per disattenzione o sfortuna non ho mai visto prima, e infine qualcosa di diverso che colloco tra “band di cui non vedere necessariamente due live ma almeno uno sì”. Senza contare poi le location, rispettivamente elencate così: il caro vecchio Estragon, lo straordinario Fuori Orario, il magnificente Teatro Valli e lo storico Kalinka. Un tuffo nella passata gioventù alternativa.

Nonostante molti dei miei amici lo seguano da sempre e nonostante sia stato io a masterizzare i dischi che ho dato a Max, ossia chi mi ha rotto le palle finché non gli ho dato l’ok per prendermi il biglietto, non avevo mai visto Vinicio fino al primo giorno di primavera del 2017. Mi risulta davvero complicato sintetizzare le emozioni che ho provato e le riflessioni che ho maturato in poche righe. Collazionare tutto in hashtags, che a pensarci bene, se messi insieme rappresentano una sorta di moderno stream of consciuosness mi sembrerebbe un po’ forzato, preferisco riportare appunti sparsi che diano spunti a chi legge e permettano a me, in futuro, di ricordare a stralci, la notte a Reggio Emilia.

  • Le strade basse tra Sassuolo e Reggio: un dedalo di vie di campagna percorse centinaia di volte ma completamente derubricate da quando vivo a Pavullo. Nella loro infinita pochezza, nel loro non avere niente, esercitano un'ambigua seduzione, specie quando inizia a fare buio tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, e tutto rimane in una lunga misteriosa penombra, una luminosa oscurità, come se da qualche parte fosse nascosta la Carcosa di True Detective.
  • Vivere in una buca mi permette ora di capire la pace dello slargo, dell'apertura, di queste pianure senza fine, sembra quasi di respirare di più, di avere più spazio vitale. 
  • Reggio Emilia città. Non me la ricordavo manco di pezza. Piazza della Vittoria è bellissima. Fa un po' il verso a Piazza Roma (o forse è il contrario) ma è davvero notevole, quasi mi spiace sia reggiana e non modenese. Rivisto, dopo quasi dieci anni, un ristorante in cui cenai insieme ai miei compagni della Laurea Specialistica, ragazzi di Parma e siciliani trapiantati a Modena. Per trovare una mezza via si andava a Reggio. Chissà che fine hanno fatto? Ogni tanto mi tornano in mente, magari quelle volte che pubblicano qualcosa su facebook. È strano come alcuni pezzi di vita si accantonino per sempre, sebbene siano stati vissuti intensamente tanto quanto altri di cui invece si conservano ricordi molto più vividi.
  • Se c'è una cosa per cui è nota la città delle teste quadre è il manicomio. Anzi, l'ex-manicomio, perché non c'è più. Tutti i matti di merda sono finiti in un bar di cinesi sulla Via Emilia, l'unico che abbiamo trovato aperto io e Max. Molto bello, tra l'altro; gente davvero fantastica.
  • Lo spettacolo di Vinicio è un piece teatrale a tutti gli effetti, al termine della quale, chiusa con un'esecuzione straordinaria de "Il Ballo di San Vito", si mette in libertà, s'accende una birra e si mette a raccontare della sua gioventù passata sulla pedecollina di Scandiano, del Teatro Valli, di Reggio Emilia, dell'Ariosto, della Resistenza e di come ne abbia magistralmente scritto Massimo Zamboni, e dell'ombra, ossia il tema portante della serata. 
Canzoni della Cupa

Tre cose, fra tutte, mi colpiscono, forse perché alcune sembrano racchiudere tanto di quello che ho pensato e scritto nei miei appunti.

1) Oggi è il 21 di Marzo, l'equinozio di Primavera, una bella coincidenza. Non c'era sera migliore per parlare di luci e ombre, di come queste vivano in contrasto, alternino l'equilibrio a seconda del ciclo delle stagioni e delle epopee umane, ma prescindano l'una dall'altra, non esistano se non l'una in funzione dell'altra.

2) Ariosto. Mica per fare l'accademico di turno ma questo è un illustre sconosciuto di cui si dovrebbe dibattere in lungo e in largo. Al suo nome sono dedicati, per esempio, un centro commerciale di Reggio Emilia ed un hotel di Castelnuovo di Garfagnana (ed io ci ho dormito e mangiato). C'è un perché e lo vado a spiegare. Lo stesso uomo di lettere, born & bread a Reggio Emilia, colui che scrisse "L'Orlando Furioso", venne anche incaricato dai signori estensi di andare a governare le terre apuane, abitate non proprio da genti facili da irregimentare. Insomma, divenne, per un breve periodo, un uomo d'arme e un animale politico, e gli venne pure bene. Roba che Tyrion Lannister scusa ma sei arrivato due.

