Transeuropa Express - Day 0

Un'insolita Luna di Miele di venti giorni in giro per l'Europa con la Punto.
Per l'occasione due cari amici mi hanno regalato uno splendido diario di viaggio su cui vergare i miei appunti. Nell'attesa di capire cosa farne, ho cominciato a sbobinare tutto e ho deciso di pubblicare i resoconti giornalieri delle varie città sul blog, e di farlo con cadenza casuale e indefinibile. Insieme al diario c'era anche una bussola, al cui interno era riportata una frase:"Not all those who wander are lost". Se non altro come omaggio al presente della coppia di amici, ho valutato più volte di utilizzarla come titolo ai miei scritti, ma ha prevalso quello su cui m'ero intestardito fin da subito:"Transeuropa Express", a ricordo di un sacco di cose a me molto care e che con questo viaggio avrebbero finalmente trovato una loro profondità.
Nell'articolo che segue parlo della partenza e dell'arrivo a Parigi, concedendomi anche alcune digressioni riguardo la più intensa estate della mia vita, il matrimonio e Jean. Quello che rimane è cultura generale.


Venerdì 31/07/15 – Da Modena ad Aosta

Ascolto consigliato: Buon Viaggio (Share the Love) – Cesare Cremonini

Buon viaggio
Che sia un'andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L'incanto sarà godersi un po' la strada
Amore mio comunque vada
Fai le valigie e chiudi le luci di casa

Partiamo in netto ritardo rispetto alla tabella di marcia, sono quasi le otto di sera quando saremmo dovuti partire non appena usciti dal lavoro, alle sei e mezza massimo. 
All’altezza di Parma il sole comincia a fare capolino e a tinteggiare di arancione il basso ed interminabile cielo padano. Riaffiorano nella mia mente ricordi lontanissimi, di quando, tanti anni fa, m’ero ritrovato di fronte allo stesso identico tramonto. Avrò avuto venticinque anni ed ero ancora all’Università: insieme ad alcune amiche ed alcuni amici eravamo venuti da queste parti, una sera d’estate proprio come quella di oggi, a vedere il concerto di un gruppo che, al tempo, seguivamo dappertutto, gli Afterhours. 
Stranamente, e all’improvviso, la mia memoria si fa vivida nel recuperare un particolare che non pensavo assolutamente di avere conservato, uno dei tanti bagagli emozionali smarriti in una delle stazioni della mia giovinezza.
In quel mese di Luglio non c’era alcun tour che facesse seguito ad un album, si trattava di semplici concerti in giro per l’Italia in occasione di feste più o meno democratiche, festival o rassegne cui partecipavano varie band. Fu una serata bellissima, e lo fu perché gli Afterhours suonarono ad una Festa dell’Unità di un anonimo paese denuclearizzato della pianura parmense che, ovviamente, non poteva contenere tutta le gente che era accorsa per assistere al live. 
Non avendo precisi vincoli commerciali legati all’uscita di un qualche album, la scaletta era del tutto nuova e ciò aveva permesso loro di sbizzarrirsi, recuperando vecchi pezzi di repertorio o interpretando canzoni mai presentate in altre occasioni. Aprirono quello show con un brano intitolato “L'Estate”, che io non avevo mai sentito suonare dal vivo. Pensai fosse la più adatta per quel contesto e per quell’atmosfera perché era una meravigliosa e spensierata notte di fine Luglio, eravamo in cinque, tra amiche e amici, ad una sagra di un paese emiliano per vedere uno dei nostri gruppi preferiti. 

Bisognerebbe avere presente la tipica calma che hanno a notte fonda i freschi campi della ribollente pianura padana, laddove finisce qualche strada statale, qualcosa che non so descrivere meglio, perché sia davvero possibile cogliere il senso della di quell’atmosfera. Era esattamente così e a questo bisognava aggiungere il fatto che eravamo insieme, senza urgenze di alcun tipo, ad un insolito e straordinario concerto che suggellava la vigilia della nostra mezza estate. Inoltre, ultimo ma non ultimo, per quanto quella canzone avesse un che di malinconico e angosciante, tratti tipici dello stile e della melodia degli Afterhours, era carica di sentimento e incarnava benissimo lo spirito fugace della stagione più bella dell’anno.

È davvero curioso come funzioni la memoria. Non ho mai rievocato questo ricordo né m’è mai passato per la mente, eppure questo crepuscolo estivo lo ha riportato a galla, come se determinate connessioni si siano attivate solamente ora ed esclusivamente sotto l’influenza di vincoli esterni: un luogo ed un tempo precisi. “L'Estate” era il nome di quella canzone ed è estate adesso, una delle più intense che abbia mai vissuto e che sto continuando a vivere. 

Ascolto consigliato: L'Estate - Afterhours


In un fulmineo ed inaspettato stream of cosciousness si fanno largo a spallate tutte le emozioni del matrimonio di due settimane fa. È come se tutti quei turbamenti e quelle eccitazioni prendessero ora una vaga forma, provassero a definirsi nella mia mente. E, guarda caso, alcune delle parole di “L'Estate”, la canzone, s’adattano perfettamente: ”Io e te non ci crediamo che è successo” e anche: ”La realtà che rientra proprio adesso”

Sotto quel cappello potremmo esserci io, Buso o la Benny

Le birre bevute da solo in veranda mentre scrivevo agli amici vicini e lontani su whatsapp, divorato da un’ansia che non credevo potesse impossessarsi di me. Le mille sigarette fumate di sera -tutt’altra roba rispetto alle cattive abitudini che Neffa dice di avere al mattino- preso dall’agitazione del non potere controllare tutto o comunque non il meteo, rispetto cui rimanevo costantemente aggiornato da mio padre. La tratta Sant’Antonio – Miceno – Serra Parenti percorsa avanti e indietro un numero imprecisato di volte. L’Estense in Maggiolino con Mario. Cenare alla sagra perché il tempo che ci restava era giusto quello per uscire e ordinare due borlenghi e una coca. Il buffo buffet di Fonzi. Cato e la “vespata” con i miei ragazzi per raggiungere il Castello di Montecuccolo. Io con Luca. La frenesia. Max a officiare il rito. Berta e Sandro come testimoni. Momenti durati ore e ore durati momenti. Il Luglio più caldo di sempre. Wonderwall. Tender. Killing in the name of. Fantastico superfantastico. Non.Si.Va.A.Casa.

Il giorno dopo Max mi ha inviato un wozzap riportando una frase di Seneca: " Breve è la vita che viviamo veramente. Tutto il resto è tempo". Ha questa vi ha poi aggiunto:"E ieri abbiamo vissuto veramente".

E poi un indefinibile stato di grazia. Essere il più vestito della festa ma non patire alcun caldo. Decidere di spogliarsi e tuffarsi in piscina senza considerare il fatto che non fossi l’ultimo degli invitati ma il principale protagonista dell’evento, quasi mi sentissi invincibile o come se avessi appena bevuto la pozione Felix felicis di Harry Potter. Non accorgersi se l’acqua fosse calda o fredda. Cercare solamente di riempirsi gli occhi e il cuore di tutta quella felicità che mi/ci circondava: un Maranello ft Pavullo never seen before sulle tavolate e in pista. E infine sapere che in tutto questo avevo molto più di una compagna o una moglie: una complice. Come avere due anime.
Quasi non ci crediamo che è successo ma, allo stesso tempo, la realtà sta rientrando proprio adesso.

Io l'avevo detto fin da subito che meno fossero state vestite le ragazze, più ragazzi avrebbero fatto il bagno in piscina. 
Era un'equazione verificata fin da principio.

Raggiunta la barriera di Milano precipitiamo nella notte e l’A4 diventa, per dirla alla Game of Thrones, dark and full of terrors. Non è più la comoda e larga Autostrada del Sole, non è più la strada dell’orto: le corsie da tre diventano due e spesso sono interrotte da lavori in corso. La caldara estiva fa sì che le opere di manutenzione vengano effettuate col fresco, quindi col buio, quand’anche il flusso di macchine è minore e i pericoli, sia per chi è all’opera sia per chi viaggia, si riducono. 
Tuttavia io sono stanco morto, vengo da mesi ininterrotti di lavoro sfiancante cui vanno aggiunti la preparazione e lo svolgimento del matrimonio, tutte cose che hanno prosciugato ogni energia fisica e mentale. Ne va che faccio davvero fatica a tenere alta la soglia della concentrazione e a seguire la strada. I fasci di luce che provengono dai fari delle macchine che percorrono l’altra corsia si stagliano contro i bassissimi cavalcavia che incontro sulla mia, provocandomi allucinazioni che neanche Rust Cohle quando, in True Detective, vede stormi di uccelli che gli mostrano segni inequivocabili dei pericoli che sta correndo. 

Sono sempre a credito con Rust Cohle: gli devo avanzare delle percentuali per l'impatto che ha avuto nella mia vita e sulle colonne di questo blog.

Fortunatamente un caffè doppio in autogrill interviene in mio soccorso, salvandomi, per l’ennesima volta, la vita. 

Negli autogrill c'è sempre un motivo per sorridere e per preconizzare come "non andrà".

Oltrepassiamo il Canavese senza nemmeno accorgercene. 
Ad essere sincero non saprei nulla di questa zona, non fosse che proprio da queste terre viene un ragazzo con cui ho stretto un’amicizia social-virtuale, e ne saprei ancora meno se non mi fossi ricordato che era di Ivrea la ragazza che, per un po’ di tempo, aveva frequentato un mio compagno di Liceo. Rammento che l’andava a trovare in occasione della "Battaglia delle arance", nient’altro.
Lasciamo il Piemonte ed entriamo in Valdaosta. C’è un buio pesto e, intravedendo le cime delle montagne, è facile intuire che sarebbe stato meglio attraversare queste strade di giorno, col sole e la luce, così da godersele e farsi ammaliare dal panorama, ma tant’è: le scadenze fissate da un tour in automobile sono brucianti e non è possibile programmare e, allo stesso tempo, pretendere di vedere ogni cosa nel suo momento di massimo splendore. 

