El Taconazo de Old Trafford

E’ un paradosso definire fuori dagli schemi chi gli schemi li dettava meglio di qualsiasi altro playmaker della propria epoca. E’ quantomeno curioso che l’austero e rigoroso Fabio Capello (per stessa definizione del Dizionario Zanichelli della Lingua Italiana “Fabio Capello”: [Fa-bi-o-ca-pél-lo] s.m. 1. dicesi di persona avara di complimenti e indisponente verso chiunque) abbia considerato 'un giocatore tatticamente perfetto' quello stesso giocatore che per principi (talvolta anche) incompiuti, bizze caratteriali e personali interpretazioni del calcio abbia fatto impazzire ben tre commissari tecnici dell’Argentina costringendoli uno via l’altro ad escluderlo dalla Selecciòn. Considerando che il furlàn è stato uno dei pochi a mettere in castigo gente come Marco Van Basten, Ruud Gullit, Pep Guardiola, David Beckham, Antonio Cassano, Zlatan Ibrahimovic e Alessandro Del Piero, non proprio gentaglia, c’è davvero da domandarsi cosa avesse di straordinario il vicecapitano del Real Madrid per non essere messo al palo a causa del suo alto profilo, della parlantina sciolta e dei capelli lunghi.
E’ davvero strano.
Qualcuno ha detto che sia stato il vero -e finora unico- erede di Diego Armando Maradona.
Sono molto più che d’accordo, e non mi limito a riconoscerne la figliolanza tecnica e carismatica, ritengo ne sia stata la più improbabile evoluzione. La sola possibile.

Genio e sregolatezza, dunque?

Il genio c’era, c’era tutto.

Per maggiori informazioni chiedere a Henning Berg e Roy Keane, poveri e malcapitati Diavoli Rossi buggerati dai magnetici tacchetti del numero 6 madridista in uno dei quarti di finale più belli della -una volta nomata- Coppa dei Campioni. Nell’eventualità di un incontro con lo scandinavo prego farsi dettagliatamente specificare cosa sia successo non solo in fascia ma anche lungo quella mai così labile linea di fondo campo e da quale cilindro -gentilmente confezionato dal Nostro- sia stato tirato fuori il coniglio che Raul (sì, proprio lui, il già allora eterno Raul Gonzales Blanco, nomen omen) non ha dovuto far altro che pigliare per le orecchie ed esibire al gentil pubblico.


Manchester non è certo celebre per lingua e letteratura; è già tanto affermare che parlino correttamente e correntemente “inglese”. Tuttavia ogni mancuniano sa mettere in fila tre parole di spagnolo e poco importa se due di queste siano uno un articolo e l’altra una preposizione semplice: el, taconazo e de. “El taconazo de Old Trafford”. Chieder loro di tradurre anche Old Trafford effettivamente sarebbe stato troppo. Lo sarebbe stato per chiunque. Ma i primi tre vocaboli ci sono, e chiunque ami il calcio oppure odi il Manchester United (le due cose, si badi, non sono esclusive) sa che è del Principe di Buenos Aires di cui stiamo parlando. A titolo informativo il Principe fu uno degli undici che a Maggio sollevò la Coppa, venendo pure eletto migliore giocatore di quella stessa edizione.

E la sregolatezza c’era? Anche, sì.

Tuttavia non menzioniamo nessuna Mano de Dios, nessuna droga più o meno pesante più o meno dopante, nessuna cura dimagrante salva-vita, nessun figlio non riconosciuto in giro per Napoli, nessuno sputo in telecamera dopo una corsa sfiancante di 50 metri, nessuna offesa a tutto il parentado femminile dei giornalisti di mezza Argentina. Niente di tutto questo. Parliamo di un “Principe”, e lo sottolineiamo almeno due volte, un Principe con tanto di vizi e capricci. Ed era in queste particolarità che andava ricercato il suo essere al di fuori delle regole, al di fuori degli schemi.

Ma attenzione, il suo atteggiamento sportivo e personale non era tout-court contrario alle regole. Era al di sopra delle regole, le interpretava a modo proprio, cercando di riscriverle. Non era un principe solo per eleganza stilistica, tecnica e classe, lo era anche per ostinazione nel adattare il mondo e il gioco intorno a quelli che erano i suoi metodi e le sue caratteristiche.

