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Momenti che si agganciano

COME È STATO 

È tanto, troppo che non scrivo nulla. Ho avuto alcune idee interessanti e qualche buono spunto ma non sono mai riuscito a dar loro alcun seguito. Vuoi il tempo, vuoi il metodo laborioso adottato per scrivere che mi impone ricerche dettagliate riguardo i soggetti considerati, nonché la preliminare consultazione di una marea di appunti sparsi, raccolti alla meglio qua e là, da sbobinare e poi cernere… insomma, per quanto i miei articoli siano destinati alla lettura di pochissimi affezionati e poi all’oblio mio e della rete, ci tengo a redarli nella miglior forma possibile ed è quindi qualcosa che mi richiede impegno e dedizione (merce rara alla mia età e in questo mio periodo storico).
A onor del vero, negli ultimi mesi mi son comunque tenuto in allenamento a livello mentale: ho letto molto, visto diverse serie TV e ascoltato parecchi dischi, continuando ad annotare parole, frasi, modi di dire (sia in italiano che in inglese), episodi e vicissitudini, sperando poi di canalizzarli da qualche parte, a un dato momento, per gioco o necessità (o entrambi, perché no). E l’ho fatto perché so quanto sia terapeutico per me scrivere, raccontare e raccontarmi, rimettere in circolo idee che altrimenti morirebbero nei miei taccuini e/o non entrerebbero a far parte né del mio lessico né del mio modo di ragionare. 

Libri per l'Estate.
Una pista, un libro semplice ma efficace ed uno della cinquina del Premio Strega.

Ultimamente ho sentito un’intervista al redivivo Liam Gallagher (to protect at all costs), il quale sostiene che per lui correre di prima mattina è indispensabile, e non lo è per chissà quale esigenza di fitness, stato di forma o preparazione fisica/atletica, ma perché gli permette di sistemare i pensieri, come se lui stesso fosse una scatola in cui tutto è in confusione e nella quale l’ordine si potesse ricomporre solamente dopo un running spensierato senza cuffie, cardio, Strava o altre puttanate simili. Per me non è così con la corsa (anche se l’adoro), avverto qualcosa di molto simile quando vado a Messa fra la settimana ma è una sensazione certamente analoga quando scrivo, forse.

Biblical

Inoltre, una cosa che mi dà noia (anche se, avendo io un pessimo carattere, è solo una delle tante, ne convengo) è accorgermi di come non rinnovare regolarmente il vocabolario finisca con l’uniformarci e il penalizzarci: parliamo tutti allo stesso modo, utilizzando termini identici senza capire quanto sia svilente e di come ci impoverisca intellettualmente.
Mi viene in mente lo slogan della Apple “Think Different”: cosa significa esattamente “pensare diversamente” quando tutti adottiamo le medesime convenzioni? Se adoperiamo tutti un Mac, seguiamo la moda del momento personalizzando solo il brand, se ascoltiamo i gruppi alternativi che nessuno ascolta ma che riempiono club o palazzetti, e se ricorriamo alle stesse parole ad effetto che qualsiasi effetto mai possano avere lo perdono nel preciso istante in cui a usarle è il 99% della popolazione mondiale?

Menga tant

Tuttavia può altresì  -e non è un colpa o un demerito- che nel setaccio non rimanga niente perché non si sia riusciti a scrollarlo e, cosa più grave, che la diminuzione della memoria comporti una perdita dell’identità. Succede, è fisiologico e ne va che molte mezze idee piccolo-rivoluzionare di parlato o scrittura non diventino intere, che si resti -nostro malgrado- uguali a noi stessi, sia nel porsi che nell'esporsi. È un peccato, ed è senza dubbio il percorso più veloce per regredire ed invecchiare.

Una digressione buffa ma che fa riflettere. 
Da quando mia figlia sa parlare, mi tengo nota di tutte le cose che dice, delle parole che storpia e soprattutto di come non abbia paura a farlo. Per lei il contrario di facile è “dif-facile” e se uno ci pensa è geniale per quanto sia apprezzabile il processo: la deduzione, l’intuizione, la logica che vi sono dietro meritano una particolare attenzione. Ha capito infatti che il prefisso “dif” indica negazione ma non sa né può sapere che questo aggettivo presenta un’irregolarità grammaticale che per noi è scontata ma può assolutamente non esserlo per una bambina di tre anni.
A referto vanno inserite anche:
  • “Per favore” diventa “per fIavore” perché è equivalente a “per pIacere”. 
  • Andare in bici è “biciclare”.
  • Qualcosa che scotta è “brucente”, che tra l’altro esiste veramente.
  • A qualsiasi ora sono "le cinque e mezze", del resto se cinque è più di uno è plurale, per cui deve essere declinato correttamente anche mezza.
  • La domanda prima di pranzo o cena è sempre "cosa c'è da oggi?", e quel "da" non riusciamo mica a toglierglielo.
  • Se per caso è autunno e il convento passa il minestronzo, allora è festa grande quando sbucano fuori i "rotolanti", ossia i crostini tondi da tocciarci dentro; in alternativa va benissimo anche un "paninoSteba", che sì, fa il verso al famoso locale in Gallucci a Modena ed è anche il pasto preferito dalle barbie di casa.
  • Le parole "Viva la libertà" dell'omonima canzone di Jovanotti sono diventate "Evviva Baby Shark".
  • Il "Sirone" è il maschio della Sirena e "la lampa" è il gender del lampo.
Ne avrei molte altre, probabilmente dovrei fare uno spin-off a questo articolo, sarebbe divertente e bello da conservare, per cui non escludo di cimentarmici in futuro, ma ora sono due le cose che voglio rilevare.
La prima è constatare come una persona lasciata libera di fare, priva di abitudini e stilemi, cerchi la propria strada in maniera originale ed autonoma; la seconda è rendersi nemmeno troppo sorprendentemente conto che, tra il serio e il faceto, anche io e donna Ilenia abbiamo cominciato ad impiegare queste parole.
Insomma, sembra di trovarsi in un piccolo mondo di freschezza e genuina originalità, come ascoltare un disco nuovo in cui le sette note di sempre suonano difformemente: se non per ringiovanire, di certo è un espediente utile per svecchiarsi, per rimettere carne di pensiero intorno all’osso del ragionamento.


File di immagine mentale, qualcosa che suona come i primi due album degli Strokes

L’esatto opposto, e chiudo il cerchio, del contesto di cui sopra e in cui viviamo tutti i giorni, nel quale ci si sente fighi a usare inglesismi ad minchiam (che, per carità, io amo la lingua del Pardo Shakespeare ma ogni tanto sembra sia diventata il nuovo latinorum) o ad abusare continuamente di aggettivi comuni o di perifrasi banali (su tutti “importante”: son diventati “importanti” anche le posizioni da cui si battono le punizioni in una partita di calcio, che Dante ci perdoni).


COM'È E COME DOVREBBE ESSERE

La mia intenzione è sempre stata quella di tornare a scrivere, prima o poi e compatibilmente con il tempo e gli impegni, proprio per tutti i motivi riportati sopra, ma mi è sempre mancata la giusta ispirazione.

A song by Setti

Da qualche parte ho sentito dire una cosa molto divertente ed allusiva, ossia che si possono passare vent’anni con la stessa donna senza che succeda nulla quando bastano venti minuti con un’altra perché succeda di tutto. Più o meno è andata allo stesso modo, nel senso che, come anticipavo al principio del papello, ho avuto qualche tresca narrativa che mi è durata anche abbastanza, per poi però finire in niente. Ad una certa, invece, ho avuto una folgorazione sulla mia personale via per Damasco, ho sentito che poteva funzionare e ho staccato il seriale per partecipare a party & afterparty della presente sbabbelata. 

