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Cose brense

Chi mi segue sempre (anche se perdo sempre) sa che per me il titolo di un post è una questione di capitale importanza, quasi maggiore di quello che potrà essere l’articolo in sé o la qualità degli argomenti toccati.
Un po’ per non dimenticarli e un po’ per spiegare la scelta di questo, ossia il terzo titolo di tre, vale la pena soffermarsi su quelli scartati, cioè:”Una settimana brensa” e “Un tempo brenso”. Il primo dei due era stato preso in considerazione perché ciò di cui andrò a parlare si riferisce ai fatti riconducibili ad una sola settimana, mentre il secondo era stato valutato perché evitava di identificare un preciso arco temporale, lasciando al lettore un’idea più vaga, più dilatata ma comunque evocativa. Minimo comune denominatore tra tutti era ed è però l’aggettivo, cioè “brenso”, parola tutta emiliana, ahimè forse più bolognese che modenese, la cui etimologia credo derivi dall’azzeccata contrazione di "breve" ed "intenso", qualcosa che indica un vissuto ricco e pieno di significati raccolti in un fazzoletto di momenti.
Alla fine però ho preferito puntare su un titolo più semplice, senza articoli e senza specifiche, una roba che fa il verso a “Stranger Things”, lascia nell’indeterminatezza più assoluta e contiene l’unico termine imprescindibile di tutta la faccenda:”Brenso”,appunto.

Valigie intelligenti


Preludio - Celebrare l’Estate

Sono cresciuto nella tipica famiglia emiliana che, tra gli anni ’60 e i ’90, aspettava l’Estate per scappare due settimane in Romagna.
Sono andato coi miei in Riviera fin verso i quindici anni, non di più: dopo scelsi, e mai scelta fu più azzardata, il gentil sesso.
Quand’ero poco più di un lattante era d’obbligo Riccione, una volta ricordo di una fuga a Senigallia e, infine, ho memoria di almeno cinque anni passati a Rivazzura, una frazioncina di Rimini.  
Come da brava famiglia Brambilla in vacanza, rispettavano ogni parte del copione: gli orari della colazione, la scelta del menu giornaliero prima di andare in spiaggia, l’aperitivo nella sala grande dell’albergo, il pranzo delle 12.30, l’aperitivo nella terrazza illuminata a festa, la cena alle 19.00, la partita a carte nei tavoli in cortile, la passeggiata sul lungomare e/o tra i corsi del paese.
Era un ineccepibile rituale dal quale sembrava quasi proibito discostarsi.
Tiriamo fiato.

Intorno ai tredici/quattordici anni cominciai a sentirmi abbastanza chiuso da questo schema ripetitivo e capitava che finissi di mangiare velocissimamente per poi smarrirmi negli spazi incustoditi dell’albergo. Salivo e scendevo ogni piano, cercavo le differenze tra l’uno e l’altro, entravo nelle stanze lasciate aperte, dentro gli sgabuzzini, snasuplavo nelle lavanderie, mi spingevo nei seminterrati facendo finta di aver sbagliato a premere il pulsante dell’ascensore, passeggiavo sui balconi vuoti, e leggevo i depliant turistici affastellati nei raccoglitori della hall. 
Tiriamo fiato un'altra volta.

Una sera sono riuscito ad accedere in una piccola saletta che trovavo sempre serrata. Vedendo la porta socchiusa non avevo resistito e avevo scoperto trattarsi del camerino dei camerieri, che erano quasi tutti studenti mandati dalle rispettive scuole alberghiere a lavorare lì durante la stagione estiva. Appoggiate sulle sedie le borse delle ragazze, buttati per terra gli zaini e i caschi dei ragazzi; tutti, sia uomini che donne, poco più grandi di me quanto bastava perché tra la loro vita e la mia fossero già stati scavati vari abissi di esistenza.
C’era un gran confusione, quella creata da chi è arrivato in ritardo al lavoro e non ha avuto tempo di fare ordine tra le proprie cose, mollandole alla va là che va bene e gettando tutto alla rinfusa per terra. Da una delle borse sbucava una fotografia, una specie di selfie ante-litteram, in cui erano ritratti alcuni di quei camerieri: se l’erano auto-scattata (chissà come, poi?) sulla terrazza dell’albergo, ridevano e facevano facce buffe mentre fuori stava calando la sera. 