Fernando Redondo, "El Principe"

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Nel 1998, mondiali francesi, Redondo rinunciò alla nazionale argentina perché “Pur sapendo che a Passerella piace la gente con i capelli corti, io non ho mai pensato di tagliarli. Se non va bene, vorrà dire che mi guarderò i mondiali dalla poltrona di casa”. Se pensiamo alle Cassaneidi attuali, possiamo solo considerare FantAntonio da Bari Vecchia un autentico piagnone. Ma questo è niente.

Nel 1990 rifiutò la convocazione dell’allora Commissario Tecnico Biliardo per privilegiare gli studi universitari, per la cronaca mai conclusi. Quello che per tutti i giovani calciatori è il massimo sogno auspicabile, per lui era una sorta di impedimento, un ostacolo.

Quattro anni dopo, in America, in seguito alla squalifica per doping inflitta a Maradona, ne prese il posto, consegnando alla memoria collettiva una sconfitta degna di lodi sperticate, Romania – Argentina 3-2, considerata una delle più spettacolari partite mai disputate nella massima rassegna calcistica.

Tanto per rimanere in tema, l’Argentina compare più volte nel novero delle più spettacolari partite di tutti i tempi, ed una di queste è l’indimenticabile Argentina – Inghilterra 2-1 del 1986, dove “El Pibe de Oro” riuscì, unico nella storia pallonara, ad esibirsi in una delle giocate più straordinarie di sempre ed una delle peggiori, più irriverenti e più irregolari furberie di ogni tempo. Per chi non conoscesse le basi della storia del calcio, parliamo de La Mano de Dios (l’unico gol irregolare ad essere celebrato così grandemente, probabilmente l’eccezione alla regola de facto e de iure ) e del gol scaturito dopo azione personale di 50 metri dove a seconda delle interpretazioni fu possibile vedere due cose in una: Diego Armando che dribblava metà compagine inglese e metà compagine inglese che non era affatto interessata ad impedirgli di mettere a segno uno delle più belle reti mai realizzate, ma solo a vendicarsi del gol ingiustamente subito azzoppando in tutti i modi (e si sa, i picchiatori inglesi sono picchiatori per davvero, e sono inglesi per davvero) Maradona.

E’ bello il calcio, ne è bella la storia, il suo ripetersi mai ugualmente.

Purtroppo o per fortuna, non è mai nato e non nascerà nessun’altro Diego Armando Maradona.

Leo Messi? Lo sto ancora veramente aspettando, faccio ancora troppa fatica a staccare gli occhi da Xavi e Iniesta per concentrarmi completamente su di lui. E poi cosa possiamo aspettarci da lui? Un’altra Mano de Dios? Un’altra Napoli in festa (per piasér…)? Altri gol da centrocampo come se piovesse? Punizioni battute senza rincorsa calibrate direttamente nel sette?

Il calcio non si deve ripetere ugualmente, non deve dare dei precedenti sebbene sia così affascinante cercarne di continuo.

Genio e sregolatezza, ma in maniera diversa.So lo Redondo è stato l’erede di Maradona. A suo modo, a suo gusto. C’era un solo modo per evitare d’addossarsi la tremenda eredità del Pibe de Oro. Scansarla. Chiunque venga ora si crogiola nel sentirsi etichettato come il nuovo Maradona. Ma Redondo è stato l’unico, ed è stato l’unico perché è stato l’unico a non pensare a quanto pesasse venire dopo Diego.

Non ha vinto la Coppa del Mondo; d’accordo. Ma se per questo nemmeno altri signori del calcio per niente minori quali -che so- Paolo Maldini o Roberto Baggio l’hanno mai vinta. Nemmeno Platini l’ha mai alzata. Ma non per questo la sua bacheca è rimasta vuota. A ben guardare c’è più roba nella sua che in quella di Diego.El Principe ha vinto più volte la Liga, ha vinto tre Champions League, due da protagonista, e una da comparsa. Nella sua sala dei trofei, di coppe da lucidare ne ha ‘so-quante.

Una comparsata illustre, quella con i colori rossoneri, con il 5 sulla schiena.