Ritengo di fare un lavoro molto stressante mentalmente e la distanza tra casa e ufficio non aiuta; se a questo addizioniamo il mio nervosismo di base, il risultato è quello di un’ipertensione interiore che posso controllare per tutta la giornata ma che inesorabilmente esplode durante la notte, quando l’inconscio, riportando i nodi al pettine, disturba il mio sonno finanche a privarmelo per varie ore.
In maniera del tutto empirica e casuale ho scoperto un sistema per rilassare i nervi e regolare i cattivi pensieri, semplicemente sostituendoli con i ricordi di momenti che in un qualche modo ritrovo agganciati nelle profondità della mia mente e che mi tranquillizzano.
La cosa strana è che non sono obbligatoriamente memorie di episodi felici ma ciò che li accomuna è che mi trasmettono sicurezza, cancellano le paure e le convertono in una forza di fondo che spesso temo di aver smarrito, mi fanno credere di “potercela fare”. È come se possedessero un silver lining, quasi che la loro differenza fosse stata e stesse nell’infondermi la fiducia occorrente per affrontare situazioni intricate e da cui non sapevo e/o non saprei come uscire: è qualcosa che mi permette di rievocare ed individuare un elemento di ottimismo in un frangente difficile, o dif-facile, che dir si voglia. 

Quale migliore soluzione, allora, al mio bisogno di scrivere se non quella di mettere nero su bianco questi flashbax, innervandoli e dando loro cornice, contorno e contesto?
Di fatto queste reminiscenze altro non sono che le “frasi fatte” del mio dizionario emotivo, frammenti di significativa esistenza che per imprecisate ragioni arredano la mia memoria ma che io, troppo spesso, mi dimentico di salvaguardare. Per cui, al pari delle parole che non uso o dei racconti che non scrivo, questi ricordi potrebbero sbiadire e con essi la loro energia positiva. Descriverli, farlo con labor limae e parole ricercate, potrebbe fortificarli e accrescere il loro lenitivo potere notturno, e forse non solo quello.

A proposito di frasi fatte e risposte a dubbi sintattici imperscrutabili

Il criterio che voglio darmi è quella di riportare un numero limitato di eventi.
Inizialmente avevo pensato di resocontarne dieci ma dato il preambolo più lungo dell’edizione del sabato de La Repubblica, e conoscendo le mie ridotte capacità di sintesi, ho immaginato fosse meglio limitare a cinque il novero degli episodi agganciati nella mia mente o che la mia mente ha agganciato per me. Poi, a dirla tutta, dopo aver terminato la prima bozza e aver contato le pagine di Word, ho considerato più che accettabile una trilogia. Del resto nulla mi vieta di prevedere un Volume Due in un secondo momento ed un Terzo più avanti.
La sola regola -da segnalare anche se sottintesa- è che si tratta di momenti che ho vissuto da quando la Benedina è entrata nella vita mia e di donna Ilenia. E non solo perché l'ha resa completamente diversa, trasformandoci e arricchendoci sotto ogni punto di vista, ma anche perché ne ha  intensificato ogni attimo, spesso facendo sì che divenisse memorabile, e talvolta in modi del tutto inattesi.


EPISODIO 1 - FA LO STESSO

06/09/2016, Riccione.

Come anticipato, questi ricordi si riferiscono a episodi superficialmente trascurabili in cui non c’è nessun epico a miscelarsi con il quotidiano ma che serbano la dote di raccogliere ed incastrare dettagli aventi un preciso peso specifico, e questo episodio è forse il più rappresentativo fra tutti perché è il più vecchio ed è quello che fa da pietra di paragone rispetto agli altri.
Presente il film d’animazione Inside-Out?

Tanto per rimanere in tema, la Benny lo definirebbe un "filmaccio per bambini"

Ecco, abbiamo una data di inizio, un giorno uno, ed è questo: l’impalcatura su cui poggia la nuova isola, tra quelle già presenti della personalità, è stata allestita alle 14:10 di un martedì di fine estate sulla Riviera Romagnola: l’isola dei momenti agganciati, si potrebbe chiamare così, è stata creata allora.
La Benny era nata da un mese e mezzo e noi l’avevamo portata al mare già qualche settimana prima in Agosto, per la precisione a Cervia, una toccata e fuga di qualche giorno. Avevamo deciso di tornare a Gabicce a inizio Settembre, allungando il primo week end del mese fino al martedì immediatamente successivo.
Fatta eccezione per la data-zero cervese, ho sempre considerato la vacanza settembrina come “il primo mare” della mia bambina. Nella città del sale avevamo infatti l’appoggio degli zii di donna Ilenia e avevamo preso le misure, mentre oltre il canale che separa la Romagna dalle Marche eravamo andati solo noi tre, un po’ alla bersagliera e molto all’avventura, esattamente come due genitori alle prime armi in trasferta con la propria creatura: confidenti ma pienamente inesperti.
Andò tutto come doveva andare anche se, fondamentalmente, Gabicce non ci piacque. Complice fu il meteo abbastanza incerto che l’ultimo giorno ci indusse a battere in ritirata. Pensammo di andare a vedere qualcosa nell’entroterra ma poi ripiegammo su Riccione, dicendoci che, male che ci avesse detto, avremmo fatto un giro sul lungomare e poi saremmo stati a pranzo in un ristorante di nostra conoscenza.

Settembre per qualcuno raffigura un mese evocativo ma a me ha sempre fatto molto più che schifo e non gli ho mai concesso un secondo appello. Da quando poi presto mestiere nel settore ceramico, a maggior ragione lo ritengo un periodo di castigo, come se durante le ferie si fosse contratto un debito col karma lavorativo e lo si dovesse saldare il prima possibile senza stralci di alcun tipo.
Quel martedì non c’era anima viva a Riccione, era un paese di una tristezza invincibile, in cui sembrava che il tempo fosse sospeso, quasi non accettasse l’ufficialità dell’arrivo della stagione grigia. Poca gente nella nostra trattoria di riferimento, nessuno a passeggio in Viale Ceccarini e giusto una qualche anima in Piazzale Roma, dove hanno luogo gli eventi e gli spettacoli, proprio dinnanzi al mare che lì apre le sue porte alle fiumane di turisti.  
Una volta mangiato mi fermai a prendere un caffè in un bar che s’affacciava sullo slargo e, sebbene non ricordi esattamente cosa accadde, la ragazza dietro al banco fece qualcosa che mi prese bene.
- Lo sconto di dieci cents sul caffè?
- Nessuno scazzo di fronte ad una banconota da 50 euro ed un resto di 48,90, traducibile in quattro carte da dieci, una da cinque, una moneta da due, una da uno, una da cinquanta e due da venti: insomma, una roba per cui c’è gente che verrebbe ricoverata a Villa Igea?
- Un sorriso paziente nonostante l’orario?

Non so, non rammento con precisione, ma la forza degli episodi che racconto sta anche e proprio in questo, ossia in ciò che altre volte ho definito come “la memoria delle sensazioni”, il rivivere una buona percezione al di là della natura della realtà, tornare improvvisamente ad udire una colonna sonora di calma e di distensione, come se nella mente risuonasse l’eco delle chitarre melodiose degli Explosions in the Sky in una delle loro ballate più magnetiche. 

Ascolto consigliato

Ci rimasi bene perché questa ragazza aveva tutte le ragioni per mandarmi affabilmente (o anche no) a cagare; per lei infatti era la fine della stagione e forse anche la fine del turno, e le si parava davanti un neo-genitore potenzialmente pieno di menate, fuori luogo come un leghista in un museo e sulle nuvole feriali come se tutto gli fosse dovuto.
Fu gentilissima e quando penso a quella mini-vacanza lei è tra le prime tre cose che mi vengono in mente. Non saprei assolutamente dire che faccia avesse, se fosse alta bassa magra in carne bionda bruna, come fosse vestita e conosco il nome del bar e l’orario solo perché ho riesumato lo scontrino dal mio taccuino di quel periodo, ma ciò che conta è e fu il senso di pace che mi trasmise, l’idea che Settembre dovesse essere preso così, ossia polleg e via cantare. 