Le foto di una volta avevano un’insolita particolarità, ovvero su un piccolo triangolino nel vertice basso di destra era riportato l’anno di stampa. Direi fosse il 1995. Dietro, scritto a penna, “21 Giugno, Hotel Nelson, Rivazzurra”.
Non so perché ma questa scena di me e del mio incanto davanti a quella foto, mi è sempre rimasta in testa, è la prima cosa cui penso ogni volta che mi fermo in un hotel della Riviera. 
Era un’immagine bellissima, aveva veramente tutti i più nobili requisiti del selfie: la giovane e raggiante compagnia, i sorrisi e gli abbracci, lo sguardo d’intesa di una possibile coppia del gruppo, il momento rubato alla più bella delle ragazze che andava di fretta e doveva ancora prepararsi per l’appuntamento delle dieci. Soprattutto, però, la non trascurabile aggiunta di non risultare superficiale o artefatta come alcune fotografie pubblicate oggigiorno su facebook.
Quel momento riusciva a trasmettere un fortissimo senso di felicità, pieno di purezza, e, sebbene non riesca davvero a trovare un termine migliore per esprimermi, spero di aver reso l’idea perché è una vita e mezzo che voglio metterlo nero su bianco: comunicava qualcosa anche a me che di quelle ragazze e di quei ragazzi non sapevo niente, e di cui a malapena associavo il volto ad un nome. Oggi si direbbe:”Thank you for sharing” ma in quel tempo non solo non aveva senso un ringraziamento del genere ma chi aveva scattato la fotografia nemmeno pensava che un bamboz ci si imbattesse in un'occasione X di una serata X e ne mantenesse vivida la memoria.
Quel che però più mi colpiva era la luce dell’immagine, un lunghissimo chiaroscuro azzurro-tenebra che delicatamente sfumava in ambra, quello tipico del far-della-sera estivo, che sembra non finire mai e che fa completamente dimenticare quanto tempo sia passato dal buio dell’ultimo inverno e quanto manchi prima del prossimo. 
Potevano essere le dieci meno venti e ci si vedeva ancora: una sorta di piccola aurora boreale al contrario.

Celebrare l’Estate, ecco, quella fotografia era un modo stupendo per celebrare l’Estate. Niente canzoni o rime facili, nessun tormentone alla radio e nessuna moda del cazzo; per me l’Estate era ed è proprio questo: un’immagine da tutti i giorni ma resa speciale perché immortalata in uno diverso dagli altri, forse in quello più bello di tutti, il turning point dell’anno, che segna un prima e un dopo. Un’immagine brensa, ricolma di vita seppur sigillata in un istante, solo in apparenza insignificante.

Su indicazione del Bret, un pezzo bomba

Sebbene siano passati moltissimi anni da quella sera e la Riviera sia diventata per me molte altre cose, il ricordo della fotografia dei camerieri mi ha sempre accompagnato con il suo valore più grande, quello dei giorni che non finiscono, che contengono spazio e tempo per vivere quanto più possibile, immagazzinare ricordi e salvare frammenti di spensieratezza cui appigliarsi quando tutto fuori sembra dire male o remarci contro. Per ogni Estate che ho trascorso da allora, quell’attimo di contentezza era l’obiettivo da raggiungere, l’ottimo da ottenere. Per cui non mi sono mai permesso di perdere nemmeno un minuto del mio tempo libero estivo, mi son sempre ripromesso di godere di ogni secondo di luce, di far durare Maggio, Giugno, Luglio, Agosto e, perché no, Settembre, più che potessi.

C’è sempre modo di migliorarsi e, come era solito dire il Drake, la vittoria più bella è la prossima, ma nella “settimana brensa” che avrebbe potuto dare il nome all’articolo, sono andato molto vicino a quella sensazione di felicità che ho provato ad anticipare con questo preambolo e che cercherò di spiegare nelle righe successive. E, si badi, a voler fare i pignoli tutto questo è avvenuto in Primavera perché, tecnicamente, il solstizio d’Estate cade il 21 di Giugno, come era riportato sulla fotografia, mentre ciò che segue è avvenuto prima. 
I don’t mind, esigenze narrative e/o licenze poetiche: transeat.


Sabato 10/06/2017, Villa Boschetti – San Cesario.