Ascolto consigliato: Elliptic - Vessels

Questa band trasmette un senso di pesantezza inenarrabile che s'avvicina molto a quello che provavo io durante il viaggio verso Aosta.

Entriamo ad Aosta, piove e fa freddo. 
Dopo aver confuso una caserma dei carabinieri con il nostro hotel, individuiamo il nostro alloggio, Le Chevalier Blanc, e, finalmente, dopo quatto estenuanti ore di viaggio, andiamo in branda. Non c’è quasi nulla da segnalare, non fosse che siamo davvero provati dalla settimana di lavoro e dalla strada percorsa, e non siamo più né così lucidi né troppo reattivi. 
Dimentichiamo una bottiglietta d’acqua alla reception e il portiere notturno, un ragazzo poco più giovane di noi, ci raggiunge di corsa proprio mentre stiamo per salire con l’ascensore al primo piano. Come in uno dei più classici cliché da film dell’orrore, infila una gamba tra le ante che si stanno chiudendo e le spalanca con le mani. Prendiamo una paura che mai, siamo terrorizzati, temiamo quasi che ci voglia scuoiare. Già ho avuto le allucinazioni lungo la strada, piove, è inspiegabilmente freddo: manca solo che ci si metta anche questo ragazzino psicopatico. 
In realtà vuole solo renderci quello che avevamo lasciato sul banco della hall e augurarci la buonanotte. 
La stanchezza gioca davvero brutti scherzi.


Sabato 01/08/15 – Da Aosta a Parigi

Ascolto consigliato: Let it happen - Tame Impala

Ho paura che questi siano abbastanza uomini-sessuali.

Non che io conosca così bene i piemontesi da farne pietra di paragone, ma gli aostani me ne sembrano un’estrema coniugazione, solamente declinata un po’ più Nord. Nonostante il bilinguismo presente sui cartelli e nella tradizione culturale, sono italiani a tutti gli effetti, molto più, ad esempio, di quanto non lo siano popolazioni con caratteristiche simili, e penso agli alto-atesini. Sembrano affabili e disponibili, tuttavia il loro essere alpini in ogni modo e maniera li rende, molto semplicemente, diversi dagli altri, così come dagli stessi cugini piemontesi. In una parola sola: unici. È che sono pochi, son lontani, isolati e non si fa loro caso, ma è davvero così: merce umana rara, o così sembra.

Teatro romano d'Aosta

Aosta conferma quello che vale per qualsiasi altro capoluogo (e a volte non necessariamente tale) italiano, ossia che è veramente difficile trovarne uno che non si possa ammirare, cui non si riesca a voler bene. 
La città è contenuta ma ricca di storia, è un fazzoletto di vicoli, piazze e monumenti che si possono visitare in una mattina. Nondimeno però non manca di sorprendere per la sua grazia e per la curata conservazione di meraviglie nascoste ma non dimenticate, tanto care agli abitanti della Valle.

Criptoportico forense

Dopo un frugale pranzo a base di tipicità locali ha inizio il viaggio vero e proprio. 
Ci dirigiamo verso il traforo del Monte Bianco. 
In prossimità del tunnel c’è un traffico bestiale e dobbiamo scontare una fila di un’ora e un quarto prima di passare attraverso la montagna. Per farlo, i bravi casellanti italiani ci chiedono quaranta euro: avremmo poi scoperto che, per attraversare tutta la Francia, avremmo speso di meno. Vabbè.
Di per sé il varco non fa paura, potrebbe essere una galleria come un’altra, ma la consapevolezza d’essere nella pancia della più elevata delle Alpi mette in soggezione. Ci sono sole due corsie, una che va ed una che viene, ed occorre mantenere la rigorosa distanza di sicurezza segnalata dai catarifrangenti posizionati ogni centocinquanta metri. Sono solo dieci minuti ma, quando finalmente usciamo e tocchiamo il suolo francese, potrebbe essere trascorsa un’eternità. 

Dalla parte francese del confine la situazione è ancora peggiore, la colonna è interminabile, percorriamo almeno una decina di chilometri ed ogni automobile che incontriamo sul lato opposto è piantata sulla strada come un chiodo su una bara.
Piove abbastanza forte ma, una volta imboccata la giusta direzione, l’autostrada che chiama Parigi a cinquecentonovantacinque chilometri è sgombra: meglio così. 

Così per centinaia di chilometri

Al netto del traffico intorno al Monte Bianco e di qualche breve coda in prossimità degli svincoli che portano alle uscite per Lione, è tutta campagna: quasi cinquecento chilometri di campi e nemmeno tutti coltivati. Le mucche al pascolo o le pale eoliche sono le sole cose che si scorgono e sono in numero decisamente maggiore rispetto alle macchine che percorrono l’autostrada. Ogni tanto, ma in lontananza, si avvista una qualche fattoria e il mio pensiero va a Monsieur LaPadite di Inglorious Basterds, al suo latte e alle sue bellissime tre figlie. Rimango stupito quando scruto il castello di un borgo medievale, adagiato su un colle distante qualche decina di chilometri: sembra essere l’unico avamposto di civiltà visibile a occhio nudo, se non si considerano, ovviamente, gli autogrill.


Questo è un territorio imparagonabile al nostro. Se si prova ad individuare un equivalente italiano, viene in mente la pianura padana sebbene con le dovute proporzioni: è una cosa completamente diversa. Al confronto la “Padania” è una grande città e suonano ineccepibilmente corrette le parole di Pier Vittorio Tondelli, quando dice che siamo gente che lavora a Bologna, dorme a Modena e va a ballare a Rimini. È così: per noi la pianura è allo stesso tempo terra e città, la percepiamo come qualcosa di indistinto, mentre in Francia le due realtà sono qualcosa di nitidamente separato l’una dall’altra.

Ma come/dove siamo?

Mi avevano detto che Parigi sarebbe comparsa all’improvviso, quasi dal niente. 

Sono ormai le otto di sera ma, sebbene il navigatore ci dica che manca poco più di un’ora, della Capitale francese ancora nulla ed è già il secondo autogrill in cui ci fermiamo per sostare e rifocillarci. Ripartiamo e pochi chilometri dopo la strada degrada verso il basso, come se fino a quel momento fossimo stati cinquanta o cento metri ad un livello più alto; poi, inaspettatamente, una vastità di luci, è quasi notte ma son così tante e così intense che rischiarano il cielo a giorno. 
Ici c’est Paris. 
Percorsi comunque altri trenta chilometri, veniamo accolti da una città immensa, ancora pienamente viva nonostante sia notte. Me ne faccio meraviglia ma in realtà è del tutto normale: siamo in una delle più grandi metropoli europee, è sabato sera e non ci si può certo aspettare che una città così non sia ancora in fermento. 
C’è un traffico selvaggio, non ho mai visto niente del genere e saranno quasi le dieci. I parigini intendono gli svincoli, i semafori e le rotonde a modo loro: ne va che raggiungere il nostro hotel risulta più difficile del tentativo di penetrare in un alcazar inviolabile. 
Tuttavia, dopo un incommensurabile numero di imprecazioni e di rischi d’incidente, individuiamo il nostro albergo, il Mercure, in un quartiere chiamato Place d’Italie. Stando alle recensioni si tratta di un arrondissement municipale poco frequentato ma tutto da scoprire, tra café, bistrot, brasserie, panetterie, mercatini rionali e i grattacieli che si elevano intorno al centro commerciale su cui fa perno l’intera zona. Sempre riferendosi ai commenti trovati in rete, in questo circondario è presente anche la più grande Chinatown d’Europa e, esclusa quella, è un sobborgo per classi medie.

Ascolto consigliato: Mohammed - The Dandy Warhols

Per la serie "Perle ai porci".

Purtroppo però dopo aver fatto il check-in e aver messo il naso fuori dal nostro alloggio, le impressioni sono leggermente differenti rispetto a quelle che ci si poteva attendere. Diciamo che non erano queste le emozioni che ci saremmo aspettati dopo il primo ciak. Il quartiere è molto scuro, lo è anche nella zona dei grattacieli e del centro commerciale, la percentuale di immigrati è molto alta e, un po’ dappertutto, ci sono barboni all’angolo che cercano riparo per la notte. Sarà vederlo di notte, ma così, più che caratteristico, sembra tetro e pericoloso.
Donna Ilenia, molto più prosaicamente, sentenzia che un posto che a Parigi si chiama Place d’Italie non può che essere una merda. E tutto questo viene amplificato dal fatto che, seduti in un cafè, ci portano due birre medie alla modica cifra di diciotto euro, cosa che si somma alle cause di forza peggiore che ci stanno già indisponendo verso Parigi. 

La particolarità dei bistrot parigini è che, proprio come si vede nei film, le sedie e i tavoli sono rivolti al passeggio, per cui lo sguardo e l’attenzione si soffermano spesso su quello che accade nella strada dinnanzi e lungo i viali. Davanti a noi i camerieri, che dividono il loro tempo tra il ritirare le poche e misere (di numero ma non di importo) ordinazioni, e prendersi lunghe pause per fumare senza soluzione di continuità, stanno cercando di smarrire un omone di colore, sbronzo come me in uno dei miei venerdì sera più ruggenti ed in evidente stato confusionale, che balla canzoni suonate esclusivamente nella sua testa, e raccoglie da terra le sigarette spente male per bruciarsele fino al filtro. È argento vivo, è esplosivo, inarrestabile, in chiaro fuorigioco mentale: fa veramente ridere e non riesco a non filmarlo di nascosto, evitando che il suo sguardo mezzo spento ma interamente torvo intercetti il mio obiettivo.