Non si vede benissimo, ma in rosso avevo riportato il nome del bar e sottolineato l'orario

Era sì l’inizio di un ciclo di lavoro pesante ma anche la fine di qualcos’altro di intenso, per cui il modo migliore d’affrontarlo era quello di assecondare questo mese di merda rallentando i giri del motore e  -come si direbbe in gergo sportivo- "addormentando le partite" della vita che avrei dovuto giocare corsaro sul suo campo neutro e sabbioso (tipo quello di Madonna dei Faeti, a Ubersetto, che dopo l'estate è una lastra di polvere e ghiaia).
Era esattamente ciò che non stavo facendo (ricordo che m’ero preso del lavoro con me perché ero terrorizzato dal rimanere indietro e trovare una montagna di sospesi) e ciò che temo tuttora, quando ritorno dalle ferie, ossia la paura di essere centrato dall’uragano delle cose che si sono accavallate mentre non c’ero.
In quel suo “Fa lo stesso”, perché se ha aperto bocca non può che aver detto così, c’era l’essenza di tutto quel frangente, e ciò che dovrei consigliarmi ogni volta che apro la casella di posta dopo essere stato in vacanza dovrebbero essere proprio queste tre parole. 
E un cordiale fanculo ad un altro Settembre.


EPISODIO 2 – LA SEGRETERIA MENTALE

11/06/2017, Valsamoggia

Un’altra caratteristica di questi momenti agganciati è che non subiscono cambi di prospettiva. In primis perché il POV è sempre e solo il mio, e per quanto nelle stories possano essere presenti altri soggetti, si tratta di attori non protagonisti, se non proprio di comparse vestite a festa. In secondo luogo, alla base di ognuna di queste vicissitudini è presente una sequenza meccanica di sketch, quasi ci sia stato un regista invisibile ad aver scritto i testi e che, notabene, mi abbia pure preso in simpatia.
Ne va quindi che non possono essere materialmente riprodotti in alcun’altra maniera se non pedissequamente rispetto a come si sono svolti all'epoca dei fatti: sembra scontato ma, come dico sempre, giocare facile non è facile (è dif-facile, goes without saying).
Mettiamo allora una mattina di tardissima primavera all’imbocco dell’Autostrada del Sole, ma non una qualsiasi, bensì quella seguente al matrimonio di Chicco a San Cesario, cerimonia in cui io ebbi (per la terza volta nella mia vita) la fortuna di essere testimone di nozze. Come già raccontato in un post precedente, dopo aver dormito a casa di Goppy insieme a Checco (non nello stesso giaciglio ma nelle stesse condizioni, di stato in luogo figurato e non, sì), ero partito all’alba in direzione di Cattolica, dove mi aspettavano donna Ilenia, la Benedina e mia madre. Quello di cui non ho mai dato notizia fu però il viaggio, che m’è sempre rimasto impresso nella mente nonostante fossi da per me, ci fosse un caldo infernale e avessi ancora addosso tutti i carboni della serata ribalda trascorsa e terminata solo poche ore prima. Per farla breve, un pellegrinaggio memorabile benché non ci fosse stata alcuna buona ragione per metterlo agli atti.

Valsamoggia è un comune sparso sotto il cui ombrello si son aggregati paesi che ruotano intorno ad un baricentro geografico di comodo, per cui è lecito dire che esista di nome ma non di fatto. Ad ogni buon conto un casello autostradale ce l’ha e quello lo rammento perfettamente, sperduto nella campagna bolognese, nel bel mezzo del niente coltivato a razze, rovi e sterpaglie. D’accordo che, come ha detto qualcuno, "dopo Settecani è già Romagna" ma quella è ancora Emila Paranoica e lo è con tutti i crismi del caso, è una terra senza perdono, ancorata a niente se non alle strade da cui è attraversata.

Fu un viaggio estenuante.
Avevo l’hangover di chi ha preso l’OKI sia per allontanare gli  strascichi notturni dei gin-tonic sia per evitare il mal di testa del giorno dopo: il problema è che ogni rimedio chimico contro l’alcol ha delle controindicazioni che costano, e il ketoprofene non aspetta altro se non di precipitare il paziente in uno stato di catalessi mentale che, nel mio caso, è sempre durato tra le quattro e le cinque ore.
In altre parole è come se quella mattina la mia testa avesse attivato una sorta di pilota automatico che rispondeva solo alle richieste contingenti, ma non si prendeva la briga di decidere altro che non fosse impugnare saldamente il volante di una Punto Diesel riconvertita in una safety car dei poveri, mantenere la distanza di sicurezza e indovinare lo svincolo preciso.

Do you hear me?

- Intestino chiama testa, rispondete!
- Bzzz…
- Intestino chiama testa, mayday!
- Bzzz…
- Vita chiama testa, questa è un’emergenza, rispondete!
-[Parte messaggio preregistrato con tono metallico standard] Risponde la segreteria mentale, per le prossime quattro ore sarò il vostro capitano di bordo, si prega di allacciare le cinture e di non disturbare se non per urgenze fisiologiche come bere pisciare cagare. 
- Ok. E per mangiare, no?
- Bzzz…
- Ok, allora fermiamoci al primo autogrill che c’è chi festeggerà, over.
- Copy that, over and out. 


Fu così che mi fermai all’Area di Servizio di Sillaro Ovest a Castel San Pietro Terme.
Decisi di dar retta alla segreteria mentale e non presi da mangiare (che invece male non avrebbe fatto, il classico panozzo strinato fuori e crudo dentro sarebbe stato un toccasana) ma ordinai un caffè per svegliarmi e un Estathe perché -per non so quale mistero della fede- mi ha sempre ripristinato lo stomaco, anche dopo i venerdì sera più ruggenti. Tutt’oggi mi chiedo che cosa mi avesse detto il cervello, poi ricordo: assolutamente niente, era spento e il pilota automatico si era limitato a registrare la richiesta come lecita esigenza di liquidi, lasciando che l’analisi chimico-fisica dell’accoppiata caffeina-teina assunta in uno stato di ebbrezza non ancora debellato passasse in cavalleria.

Arrivare a Cattolica divenne una missione pastorale.

Disco fondamentale in generale nella vita ma anche nello specifico delle due ore autostradali.
Il mio personale poema omerico di quella cavalleresca domenica di inizio Giugno: quello in sella al nero destriero sono io all'ingresso del casello di Valsamoggia.


Giunto sul posto con clamoroso ritardo rispetto alla tabella di marcia indicata da Google MAX (che io lo avevo già ipotizzato due anni fa ma continuo a dirlo ora: questa applicazione merdosa becca un intervallo temporale ogni cinque) pensai di girovagare random per la cittadina, convinto che il residence delle mie donne si materializzasse all’improvviso lungo la mia via come se fosse la chiesa al centro del villaggio e, giusto per inanellare a quelle già prese un’altra decisione derubricabile, stabilii che fermarsi in un parcheggio per fumare una sigaretta fosse cosa buona giusta doverosa e salutare.
Superfluo dire che il tabacco peggiorò oltremodo il mio post-sbronza domenicale.
Squillò il telefono e all’altro capo del filo era donna Ilenia, contenta di sentirmi solo per sapermi ancora vivo e non perché parlassi ancora (ammesso che “parlare” sia e fosse il verbo più appropriato, diciamo “sblaterare”?).
Condotto o, per meglio dire, tradotto all’alloggio, il receptionist romagnolo mi squadrò con lo sguardo di chi di facce crepate ne aveva viste tante e, ancor prima di salutarmi e farmi fare il check-in, mi offrì un caffè che io naturalmente accettai, compromettendo definitivamente la salute dei pochi batteri intestinali ancora in attività e respingendo con perdite l’idea di recuperare entro mezzogiorno una parvenza di benessere psico-fisico.
Niente da aggiungere, Vostro Onore, il pilota automatico ingaggiato dalla segreteria mentale aveva fatto il suo, dopodiché s’era dileguato nel più assoluto silenzio radio e non ne aveva più voluto saperne mezza, e di quella mattina e della mia vita nel suo senso più lato.