Matrimoni Emiliani: I love'em

Ogni matrimonio ha il suo perché e a volte qualche perché no. Fortunatamente sono pochi quelli in cui ho sperato venisse presto l’ora di evacuare la zona, della maggior parte conservo meravigliose seppur labili (e i contorni poco definiti sono un omaggio dell’alcol) memorie. Ce ne sono alcuni però che possiedono un peso specifico inestimabile, ossia quelli dei migliori amici, di quelli più cari o dei compagni di classe. 
È come se fosse una Festa di Compleanno 2.0, s’avesse l’autorizzazione di dire fare baciare lettera testamento, e venissero previsti condoni e indulgenze plenarie per sguardi equivoci, parole storte o brindisi che hanno insanguinato di vino camicie appena uscite dalla sartoria.
Quando poi si ha l’onere e l’onore d’essere testimoni (ed io, non lo dico per vanagloria ma per sincera contentezza, lo sono stato per tre volte) si vive uno particolare stato di grazia che amplifica e giustifica un maggiore grado di gioia ed entusiasmo. Che poi per il prossimo questo si traduca nel rendersi pesanti e insostenibili, amen, dettagli.

Esistono vari tipi di amicizia.
Si può essere amici di infanzia o esserlo diventati perché della stessa compagnia. A volte il legame deriva dalla pratica comune di una disciplina sportiva o dall’avere costantemente a che fare sul posto di lavoro. Se si è particolarmente fortunati si creano amicizie anche dopo i venti anni, quando percorsi laterali si incrociano all’improvviso, facendo uscire allo scoperto persone che, pur non sapendolo, aspettavano solo di conoscersi. Esiste però un tipo di amicizia che trascende tutte queste ed è quella che nasce e cresce sui banchi di scuola, in cui l’appartenenza a un non-senso comune si trasforma in un sentimento di cameratismo non diversamente replicabile, e questo perché si impara a condividere gioie e dolori dei compagni, si fanno propri gli obiettivi raggiunti e gli insuccessi altrui, le grandi perdite e le piccole conquiste di qualcun'altro diventano le tue.

Ciò che viene generato da sensazioni di questa natura è l’annullamento di qualsiasi distanza di spazio o tempo. 
Oltre la Maturità ci si può perdere di vista per mesi, a volte anni, trasferirsi in un altro paese, cambiare giro. Eppure ritrovarsi, anche se di tanto in tanto, abbatte ogni barriera perché il “trascorso insieme” è qualcosa di visceralmente attecchito dentro e, come scriveva Tolkien:”Le radici profonde non gelano”. E allora rivedersi, seppur una volta a stagione, è come se ci si fosse salutati il giorno prima, è come se nessuno si stupisse se, passato molto tempo, lo sbronzone di turno fosse rimasto tale, l’attaccabriga di livello mondiale non fosse cambiato di una virgola, il tombeur de femmes si fosse solamente adattato ai mezzi di comunicazione moderni e l’intellettuale del gruppo continuasse a squadrare gli altri con un misto di “che bello ma che bello” e “ma chi me lo fa fare di vedervi fare ancora schifo dopo tanti anni?”

Giuro che avrei voluto scegliere una foto insieme ma "Oscar Giannino strikes again" ha vinto.

Detto ciò, anche per smorzare l’eccessivo grado di stucchevolezza che potrei raggiungere se continuassi, a referto vorrei appuntare alcune cose brense che vale la pena menzionare per non correre il rischio che vadano perse tra i meandri delle chat di whatsapp.
Checco che manda affanculo fotografi e fotografati. Il Grego di Dufo. Essere a tavola con i genitori della sposa e sperare che non abbiano sentito nulla dei nostri discorsi. Goppy che parla di Feng Shui quando è quello che tiene le birre da 33 nel cassetto basso del frigo dove solitamente la gente normale mette le verdure. Io nella parte di Oscar Giannino II – Il Ritorno. Checco che intona Voodoo People. Aver costretto il DJ a mettere Wonderwall e averglielo ricordato vergandolo sul tavolo. Gente che perde i sensi o a cui escono i gomiti. Noi che cerchiamo di convincere la sposa che un matrimonio senza l’arrivo dell’ambulanza non può dirsi veramente riuscito. Checco che si sveglia a casa di Goppy chiedendomi che ore sono perché forse è meglio se chiama a casa.