Sullo sfondo il fenomeno vero

Poco oltre, lungo la strada, da un camion vengono scaricate le merci che una serie di ragazzi di presumibile origine maghrebina affastella al di sotto di una struttura dove l’indomani mattina si svolgerà il mercato. I rumori, le lingue che si incrociano tra francese e arabo, le stesse facce sono tutte espressione di una grande vitalità, quella di chi deve saltarci fuori e mettere a terra i cavalli. Questi ragazzi rappresentano le seconde linee della nuova Francia, sangue nuovo, linfa vitale, il primo lampante esempio che mi si para davanti di quanto l’Europa stia attraversando una profonda fase di mutamento sociale ed etnico.

Place d'Italie

Domani ci aspetta una giornata bella brensa, per cui lasciamo il cafè e ci appropinquiamo all’hotel per tornare sotto coperta. Lungo la via facciamo caso ad un locale dal quale proviene musica punk. Diamo una sbirciata dentro e l’unica cosa che riusciamo a intravedere è il bassista della band, un ragazzo bianco a torso nudo con folti capelli ricci spiritati: sembra un novello Sid Viciuos. Al di là dello stile molto Londra anni ’70, fa effetto che sia l’unico ragazzo non di colore presente in sala, a riprova di quanto questo sia un quartiere multietnico, per lo meno di notte. 
Proseguiamo e ci imbattiamo nel classico shop 24/7 gestito da pakistani. Tutto il mondo è paese: come nella nostra piccola Modena, anche qui gli immigrati asiatici sbarcano il lunario vendendo bibite e alimentari a prezzi nettamente più concorrenziali rispetto a quelli di tutti gli altri supermercati. Prendiamo qualche birra e l’acqua che da queste parti costa più dell’oro. 

Il contesto mi riporta alla mente certe serate sbandate in Via Carteria e alla Scintilla a Modena, con Jean. E mi fa piacere ricordarlo perché da quando se n’è andato non sono mai riuscito a farlo con sereno distacco. A lui una via come questa sarebbe piaciuta: avrebbe fatto la spola tra il locale e il paki, avrebbe organizzato eventi, reading, concerti. 
Nietzsche diceva che un artista non può avere altra patria che Parigi. Sì, penso proprio che questa città, questo fervore etnico, questa confusione culturale a Jean, che un artista lo è stato per davvero, sarebbero piaciuti.

Una cicatrice dei tempi, 
non c'è nessun da sempre da tenere a mente,
non c'è nessun per sempre da custodire avidamente.

Continua...

Maledetti anni dispari

"Però ogni due estati anche per te, puntuale, arriva la maledizione. L'anno dispari. Quello in cui non c'è la follia di un Mondiale o di un Europeo a guidarti." (Pierluigi Pardo)


David Luiz in uno dei suoi momenti più alti

È poi davvero così?


PERCORSI INCOMPRENSIBILI #1

Qualche anno fa, più precisamente nel 2011, su queste colonne, scrissi un articolo intitolato "Le cose importanti sono ok". Avevo da poco iniziato a lavorare dove sono impiegato tuttora e ogni cosa in quel momento mi stava dicendo bene. 
Ricordo che, quando proposi la mia candidatura, mi dissero che erano due le posizioni aperte per cui stavano cercando, quella di spedizioniere e quella di amministrativo, e di quei (come di questi) tempi non c'era nulla da scartare a priori o per dispetto ai santi. Grazie, probabilmente, a qualche buon ufficio e al mio titolo di studio, mi fu riservata quella "migliore", "più agiata", ossia la seconda. Da allora, ogni volta che ho incontrato quello che avrei potuto essere io, ossia chi era stato selezionato come spedizioniere, ho sempre pensato alla sliding door che mi aveva messo dov'ero e non dove avrei potuto essere.
Ringraziando gli dèi antichi e nuovi che fosse andata così, godevo di un sacco di privilegi, non avevo a che fare con trasportatori incazzati e sottosviluppati che non finivano una frase da quando avevano nove anni, non ero in mezzo ad un clima infernale come invece era spettato al mio alter-ego. Era come se tra me e lui, tra me e quello che avrei potuto essere io, ci fosse stata la stessa differenza di giudizio che passava tra un purosangue e un cavallo da tiro. E ciò vien scritto con rispetto, consapevole che non fosse assolutamente così e che mi fosse tutto andato di lusso.

Ebbene, a distanza di ormai quattro anni, sono cambiate molte cose. Sono stato spostato d'ufficio, mi sono stati affidati compiti più gravosi e di maggiore responsabilità, davanti ai quali capisco cosa vogliano dire l'esperienza, la malizia e i "relativamente" pochi anni di servizio. 
La giustizia poetica di tutto questo risiede nel fatto che, mai come ora, nonostante i ruoli siano diversi e molto lontani, ho costantemente a che fare con quello che avrei potuto essere io, perché, come direbbe Rust Cohle e come ultimamente ripeto spesso pure io:"Time is a flat circle, Marty"


Ebbene, per quanto valga la pena riconoscerlo (e se abbia un qualsiasi senso farlo) m'accorgo ora che si tratta di un ragazzo iper-disponibile, con la testa sulle spalle, una persona disciplinata e capace, che forse non avrebbe potuto far altro rispetto a quello che fa ora, ma lo fa con un'umiltà e una professionalità che meritano profondo rispetto. Capisco che al tempo non c'è stata alcuna distinzione tra muli e bastardi; semplicemente, ed in maniera del tutto pirandelliana, ad ognuno è stato dato il suo, che la vita altro non è stata che una serie di appuntamenti della nostra reciproca esistenza, una serie di percorsi incomprensibili che al fine ci hanno rimesso l'uno davanti all'altro, cambiando la forma degli eventi ma non la sostanza dei fatti.


PERCORSI INCOMPRENSIBILI #2



Quattro anni fa il mondo lavorativo stava cambiando radicalmente e sarebbe cambiato per sempre. La crisi avrebbe profondamente mutato le tipologie, i metodi e i tempi di lavoro. Io però ero entrato in un ufficio la cui resident manager era ancora vecchio stampo ed era refrattaria alle nuove impostazioni richieste dalle contingenze esterne. A distanza di tempo mi rendo conto di come il suo modo di lavorare fosse corretto in termini di concetti ma fosse perfettibile sotto tantissimi altri punti di vista. Ebbene, questa signora, prima di andare in pensione, mi ha insegnato tutto quello che sapeva. Successivamente siamo rimasti in contatto tramite mail, e le scrivevo ogni qual volta non sapessi gestire determinate situazioni, superiori per gravità alle mie conoscenze ma inferiori alla senescenza dei responsabili più alti in grado, cui non volevo rivolgermi più per orgoglio che altro. Il nostro carteggio mail era diventato una specie di rubrica da giornaletto da zitella, il cui oggetto, un po' per scherzo e un po' per posa, si chiamava, appunto: "L'esperto risponde".
Poi non ci siam più sentiti.

Beh, qualche settimana fa sono stato impegnato nella ricerca di documenti che erano stati archiviati fuori posto. Alcuni di questi erano stati messi via proprio dalla mia ex-capa. Il guaio era che in due anni erano cambiati molti uffici, e molte pratiche erano state spostate da un armadio all'altro e non era niente scontato individuarne la catalogazione.
Ho cercato ovunque, negli archivi dove vengono conservati i documenti più recenti, in quelli sotterranei e in quelli più nascosti. Mi son ricordato di quando la mia vecchia capo-ufficio era solita mandare in esplorazione me e non i factotum dell'azienda, affinché facessi un po' di gavetta, abituandomi ai lavori sporchi e noiosi. Non trovando nulla, anche io mi sono affidato a quegli stessi factotum ma nemmeno loro son riusciti a cavare un ragno dal buco
Allora mi sono affiancato a loro: io dicevo dove potevamo cercare e loro dove poter trovare.
Dopo tre giorni di ricerca inconcludente, ho avuto un lampo di genio e ho aperto l'armadio dell'ufficio in cui lavoro da poco più di un mese. Non avevo mai schiuso quelle ante. Beh, quello che stavo disperatamente tentando di rintracciare era lì davanti a me, era sempre stato lì, con buona pace e vari sfottò dei miei colleghi di avventura. Ho agguantato il raccoglitore tanto agognato e ho pescato gli incartamenti che mi servivano.



Ebbene, la beffa era che non mi occorrevano solo i documenti, dovevo ricostruirne la storia e, una volta fatto, capire come intervenire. La mia vecchia capo-ufficio aveva scritto tutto: era dettagliata, per filo e per segno, ogni cosa dovessi fare. Rileggere la sua grafia è stata un tuffo al cuore, era come se una lettera proveniente dal passato, e indirizzata a me, venisse letta nel futuro. Pardòn: nel presente.


