Il tempo di una reclame

Un grande incrocio tra due strade a doppia corsia e due vie normali, è il Crociale di Spezzano.
Dal mio ufficio ho una meravigliosa visione su questo spaccato di Distretto Ceramico.
Non è mai scevro di macchine, camion o motociclette.
Una volta ci ho pure visto uno di quei truck americani (direi proprio questo), che si vedono sì e no nei film.
Difficilmente mi distraggo guardando fuori dalla finestra, non è certo un gran bello spettacolo veder macchine ferme ai semafori. auto di lusso noleggiate che sfrecciano a tutta, camion che impiegano delle mezzore abbondanti per voltare, napoletani (reali, presunti o sedicenti tali) che invertono il senso di corsia una volta scattato il verde, motociclette che centrano ogni buca possibile.

L'avrò percorsa mille volte, quella strada.
Mi sarò fermato a quel semaforo altrettante volte.
Dal mio ufficio avrò visto già quattro o cinque incidenti, e dire che sono lì da quattro mesi.
Nonni che imboccano gli svincoli alla rovescia.
Casalinghe che con la Panda 750 non pensano minimamente di dare la precedenza ai trasporatori crucchi di piastrelle.
Cinesi che, in fuga dalla Polizia, savalcano la ringhiera che delimita il perimetro dell'azienda per cui lavoro per poi essere braccati poco dopo.
Tutti i giorni ci cammina anche una ragazza tutto meno che bella, che parte da non si sa bene dove e arriva poco distante da lì, senza che se ne capisca il moivo, senza che si capisca come mai non sia ancora stata imballata.

Sono le quattro e mezza di un assolato venerdì pomeriggio di Luglio. Prendo una piccola pausa e getto lo sguardo fuori dalla finestra. Non ho da immaginare niente, l'unica cosa bella che s'ammira dalla mia scrivania sono le colline sopra Fiorano, belle finché si vuole, ma viste una volta, viste due volte, viste tre, non rimangono altro se non una bella cornice che, per quanto si sforzi, non riesce a far altrettanto bello il quadro.
L'incrocio è, e forse è la prima volta che lo vedo così, deserto.
Non c'è una macchina che sia una, un camion, una moto, nulla.
Strano perché, se non mi fossi fermato per riposare gli occhi e la testa, non mi sarei accorto che, osservando meglio, l'incrocio non è poi così deserto o, per lo meno, non lo è già più.
Lo sta attraversando una ragazza, su una Graziella rosa, quelle biciclette di un tempo, quelle con quel buffo trasportino davanti. La cosa particolare, o che comunque mi colpisce, è che la ragazza è di colore e io non ho mai visto una ragazza di colore inforcare una Graziella rosa. Men che meno l'ho mai vista attraversare un incrocio, né un incrocio come questo.
L'insolita ciclista poi è tutta ricciolosa, una di quelle classiche pettinature afro che rivestono gli immaginari collettivi di noi ignoranti quando mandiamo il pensiero all'africana media.
Mi stropiccio gli occhi. Non sta succedendo veramente. Non è possibile che una ragazza africana, a bordo di una Graziella, stia attraversando uno degli incroci più pericolosi e affollati dell'intero Distretto Ceramico, senza che lo stesso incrocio non venga invaso da nessun altro mezzo.
Un momento che dura una piccola eternità, la guardo sconvolto, c'è solo lei, solo lei in mezzo all'incrocio.
Ne seguo tutto il tragitto, sembra di sognare, di essere in una dimensione onirica, surreale. Eppur si muove, eppure è vero.

Poi, dopo questi trenta secondi lunghissimi, l'epilogo, la Graziella che esce dal mio campo visivo.
Quindi il sovrappopolarsi immediato di macchine.
Un intermezzo, il tempo di una reclame.
Tuttora non so se sia successo veramente.


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