Vabbè, la metto lo stesso, e ciao che t'amavo.


Flash Forward

Svegliarsi su un divano altrui in un paese diverso dal proprio solitamente presenta più contro che pro, elenca più contrari che sinonimi di benessere, ma ha anche tanti “perché sì” riguardo cui è spesso bene non indagare. Alle sette e mezza di domenica mattina il caldo e la luce che spuntano dal balcone di casa di Goppy mi destano dal torpore alcolico e l’autobahn per il mare mi attende. Ho un hangover fotonico ma a Cattolega sono di istanza donna Ilenia, la piccola Benedetta e mia madre, ed io avverto il bisogno fisico e mentale di ricongiungermi a loro perché, come canta Divi:”Che bello che era avervi attorno, come aver trovato un posto al mondo dove alla fine fare ritorno”
Saluto l’ospitale ex-rappresentante di classe a cui rifiuto l'offerta di un caffè, mossa della quale mi pentirò amaramente, e mi dirigo verso la nuova e sperduta entrata di Valsamoggia.

E aver paura che cominci il giorno e che la luce ti cancelli il sogno

Percorrere l’autostrada può sembrare un “atto mancato”, Freud lo avrebbe definito così o in maniera simile. Forse è più un piacevole sovrappensiero o il trasformare qualcosa dal passato ombroso in un momento felice. L’A14 è spesso stata, per me, una strada di sacrificio (si legga qui) e perché un giusto revisionismo storico mi permettesse di rivalutarla sono passati anni. Quel che mi è rimasto si rimaterializza nella mia mente mentre guido, ancora una volta, da solo e non accompagnato, immerso nei miei pensieri e nei nefasti ricordi di tempi che furono. Eppure, nonostante sia dritta, noiosa, per nulla interessante e monotona, non riesco a non farmela piacere. Da che sono bambino sarò entrato in ogni autogrill, mi sarò fermato a pisciare in quasi tutte le piazzole di sosta, sarò uscito ad ogni casello tranne da quello di Castel San Pietro Terme che, ogni volta, mi chiedo che paese possa essere, specie questi giorni in cui una mia amica di facebook si è geolocalizzata proprio da quelle parti.

Imbocco lo svincolo di Cattolica, l’ultimo nonché il più a Sud dell’Emilia-Romagna. 
La Riviera è sempre, come per magia, uguale a sé stessa. I bagni, la bomba, le granite alla menta, i tedeschi con le calze e le infradito, le stazioni dei treni, i viali alberati, gli anziani di adesso vestiti come gli anziani di trent’anni fa, le generazioni che si ripetono nello stesso identico modo, le edizioni cittadine de “Il Resto del Carlino”, gli edicolanti che rispondono in crucco anche a te che sei italiano, i risciò, i fotografi sul bagnasciuga, i ristoranti di pesce ogni tre metri, il profumo di cappuccio e cornetti che di mattina pervade i corsi interni, l’odore della salsedine, il bar sul pontile dove vorrò passare i miei ultimi giorni scrivendo le mie memorie. Le uniche cose che sono cambiate sono la gestione dei negozi di paccottiglie, ora in mano al racket di indiani e pakistani, e la mia tardiva scoperta della piadina con la porchetta. Mancano le cartoline, quelle delle donne con le chiappe sabbiose al vento o dei pedalò innevati sulle sabbie invernali, deserte e malinconiche. Come ho già avuto modo di ribadire in altre sedi, a volte sembra tutto troppo, nel senso che c’è il rischio di farsi incantare da tanta inezia e accondiscendenza. Di contro però l’essere serviti e riveriti ad ogni angolo, o il sentirsi coccolati e al centro dell’attenzione, mette di buon umore, fa scordare le beghe del lavoro e accantona i cattivi pensieri. Un atto mancato muta, in un attimo, in una linea di rottura: venire in Romagna cambia radicalmente l’approccio alla vita generando un atteggiamento nuovo e più polleg.