3) Quasi sembra parlare a me quando dice che secondo lui, originario (più o meno) di Castelnovo ne' Monti (omologo reggiano di Pavullo nel Frignano), non esiste una suddivisione tra Italia del Nord e del Sud, bensì tra terre appenniniche e non appenniniche. Il concetto, per chi ha orecchie per intendere, è chiarissimo.


23/03/17, Maranello - Lo stile degli ultimi
Non ho niente contro chi si mette in ultima fila, aspetta che siano passati tutti, vuole a tutti costi serrare la fila. C'è modo e modo, ho come l'impressione che a volte ci si riesca a compiacere anche di questo. Boh.


25/03/17, Sant'Antonio.
Giro l’ultima pagina del taccuino, anche questo è concluso. Vi avvolgo un elastico intorno perché non si apra come il Nilo con Mosè e lo metto via, insieme agli altri che ho già interamente compilato. Questo non è di certo il più cupo ma in un qualche modo è il più analitico e di certo avrà una coda o un episodio 2.
Non è così scontato decidere di affrontare (leggasi: mettere nero su bianco) le situazioni oblique della propria vita, trasformare gli appunti di tutti i giorni in un diario del disincanto, accorgersi che la felicità non va simulata ma vale il contrario, ossia che sono le piccole infelicità a dover essere analizzate perché si sistemino beni di più grande valore. In fondo fix the karma è più questo dell'autoconvincersi dei rimedi virali di qualche sedicente psicoterapeuta dell'Huffington Post; è l'intercapedine che va cercata, quello spazio di vita che deve rimanere puro, incontaminato, pieno di calma e delicatezza, un po' come il piccolo platò della foto di cui sopra, riempito di caramelle tiger.

Il problema è come quando si va al bar o al ristorante: il cliente non sempre sa ordinare da solo, va aiutato. Il consiglio che ho ricavato dallo sbobinare questi appunti è quello di focalizzare o creare un'intercapedine di colore e dolcezza, sapere che c'è, contare su quella. Nel mondo di Harry Potter avevano gli incanti patronus, io mi accontento di qualcosa di più pratico e di più bassa manovalanza.
Visto e piaciuto nello stato in cui si trova, pubblicato il 25/03/2017.


Fix the karma Vol. 1

Tempo fa ho cominciato a seguire la pagina facebook dell’Huffington Post, che altro non è se un collettore di notizie di testate giornalistiche on-line e articoli curiosi di blog interessanti, e lo so che questo aggettivo è stato bandito da Captain Fantastic ma non posso farci niente se non entrare nel merito con le righe e la sbabbelata che seguono.

Ho un modello da seguire quanto toccherà a me spiegare certe cose, grazie Captain Fantastic

Le notizie riguardano spesso l’attualità mentre gli articoli sono, come dire, karmici e mantrici, raccolgono consigli e raccomandazioni di esistenza, sono trasposizioni di lezioni di vita che altre persone, meglio informate di noi (o per lo meno meglio informate del sottoscritto), hanno avuto in animo di raccontare per poi diffonderle ai quattro venti della rete. Come dice il signor Sindaco (ossia Max), leggere certe cose è un termometro attendibile di quanto si stia diventando dei VDM, ossia dei Vecchi Di Merda, ma amen; infatti non è tanto questo il peggio, quanto che molto di quello che riportano tali sedicenti influencers risponde a verità e/o interpreta con dovizia di particolari parecchi dei sentimenti che coinvolgono chi si trova tra gli –enta e gli –anta. 

Sebbene dia a questi articoli il peso che si può ad essi dare, e nonostante  non sia un lettore osservante dell’HP, mi sono incarognito con uno in particolare e ho voluto sviscerarlo perché, detta come va detta, mi ha fatto stare meglio. Dopodiché, come da copione, ho pensato diffusamente a come intitolare questo post fin quando non ho convenuto tra me e me che il trend-topic di giornata dovesse essere il #karma o quello che la società moderna ha preso a chiamare così, termine che ho fondamentalmente sempre adorato, non tanto per l’intrinseco significato spirituale che dovrebbe avere ma perché richiama titoli di canzoni che fanno parte del database del mio cuore: su tutte, exempli gratia, Karma Police dei Radiohead, Karma Coma dei Massive Attack e, perché no, Karma Chameleon coverizzata dagli Shandon. Io ho solo dovuto cercare di creare qualcosa di migliore di queste combinazioni di parole e non dico di avercela fatta ma “Fix the Karma” mi piace: semplice, secco e significativo. 