PERCORSI INCOMPRENSIBILI #3

Quando la mia ex-capoccia se ne è andata in pensione, mi son ritrovato ad avere a che fare spesso con un'altra signora molto in gamba, il cui lavoro era, per molti incroci, perpendicolare al mio. Quindi capitava spesso di confrontarsi insieme, questionare e poi chiarirsi. Per scelte aziendali, quand'anche questa persona ha cominciato ad avvicinarsi al tanto agognato riposo lavorativo, le sue mansioni sono state suddivise tra me ed un'altra collega. È stato un passaggio di consegne graduale ma in realtà molto rapido, per cui, sebbene questa signora sia rimasta per altri quattro, cinque mesi, non ci siamo praticamente più sentiti, se non per riesumare quei cadaveri sepolti dai nostri comuni anni di gestione del lavoro. Fortunatamente non erano tanti.
Poi, qualche giorno fa, è arrivata la sua mail di commiato che mi sono stampato e che ho deciso di conservare.

Tutti questi paragrafi per dire cosa? 
Niente.
Niente e tutto. 
Perché il tempo passa, perché non ci si rende mai abbastanza conto di tutte le mattine che Dio mette in terra, di quanto le cose cambino, si evolvano e, fondamentalmente, riconducano sempre alla stessa matassa, ritornino sempre indietro.
Può sembrare ieri quando mi son trovato ad essere scelta, ad essere opzione tra un bell'ufficio amministrativo ed un turbolento spazio tra lo stabilimento e l'archivio, eppure non è passato che un attimo e, ora che mi ritrovo davanti tutto, è più che curioso tirarne le somme.
Può sembrare ieri quando la mia vecchia capo-ufficio mi redarguiva per ogni virgola fuori posto e fa specie aver dovuto cercare ciò che proprio lei aveva "nascosto" dove io non avrei nemmeno mai cercato.
Può sembrare ieri quando sono stato affiancato alla signora che è da poco andata in pensione, quella cui ho rubato più segreti del mestiere, diventando, nell'immaginario collettivo dell'azienda, il depositario di un sacco di argomenti apparentemente oscuri a tutti ma non a me.
Infine può sembrare ieri quando sono entrato in punta di piedi nella ditta in cui ancora lavoro e, processando tutti questi dati, è arduo oggi rendersi conto che da allora ho lasciato casa dei miei, il mio paese, convivo da due anni e, praticamente dopodomani, mi sposo. 
Ma soprattutto che, guarda un po', proprio in questi momenti mi ritrovo davanti i fantasmi del mio natale passato, presente e futuro, ciò che avrei potuto essere, ciò che sono stato e ciò, che nel frattempo, sono diventato: una sorta di termometro del tempo che è trascorso.



CAMBIAMENTO REPENTINO D'ARGOMENTO VOL.1

L'ultima domenica delle mie ferie estive avevo preso un foglio sul quale avevo scritto tutti i to do's che avrei voluto rispettare nelle settimane e nei mesi che sarebbero venuti.
Tra l'autunno e l'inverno ne ho rispettati la metà della metà.
Buona parte è stata ulteriormente procrastinata quasi fosse un'udienza fallimentare, qualcosa è diventato (fortunatamente) cassazione e qualcos'altro è stato messo tra "i sospesi di cassa", o, per meglio dire, "di vita". La verità è che la stragrande maggioranza di quei to do's è stata spazzata via da tutto quello che è successo dopo.

Da sx vs dx: Berta alla propaganda di partito, io e Santu alla vox populi et vox Dei, Chef Valle alla chitarra disturbata (con prezioso libello esibito al contrario: top class)

Come direbbe l'Avvocato:"...facciamo un passo indietro". L'ennesimo.
Più di ogni altra cosa, il mio impegno è stato assorbito dalla fatica dello spettacolo degli 11 Illustri Sconosciuti, di cui ho lungamente dibattuto qui e al quale è ha pure fatto seguito un'intervista a TRC e che si trova al seguente indirizzo.

http://www.trc.tv/produzioni/detto-tra-noi/?rid=MS628AKMBL7Q#.VWtYaM_tmko

Poi, verso Dicembre/Gennaio, io e donna Ilenia abbiamo deciso di sposarci.
Poi, verso Dicembre/Gennaio, l'AD della ditta in cui lavoro ha rassegnato le dimissioni (e di cui non ho scritto nulla nei paragrafi precedenti perché sarebbero occorsi scaffali e scaffali di biblioteche di Alessandria che non ne sarei comunque venuto a capo).
Poi, verso Gennaio/Febbraio, è venuta giù una nevicata omerica.

Winter is coming? No: winter has come. Dio bo se has come.
Greetings from beyond the Wall.

Poi il tempo è volato via.
La Corrida di San Geminano, il live degli 11 Illustri Sconosciuti (di cui sopra) contemporaneo a quelli dei Linea di Rottura al Red Lion a Modena, la laurea di donna Alessia, i due addii al celibato, a Trento e a Innsbruck, rispettivamente con gli amici di Pavullo e con quelli di Maranello. Immancabilmente, il classico viaggio primaverile nelle Marche a caccia di vinili. Infine la nascita delle creature di Max, della Lety e di Berta.


Belli come dei pagani

Il mariuolo di Spezzangeles, Alfo il batterista dello spazio e l'uomo d'esperienza

Non ci prendono più

Mago Merlino è un pederasta

Perché senza lo zozzo non è bbona. Qualcuno sa perché.


STAGIONI DI VITA - CAMBIAMENTO  REPENTINO D'ARGOMENTO VOL.2

Oltre che essere uguale a me, balla pure come me.

Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta.
In quella pubblica ascolto le band per cui sono disposto a pagare un biglietto pur di vederle dal vivo, quella privata è dedicata ai dj berlinesi tipo Paul Kalkbrenner (cui somiglio anche, o tale verità mi è stata rivelata da un barista di Pozza mentre mi assisteva collassare dopo la ghega ciclopica rimediata dopo il ritorno da Innsbruck:"Non te lo ricorderai mai perché sei duro come un palo e perché hai addosso un paio di occhiali da figa, ma tu sei uguale a Paul Kalkbrenner") e infine c'è quella segreta, popolata di canzoni terribili che però, per un motivo o un altro, adoro alla follia.


Una di queste è Sweet Disposition dei Temper Trap (e ancor di più la relativa versione da discoteca). Non ho idea di chi siano i Temper Trap, se questo sia il loro vero nome, da dove vengano, che terra li regga al momento o quale fine abbiano fatto.
In realtà non me ne frega nemmeno un cazzo.
Un commento su youtube sintetizza ogni mio pensiero al riguardo:"This is weird song and this band has a very strange sound. I admit I like this song but I am not sure why". Ciò che infatti conta è che ogni volta che mi capita di ascoltarla, queste chitarrone aperte, questa specie di shuffle modernizzato, la ritmica delle parole, mi rispediscono indietro nel tempo, a quando avevo ancora l'età e la garra per finire le serate in discoteca, e godermele di brutto, anche perché ho sempre sostenuto che io nelle balere ci sono arrivato troppo tardi, a fine carriera.
Non c'è alcuna malinconia in questo ricordo, si tratta solamente di una canzone che associo ad un momento (o una serie di momenti, quelli che io riconduco a "il mio periodo di grande sbandamento"), che mi mette in una buona predisposizione verso il passato, verso qualcosa che è stato bello, che non si presenterà più ma che voglio tenere in alta considerazione, e farlo mai come ora. E soprattutto questa canzone, come la Legge, è generale nello specifico: per quanto possa apparire buffo, nel voltarmi indietro Sweet Disposition viene prima di ogni altra canzone. Non so, forse sarà il nome.

O forse, come ho scritto qualche articolo fa, magari si tratta di questo.

Tutto questo per dire cosa? 
Niente.
Niente e tutto.
Perché, dovendomi sposare, ho dovuto distribuire le partecipazioni, e per farlo ho incontrato quasi tutti gli invitati dalla mia parte affinché potessi consegnarle loro brevi manu, perdendo quella mezz'oretta o quei tre quarti d'ora in chiacchiere. Se da un lato ci sono stati gli amici che frequento costantemente cui ho potuto darle per ultimi (trattandosi esclusivamente di una formalità), dall'altro ci sono stati le amiche e gli amici che hanno rappresentato stagioni della mia vita, persone con cui sono rimasto in buoni rapporti nonostante questi si siano fatti tangenziali o saltuari, e che comunque tengo ad invitare alle Nozze (Rosse).

The Lannisters send their regards

Per certi versi è stata una missione pastorale perché non è stato facile contattare tutti, accordare "un appuntamento" con ciascuno di questi, trovarsi e scambiare due parole senza imbarazzo e senza scadere nella banalità. La fortuna è stata aver potuto imbastire una specie di piccolo show da recitare ad ogni occasione, tanto il pubblico cambiava sempre: una specie di pièce teatrale in cui snocciolare gli aneddoti più divertenti legati all'organizzazione del matrimonio, affinando di volta in volta l'esibizione in vista di quella successiva. Se poi a tutto questo si addizionavano cocktail rinforzati, molto spesso offerti dagli invitati, alè: tutto di guadagnato.
E, dato che il successo dell'incontro, molto spesso, era garantito dalle suindicate condizioni di esistenza, incontrare questi amici mi ha molto spesso messo in una buona inclinazione, in una specie di sweet disposition, anche perché, in fondo, ognuna di queste conoscenze è stata ed è ancora a moment of love, a dream, a laugh, a kiss, a cry, our rights, our wrongs.