La luce che rimbalza sull’acqua della piscina del bagno "I Delfini" sembra incandescente, irradia riflessi ovunque, un brillante arcobaleno blu. Da mezzo montanaro ma soprattutto da homo sapiens varietà cittadinus faccio fatica ad acclimatarmi ed entrare in vasca adattandomi al nuovo elemento, specie perché ho ancora addosso una botta memorabile per cui ogni dettaglio mi risulta tutto troppo chiaro, colorato e accecante, e anche portare gli occhiali da sole “da vecchio” (così disse Santu a Trento) aiuta ma è sempre un circa-quasi. 
Domenica e Lunedì volano via, è un costante susseguirsi di “Pictures of You” dove il “You” è la piccola che s’azzarda a camminare sulla riva con mia mamma che le stringe le manine mentre lei sorride, gattona intorno agli ombrelloni volando sulla sabbia ogni tre per due, lancia i giocattoli fuori dal gonfiabile (ed è la prima volta che, cucendo gli scontrini sui miei taccuini ne trovo uno con la dicitura “giocattoli”, che stona e fa specie rispetto a tutti gli altri, che sono a saldo di birre comprate a “Tutto a 1 €uro”, piadine, cocktail), caga nel gonfiabile, sguazza in piscina. 
Momenti non barattabili che riconciliano col clima infame in cui si è costretti a vivere quotidianamente, che smorzano le cose brense di tutti i giorni lavorativi, un impegno enorme ma leggero che dà implicitamente risposta ad ogni domanda di merda che mi tiene sveglio la notte. 


Ha senso inacidirsi lo stomaco davanti a mail urgenti, richieste brucianti, obblighi necessari solamente se il feedback non viene da quel mondo ma da un altro, questo, perché sono gli unici momenti in cui sembra di vivere altrove e in nessun posto e, nonostante sia reale per troppo poco, è il migliore tra tutti i possibili places & times to be.


Rivoluzione Industriale 3.0

La sola nota positiva del tornare a casa dal mare è fare tappa in autogrill. 
La classica rustichella strinata fuori e cruda dentro è un sacrale musthave di una cena lungo la strada. Anche perché poi, a tarda sera, quando a banco non c’è più anima viva, anche i commessi paiono più felici nel servirti un caffè americano che neanche in Twin Peaks. Insomma, pure non-luoghi (o luoghi-altri) come questi, dove “brenso” è la parola d’ordine si scoprono calorosi e confortevoli: non dico che vorrei passare qui i miei venerdì sera più ribaldi ma dico che per un non-tempo, ricavato tra un’entrata e un’uscita autostradale , possa essere il posto giusto dove trovarsi certe sere.

Avete presente quei pezzi che ascolto diecimila volte e non mi annoiano mai?

Se sono ben disposto a rincasare di lunedì sera, consapevole che l’indomani mi aspetta un tremendo rientro al lavoro dopo un week end di matrimonio + fuga al mare, è anche perché le condizioni di ingaggio autostradali ma soprattutto la colonna sonora sono adeguate e rendono il ritorno alla quotidianità meno complicato. Non lo decomprimono né lo possono depurare da ogni futura ed eventuale controindicazione ma di sicuro gli conferiscono un sapore più accettabile, un retrogusto agrodolce: ho mandato giù di peggio facendo finta d’essere pure contento.

Cose buffe che si trovano nei bagni degli autogrill

E va bene così perché tante volte mi ritrovo a pensare alla nostra epoca come fosse una sorta di nuova rivoluzione, dove la pesantezza non è dei materiali o delle idee, e va oltre il concetto di “Produci Consuma Crepa”; è piuttosto una gravità mentale che ci attanaglia costantemente: sono gli ASAP, i FIY, i “Priorità Urgente”, i “Magari in giornata”, le "Conference Calls" in pausa pranzo per guadagnare tempo. Tutte cose che, nemmeno troppo alla lunga, mandano in pappa il cervello perché siam diventati sincopi delle nostre stesse macchine, siam costretti a lavorare in multitasking senza esserne in grado, dobbiamo accettare ogni scambio senza poterci più lamentare, creare prassi nuove ogni volta, appellandoci in ultima istanza ad un senso del dovere che ha perso il suo più puro significato molto prima della crisi di qualche anno fa.
Come cantava Lorenzo quando non aveva ancora le tafche piene di faffi:”Le regole non esistono, esistono solo le eccezioni”.