No, take a rest

La struttura è questa. L’articolo, intitolato “22 abitudini che renderanno la tua vita quotidiana un po’ più serena”, a firma di Brianna Wiest, si dipana in altrettanti punti che, vabbè, rappresentano un numero molto calcistico ma abbastanza del cazzo, i numeri dovrebbero sempre richiamare quelli biblici o tolkeniani, che ne so: 3, 7, 9, 10. Comunque sia, prenderò ognuna di queste 22 osservazioni e l’approfondirò in maniera più o meno telegrafica, a volte seria e altre faceta, corredandola poi di un’immagine evocativa o una canzone didascalica dell’intero pensiero. 
E ora fuoco alle polveri. 

1. Getta via, vendi o regala tutto ciò di cui non hai davvero bisogno. Segui questa guida al minimalismo per aiutarti a decidere che cosa ci sia di troppo fra tutti quegli oggetti che conservi. Se c'è qualcosa che potrà servire a liberarti immediatamente dalla tua ansia, riuscendo a metterti a tuo agio, sarà proprio il fatto di compiere la scelta di conservare esclusivamente quegli oggetti che svolgono una loro precisa funzione, oppure quelli che, ai tuoi occhi, rivestono in sé un significato positivo.

Io non ne faccio una questione di minimalismo, piuttosto di bisogno di spazio e di ordine mentale, cose che spesso s’affratellano tra loro. 
Mia nonna materna è un’accumulatrice seriale, un vero e proprio fenomeno da studiare se si vuole un esempio da non seguire. Vive in una di quelle classiche case emiliane tirate su tra gli anni ’60 e ’80, ossia con un piano terra pensato male e fruibile peggio, ove l’unica cosa degna di nota è la “bugadera”; un primo piano abitabile la cui distribuzione delle camere risponde ad uno schema che era obsoleto già al tempo; infine il “tassél”, ovvero il solaio, uno spazio vasto ma angusto in cui riporre tutto quello che non deve essere buttato pur non avendo più alcuna funzione. 
Ebbene, mia nonna è un po’ come l’Occamy, l’animale fantastico che Newt Scamander definisce “aggiustaspazioso”, ossia in grado di restringersi o allargarsi per occupare tutto lo spazio a sua disposizione. Ha stipato il solaio, lasciando che fosse la casuale sistemazione di scatole, scatoloni e zavagli a definire i percorsi lungo cui procedere per districarsi in tale labirinto. 

Amarcord estemporaneo. Quand’ero bambino un gatto spaventato ebbe la malsana idea di salire su per le scale e intrufolarvisi: ogni domenica prego per la sua anima perché davvero non so come sia andata finire, se ne sia mai uscito sulle sue zampe.

Stessa cosa mia nonna ha fatto nei due garage, la dispensa, l’ex-laboratorio di mio nonno, una stanza X al primo piano e via dicendo. Dappertutto è un tripudio di cassette che contengono recipienti, al cui interno sono custoditi astucci, cofanetti, pacchi, pacchettini, ogni tipo e forma di involucro e apparecchiatura raccolta in anni, e tutto disordinatamente diviso, classificato ed etichettato alla porco diaz. Anni fa le ho chiesto in prestito una cyclette, dato che lei non l’adoperava; due settimane dopo ne era già comparsa un’altra, esattamente al posto della precedente (che chissà dove fosse prima), e che comunque faceva solo arredamento.

Al minuto 1.49

Per quanto bene io possa volere a mia nonna e provi per lei un grande affetto, riguardo l’ordine è sicuramente un esempio di contrarietà, ovvero come io non debba fare né diventare. 
Io getto via tantissima roba e lo faccio con metodo e scientificità: se di un oggetto non riesco a trovare un’indispensabile funzione o se non vi lego un indubbio sentimento di appartenenza reciproca, il passo tra il suo ultimo domicilio eletto e il rusco si fa brevissimo.

Sul lavoro è uguale solo che si traduce in “pratiche” e “fascicoli”; l’unica differenza è che negli uffici vige anche un altro principio che trova spesso applicazione:”Se non c’è, non c’è mai stato”, retaggio della vecchia scuola ceramicaia, ossia un’operazione di fine paraculismo che prevede di piallare quei qualcosa individuati in una labilissima mezzavia tra “l’estremamente importante” e “se non ci fosse stato sarebbe stato uguale” (i sudditi di Sua Maestà, gente dalla lingua biforcuta ma estremamente pratica, chioserebbero con:“No harm, no foul”). Quindi fora di bal e alla svelta: se e quando qualcuno ne chiederà conto e nessuno troverà niente, ce ne si farà una ragione.