Qualche minuto dopo mi trovai in spiaggia, occhiale da sole vistosamente appiccicato alla faccia e un senso di inadeguatezza alla vita che manco la piattaforma Rosseau rispetto alla realtà: mi sembrava tutto incredibilmente rumoroso e luminoso, era come se dovessi cercare di abbassare il volume e ridurre il bright ma non avessi nessun telecomando. Ricordo mia mamma che iniziò a parlare neanche fosse obbligata a declamare tutto quello che le passava per la testa entro una scadenza di dieci secondi: la tentazione di zittirla brutalmente con urla da spogliatoio degne del miglior Billy Costacurta d'annata era enorme, poi però mi dedicai alla mia bimba e fui rapito da lei per tutto il resto della mattina.
Non ne sono certo ma penso sia stato allora che ci facemmo una foto in riva al mare, io lei e la mammaIle; divenne un’immagine segnatempo, nel senso che ogni Giugno ne facciamo una simile insieme e notiamo affinità e divergenze intercorse fra anno ed anno.

Nonostante la presenza di molte amiche di donna Ilenia, tutte pezzi di figliole senza senso, penso d’essere tornato a comunicare con i miei simili e ad avere con essi rapporti civili verso ora di pranzo, quando m’accorsi d’aver fame: sentendomi in colpa per aver mentalmente sfanculato mia madre a più riprese, le proposi di andare insieme a pigliare da mangiare d’asporto ed ingannare l’attesa con un aperitivo rinforzato.
La cosa più intelligente che avrei dovuto fare sarebbe stata quella di depurarmi con due litri di San Pellegrino e poi azzardare, al massimo (e per dirla col Bret) un "risotto baggiovara accompagnato da acqua piovana". Invece presi uno Spritz lungo quanto il secondo tempo di una partita del Chievo già salvo e, dopo un summit tra me e me, stabilii che 75cl di vinello bianco take-away erano necessari per gustarsi i piatti di pesce appena ordinati.
Mangiai che mi si chiudevano gli occhi e crollai a letto dieci minuti dopo aver finito di pranzare, mentre la Benny, mattacioccata come già dava l'idea di essere, sprizzava energia da tutti i pori e ballava Despacito senza sosta.

Per non dimenticare anche se forse dovremmo farlo tutti

Dormire di pomeriggio: ora lo faccio sempre nei week-end, allora era la prima volta. Capii d’essere vecchio, che i metaforici sorpassi a destra compiuti fino il giorno prima dovevano cominciare a costituire un’eccezione, che la fase go fuckin' mental della mia esistenza si stava chiudendo.
Eppure questo è uno dei ricordi che più mi sollevano il morale, come se simboleggiasse un nesso tra diverse mie vite. C’era mia mamma, c’erano stati i miei compagni di Liceo, c’era donna Ilenia e c’era -più forte di ogni cosa- la Benedina: tutto trovava un ordine sua sponte.

Purtroppo molti scontrini sono stati usurati dal tempo e non si leggono più bene ma quel "colazione impossibile" dice tutto

Quando le paure intercettano pensieri notturni che mi vogliono manchevole o non all’altezza delle circostanze che mi attendono, ripenso a questa due giorni full gas, in cui non programmai bene nulla ma tutto mi disse bene. Per inciso, se il sabato non arrivai fuori orario al matrimonio di Chicco fu solo perché ad una certa mi accorsi di aver sbagliato strada: il cartello indicante Bologna mi fece pensare che Villa Boschetti potesse essere scomparsa dal radar e io stessi bellamente cannando una delle più importanti celebrazioni della mia vita.
Scherzosamente si dice che non v'è alcuna buona organizzazione che non possa essere sostituita da una grande botta di culo ma, pur somigliandoci molto, non è questo il caso. I cugini d'Oltralpe (e forse anche il buon Bad) pensano che l'hasard fait bien les choses che, per quanto sia un paradosso intrigante, non verifica l'equazione. Il punto è che a volte non si può far altro che muoversi con la naturalezza che ci è propria, e se poi si ha pure la fortuna di essere con persone care, tanto meglio, difficilmente (o dif-facilmente, perché no?) si sbaglierà manovra.


EPISODIO 3 - IL PARCO GIOCHI 

04/08/2018, Sant’Antonio (Pavullo n/F).

Non posso certo dire d’essere persona di bosco e di riviera, anzi delle due l’una che preferisco è certamente la seconda. E non è quindi un caso che due terzi degli episodi descritti (e una buona fetta degli altri) trovino la loro geolocalizzazione in Romagna; tuttavia ve n’è uno cui rimango estremamente legato, le cui coordinate portano dritte al parco giochi del paesino in cui vivo, una tarda sera di mezz’estate del 2018.
In quel periodo ero molto preoccupato perché m’aspettava una decina di giorni senza il mio collega d’ufficio più alto in grado, tradotto: casini del ’32 senza soluzione di continuità dalle 8:00 alle 18:00 più recupero. Differentemente da tutte le volte che sarebbero seguite, quella era la prima di tante e ancora non ero in grado di gestire la pressione del rimanere da solo al comando di una piccola grande situa. Pensavo che tutto sarebbe andato male, che avrei fatto poco del mio lavoro e male quello altrui, che sarei stato come quel pompiere che non solo arriva tardi all’incendio ma non arriva nemmeno a quello giusto.

Billy Wright, leggendario centrocampista dei Wolves cui è dovuta l'ultima citazione.
Se non erro, disse queste parole riguardo a Pele, dopo aver affrontato il Brasile con l'Inghilterra, di cui era capitano, ed esserne rimasto travolto.


Era sabato ed essendoci stato caldo tutto il giorno, decisi di portare la Benedina al parco giochi di San Antonio Spurs. I miei ci avevano invitato alla Muntobez Fest ma, per quanto in passato fossi stato fan dei sagre-tour, avevo depennato gli impegni di questo genere dall’agenda perché mi venivano dei mal di testa preventivi solo a pensare al parcheggio, alla fila e all’attesa della polenta. Avevo dunque declinato l’invito e avevo detto loro di passare dal parchetto, così avrebbero salutato anche la nipotina.
Ero teso come una corda di violino, avrei voluto che qualcuno mi somministrasse pillole di saggezza così da sfidare la paura ma ciò che temevo era di perdere la trebisonda al primo repentino cambio di vento e dover accettare supposte di esperienza: m'aspettavo che ogni possibile rimedio si sarebbe rivelato peggiore del male.
Era molto buio e non c’era nessuno a parte noi, rimanemmo al parco per un’ora almeno. Sullo sfondo le luci della strada e delle ceramiche, nemmeno il verso dei grilli: un insolito silenzio e un’atmosfera ovattata. Assorto nei miei pensieri e divorato dall’ansia, osservavo la bimba che scendeva da e saltava su ogni gioco, una vitalità tale che io mi stancavo solo a guardarla. Mi sforzavo di concentrarmi sul momento senza però riuscirci. Capivo che avrei dovuto giocare una partita alla volta ma ero come bloccato, schiavo dell’immediato futuro ed escluso dal controllo del mio presente.

C'è caso che abbia pubblicato questa canzone altre volte sulle colonne del mio blog ma mi è capitato di riascoltarla recentemente, proprio mentre scrivevo questo articolo e, sia per alcuni versi sia per certe suggestioni musicali, ho ritenuto opportuno inserirla da qualche parte.

Arrivarono i miei e la Benedina, sorpresa dalla visita inaspettata, scoppiò di felicità raddoppiando la carica e la velocità di gioco. Nondimeno i nonni, sebbene stessero pienamente ricambiando il reciproco sentimento di gioia, si trattennero poco ed essendosi fatto tardi dovemmo rincasare anche noi, tra il disappunto e la sceneggiata melodrammatica della bimba che non accettava che la festa improvvisata si concludesse tutto ad un tratto così come era cominciata.