 A CONSUNTIVO

Tuttavia, perché un "tuttavia" c'è sempre, ne è venuto fuori tutto un campionario di tipi antropologici cui mi sono trovato davanti perché distribuire le partecipazioni è stato termometro del valore di molte amicizie e di altrettante conoscenze, più o meno profonde.
  • Ci sono stati i "sì" scontati ma non per questo non graditi enormemente;
  • Ci sono state persone che non credevo tenessero a me come invece hanno dimostrato quando mi hanno detto, senza se, senza ma e senza nemmeno sbirciare il calendario, che sarebbero venute stra-volentieri. Alcune di queste non s'aspettavano nemmeno di essere invitate e, quando ho consegnato loro la convocazione, ricevere la loro risposta è stata per me una bellissima epifania. Tanx for caring, pe' davèro.
  • Ci sono state persone che mi hanno dato conferma per poi tornare sui loro stessi passi, quando, forse, sarebbe loro convenuto tener alte le carte fin da subito. Da queste parti, quando qualcosa non è chiaro o non è definito si dice:"al g'ha l'aria ed la basòra". Ed è questo il caso: il loro atteggiamento è stato qualcosa di simile. In fin dei conti accettabile ma non così chiaro.
  • Ci sono stati quelli, e son stati signore e signori, che hanno detto di no, spiegandomene le ragioni e, vere o presunte che fossero, hanno avuto un peso specifico diverso rispetto ai "no di ritorno". Persone da cento misure e un taglio solo.
  • Ci sono stati quelli che mi hanno detto di no e dai cui, mai e poi mai, mi sarei aspettato un diniego. Per alcuni di questi ho trovato una giustificazione, più per reciproco senso di bontà d'animo che per ragione. Invece, se per altri (fortunatamente pochi) ho planato col sopracciglio o ne ho accettato le bugie, sperando fossero più bianche possibile, in certi casi è stato un duro colpo rimanere col cerino in mano, rendersi conto che, volente o nolente, non potevo far altro che inserire nella mia black list personale chi eludeva ogni criterio di negazione. Potrà essere una questione temporanea, come mi auguro, oppure no, Perché sì, alla fine, per quanto possa passare il tempo e per quanto questo smussi gli angoli più rigidi del mio carattere, prendo ancora fuoco con facilità, specie quando viene meno un presupposto emozionale.
E ora un pezzo che non c'entra un cazzo ma che piace ai giovani:

Il classico pezzo estivo


BAR SPORT? MAGARI!


Guarda Ciccio che se non ti va bene, qua fuori è pieno di bar.

Con alcune persone ci siamo visti in un bar di Maranello che detesto ma in cui vado spesso a prendere il caffè con un caro amico d'infanzia, cui, proprio lì, ho chiesto di farmi da testimonial. Spiazzato, è stata arguta la sua risposta: "Dove e per cosa devo venire a testimoniare?". Non aveva forse capito che gli stessi chiedendo di essere uno dei due best men di turno e non di rispondere per mio conto a qualche nefandezza combinata in uno dei miei venerdì ruggenti fuori giurisdizione. O o forse lo aveva capito ma la replica è stata geniale.
Beh, in questo locale mi è più volte capitato di andarci insieme al vecchio AD della ditta per cui lavoro, il quale era solito "costringermi" bonariamente a fargli compagnia quando non voleva che restassi in ufficio in pausa pranzo, pretendendo che mi riposassi un po' e tirassi il fiato.

Da quando ho preso a frequentare questo bar ci sarò andato una cinquantina di volte, e tutto questo sebbene il caffè costi un euro e dieci, e sebbene i gestori siano simpatici come la febbre a 39° il 15 di agosto, gente cui non piscerei in testa nemmeno se stesse andando a fuoco. Chiamano tutti per nome e, nonostante sappiano chi sia, di chi sia figlio e quali siano le mie conoscenze, con me no, con me non lo fanno ed ogni volta mi devo ripresentare. Gnes un cancher.
Il fatto è che è comodo perché è sì a Maranello ma rimane vicino a Spezzangeles, quindi in cinque minuti ci vado e in altrettanti minuti faccio ritorno in azienda. Per cui ho dato la punta lì a tutti gli amici e le amiche che lavorano nel mio paese natio, che non avrebbero fatto fatica a raggiungerlo e che, come me, non avrebbero perso troppo tempo per pranzare assieme.
La curiosità è che sono andato a mangiarci con tre amiche, e intendo non insieme bensì in tre differenti volte. La barista, linguacciuta e ignorante come uno che non sa neanche quanti maroni abbia un cavallo, avrebbe chiesto ad uno dei miei due testimoni, quello col quale mi ha visto in diverse occasioni, come facessi ad avere questo giro di ragazze. E nel fare questa considerazioni, non è andata troppo per il sottile né ha lesinato in complimenti di vario titolo:"Ma... il tuo amico, quello pelato e con la barba lunga, che, diciamocelo, non è nemmeno troppo bello, come fa a venire qui a pranzare con una ragazza diversa ogni volta? E poi, scusa, non gli converrebbe cambiare posto? Se una di queste se ne accorge? Non dev'essere poi così sgaggio".
Che ridere. Proprio vero che per ogni cane che abbaia c'è un coglione che parla.


NOSTALGIA, NOSTALGIA CHINAGLIA


Nel mio tour ho anche toccato casa di un vecchio compagno di Liceo, un ragazzo che non vedevo da almeno quattro anni. È stato un tuffo nel passato e anche un'emozione fortissima. Rivedere la sua famiglia, la sua compagnia; come direbbe una ragazza che conosco, ci sono casi in cui val la pena aprire parentesi romantiche nelle nostre inutili vite, che male non si fa.

Good friends we have, oh, good friends we've lost along the way


THE RED WEDDING

Comunque sia, il 18 Luglio (e oggi, mentre scrivo è il 21 Giugno, solstizio d'estate, e non so ancora quando darò l'ok di stampa a questo scritto), io e donna Ilenia convoliamo a nozze. Speriamo sia una bella giornata di sole che, come ebbe a dire Goethe prima di morire:"Più luce!", e, come dice mia zia, altra grande luminare:"Dal bròt teimp a s'e stòfa subét". Dovesse piovere, auguriamoci che sia una specie di Woodstock, come ha detto un mio caro amico, intendendo lo spirito con cui dev'essere affrontata la festa.
Speriamo di divertirci e che i nostri amici e le nostre amiche single approfittino dell'estate, della location e del karma positivo per dar vita a nuove coppie!
Castello di Montecuccolo ore 11.30 local time, matrimonio con rito civile officiato dal Sindaco di Maranello, trasferimento all'agriturismo di Serra Parenti (un angolo di Toscana nel Frignano), pranzo, musica e poi corroborante merenda a base di gnocco, crescenti e borlenghi. Una piccola sagra, insomma, una roba casa e bottega, prato e fiori.
Direi che si scopi sicuro, per chi è interessato. E se qualcuno vuol presentarsi alla sera, alla bersagliera e senza impegni di alcun tipo, è liberissimo di farlo.


CODA: MALEDETTI ANNI DISPARI, DICEVAMO

Tutto questo per dire cosa?
Niente.
Niente e tutto.
In teoria volevo scrivere qualcosa con cui mettere ordine tra i miei pensieri: in pratica la sbabbelata mi è bellamente sfuggita di mano, per cui non so se, scrivendo di pancia, sia riuscito a chiudere anche solo uno dei mille cerchi concentrici ho aperto. Se ce l'ho fatta, bene. Altrimenti pace, sarà stata l'ennesima volta, da quando stiamo organizzando il gran varietà matrimoniale, che, di riffa o di raffa, mi sono ritrovato a parlarne senza soluzione di continuità. Son diventato monotematico e me ne rendo conto ma del resto ho più o meno raccontato su questo blog tutti gli episodi salienti della mia vita e mai avrei potuto esimermi dallo scrivere di questo.
È che la verità è che più si va avanti più si diventa spettatori della propria esistenza, e ne discutevo proprio qualche venerdì fa con i miei più cari ex-compagni di Liceo.
C'è chi dice che la vita è ciò che ci capita mentre stiamo facendo altro ed è assolutamente così.
Per cui siamo uno po' spettatori paganti (per lo meno la maggior parte delle volte) e un po' protagonisti; siamo arbitri partigiani delle nostre stesse esistenze.

Ho svuotato il portafoglio di tutti gli scontrini strappati da quando ho preso appuntamento con tutti gli amici per consegnar loro gli inviti. Ho fatto male: avrei dovuto conservarli. Tra qualche anno mi avrebbero ricordato una geografia e una storia personali davvero intense e particolari, raccontandomi di aperitivi, pranzi e cene a Modena, Fiorano, Maranello, Formigine, Sassuolo, Pavullo e Serramazzoni, dei vari acquisti consigliati dalle persone più fidate nei negozi di abbigliamento e di gioielleria, e, infine, di ogni sacrifico fatto per incontrare tutti, gli incastri impossibili di tempo e clima, un'agenda così fitta da far invidia a quella di un sindaco di paese.
In fondo ne è valsa la pena: tornassi indietro, a tutti gli appuntamenti, anche quelli non indimenticabili, scatterei una foto tipo Gianni Morandi, una sorta di diario di immagini, anche perché, come ho cercato di raccontare, non sono mancate le cose buffe e divertenti, qualche inevitabile mancanza e le sweet  dispositons di cui ho accennato duemila righe fa.

Direi di aver esaurito gli argomenti. Son partito a scrivere dal paleolitico medio e, in un tempo medio di lettura di quattordici giorni, son forse riuscito a fare un sunto di tutte le puntate precedenti e uno spoiler di quelle future.

So, please please please, let me get what I want this time

"Tutto torna in mente, e si confonde. Altro che numeri primi, maledetti anni dispari. Ma tra caldo e zanzare, amari con ghiaccio e canzoni cretine, passerà anche questa. Coraggio, il 23 Agosto non è poi così lontano".