Invece conservo, in maniera quasi maniacale, gli scontrini e i tickets relativi a viaggi e week end lunghi. Ho appositi taccuini stagionali in cui archivio (leggasi “graffetto y incollo”) tutta la carteria delle gite fuori porta, sia quelle di coppia sia quelle in compagnia. Mi piace ricordare i luoghi che ho visitato, rileggere le date che vengono riportate sopra gli scontrini o i biglietti, vederli sbiadire o ingiallire (tanto ne faccio sempre un scansione preventiva). 
Ho sempre pensato e tuttora penso che sarebbe peccato non farlo, mica tanto perché abbia un significato positivo di per sé, quanto perché non tenere niente è peggio. Esistono giorni melancolici in cui ha senso rievocare il passato, riassaporarlo ma soprattutto ricostruirlo con precisione, ché sono i dettagli a fare la differenza, e sono i dettagli cui non fa mai difetto lo scorrere del tempo, e proprio perché lo fissano e lo cristallizzano, con tutte le formalità del caso, ok, ma con inequivocabile perfezione temporale.


2. Pianifica tutto ciò che fai. E con 'tutto' voglio dire proprio tutto. Tutti i tuoi documenti dovrebbero essere compilati, e le tue bollette ordinatamente archiviate non appena superano la soglia della porta di casa. A loro volta i tuoi vestiti dovrebbero essere riposti in modo che siano facilmente raggiungibili, e le cose di cui hai quotidianamente bisogno dovrebbero essere sempre conservate in un luogo dove tu possa facilmente trovarle. Così facendo ti risparmierai tutte le congetture e il rovistare alla ricerca di quel singolo oggetto qualsiasi che adoperi solo un paio di volte ogni mese (ma che, quando poi ne hai bisogno, è sempre urgente).

How long, Mister White?

A costo di risultare un cazzo di impulsivo-compulsivo, io pianifico veramente ogni cosa, minuto per minuto. Esattamente come Walter White quando deve decidere cosa farne di Krazy 8 e s’appunta su un foglio i pro e i contro d’ucciderlo e/o lasciarlo in vita. Sembra una cazzata ma mettere nero su bianco i propri do’s & don’ts aiuta a focalizzarli: vedere i pensieri ne semplifica il ragionamento che cova dietro.
La prima cosa che faccio quando mi sveglio nei miei giorni liberi è una lista di ciò cui devo mettere un punto; anche qui non è tanto il biffare ogni voce che mi renderà felice, quanto sapere di non aver lasciato nulla di intentato, di non averci ronfato sopra e di aver così alimentato un rimpianto che mi perseguiterebbe per i giorni successivi. Il fatto è che spesso di tratta delle cose più importanti tra le meno importanti, come ricordarsi di sistemare le foto, mandarle a sviluppare, backuppare il cellulare, leggere una rivista che è lì da troppo tempo e cui sono abbonato, scaricare un film che mi interessa, rispondere a un whatsapp lasciato in sospeso da giorni, terminare un articolo che voglio pubblicare, compilare un cd per qualche amico e, ultimo ma non ultimo, preparare i vestiti da indossare durante la settimana (ma solo perché so che alla mattina presto mi romperà tremendamente il cazzo capire gli abbinamenti che Chiara Ferragni approverebbe e quali invece sarebbero da Villa Igea).

Tasto dolente riguarda invece le questioni urgenti, ossia le bollette, le buste paga, l’assicurazione e il bollo, gli abbonamenti telefonici, le scadenze degli smart box, i ticket medici. È davvero come se per non esistesse nulla di tutto questo, quasi che ogni cosa si risolvesse per magia. Il fatto è che la magia ha e ha sempre avuto un nome e cognome, a volte quello di donna Ilenia, altre dei miei genitori, ma non porta né ha mai portato le mie generalità.
Per dire: ho 35 anni e guido da 17: non ho mai lavato la mia macchina, mai cambiato l’olio, mai messo l’acqua per i tergicristalli, non ho la benché minima idea di quando vada fatta la revisione e quasi sempre mi dimentico di mettere il telo sul parabrezza per evitare che ghiacci di notte. Fondamentalmente si tratta di sforzi che non migliorano l’umore, lo peggiorano e più grave ancora è che rubano tempo.
E cos’è che chiamiamo così?
Il lavoro, e, o mi pagano per farlo, o tanto vale esimersene se e finché si può.