La confusione mentale genera paura ma uno sconforto positivo “fa colore”.
Non è la considerazione ermetica di un filosofo ubriaco di fine Ottocento, è qualcosa che io credo davvero e che, a pensarci bene, non è molto differente rispetto all’idea di Liam Gallagher sulla corsa, menzionata mille righe sopra.

S'era detto otto e mezza puntuali al Var

Lì per lì non scrissi tanto di quella serata sui miei taccuini ma un appunto, seppur di poche righe e nemmeno in bello stile lo presi, e feci strabene. Ho infatti riletto quella nota non so quante volte per riagganciare quegli istanti e farne rivivere un mantra nella mia testa: ho avuto bisogno di rivedere la scena al VAR e s'è sempre conclusa con un silent check. Da allora ho dovuto fronteggiare molti casi simili, sia per urgenza che per contingenza, e ho sempre avuto bisogno di capire come fossi stato la prima volta, cosa mi fosse passato per la testa, se avessi vinto il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà o quali fossero stati gli ingredienti della ricetta perché il cuore restasse caldo e la mente fredda.
Non vi ho mai trovato una risposta precisa ma ciò che resiste all'incedere del tempo è una sensazione di rassicurazione, non solo la consapevolezza che la scarsa lucidità prima degli incontri di cartello è sempre stata una mia prerogativa ma anche che senza di essa sarebbe andato tutto a carte quarantotto, non avrei avuto niente da raccontare e non avrei avuto alcun quadro da incorniciare, no pattern to fit. La bassa tensione non m’avrebbe permesso di stare sul pezzo e la supponenza avrebbe danneggiato la concentrazione; ognuno è fatto a modo suo, conoscere i propri limiti è il primo passo per tramutare la debolezza in forza.
E poi, ultimo ma non ultimo, quando rileggo quell’appunto m’accorgo di un altro importante dettaglio, ossia di come in troppe circostanze, sia al tempo presente che al passato remoto sia e sia stato occupato a guidare, accorgendomi solo in un secondo momento di quanto sarebbe stato piacevole godersi anche un po’ la strada, favoleggiare del percorso, soffermarsi sul paesaggio tutto intorno.

Non so, io sono tradizionalista anche nelle piccole cose e quest’anno volevo in un qualche modo ripetere questo momento, replicandone le condizioni di esistenza pur percependo che sarebbe stato qualcosa di ugualmente intenso solo se fosse stato bello in maniera diversa, e così è accaduto. Un giorno ne scriverò perché so già ora che ne avrò necessità ma adesso la sintassi deve ancora decantare: ciò che importa è che sia riuscito a viverlo, pur senza forzare la mano, e la Benedina ne abbia costituito una parte molto più che attiva.


TITOLI DI CODA

Direi d’essere arrivato alla fine o comunque di dover finire perché la misura di questo ennesimo big read è colma.
Non mi rendo mai conto di quanto sia prolisso, il fatto è che spesso mi perdo tra le pieghe della narrazione senza accorgermi che il numero delle parole cresce e non s’arresta, dovrei asciugare anziché rimpinguare ma tanto, come anticipato all’inizio, questi articoli sono destinati a me e ai fans che mi leggono no matter what, per cui a chi importa quanto siano lunghi?
Il discorso è un altro, cioè che questo resoconto avrebbe dovuto funzionare proprio così: come i momenti di cui sopra mi aiutano a smarrire i cattivi pensieri che nottetempo intercettano i miei sogni migliori, allo stesso modo scrivere mi proietta in dimensioni parallele di assenza di vento, in cui tutto pare più gestibile e sembra acquisire un senso in più.

C’è chi ha detto che siamo la somma delle persone che incontriamo. Probabilmente siamo anche la collezione dei momenti che riecheggiano nella memoria perché, come dice una mia amica molto saggia, viviamo in prosa ma ricordiamo in poesia. Ad ogni buon conto in una zona che definire grigia significa sminuirla restano i momenti che si sono agganciati senza bisogno di alcuna condivisione sui social, e sono proprio quelli che fanno la differenza, perché la differenza sta nei dettagli. Sfumature argentee che non sono né marcatamente belle né in alcun modo brutte ma che, pur essendoci state fin dall’inizio, s’evidenziano solamente quando vi si presta attenzione, solo quando s'arriva a coglierne il fascino ed il senso di infinito equilibrio che nascondono così bene.
È come se avessero avuto bisogno di un innesco tra luce ed ombra per mostrarsi e solo dopo bilanciare armoniosamente il quotidiano, anche quello più inquieto e agitato.


Mi servivano davvero le parole giuste, tra le tante raccolte e non usate, perché fossi in grado di raccontare quei momenti che s'agganciano automaticamente nella mia mente ma di cui spetta a me maneggiarne con cura potere e incanto, fino a renderli parte inestricabile della mia esistenza, specie nei giorni e nelle notti più difficili. Pardon, dif-facili.

Vangelo Yankee – Le mie istruzioni per l’uso

Di seguito riporto quanto detto/letto alla serata del 06/12/15 allo Spazio Evasione di Pavullo.

Poco dopo che Jean tornò dall’America mi inviò una bozza di quello che sarebbe poi diventato “Vangelo Yankee” ma che al tempo si intitolava ancora “12 Stati di Allucinazione”, affinché gliene dessi un feedback. Tra la sua prima mail e la mia risposta definitiva, la conversazione fu intervallata da parecchie mail interlocutorie perché, fondamentalmente, non trovavo il coraggio per dirgli che non mi era piaciuto.
Capisco bene che dire così non è una buona promozione, ma anche la cattiva pubblicità è buona pubblicità, specie se soggetta ad un intervento di redenzione non dovuto a quello che è accaduto. Con questo voglio dire che se sono qui a smentire me stesso non è per le circostanze drammatiche che hanno accompagnato l’uscita del libro ma per altre ragioni.



Tuttavia, andiamo con ordine.
A me la prima stesura che mi aveva inviato Jean non aveva entusiasmato perché credevo fosse una “summa”, un compendio di tutte le sue precedenti esperienze artistiche, qualcosa, per dirla in dialetto, di “beli vèst”. Io non solo conoscevo lo stile di Jean per i libri che aveva già pubblicato ma anche e soprattutto perché entrambi, da anni, eravamo fruitori del Forum MEF, autentico laboratorio culturale, il social mio e di tanti cari amici prima che comparisse Facebook, in cui ci leggevamo quotidianamente. Post leggeri e trattati di filosofia, da quella più spiccia a quella più profonda.
Ebbene, avevo avuto l’impressione che non ci fosse nulla di nuovo in “12 Stati di Allucinazione”, anzi.
Poi quando mi è capitato di rileggerlo, il mio punto di vista si è fatto differente. 
Per due motivi. 
In primis perché nel mondo dell’arte c’è un’equazione sempre verificata, ossia che le cose belle hanno bisogno di un tempo di maturazione. Prendiamo una canzone: se al primo ascolto piace, al quarto o al quinto avrà bellamente disintegrato i coglioni al 99% della popolazione mondiale. Se invece richiede un tempo di maturazione, costringe a sospendere il giudizio, pone titubanza, ripensamenti, ecco che si insinua piano piano, fino a diventare prima interessante, quindi carina, poi bella e, infine, straordinaria. Non so, exempli gratia di tutt'altro genere: un buon vino rosso per diventare nobile ha bisogno di decantare.
In secondo luogo penso che poter giudicare qualcosa occorra avere una pietra di paragone con cui confrontarlo/a, ancora meglio se personale. Io quest’estate ho fatto un insolito viaggio di nozze in giro per l’Europa, toccando alcune capitali e altre città X dislocate a caso around the map. Esattamente come Jean, avevo un taccuino su cui vergare i miei appunti di viaggio, in modo tale, una volta a casa, da sbobinarli. Così, rileggendo e ricopiando, avrei potuto rivivere tutto ciò che avevo visto e vissuto. Non sapendo cosa farne, ho pensato di condividere le mie esperienze sul blog, e in un secondo momento avrei potuto valutare di farne un libro.
Mi sono però accorto che un resoconto geografico rischia di diventare un esercizio di stile perché chiunque è in grado di raccontare qualcosa che è stato visto da tutti. Qualcuno lo avrà sicuramente già fatto e qualcuno lo farà dopo. Per cui diventa una gara a chi piscia più lontano. La forza del racconto diventa allora avere qualche bella storia da agganciarci, e se non la si ha non la si può inventare, perché la poesia deve sempre vincere sulla prosa, specie su quella forzata.
Tutto questo a meno che tu non si parli di “Vangelo Yankee”, e allora anche fare colazione con un cornetto e un cappuccino diventa un'anabasi di creatività, un’odissea fantastica. L'opera di Jean è una perfetta combinazione di elementi dove il resoconto geografico diviene la cornice che impreziosisce un quadro di storie già belle di per sé, storie che starebbero su da sole ma che vengono arricchite dal contesto che gira loro intorno.