Coraggio, il 18 Luglio non è poi così lontano.
Così scrive Pierluigi Pardo e da chiosa fa un amico che mi ha ringraziato per l'invito al Matrimonio dicendomi che per fortuna è stato organizzato perché, altrimenti, negli anni dispari non succede mai niente. Eh già, cosa mi è toccato fare affinché gli anni dispari, i maledetti anni dispari, così maledetti non fossero.
Enjoy!

Cose semplici e banali

Esistono cose che non possono avere nessun altro interesse se non quello personale: il paradosso è che, per quanto semplici o banali, sono le più importanti. 

Un giorno questa canzone sarà la colonna sonora di un orologio, io ve la butto lì.

Sono stati i tre anni, quelli immediatamente dopo la Laurea Specialistica. 
A quei tempi lavoravo per una piccola azienda, il cui titolare, il tipico cinquantenne emiliano ruspante e borioso, era bravissimo nel rendersi straordinariamente simpatico sul momento per poi trasformarsi nell'essere più spregevole del mondo, uno con cui non si sarebbe più potuto negoziare nemmeno la pausa caffè. Potrei riempire biblioteche d'Alessandria senza aver esaurito gli improperi da rivolgergli. 
Come idea: presente la kill list di Arya Stark? 
Ebbene, lui sarebbe al primo, al secondo e al terzo posto.

Daje Arya!

Scelse male quando investire e, complici le vendite scarse e il servizio che spesso disattendeva le aspettative dei clienti, cominciò ben presto ad andare in malora e a non avere più gli sghei per pagare i dipendenti. Chi non si dimetteva veniva costretto ad allontanarsi, mentre chi rimaneva veniva lavorativamente sfruttato oltre ogni dire. Portare pazienza era solo un modo più elegante di prenderla nel culo.
Sebbene lavorassi in ufficio, con la carenza del personale la scala del pollaio si fece corta e fui costretto a cimentarmi nei più svariati ruoli, non ultimo quello di trasportatore. Non essendoci più la liquidità per saldare il conto dei corrieri, anche gli impiegati dovevano salire su camioncini, ducati e furgonati e trasportare la merce nelle città e nelle regioni in cui erano presenti ditte che ancora compravano materiale. 

Il titolare aveva stabilito che i maggiori carichi andassero effettuati di venerdì (quando non sarebbe cambiato niente fare la stessa cosa di lunedì, ma andarglielo a spiegare era inutile), senza badare al fatto che per raggiungere le Marche o il Veneto si sarebbe passati dagli snodi di Bologna. Cosa anche fattibile, non fosse che nove volte su dieci il materiale non era mai pronto prima di mezzogiorno, per cui tutto diventava enormemente complicato, per non dire impossibile, dovendo attraversare i raccordi bolognesi proprio negli orari di punta nei giorni peggiori in assoluto. Quando invece i carichi non erano eccessivi e le distanze non erano così lunghe, poteva apparentemente filar tutto liscio; tuttavia non accadeva quasi mai, interveniva sempre una causa di forza peggiore a rovinare i piani, anche quelli meglio congegnati. 

Le prime volte vivevo questi viaggi come delle piccole avventure, mi piaceva togliermi dall'ufficio, fermarmi in autogrill, vedere posti nuovi e ascoltare parlate diverse. Poi cominciai a non reggere più il dover partire tutti i venerdì pomeriggio, fare tutto di furia, incolonnarmi per ore al ritorno, sacramentare come un pazzo e rodermi il fegato senza nemmeno un grazie o una telefonata dal titolare per sapere se fosse tutto ok. Le sere prima delle trasferte le passavo in bar con gli amici a sbronzarmi e con un'angoscia che mi divorava dentro come una tenia, le mattine successive speravo sempre che succedesse qualcosa per cui non fossi costretto ad andar via, una labile speranza che inevitabilmente andava disillusa allo scadere degli ultimissimi minuti, verso la mezza, quando, se tutto fosse andato come m'auguravo, sarei andato a pranzo a casa. Avrei rimandato il problema, vero, ma almeno non avrei dovuto fronteggiarlo direttamente. 
Invece no, invece niente: partivo col camioncino poco prima dell’una. Buon viaggio e tanti saluti.

Una tristezza invincibile

Quando la casualità della trasferta divenne sistematica, decisi, tenendo la cosa al nascosto di tutti, di chiedere a mio padre se volesse sedersi di fianco a me in quelle "gite fuori porta". Un po' perché mi tenesse compagnia (infatti da quei furgoni erano state tolte anche le radio) e un po' perché cominciavo ad accusare lo stress e una persona cara mi sarebbe stata d'aiuto. E poi è assolutamente vero che nella vita è più importante la persona con cui vieni di quella con cui vai, ma c’è sempre l’eccezione che conferma la regola.

Forse non vale la pena né la penna, seppur virtuale, di provare a raccontare quei viaggi, che nemmeno ricordo così bene. Ma è forte la memoria delle sensazioni, come se queste non si fossero mai sopite del tutto. Ed è molto strano perché, in realtà, la mia mente ha fatto selezione dei ricordi legati a quel periodo, quasi se ce ne fossero alcuni da cancellare di netto, spazzare via a mo’ di necessaria terapia per vivere meglio.


Quando mi sveglio e non mi ricordo cos'è successo negli ultimi anni.

Per esempio ho dimenticato completamente l’utilizzo e il significato di alcune parole che invece usavo regolarmente in quei tre anni di lavoro. Quando qualche tempo fa un amico ha pronunciato “dima” è stato come se avesse scaravoltato i file dei miei archivi mentali. Se ci si pensa a modo, si realizza che non è una cosa così comune perché dimenticare è cosa diversa da non ricordare, la prima deriva -per forza- da un'intenzione (magari inconscia o inconsapevole), la seconda può essere anche solo contingenza.

Essere "in dima"

Quei viaggi con mio padre sono invece rimasti nel mio bagaglio emozionale e li riscopro ogni volta che mi metto in autostrada o ogni venerdì alle sei quando, ancora oggi a distanza di ormai quattro anni, non mi sembra vero di chiudere la porta dell’ufficio e aver la consapevolezza che, per tre sere e due giorni, nessuno avrà null’altro a pretendere da me. 


LOMBARDIA

Postcards from Italy

La Brianza ha un suo perché. Avrà anche molti “perché no” ma non è poi così male, specie in Primavera quando una natura rigogliosa lascia immaginare le ville che prova a nascondere: insomma, un insolita e incantevole campagna nel bel mezzo dell’industriosa Lombardia. 
Capitava spesso di andar dalle parti di Arcore e di Lesmo perché in quei dintorni sono storicamente presenti molte aziende del settore cuciniero. 
Al "Nord" non si andava di venerdì ma fra la settimana e ad orari abbastanza ortodossi. Oltretutto il percorso era migliore di ogni altro perché, al netto di qualche imprevisto sulle tangenziali di Milano, la trasferta risultava quasi sempre agevole. Tuttavia, proprio perché c’era sempre un fattore negativo che si frapponeva tra me e i miei geniali progetti di consegna, io e mio padre non riuscivamo mai ad arrivare presso le ditte dove scaricare il materiale, prima che i dipendenti delle stesse si fermassero in pausa pranzo. 
Succedeva allora che ne approfittassimo per mangiare un boccone in attesa che riaprissero i cancelli. Ricordo una pessima pizza mangiata alla veloce, della quale avevamo elemosinato buona parte ad un povero vuccumprà che avrebbe ammazzato anche solo perché gli lasciassimo finire le croste. Ne ho memoria come di una delle peggiori pizze mai viste fare sotto i miei occhi e mai assaggiata, per cui in definitiva fummo anche contenti di regalargliene metà. 

Un’altra volta dissi a mio padre di trattenersi in un bar, di comprare qualche panino e di aspettarmi mentre io effettuavo la consegna. Al ritorno non lo trovai più e fu una delle mezzore più agoniche della mia vita. Dopo aver recitato quello che non stento a definire l'ideale rosario di madonne (roba che nemmeno Germano Mosconi) e aver assunto comportamenti psicotici che avrebbero svergognato un tarantolato qualsiasi, lo ritrovai a due chilometri di distanza dal luogo di incontro, in evidente stato confusionale, nemmeno fosse me in uno dei miei migliori venerdì sera. Non ho idea di cosa gli avesse detto il cervello ma aveva ben pensato di cercare il miglior bar della Brianza e questo lo avevo spinto verso lidi sconosciuti che poi non era stato in grado di localizzare perché lo raggiungessi. Ci beccammo per pura fatalità e tutto quello che portava in dote erano due panini vecchi almeno un giorno con dentro giusto la voglia di salamella. 

Rammento con serenità anche quella volta che, essendo riusciti a fare tutto in good time, ci fermammo sulla strada verso casa, in autogrill. A lui presi un camogli e una redbull: prese la focaccia (ovviamente strinata fuori e fredda dentro, come da migliore tradizione degli autogrill) ma rifiutò l’energy drink perché per nulla al mondo avrebbe potuto ingrassare i bibitari della concorrenza. Geniale.

#sucarefortissimo

In Brianza andavamo sempre negli stessi posti e tra questi c’era Paullo. Inevitabile il paragone, che ad ogni viaggio mi ripeteva come un mantra, con Pavullo:”Eh, da noi c’è Pavullo, qui hanno Paullo, senza la V!”. Sembrava una reclame, una frase da umarél, il classico intermezzo da Professore di Liceo che rinforza i concetti sempre con gli stessi modi di dire.
Sarà, però alla fine era diventato un modo come un altro per farmi compagnia. 