3. Non consumare ciò di cui non hai bisogno. E questo è il corollario -- un corollario ben più complicato -- dell'essersi liberati di tutto ciò che non si usa: dopo non potrai semplicemente andartene ad acquistare altra robaccia per rimpiazzare ciò che c'era prima. Quindi compra solo le provviste di cibo che effettivamente mangerai, e sii molto accorto e selettivo nei capi d'abbigliamento e negli altri prodotti che vorrai acquistare. Chiediti: poi li userai davvero? E poi, li desideri veramente, o li vuoi solo per poterti sentire meglio in quel determinato istante? Fidati di me: un conto in banca rimpinguato, e la sicurezza di esser riusciti ad avere un po' più di autocontrollo ti faranno sentire molto meglio (così come del resto avere a disposizione uno spazio domestico semplice che sarai davvero in grado di gestire).

Mia cara Brienne Wiest, ma che, lo dici a me?

Nel 2016 ho comprato un maglione, un berretto e un paio di scarpe. Fine del film.
I primi due a Liverpool perché c’era un freddo troppo grosso e il gelo mi stava uccidendo (#Dryjpn), le “Shoes of Italy” invece -dopo lunga consultazione con il mio amico Luca nelle vesti di trend-setter low profile- perché era un mese e mezzo che non mi cambiavo le New Balance e da beige stavano diventando quel classicissimo marrone sporco di merda.
Per tutto il resto ci sono i regali di mia madre sotto l’albero di Natale.

Manchester Blitz, Aprile 2016


4. Metti te stesso al primo posto davanti alla tua vita lavorativa, e fallo il più spesso possibile. Ovvio che ci sono delle eccezioni -- come quando ti tocca prenderti cura delle tue responsabilità, e in nome di esse rinunciare a qualche altro minuto di sonno per un'email importante -- e qui tutto bene, almeno finché resti del punto di vista che tu non sei il tuo lavoro. Tu sei molto di più di ciò che fai e di quanto guadagni.

Questa è forse la più infelice tra le tante voci dell’arcipelago del mio io.

Penso che la più grande lezione di vita che io abbia mai imparato sia stato quando una mia cara amica mi ha detto che certe cose vanno fatte e basta: è il senso del dovere. Il corollario di questo è stato invece definito dalla persona di cui ho preso il posto nella seconda azienda in cui ho avuto la sfortuna di capitare, ossia che bisogna lavorare onestamente ogni ora possibile. Il guaio è che la combinazione dei due principi è devastante, soprattutto nella misura in cui non si riesce e renderli scevri dalla propria vita personale.
Sono tante, troppe, le notti in cui mi sveglio attanagliato da un brutto pensiero lavorativo, un’urgenza impellente che dovrò sbrigare l’indomani, per cui dovrò essere il più puntiglioso possibile, rispettando ogni step quasi fosse un comandamento, e allora mi tiro su e mi mando delle auto-mail così che il giorno dopo le legga a mo’ di promemoria. È una pazzia, me ne rendo conto, ma è qualcosa di ineluttabile.

The pressure, I got the poison I got the remedy, I got the pulsating, rhythmical remedy. 

Il discorso però è un altro perché questa non è di certo la parte peggiore. Ci stanno i lunedì sturmunddranghiani, sono ordinari nel rompimento di cazzo che è loro proprio; non ci sta che il disagio e la pressione si trascinino per tutta la settimana, specie quando sono dovuti a persone o eventi che avvelenano l’ambiente e il contesto lavorativo.
Le ricette sono poche, non esistono terapie né farmaci calmanti, non ho il rimedio se non pensare a cose belle per riprendere sonno, occupare la mente con tutte quelle situazioni piacevoli che si materializzeranno quando sarò a casa. 
Le prime rimandano a memorie di luoghi belli o fascinosi in cui sono stato e dove vorrei ritornare e dato che sono io a decidere quali scegliere spesso li cambio, ma con altrettanta frequenza sono essi stessi a manifestarsi e a farlo senza soluzione di continuità. Si tratta di ricordanze serene che instillano in me un senso di inattaccabile tranquillità, è come se invocassi il mio patronus.

Avrei potuto mettere un sacco di cose, che ne so la strada del Market Street a Manchester, tra l’altro una delle “storie laterali” più belle che abbia mai scritto, l’Hafen ad Amburgo, le vie di Aosta, arrivare a Trieste dalla Slovenia ma, scartabellando ho rinvenuto questa foto di Lubiana e forse quesa piccola bomboniera un po' austro-ungarica e un po' italiana, dove da una parte del fiume ti servono del rosso fermo e dall'altro della birra lager, spiega tutto. Sì, Lubiana spiega tutto.