Nicolò Gianelli è stato una persona poliedrica, con più facce di un cubo di Rubik, e lo dico in senso buono. Pochissime persone possono dire di averlo conosciuto completamente e anche su alcune di queste io non sciolgo le mie riserve. Tuttavia è leggendo i suoi libri che si può provare a indovinare tutti gli Jean possibili. Per cui, nel caso non abbiate avuto la fortuna di conoscerlo, nel caso vogliate approfondire la questione o anche solo perché semplicemente non sapete cosa vi siete persi, “Vangelo Yankee” è un bel modo per iniziare. 
Certe cose si aprono alla chiusura.
Un mio amico che lo conosceva, ma non benissimo, ha sintetizzato dicendo che comunque fosse, di dritto o di rovescio, ti lasciava sempre qualcosa. Verissimo.

Spazio Evasione - Pavullo n/F, 06/12/15

Lettura consigliata: Capitolo 2 - Non è Washington D.C.

Fin da quando ero un ragazzino ho sempre stampato le fotografie che per me avevano più significato, quelle che mi ritraevano in determinati contesti o situazioni, oppure quelle scattate insieme ai miei amici, quelli più cari o quelli di un’avventura, chi avrebbe percorso con me un breve e chi un lungo tratto di vita.
Una volta stampate le appendevo alla parete della mia camera. E ho continuato a farlo anche quando sono andato a convivere e anche quando mi sono sposato, sebbene la parete non fosse più quella della mia cameretta bensì quella dello “studiolo”.

Il problema è che, avendo iniziato a sedici anni, le foto sono via via aumentate mentre le pareti si sono ristrette. Per cui, ad ogni nuovo sviluppo fotografico, ho dovuto sostenere una dolorosissima ed insopportabile operazione di cernita, sostituendo alcune foto per far spazio ad altre.

Tuttavia ce n’è una del 2009 -e se ci si pensa bene, è un tempo senatoriale- che non sono mai riuscito a togliere. Non sono certo che l’abbia scattata Jean, ma sono certo che sia stato proprio lui a darmela. Se uno non conosce la storia che c’è dietro, non può che trovarla un’immagine surreale, talmente strana che è difficile anche sol da descrivere.

In secondo piano è ritratta una corsia di un grande supermercato su cui lunghi e immensi scaffali è adagiato un incalcolabile numero di lavatrici i cui oblò guardano il passaggio. Di schiena a queste, e con lo sguardo rivolto verso chi sta scattando la fotografia, ci sono io, con in mano la custodia della mia chitarra. Davanti a me e di spalle verso la macchina c’è Berta, uno dei più grandi amici di Jean, la cui amicizia risale ai banchi del Liceo e proprio in virtù di questo è qualcosa di robusto e indissolubile. La sua chitarra è appoggiata a terra ed impegnato a leggere qualcosa. A chiudere il triangolo una ragazza con in mano un quadro del Cov raffigurante una televisione. 

L'immagine incriminata

Era Dicembre proprio come adesso, anche se qualche settimana più avanti e, come disse Santu, il ragazzo con cui andai sul posto quella sera, c’era un freddo troppo grosso anche solo per il tempo di una sigaretta all’aria aperta. Dimenticavo: la foto è in bianco e nero, e i nostri vestiti abbastanza classici fanno sì che sia complicato anche solo collocare temporalmente l’immagine. Potrebbe essere il 2009 (come in effetti era) ma potrebbe essere ieri, o il 1988. Solo lo sguardo esperto di un attento conoscitore di elettrodomestici potrebbe essere più preciso, ma è giusto un dettaglio insignificante.

Eravamo lì perché Jean aveva organizzato un evento.
Ricordo bene che quando mi invitò non mi chiese cos’ero disposto a fare, ma se ci fossi stato: gli chiesi se potessi suonare con Berta e mi rispose che avremmo assolutamente dovuto farlo. Gli domandai se ci fosse l’impianto o qualche predisposizione adatta allo scopo: ovviamente se ne sbatté bellamente i coglioni e rimbalzò le mie domande a Paolo Olivieri. Gli chiesi infine se ci fossero orari da rispettare e mi diede poco più di un’indicazione di massima perché quello non era un problema: Jean avrebbe potuto scrivere trattati su come perder tempo senza sprecare nemmeno un minuto. Era come se nell’imprevedibilità fosse certo di poter prevedere che nulla sarebbe andato storto.

Ebbene, aveva trasformato un anfratto ricavato dalle corsie del supermercato nel suo territorio di caccia all’arte. Aveva letto poesie accompagnato da Paolo Olivieri, una ragazza veneta aveva letto le sue, Dave Ravera aveva strimpellato uno dei suoi pezzi, io e Berta avevamo suonato una o due canzoni, non ricordo, e poi c’era il Cov che aveva allestito una piccola mostra dei suoi quadri. La cosa divertente è che il supermercato di cui sopra era il Grande Emilia e l’evento si chiamava Grande Emilia Ruvida, la prosecuzione invernale di Emilia Ruvida, che s’era svolta l’estate precedente e che Jean aveva deciso di bissare in una location del tutto imprevista e imprevedibile.


Immagine di repertorio: Emilia Ruvida

In questo mio tentativo di inquadrare la cosa c’è Jean, e c’è tutto. Bisogna infatti realizzare che il Grande Emilia è uno dei più grandi trionfi del consumismo, del capitalismo, della globalizzazione; ma prima ancora è il non plus ultra della standardizzazione, delle cose tutte uguali per persone tutte uguali. Immaginatevi dunque uno scapestrato vestito da punk, e vestito male, completamente destrutturato rispetto al contesto intorno che, tra una bottiglia di lambrusco e una birra da 66 (e mischiare non fa mai bene ma andarglielo a dire, a Jean, che farlo non era cosa buona giusta doverosa e salutare… ciao, ma ciao proprio…), legge poesie e guarda i suoi amici sbandati esibirsi in qualsiasi cosa siano lì intenti a fare. 
Nel più grande supermercato d’Emilia, del Nord Italia e quindi d’Europa, un punkettone modenese senza parte ma con tutta l’arte che poteva incarnare, aveva fatto irruzione con i suoi uomini per un’ora e mezza di fantasia, anarchia e libertà. Una sorta di deliberata giustizia poetica, senza bisogno di chieder permesso prima ma scusa dopo, eventualmente.

In quella piccola stanza, un’enclave di libertà in un mondo precostruito, c’era una persona ribalda completamente fuori luogo, armata solamente della sua immaginazione selvaggia, che non aveva dato alcuna regola o alcun filtro ai suoi compagni. 
Cose tutte diverse per persone tutte diverse: era a campo vinto.

Jean in quella foto non c’era, esattamente come non c’è stasera. Ma fondamentalmente in quella foto non eravamo noi ad esserci ma lui, esattamente come adesso non siamo noi ad esserci ma lui. Mi piace pensare che quella foto, quello slice of life che ho provato a raccontare, sia omaggio alle sue idee, alla sua allegria, ai suoi spiragli di libertà e ai suoi esperimenti artistici al limite di ogni buon senso.