Il famoso Hinterland milanese

Più di un articolo che non so a quante persone potrà effettivamente interessare, mi sembra davvero di riesumare ricordi. Anche riprendere in mano il taccuino in cui mi segnavo gli appunti di quegli anni fa uno strano effetto, quasi fosse una sorta di totem “alla Inception” e mi garantisse che, sebbene alcune stagioni della mia vita siano state seppellite nel profondo e solo descrivendo questi viaggi io riesca a rammentare particolari che credevo di aver completamente rimosso, è tutto finito e quel che conta, ciò che è reale, è ora, right here right know.

I can't let you touch it, that would defeat the purpose. 
See only I know the balance and the weight of this particular loaded die. 
That way, when you look at your totem, you know beyond a doubt that you're not in someone else's dream.


Per esempio nei pressi di Paullo c’era una ditta di cucine e l’omino che si occupava dello scarico, mi ribadiva ogni volta che mi vedeva che, presto o tardi, avrebbe comprato un carhartt come il mio ad una delle sue due figlie; mi chiedeva quanto costasse, se mi ci trovassi bene, se fosse di moda. Non ho idea del perché ma non riusciva a trovarlo né nelle boutique milanesi né in tutta la Brianza, non doveva essere un gran fulmine di guerra. Comunque sia, arrivò ad offrirmi quattrocento euro perché gli vendessi il mio, roba da convincersi che la natura umana possa essere profondamente variegata, ma anche che ci sono casi in cui nemmeno Darwin ci capirebbe un cazzo.

Fascino intramontabile


CASTELL’ARQUATO

Di tanto in tanto, di ritorno dalla Brianza, c’era caso mi dovessi fermare nel piacentino, dove il titolare aveva degli affari personali. Per suo conto dovevo caricare o scaricare materiale che non riguardava il lavoro. Ricordo con affettuoso piacere quella volta che dovevo effettuare un ritiro in un caseificio. Con i soldi della trasferta, quelli che, per intenderci, l’azienda mi passava per le esigenze di viaggio, allo spaccio presi due bottiglie di Gutturnio, qualche etto di culatello e un po’ di coppa. Certo, non era una buona azione ma erano gli ultimi giorni che avrei lavorato per il mio vecchio titolare, ci avevo abitato insieme abbastanza, avevo già la mezza idea di dimettermi e presto sarebbe diventata intera, per cui fu proprio mio padre ad assecondarmi e a suggerirmi di investire quei pochi contanti in un qualcosa che mi potesse rasserenare e che rappresentasse una specie di piccola vendetta obliqua. 

Dio benedica voi e la vostra coppa

E tutto sommato, e forse anche per quello, fu una bella giornata di enogastronomia, e un altro significativo dettaglio derivò dal fatto che, avendo la macchina aziendale, disponessi di una radio, privilegio di cui non potevo godere quando ero alla guida dei furgoncini. Non avevo con me cd o chiavette per cui dovevo accontentarmi dei canali FM. Me li feci andare bene e quando l’accesi volevo fortemente ascoltare una determinata canzone, il tormentone di quel periodo. Ebbene, quasi girare le stazioni fosse come strofinare la lampada del genio perché venissero esauditi i miei desideri sonori, così avvenne. 
Erano appena cominciati i Mondiali del 2010 che io stavo vivendo insieme ai miei amici e alle mie amiche, e c’era una canzone che rimandava a quelle emozioni, a quella leggerezza che tanto contrastava con la gravità della mia situazione lavorativa. 
No, non era un capolavoro allora né lo può essere considerato ora, ma in quel momento era la perfetta colonna sonora.

Evviva evviva le gambotte della Shakira

Qualche mese fa insieme alla mia famiglia siam tornati nel piacentino e abbiamo visitato Bobbio.
Mio padre ricordava perfettamente quella trasferta a Castell'arquato come fosse ieri, ho provato una sensazione che andava al di là del piacere, una sorta di reciproca condivisione profonda.

Bobbio, una piccola perla incastonata nell'Appenino Piacentino


VENETO

Lo odiavo profondamente, il Veneto. L’ho odiato profondamente, ne avrei fatto terra bruciata. Una volta persi la trebisonda e invece di raggiungere il franco destino finii a cinquanta chilometri di distanza: fu un’avventura di uno sconforto abissale. Per riallacciare rapporti pacifici con le terre della Marca e del lontano est sarebbero passati anni, perché solo tra 2013 e 2014 son riuscito a prendere il coraggio a due mani e tornare in Veneto, con diffidente tranquillità, e rivedere quei luoghi. 
La scorsa estate, al ritorno dalla Croazia, son intenzionalmente passato da Portogruaro, dove, al tempo dell’impiego presso quella piccola azienda, avevo passato qualche notte in occasione di una fiera di settore. Volevo fermarmi, ritrovare qualche ricordo e rinverdirlo. Poi ho cambiato idea e non ho nemmeno parcheggiato. La questione si definiva così. Caro Portogruaro, son tornato solo perché ci restituissimo le fotografie: possiamo archiviare la pratica, a mai più rivederci.

Peccato perché non è nemmeno 'sto paese del cazzo


ALTEDO

Tra il 2009 e il 2010 ci fu un inverno glaciale, omerico, soprannaturale, sembrava di essere dentro a Game of Thrones. Avevo appuntamento con un trasportatore cui avrei lasciato il materiale ordinato, lo avrebbe consegnato lui. Dovevamo incontrarci immediatamente fuori da un casello, tra Padova e Treviso. C’era così freddo che l’acqua dei tergicristalli si ghiacciava ancor prima d’essersi distribuita sul parabrezza: non ho mai più rivisto niente di simile. Raggiunto il luogo deputato allo scambio, il camionista ci venne incontro e, pensando che mio padre (che viaggiava, come sempre, sotto mentite spoglie) fosse un collega più vecchio di me (e per mangiare la foglia presi a chiamarlo col nome di battesimo, cosa che non avevo né avrei mai più fatto) cominciò a chiedergli specifiche del materiale e a fargli domande riguardo alla situazione lavorativa in Emilia. Lì per lì ebbi quattordici infarti tutti insieme poi riuscì a buttar la palla in corner e sperai che a questo estroverso bucaniere dell’Est non venisse mai in mente di riferire a qualcuno con quante persone si fosse incontrato all’uscita di quel maledetto casello.

Quante cose che non si sanno

Quella di Altedo potrebbe sembrare una qualsiasi uscita dell’A-13. Ciò che la rende particolare deriva dal fatto che si tratta di una frazione, facente capo al Comune di Malalbergo che deve il suo nome al malfamato albergo che in passati remoti offriva ristoro ai naviganti e ai commercianti che andavano a e venivano da Bologna. Al di là della storia di Malalbergo, è caratteristico che un casello conduca ad una frazione e non a un Comune più grande, anche perché non so quanti altri casi del genere esistano lungo le autostrade italiane. Ciò che però a rende speciale è l’associazione di idee che ne fece mio padre mentre vi transitammo a fianco.
Infatti si stupì enormemente di trovarla lungo l’autobahn che collegava Bologna a Padova, quasi fosse un’imboscata geografica, un errore della mappa. Si zittì un minuto per poi attaccare con una storia delle sue. Mi disse che quando era giovane ci furono nefasti anni in cui il Bologna FC era la squadra da battere e durante il ritiro estivo che fece seguito ad uno dei campionati vinti, lesse sulla Gazzetta che i rossoblu avrebbero disputato un’amichevole contro la squadra di Altedo. Mio padre se ne meravigliò molto perché associò a questo nome, “altedo” appunto, il Sud America. “Sai, Altedo suona un po’ come Laredo, Bienvenido a Toledo… pensavo fosse tipo in Argentina e tra me e me pensavo a quanto fossero diventati ricchi e famosi a Bologna per potersi permettere amichevoli in altri Continenti”. Non per forza storie così devono piacere, non sono stati di facebook, ma erano episodi curiosi che hanno resistito alla prova del tempo e che ricordo ancora. Le rare volte che mi è capitato di ripassare lungo quell’autostrada mi racconto sempre la piccola storia di Altedo, e vale la pena non smettere di farlo se mi fa sorridere.

Non smettiamo se ci fa sorridere


MARCHE

Prima che tra me e le Marche scoppiasse l'amore, sono passati e trapassati momenti di grande odio. Infatti tutte le volte che dovevo andare dalle parti di Pesaro e Fano, sapevo che non ci sarebbero stati limiti al peggio. Ogni scadenza sembrava essere bruciante: avevo i minuti contati per il carico, l'arrivo sull'A-1 e sull'A-14, il raggiungimento delle ditte presso cui scaricare il materiale e, infine, il ritorno a casa prima che il traffico si congestionasse all'altezza dei raccordi bolognesi. 
Su tutti, e son stati tanti, ricordo tre episodi degni d'essere menzionati.