Le seconde sono molto più semplici ma di una forza invincibile. Il pensiero di tornare a casa e vedere mia figlia sorridere, rendersi conto di cosa voglia dire declinare la parola “felicità”, comprendere che si tratta di un sentimento che dà significato a parole che altrimenti sarebbero sempre state vuote, come “indescrivibile”, “purezza” o “contentezza”.


5. Fa' qualcosa che ti aiuti a meditare. Se startene lì seduto a gambe incrociate a respirare non dovesse far per te, trova qualcos'altro che ti vada bene. Svolgi una qualsiasi attività che sia in grado di farti sentire più ancorato e presente a te stesso, e nell'istante. Se ciò significa metterti al volante e farti un bel po' di chilometri coi finestrini abbassati e la musica della radio che pompa a tutto volume, fallo. Se ciò significa metterti a ballare, fallo in camera tua, ogni giorno.  Se ciò significa metterti a dipingere, pianifica il tuo tempo per poter fare anche quello.

No, fa ridere perché se penso a me stesso ballare da solo in camera mia, il primo video che mi viene in mente è quello di Paul Kalkbrenner.

È troppo me

Se occorre svegliarsi prima per avere il tempo di dar fondo a una mia passione, ossia scrivere, allora (yes) alarms (and yes surprises) sin dalle 5.30. Poco importa quale ne sia il motivo: per me è terapeutico, mi fa stare meglio e mi tiene vivo mentalmente ed intellettualmente. Niente in tutto, anche solo preparare un articolo per i blog (l’Indie Open Bar o gli 11 Illustri Sconosciuti), tenere aggiornato il mio rapporto epistolare con l'amico americano ma soprattutto tutto l’indotto che queste cose portano con loro. Perché scrivere significa sbobinare gli appunti presi sui taccuini, ricopiarvi frasi degne di nota trovate sulle mie riviste di riferimento, vergare calibri nero sul bianco di word, cercare sinonimi, non ripetersi, dare seguito all’insorgere di nessi, imparare parole nuove e vederle scritte così che prima o poi riesca ad importarle nel mio parlato, inserire idiomi e modi di dire stranieri di cui acquisisco nozione guardando i film in lingua originale (99% sottotitolati, a onor del vero).

Infatti un’altra piacevole parentesi della mia pianificazione settimanale è quella del dedicare tempo a serie e film. Ciò che non riesco a vedere durante i giorni feriali lo concentro in quelli festivi, quando nella mia mini-palestra (tapis-roulant, bici coi rulli e tappeto, nothing more, nothing less, only love) trovo due ore per mettere su e guardare senza interruzioni coniugali le mie serie e i miei film favoriti. Un po’ per necessità e un po’ perché in fondo mi piace, ho preso a vederli in lingua originale ed è un arricchimento culturale che diversamente non avrei mai. 
Sembra un discorso banale ma non lo è. 
Finché si studia al Liceo e si frequenta l’Università si rimane sempre in contatto con una certa “intellighenzia”, i professori usano un linguaggio specifico, nelle facoltà è ancora più forbito e, quando si entra nel mondo del lavoro, per quanto l’ambiente possa essere avanguardista e dallo stile che strizza l’occhio al milanese imbruttito, bene o male si ricorre sempre alle stesse parole, ad una lingua franca che nasce, si sedimenta ed “evolve” (il virgolettato d’obbligo) tra le scrivanie dei vari uffici.
Quando mi capita di partecipare a corsi e conferenze è per me una ventata d’aria fresca aver la possibilità di ascoltare relatori più “Lessico e Nuvole”, così intriganti nel loro risultare squisitamente accademici, perché rappresentano un momento seminale di nuove idee. Anche seguire la rassegna stampa estera di Radio 3 Mondo, condotta da Luigi Spinola (mio nuovo opinion leader) che legge e traduce a braccio i titoli e gli articoli delle principali testate giornalistiche estere, così come (accetto offese) ascoltare un programma di un tizio della stessa emittente che descrive le opere liriche ed i concerti classici in un modo così raffinato e coinvolgente che io, che me ne sbatto bellamente il cazzo dell’argomento in questione, ascolto avidamente qualsiasi cosa dica, prendendo appunti mentali che provvedo a trascrivere sul blocco note del mio furbofono non appena arrivato a destinazione e fermato la maghena.