È una foto splendida dall’inestimabile valore affettivo, umanamente irripetibile, un ricordo che come ogni cosa preziosa si conserverà senza venir alterata da niente. Come l’oro, che nonostante tutti i nonostante, non prende macchia.


Il matrimonio di Checco a Modena più che una giornata, una e vera e propria maratona. 

"Mi ricordavo di te coi capelli e... diverso."
"Più magro o più grasso?"
"Più magro... cioè... è che sai, a me quelli pelati sembrano più grassi, cioè... no... non so se è un complimento..."
Grande LorenSo.

Una delle ultime cene MEF

"E montagne fin quanto ne vuoi"

Quando Giovanni Lindo ne parlò alla presentazione di “Bella gente d’Appennino” io rimasi incantato.
Silvio D’Arzo, al secolo Ezio Comparoni (Reggio Emilia, 1920 - Reggio Emilia,1952), è un illustre sconosciuto scrittore di Reggio Emilia, nato in città da madre e padre cerretani, ossia dello stesso paese di Ferretti, Cerreto Alpi.
Silvio, nome che richiama il latino Silvus, bosco, immagine della patria di concezione. Arzo, sostantivazione del dialettale Arzan, Reggiano. E D’, una sorta di titolo nobiliare.

Ferretti fu chiaro e disse pressappoco che: ”Le parole non hanno padroni, nemmeno alcune delle mie.”
E quel che descrisse dopo fu più o meno la stessa scena di Jamal che riprende gli scritti di Forrester per trovare parole sue, storie sue. Ovvero Ferretti che racconta di come, affascinato dagli scritti di Arzo, avesse preso a leggerlo, a citarlo, a farlo proprio.
Dovevo per forza avere anche io CASA D’ALTRI, il suo libro (postumo) più importante.

L’ho pagato 13,50€ comprandolo su ebay e ritirandolo per contrassegno postale.
Ho aspettato due settimane prima che m’arrivasse: col cazzo che gli lascio un feedback positivo al venditore.
E' arrivato il postino mentre stavo mangiando e speravo che nessuno mi rompesse i coglioni, niente da fare.

L’ho letto in un’ora e un quarto, in pausa pranzo.
Non è molto lungo, anzi.

Eugenio Montale lo ha definito "un racconto perfetto".
Su come è impostata la trama, non credo ci sia niente da aggiungere oltre alla nota finale del recensore. "...fino a lasciare il lettore faccia a faccia con una verità da ascoltare con gli occhi girati dall'altra parte".



Fino ad oggi era Fenoglio il mio scrittore italiano preferito.
Oggi il suo trono ha scricchiolato.
E' come se D'Arzo fosse lì davanti e ti parlasse, e guai a perdere anche solo una singola parola. Devi stare attento, concentrato, non devi mollargli neanche un respiro. Non è solo la storia che ho dovuto rileggere perché nell'avidità della lettura avevo smarrito dei passaggi fondamentali, ma anche le descrizioni sono superiori alla norma.

Non vale arrivare primi e non dirlo a nessuno.

"C'è quassù una cert'ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia ,e poi viola, e poi blu: nel primo buio le donne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il gradino di casa, e i campanacci di bronzo arrivan chiari lì giù fino a borgo. Le capre s'affacciano agli usci con occhi che sembrano i nostri.
Allora mi vien sempre di più da pensare ch'è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa.
Credo di avere anche il biglietto.
Tutto questo è piuttosto monotono, no?"
(Casa d'Altri, Silvio D'Arzo, Edizioni Nuages)

"Dallo stagno mi voltai per guardare giù in basso. Sette case. Sette case addossate e nient'altro: più due strade di sassi, un cortile che chiamano piazza, e uno stagno e un canale, e montagne fin quanto ne vuoi.[...] -Ecco tutta Montelice- dissi. -Tutta quanta e nessuno lo sa-"
(Casa d'Altri, Silvio D'Arzo, Edizioni Nuages)

Nota a margine.
Montelice non esiste, è un nome di fantasia.
Silvio D'Arzo in realtà ha parlato di Cerreto Alpi.
Il problema è che a Cerreto Alpi non c'è mai stato, per lo meno non dopo essere messo al mondo, a Reggio Emilia città.
Fa strano, ma è così.
Era casa d'altri, non sua.
Era la vita di altri, non sua.
Ma le ha descritte e romanzate così bene che c'è voluto un altro cerretano, e che cerretano, per accorgersi della magia.

Visioni d'autunno

Premessa bibliografica.
Tutti gli estratti appartengono a "Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009.




Sono onesto.
All'inizio della lettura ero molto deluso. Non capivo dove volesse andare a parare. Poi ho voluto leggerlo tutto, e ho fatto bene.

C'è chi scrive e -capitolo dopo capitolo- è costantemente bravo, costantemente mediocre, costantemente scarso. C'è chi scrive (e si chiama Giovanni Lindo Ferretti) che è tratti è lezioso, pesante, noioso, brutto, diciamolo, brutto, ma in altri punti è LETTERALMENTE superbo.
Be’, io mi tengo la farina e la crusca la lascio ai detrattori.
Finché esprime idee riguardanti l’attualità, idee magari già sentite, pur non predicando niente di nuovo lo fa in maniera unica. Non esiste altro scrittore, cantante, artista in grado di coniugare i propri pensieri secondo la declinazione di Ferretti.
Quando invece parla dell'Appennino, possiamo toglierci il cappello e accorgerci (parlo per me, ma per me è davvero la prima volta) che è possibile -udite-udite!-, rappresentare in forma scrittoria (non solum sed etiam) l'Appennino in autunno. Personalmente non credevo fosse neppure verosimile avvicinarsi all'idea, sintetizzare con la penna ciò che gli occhi potevano solo trascendere e non certo comprendere. Figurarsi se uno dei sensi non nobili potesse essere in grado di descrivere ciò che uno dei cinque sensi naturali non era mai riuscito ad esaurire.

"Anno di disgrazia 1934. Tocca a Orazio piangere le sue lacrime [...] Se sai di libertà e sei libero quello che viene ti può anche andare male, ma vale. Se sai di libertà e sei in gabbia su cosa puoi contare? Sulla buona creanza del carceriere? La libertà vive in terra straniera e la mia patria è la mia galera. "
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009
)


"Per tutti brusca e striglia, criniere azzerate, taglio piatto della coda sopra il ginocchio. Occorre marcare il proprio lutto a sé e agli estranei e bisogna pur ricominciare facendo qualcosa."("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009) Madonna quanto è vero.

"La musica può legarsi al meglio dell'uomo, ma si adegua benissimo al peggio."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009)

"Comunque la si rigiri, e si può rigirare all'infinito, trattasi sempre di braghe o di gonne."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009
)


"...e ogni nuovo mondo comincia e finisce sempre in una fossa scavata lì per lì ad occultare un cadavere o in grandi fosse progettate ed eseguite scientificamente."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009)

"...sa che la verità è come l'ortica: chi la sfiora ne è punto, bisogna afferrarla saldamente e non temere il bruciore."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009)

E poi, il capitolo più bello " 'A' come Appennino, Alpe" che da solo vale il libro. E' stato difficilissimo scegliere quali estratti inserire perché ci sono intere pagine di pura poesia, davvero superba.