Andatosene dal Real dopo aver contribuito a ridare lustro ad una squadra più blasonata che competitiva approda al Milan nell’estate del 2000. A Madrid si sentiva di troppo e a Milano, in una squadra in ricostruzione ma con forti potenzialità, l’esperienza di un vecchio come Redondo sarebbe ancora valsa qualcosa. Tuttavia si infortuna subito e la convalescenza è lunga, lughissima.

Torna due anni dopo in occasione di una partita di Coppa Italia contro l’Ancona, squadra cadetta. Si gioca al Del Conero di Ancona, stadio nemmeno lontano parente del Santiago Bernabeu, dell’Old Trafford o del Giuseppe Meazza in San Siro, ma stadio dal valore evocativo per i cuori rossoneri. Là era tornato Van Basten dopo l’infortunio, là sarebbe tornato Redondo.

Fa ridere leggere la formazione del Milan che quella sera scese in campo contro i biancorossi: Abbiati, Helveg, Chamot, Aubameyang, Dalla Bona, Redondo, Brocchi, Serginho, Leonardo, Tomasson (Fiori, Nesta, Simic, Pastrello, Shevchenko, Pirlo, Favero).

Nei due anni di recupero dall’infortunio Redondo non ha mancato di far parlare di sé, rifiutando lo stipendio del Milan per rispetto nei confronti dei propri datori di lavoro: la mutua non era un lusso tipico di un Principe. Ancora, quando il veterano Billy Costacurta, dopo un anno sabbatico negli States volle riprendersi il Milan, Fernando chiese di potergli restituire il 5, la storica maglia del brianzolo, in segno di onore verso chi di quel numero aveva scritto la storia. Costacurta, non certo un signor nessuno, la cui unica colpa -se così si può dire- è stata quella di aver giocato (comunque quasi sempre da titolare) a fianco di autentici fuoriclasse difensivi che ne hanno sempre adombrato le immense qualità (basti pensare a Baresi, Maldini e Sant’Alessandro Nesta) glie la lasciò. Probabilmente gli era bastato il gesto.

El Principe, anche senza giocare, continuava a seguire regole tutte sue, ideali assolutamente non banali, atipici di un mondo che andava completamente da tutt’altra parte. Quando Redondo fu pronto per giocare, si trovò la strada sbarrata da un giovane centrocampista dalla innovativa e sorprendente collocazione tattica, un promettente quanto ancora incompreso Andrea Pirlo. Redondo s’arrese in panchina di fronte allo stranito cappellone bresciano. A ragion veduta e col senno di poi, s’arrese, certo, infine s’arrese. Ma non all'infortunio, all'agonia di non poter giocare, ai nervi distrutti. S'arrese ad un calciatore e non certo all’ultimo degli scarsi, anzi, ad un talentuosissimo 10 di nuova generazione, per niente genio e sregolatezza, o meglio, un genio preciso e puntuale (come i suoi lanci) e una sregolatezza che andava ricercata questa volta nell’atteggiamento schivo e taciturno.

Genio e sregolatezza, dunque?

Tutto si ripete, ma è un bene se lo fa in maniera diversa.

Redondo deve essere considerato uno degli ultimi fantasisti propriamente detti. Fantasioso nel modo di giocare e bizzarro nel modo di comportarsi. Ma, nonostante questo, è stato un perfetto e raro esempio di disciplina tattica. UNO degli undici, non IL dieci.

Fernando Carlos Redondo Neri, classe ’69, “Soprannominato il Principe per il suo pregevole stile di gioco, è considerato uno dei più grandi centrocampisti argentini di tutti i tempi. La rara classe, unita all’ottima tecnica ed alla genialità delle sue giocate, ne ha fatto un calciatore stimato ed ammirato da compagni ed avversari. Riusciva con la sua classe a sopperire alla lentezza di base. Redondo infatti non era certo un fulmine di guerra riguardo la velocità ma nonostante questo raramente gli avversari riuscivano a togliergli la palla.” (Wikipedia)

2 commenti:

Tommy ha detto...

Favaro, non Favero. ;-)

Samuele ha detto...

non c'entra un cazzo ma se non ricordo male sono circa 76 anni che raul bolla in champions, anno più anno meno

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