Consiglio la lettura di questo articolo

È triste infatti quando si realizza d’essere ancorati alla viralità linguistica dei social networks, a ripetere in loop termini e modi di dire che hanno preso voga (io penso che “posso accompagnare solo” sia il top del peggio, fa veramente schifo al cazzo), e non solo diventano noiosi nel tempo di un amen, ma son svelti come la polvere a rendersi fastidiosi. 
Mutuare gli idiomi stranieri dei film (anche estirparne l’etimologia, per esempio:“live on borrowed time” si traduce in italiano con “avere le ore contate” ma qual è quello più ricco di polpa?), così come pescare in contesti che sembrano lontani anni luce dalle nostre frequentazioni culturali rimane il solo modo per tenere aperta la propria mente, come avrebbe detto qualcuno:”Think different”.


6. Impara a trasformare le tue attività domestiche in pratiche di natura terapeutica... ad esempio, il momento del bagno. Tanto lo devi fare comunque, e quella combinazione di acqua calda, dell'atto fisico del "ripulirsi" e del rilassamento dovuto a una doccia tiepida o a un lungo bagno alla fine di una giornata interminabile lo rendono una pratica quotidiana ideale per calmare i propri nervi. Accenditi una candela, metti su un po' di musica e adopera dei sali per lavarti. Fa' sì che i tuoi rituali assumano una natura meditativa, e concentrati sull'atto del lasciarti andare e del fare pulizia.

Sono completamente d’accordo a metà. Non posso dire che mi sia rimasta molta libertà nelle mie attività domestiche, giusto qualche ora nel week end. Però quei pochi tempi sono lenitivi del disagio che comportano settimane brense di lavoro, insomma, quando si dice sfogarsi. Correre da solo o in compagnia, combinare a questo la visione di film o serie, esercitarsi con stretching e addominali, quindi docciarsi col sottofondo di canzoni rubricate alla sezione “guilty pleasures” e poi avere la casa illuminata da candele profumate e da qualche yankee candle. Condizioni omosessuali finché uno vuole ma piacevoli e atte a creare situazioni rilassanti e zone confortevoli.
In fondo però c’è solo una ragione per cui mi sono dilungato a trattare questo punto, ossia che l’aggettivo plurale “rituali” mi ha suggerito il pezzo-corollario da utilizzare come seguito (e siamo a 2 canzoni dei Massive Attack, non fosse chiaro che sono al top della mia scala sociale musicale).

Video e canzone straordinari


7. Comincia a compilare un tuo libro delle citazioni. È una raccolta di frasi, idee e paragrafi che risultano particolarmente in grado d'ispirarti e di farti riflettere, da trascrivere, organizzare e archiviare accuratamente, di modo che poi tu possa facilmente ritrovare qualsiasi cosa cerchi in un determinato istante. Suddividilo in capitoli dedicati a "ispirazione", "guarigione", "rapporti umani" o "lavoro", e tieni costantemente traccia di tutte quelle piccole cose in cui incappi che saranno in grado di fornirti quell'ispirazione di cui hai bisogno.

Credo d’avere già implicitamente esposto questa mia tendenza, sebbene non sia ancora arrivato al livello di frazionare i miei appunti per temi di interesse. L’unica aggiunta che mi sento di fare è come io trovi influenze nelle parole spicce di persone al di sopra di ogni sospetto, che nemmeno sanno d’avere assorbito completamente la mia attenzione. Menti brillanti le cui parole nei post di facebook possono apparire come un momento estemporaneo per qualcuno, mentre per me rappresentano molto più di un pensiero da accarezzare ma qualcosa da radiografare e fare mio, che mi serve da ponte tra quello che in testa e che, prima o poi, avrò l’esigenza di trasformare in forma scritta.
È buffo perché spesso mi chiedo se queste persone mi leggano, rinvengano le loro impronte nei miei articoli, se intendano la mia (nemmeno troppo) mascherata ammirazione come stalking o se ne compiacciano, comprendendo che le loro idee sono un modello di riferimento per qualcuno, per quello e per quanto possa valere. "You can't disguise" avrebbero cantato i Travis.


8. Tieni un diario incostante. E non star lì a preoccuparti di dare alla tua vita una forma narrativa... un po' come il libro delle citazioni, limitati ad appuntarti le tue idee, epifanie ed osservazioni man mano che ti sovvengono, nella vita di ogni giorno. Poi sarai libero di tornare a riflettere su tutte quelle cose che più di altre ti hanno portato a volerti esprimere, e ciò sarà in grado di fornirti un'idea di che cosa tu abbia bisogno di cambiare all'interno della tua vita, oppure di fare di più o di meno.