Una volta lasciai mio padre poco prima di arrivare in un'azienda di mobilieri. Gli dissi, come al solito, di prender qualcosa da mangiare mentre mi aspettava. Io non so come ci riuscì ma tornò con un panozzo farcito di frittata, un latte macchiato messo alla va là che va bene in un cartoccio modello Starbucks e una bottiglietta di Coca-Cola. Quando gli ricordai, come se ce ne fosse stato bisogno, che a me la frittata faceva cagare, fece uscire dal cilindro una brioche salata, cibo che, tra quelli che odio, è sempre stato in zona podio. Io credo che nemmeno un cieco, entrando in un bar, potesse combinare mangiarini così di merda tutti in un colpo solo.
Ad ogni buon conto si affezionò a quel bar e, sempre durante quel soprannaturale inverno di cui sopra, ci volle tornare. Partimmo da casa che c'erano -10°, un freddo becco, vestiti in maniera pesantissima, neanche venissimo dalle isole Svalbard. Il clima era così rigido che se n'era condizionati anche psicologicamente e per tutta la durata del viaggio non ci attentammo ad abbassare i finestrini per prendere aria o a fermarci per una sosta. C'era un freddo troppo grosso e fuori era davvero un brutto mondo. 
Mettemmo il muso all'esterno solamente una volta arrivati in prossimità di quel bar. Il termometro del furgoncino diceva, con nostro immenso stupore, +12°, voleva insomma dire che, nel giro di duecentocinquanta km, c'era stata un'escursione termica di 22°: incredibile, come dire che ci fossero due stagioni di differenza. La gestrice ci squadrò e, incuriosita dai nostri abiti invernali e riconoscendo una diversa parlata dalla sua, ci chiese da dove venissimo. Fu enormemente sorpresa nello scoprire che quanto dicevano i telegiornali, ossia che al Nord stava battendo un freddo polare, fosse notizia vera. Fu quasi difficile convincerla che fosse davvero così, per lei era quasi una leggenda, se ci fosse già stato Game of Thrones, avremmo potuto dire di essere della Casa Stark che ci avrebbe creduto.

Il Nord non dimentica

Un giorno invece, e me lo ricorderò finché campo perché è il vertice del prisma di questa carrellata di ricordi, successe l'inverosimile. Stava andando tutto bene, eravamo appena usciti dal casello di Pesaro ed eravamo in discreto orario, saremmo arrivati a destinazione proprio allo scoccare della riapertura pomeridiana della ditta dove avremmo dovuto consegnare. Invece eravamo destinati a morire grassi, come si suol dire dalle nostre parti.

Montelabbate: bene ma non benissimo

Ad una certa m'accorsi di non essere più in grado di accorciare o allungare le marce, la frizione non rispondeva più, scivolava fino in fondo senza permettere al cambio di innescarsi. Nella sfiga ebbi l'immensa fortuna di trovare una piazzola di sosta immediatamente a fianco e, continuando di inerzia, vi parcheggiai. 
Ci ho pensato mille volte, perché se fosse successa una cosa così in autostrada forse non avrei raccontato nulla di tutto questo a nessuno. 
Era mezzogiorno e venti, ed io ero disperato. 
Davanti a dove m'ero fermato c'era una ditta che avevamo servito in passato, conoscevo qualcuno e, mentre mio padre s'era impuntato nel cercare un meccanico, mi infilai dentro e chiesi informazioni su taxi, treni e qualsiasi cos'altro potesse riportarci a casa: del furgone in panne non mi fregava un cazzo, la consegna del materiale era diventata il male minore, l'unica cosa che davvero contasse era tornare e casa e riportarci anche mio padre. Raccolsi qualche appunto utile (gli smartphone non erano ancora uno strumento di utilizzo comune) e tornai nei pressi del camioncino. Telefonai in ditta, a casa, a Berta, a donna Ilenia, insomma, non sapevo cosa fare.
Poi mi si affiancò un carro attrezzi, che in quel momento mi parve come il buon samaritano sulla strada. Non avevo mai capito perchè la perifrasi "Deus ex machina" chiamasse l'ablativo, ma quando, oltre a mio padre, da quel mezzo scese anche il meccanico, mi fu tutto improvvisamente chiarissimo. Quest'ultimo salì sulla bestia ferita e dopo qualche manovra se ne scese con il verdetto finale:"S'è rotto il cavo della frizione. Portiamo il furgone nella mia officina, vado a mangiare e poi vediamo cosa riusciamo a fare. Il cavo non posso sostituirtelo perché servirebbero tre giorni solo per averlo, ma posso provare a riparartelo in un qualche modo". Gli chiesi quanto ci sarebbe voluto e lui rispose che se tutto fosse andato bene sarei potuto ripartire, ma non prima delle quattro. 
Se da un lato tirai un sospiro di sollievo perché quel santo meccanico di Gaudenzi (è l'unico nome che faccio in tutto questo racconto ma son contento di farlo perché fu davvero una brava persona, che Dio lo benedica) s'era detto in grado di aggiustare il mio mezzo, dall'altra provai a visualizzare quello che avrei dovuto fare da quel momento in poi. Avrei dovuto chiamare un tizio della ditta verso cui mi stavo dirigendo prima dell'imprevisto e chiedergli di raggiungermi all'officina, così da consegnare a lui la roba, e avrei dovuto provare a fare la stessa cosa con qualcuno dell'azienda di Fano.
Riconobbi in mio padre un incredibile animale a sangue freddo: mentre io ero andato completamente nel pallone e non sapevo più che cappello mettermi, lui aveva mantenuto una calma olimpica e, sotto traccia, stava cercando di riportare la nave fuori dalla tempesta.

C'era una volta Olsen Olsen

Dall'officina di Gaudenzi, per ritirare i suoi colli (e solo per quello), si presentò l'omino della prima ditta, un inenarrabile pezzo di merda, falso come un ladro, il quale mi disse di non esitare a chiamarlo se avessi avuto bisogno. Mentre lo guardavo dire queste parole, in sovrimpressione passava nitidamente il sottotitolo: "Credimi! Parola di Pinocchio"
L'uomo della seconda ditta disse invece di non riuscire a passare e che ci sarei potuto andare anche  il lunedì successivo: gli augurai un inverno di cefalee a grappolo e mi diedi per inteso il dover andare fino a Fano, furgone e tempo permettendo, quel venerdì stesso.

Just a matter of time

Io e mio padre mangiammo e bevemmo qualcosa insieme, e, per ingannare il tempo, facemmo un giro in mezzo alla campagna che circondava l'officina di Gaudenzi: sarebbe stato l'unico momento tranquillo della giornata. Lui mi indicava le piante, me li descriveva, cercava in ogni modo di allontanare da me i cattivi pensieri che si facevano sempre più insistenti nella mia testa. Tuttavia io sentivo senza ascoltare, per me era una camminata di riflessione, stavo finalmente pianificando ciò che sarebbe stato della mia vita non appena tornato a casa. M'ero rotto il cazzo che quel coglione del mio titolare picchiasse sempre i muli che tiravano di più. Per quanto avessi mandato giù, convinto che fosse meglio leccare un osso di un bastone, ero arrivato al punto di non ritorno. M'era tutto chiaro, da quel momento in poi sarebbe cambiata ogni cosa. Sarebbe stata durissima rimanere senza lavoro, senza prospettive, ricominciare tutto da capo ma stavo anche maturando la convinzione che ce l'avrei potuta fare, che non avrei dovuto aver paura, e questo perché le persone danneggiate non ne hanno, per il semplice fatto che sanno come sopravvivere.

Il "Dottor" Gaudenzi, stando al suo stesso detto, uscì dall'officina alle quattro, comunicandomi di aver messo a posto il furgone in una qualche maniera. Mi disse che non aveva potuto sostituire il cavo della frizione ma di aver inserito un meccanismo che, sebbene stesse su con una preghiera, m'avrebbe consentito di percorrere almeno trecento km senza grosse preoccupazioni.
Lo pagai, espressi tutta la mia riconoscenza e lo venerai nemmeno fosse un Santo che m'avesse appena fatto una grazia. Ripartimmo alla volta di Fano, mio padre mi diede una pacca sulla spalla, puntualizzando che lui non aveva la mia testa ma di sicuro vantava un più sviluppato senso nel fare le cose, e raggiungemmo la seconda ditta. Facemmo tutto quello che era rimasto in sospeso e ripartimmo alla volta di casa, sperando che quel device di fortuna installato da Gaudenzi non cedesse. 

Fano, addio.


LAST NIGHT GAUDENZI SAVED MY LIFE

Evidentemente, nell'esistenza di ognuno di noi sono presenti persone il cui incontro non dura più di qualche ora, eppure il loro peso specifico è incalcolabile, possono cambiare colore al cavallo della nostra vita e trasformarla completamente. Il meccanico Gaudenzi è stato una di quelle persone. Non solo mi salvò la vita a Montelabbate, rimettendomi su un furgone che, fosse stato per me, avrei lasciato arrugginisse nelle Marche, ma lo aveva aggiustato così bene che nell'interminabile colonna di Bologna (dove per un niente rischiai pure di restare senza benzina) non ebbe il minimo problema. Doveva resistere trecento km massimo e non più di tre ore di viaggio: facemmo quattrocento km e sei o sette ore di cambi costanti e repentini: non diede alcun segno di cedimento.

Ognuno di noi ha i propri enigmi

La storia nella storia però è un'altra. Quella sera io, per nessuna ragione al mondo, sarei potuto rimanere nelle Marche, dovevo tornare a casa ad ogni costo perché la mattina successiva sarei andato via, per la prima volta, con quella che sarebbe diventata la mia futura compagna: avrei finalmente fatto un viaggio di piacere dopo tanti, troppi, di dovere.
Può far strano ma è bello pensare che se non ci fossero stati mio padre e il meccanico Gaudenzi, forse questo non sarebbe accaduto, e se così non fosse stato, chissà quante altre cose sarebbero state differenti.


COSE SEMPLICI E BANALI


A volte si vuole ricordare perché ci piace, altre è il tentativo di storicizzare il passato e altre ancora ci si ripete le stesse cose senza motivo, alla noia, primo sintomo della vecchiaia. Vero è, però, che sono le cose semplici e banali quelle che servono per riconciliarsi con gli anni sprecati, perché sono le più importanti.
Perché sì, siamo alla fine e ho perso l'inizio, ma tutto sembra avere un senso in più.

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