"[...] Nelle notti di sereno è tutto un reticolo di luci tra centri esplosi di bagliori come crateri in fiamme. Anche le montagne, nel buio che le avvolge, scoppiettano di luci ad esibire una presenza elettrica che maschera l'evidente: ci sono più lampioni che gente."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009)

Terra di passaggio, ora. Un pugno di monti tra il piano padano e il golfo di La Spezia; un leggero fastidio da autostrada...
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009)

"Il tempo che corre, il tempo moderno, corre sul piano, scivola in basso. Ci attraversa veloce, rettifica le strade, scava le gallerie, allinea i ponti e due volte l'anno, come piena di fiume, ci sommerge nel tempo del riposo, dell'ozio, delle feste. Fulmineo nel solstizio d'inverno insegue la neve sulle piste ma tracima, s'allarga e tutto copre in solleone: le vacanze, le ferie, la gioia che s'annoia di chi torna."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009
)


"E' con la notte di San Giovanni che la bella stagione esplode in lunghe giornate calde e notti carezzevoli. I falò che l'illuminavano non facevano altro che sottolinearlo, invocarlo, renderlo esplicito."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009
)


"...quella che era considerata la cattiva stagione è diventata buona, anzi perfetta. Si preannuncia, minacciosa, coi primi temporali di fine agosto favorendo l'esodo e fiorisce sfarzosa nei colori d'autunno. L'aria limpida, tersa, acuisce le tonalità cromatiche sulla terra e accentua le profondità del cielo. Quando la prima neve imbianca le cime, la brina, di mattino, fa luccicare un paesaggio austero e sfavillante. La terra in forma di tappeto aureo bronzo, scricchiolante di foglie, le bacche come gemme in un sottobosco esposto spoglio allo sguardo. Un emozione estetica che sopravanza ogni ricerca artistica."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009) (Vedi sopra)

"Volevamo le strade per essere in contatto, ci hanno risucchiato in basso e le strade poi non bastano mai. Volevamo le comodità, ci siamo accomodati ovunque purché fosse altrove."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009
)


"…sullo sfondo il casello di Calatrava, iconografia pop di un’agonia politica. […] la stella, residuo ingombrante di anni di piombo, è stata ceduta, un po’ di soppiatto, da cattolici adulti e atei romantici alla mezzaluna: moschee come laici presidi sul piano padano che fa del maiale un suo vanto. Ben mesto tramonto per la città la più filosovietica dell’Impero Western."
("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009
)


"Il peso delle parole, la non scontatezza del linguaggio comune cui viene dato un nuovo ma allo stesso tempo più che naturale significato. Tutto diventa poesia. Parliamone bene, parlatene male: Giovanni Lindo Ferretti, Bella gente d’Appennino. Sono circa una quindicina di citazioni e il libro costa 17 €. Ditemi voi se ciascuna di queste vale poco più di un euro."

"Giorni di sole bianco blu in taglio netto
pungono gli occhi
per lucida purezza
Giorni che non servono parole
Il fiato si condensa in sbuffi di vapore." ("Bella gente d'Appennino", Giovanni Lindo Ferretti, Edizioni Mondadori, 2009)

Emilia Ruvida: tanta roba.



EMILIA RUVIDA
ha tantissimi significati: alcuni personali, emotivi; altri invece di più ampio respiro.
Ha significato per me un ritorno sul palco con una veste che mai mi sarei aspettato di indossare ma cui da sempre avevo ambito. Ha significato vivere emozioni fortissime davanti alle persone che da sempre mi sono vicine, a fianco di quelle con cui ho più affinità “artistiche”, insieme a quelle che conosco da poco ma con cui ho raggiunto da subito un grado di intesa straordinario, ed infine senza alcune di quelle che -se non altro per debito di crescita comune, di affetto e di rammarico- sono state cruciali nel condurmi dove sono ora.
Ma del resto ogni cosa ha il suo tempo e quasi mai è sbagliato, semplicemente è il tempo che doveva essere.

EMILIA RUVIDA è stato Il logico coronamento del week end più intenso del mio 2009.

EMILIA RUVIDA è stato qualcosa di nuovo che occorreva avere il coraggio e la sconsideratezza di osare perché manifestazione sincera della genuinità e della forza di persone fuori dagli schemi. Un animo profondamente emiliano, un animo contraddittorio per sua stessa natura, capace di alternare all’entusiasmo il dolore, alla poesia la volgarità, alla spensieratezza la riflessione. Ruvidità: è questa la parola, e Jean è stato bravo nell’individuarvi tutti quei significati che io sto provando a trasmettervi e che lui, meglio di me, ha sintetizzato nell’introduzione alla serata.

EMILIA RUVIDA rappresenta qualcosa che “sta passando”.
Sarò romantico, vedrò disegni dove non ci sono, ma dico una cosa e la dico fuori da quelli che dovrebbero essere gli standard di una recensione fatta ad arte. In EMILIA RUVIDA, sia sul palco che fuori, ho visto il MEF e gli spiriti ad esso vicini, ho visto l’ORDINE DEI CAVALIERI NERI, ho visto uno degli indiscussi maestri/factotum della musica maranellese ed infine, ed è con grande piacere che lo dico, ho visto i rappresentanti di due diverse generazioni di musicisti del Frignano.
Sì, d’accordo, siamo tutti amici e siamo tutti amici di amici.
Ma è solo questo? Non credo.
Le persone che si devono incontrare prima o poi si incontrano e quando questo avviene si cambia passo ed è tutto un altro andare.

  • Il primo ringraziamento va al Moro, il braccio organizzativo dell’evento.
  • Il plauso più grande è per Jean, a mio parere e senza nulla togliere a nessun altro, l’artista dal maggiore talento e nonostante questo una persona dalla splendida umiltà. Incredibile il modo in cui ha coordinato il caos: in maniera totalmente libertaria ma con maestria. Non mi so spiegare come abbia fatto.
  • Lo stupore è per Pol: completamente out of border.
  • Riconosco poi una sempre più forte ammirazione per Gavioli, il Noto Scrittore Emiliano. Più di una persona, a fine serata, mi ha detto:”Avevi ragione, Gavioli legge veramente bene”. Gavioli non legge bene, Gavioli quando legge ti spacca la testa e ti fa entrare nel suo mondo. Quando ne esci, che ti sia piaciuto oppure no, non sei più lo stesso di prima.
  • La naturale stima è accreditata a “Lo Scemo”, Berta: la mia chitarra disturbata prediletta. Con Bebe puoi solo urlare dei "Festa a bestia!" ma non puoi farci un discorso serio neanche a pago. Eppure come capisce lui quel che io vorrei che le note trasmettessero non lo capisce nessun altro.
  • La piacevole incomprensione, e lui sa perché, la giro a Dave Ravera e alla sua semiacustica.
Last but not least:
  • Fonzo perché c’è sempre e dove lo metti sta.
  • Santu perché anche lui è EMILIA RUVIDA, cazzo se lo è, e io lo adoro. E il prossimo anno sale sul palco, a pieno merito e pieno diritto di ruvidezza.
  • La Linda, non solo per la disponibilità tecnico-fonica, ma anche e soprattutto per l’amicizia e la stima accordateci. Un conto è sentirsi dire “Bravi!” da Peggy della Baracchina (con tutto il rispetto per Peggy e per la Baracchina, si badi!), altra cosa è sapere di avere emozionato chi l’11 Luglio ha emozionato tutti quanti.
  • Aristide perché al mixer e alla “presenza”, se avessi potuto scegliere io, avrei scelto lui.
  • Vantin (Santo Subito) per la splendida grafica della locandina.
  • Dom per il pranzo ruvido che mi ha allietato la domenica.
Ringrazio tutti quelli che non ho citato per essere intervenuti, davvero.

Un’amica mi ha detto che ad una certa età diventiamo tutti grandi, che ci è concesso sognare solamente dalle sei di sera in poi. E’ così. L’importante è continuare a mettere in cantiere sogni come quello che abbiamo appena realizzato.
EMILIA RUVIDA: tanta roba.


“Un ricordo dell’EmiGLIa, dell’ItaGLIa, da portare, signori, nella vostra patria: in Inghilterra, in FranCia, in GiaPone, dove volete! Signori, BUONASERA!!!”
(Noia, live in Baveno 1989, CCCP)


E vent'anni dopo...



“E che dai graffi che avete sulla pelle vi entri un po' del nostro sangue: EMILIA RUVIDA!!!”
(Introduzione, live sull'Estense 2009, Jean)


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