I miei diari incostanti sono il blog dell’Indie Open Bar 1981 e, a suo modo, quello degli 11 Illustri Sconosciuti. Prima d’essere espressione delle mie idee del momento, riproducono le foto del mio io lungo l’intercedere delle stagioni della mia vita, anche quando la cosa cui somigliano di più sono raccoglimenti mistici e personali che ricordano tanto il Bersani solitario che beve la sua misera birra in un tavolo spoglio e triste.

A volte mi sento così e non so se sia bellissimo, bruttissimo o da vero socialista gaudente

Son cazzate, ma ora, con la paternità, penso spesso se e quando mi domanderò se chiudere bottega, archiviare tutto, evitare che mia figlia legga di me, mi conosca per quello che son stato. Quale impatto potrebbe avere su di lei?
Poi, ragionandoci sopra, convengo che un giudizio di questo tipo è troppo legato a questi tempi: chi non ci dice che tra dieci, quindici o vent’anni tutto ciò diventerà la normalità, che sarà in difetto chi non s’è raccontato prima?


9. Quand'è sera accenditi delle candele. La loro fiamma, da sola, è ipnotica e in grado di esercitare un effetto rilassante; diffonderà nello spazio abitativo un odore migliore, e nel complesso gli conferirà atmosfera.

Il sovrappensiero è un’operazione dannatamente complicata che solo quello psicopatico di Morgan è riuscito a descrivere magistralmente.

C'è almeno una strada che si fa sovrappensiero.

Eppure quante volte capita?
Semmai è più facile il contrario, ossia scansare pensieri ingombranti per far spazio ad altri, che è cosa ben diversa dal liberare la mente. Il fuoco invece è per me l’unico salvacondotto di emancipazione da riflessioni più o meno profonde e idee a vario titolo. Non avendo il camino, ripiego sulle candele e, a costo di essere etichettato da Max come un “tiragonnella dei preti”, apprezzo davvero molto la semplice preghiera consigliata durante l’accensione di un cero votivo.

Al di là del significato religioso, è tutto molto tranquillizzante.


10. Sostituisci la tua dose quotidiana di tè/caffè con dell'acqua calda con miele e limone. È una bevanda rilassante, e offre degli incredibili benefici per la propria salute. Inoltre è senza dubbio più economica e più naturale della tua solita alternativa, il caffellatte. Impara ad apprezzarlo.

Più di dire d’aver provveduto a sostituire i quattordici caffè giornalieri con due cioccolate liofilizzate, non so cosa aggiungere, specie perché c’è chi ha già cantato di questo e lo ha fatto decisamente meglio di come potrei mai provare a spiegare io.

E poi... è una questione di qualità o una formalità?


11. Paga solo in contanti. Ti sarà difficile finché non diventerà una tua abitudine, ma quando poi ci riuscirai non sarai più in grado d'immaginare come facessi prima di allora. Ti renderà consapevole di quanto spendi (facendoti capire quanto le piccole cose vadano a sommarsi le une alle altre), ti aiuterà a tenere sotto controllo il budget, e scongiurerà del tutto quel paventato rischio d'aver attinto -- con un determinato acquisto -- al "fondo bollette" (un timore che non dovrebbe mai sorgere).

Questa riflessione dà stimoli per due diversi motivi.
Il primo è proprio perché una delle summenzionate menti brillanti di cui seguo i post con vivo interesse ha recentemente scritto sulla propria bacheca facebook di come pagare in contanti rientri tra le sue good resolutions annuali.
E questo poiché:
A) è più difficile separarsi dalle banconote che dal bancomat;
B) quando arriva l’estratto conto mensile sono lacrime e sangue.
Osservazioni ineccepibili, non fosse quando, senza tanto né quanto, il device del bancomat di San Antonio, Tx, mi mangia la tessera alle ore 7.30 p.m. local time di un freddo e buio sabato sera. Il fatto è che la (grande) banca (non più locale, con sede in Via Rivoluzione d’Ottobre) me ne ha reso uno nuovo solamente una settimana dopo. Ora, non solo ho riacquistato sensibilità verso i contanti ma nei confronti di un sinallagma molto più semplice, ossia quello dello scambio di beni contro denaro.

Ventidue punti in un colpo solo sono davvero troppi.
Ci diamo appuntamento al prossimo articolo, sempre su questi teleschermi.
In ultimo consiglio la visione di questo video, una sorta di poesia moderna, un crudo quanto romantico diario del disincanto.


To be continued...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...