Il ragazzo non ne sbaglia una

Ci sono giornate in cui vorrei uscire dall’ufficio, volare a casa e bere quanto basta per ubriacarmi e dormire da signore, sperando di sognare tutta la notte. Non succede quasi mai ma con le ragazze al mare posso concedermi uno strappo alla regola e addormentarmi sul divano dopo aver bevuto due birre in piena modalità Homer Simpson.
Capita raramente di ricordarsi i propri sogni, per non dire che non capita mai. Ebbene i sogni della notte sono addirittura due e li rammento perfettamente entrambi. Se il primo è qualcosa di orribile e, proprio in virtù di questo, indimenticabile, per il secondo occorre aprire un tra-parentesi.


Su imbeccata del Bret, mi sono infatuato di una di quelle cose che possono piacere solo a me e a chi ha la mente malata come la mia: “The Man in the High Castle”. Basata sulle righe de “La svastica sul sole”, romanzo di Philiph K. Dick, l’ucronia all’origine di questa serie è che non siano stati gli Alleati a vincere la Seconda Guerra Mondiale, bensì le potenze dell’Asse. Al di là della trama o dell’indiscutibile fascino Nazi, è intrigante la rivisitazione di una Storia completamente diversa ma, per tanti tratti, uguale a quella che conosciamo noi. Non è tanto lo stupirsi del “Come sarebbe andata se…” quanto il rendersi conto che, pur dandole per scontate quasi fossero un male necessario dell’indotto democratico, la nostra civiltà occidentale abbia sopportato brutture e storture cui non si è dato alcun peso o cui nemmeno si pensa più. 
Avrei divorato anche la seconda stagione ma purtroppo non ho avuto tempo e sto centellinando la visione delle ultime puntate, godendomele più che posso e nell’attesa che Amazon Prime confermi (quasi certo) la terza temporada.

I sogni hanno inneschi oscuri ed enigmatici, combinano tra loro fattori che, solo formalmente, potrebbero risultare ininfluenti o di poco conto. 
E dunque succede che a cena si parli del funerale di una persona, si arrivi a fare un discorso più ampio sulle epigrafi e sul significato che possono avere, circa l’importanza di diffondere notizie tristi ma con cui intercettare l’interesse di più gente possibile, far così sì che anche un necrologio possa tradursi in affetto e compassione. Può anche capitare, e lo stalking su facebook se applicato in dosi minime ne è prova, che ogni tanto si cerchi un contatto denotificato da tempo, giusto per vedere se è ancora al mondo e come se la passa. Infine, se a questo aggiungiamo la sbandata presa per l’uomo nell’alto castello, allora il pranzo o, meglio, il sogno è servito: cotto e mangiato.

Ebbene, l’incipit era in medias res: evidentemente, ad un bivio della mia esistenza, nella dimensione onirica avevo preso una strada diversa da quella battuta nella realtà del mio nowadays. Nel nuovo slice of life vedevo me stesso in una vita completamente differente dall’attuale, circondato da persone conosciute ma inconsuete, discutendo con esse di quello che era e di quello che sarebbe stato: un concentrato di serene e tranquille distopie. Pioveva intensamente, non a dirotto ma con insistenza, tra luci soffuse grigie e bluastre, che se fosse stata l’ambientazione di un film sarebbe stata quella di Blade Runner. Mi son svegliato a malincuore perché, complici le birre bevute prima di addormentarmi, il bisogno di andare in bagno era diventato impellente e forse tutta l’acqua presa in sogno era uno spiccato richiamo a Inception. Sebbene non potessi affermare di essere in sogno più o meno felice di quanto non lo fossi e non lo sia nella realtà di tutti i giorni, mi sono rimaste appiccicate addosso sensazioni di grande dolcezza ed emozioni lenitive. Era come in “The Man in the High Castle”, dove è concessa ad alcuni personaggi la gravosa possibilità -SPOILER ALERT- di scappare dal mondo in cui vivono e dischiudere, per sempre o anche solo per un momento, universi paralleli.
Non vivendo nella New York del Greater Nazi Reich o nella San Francisco dei Pacific States, io questa opzione non ce l’ho, tuttavia il sogno è stato un seducente intermezzo, è stata una serie di cose brense, che, anche solo in parte e per pochissimo tempo, mi hanno riappacificato con il mondo di merda che mi tocca affrontare dalle sette e mezza di mattina alle sei e mezza di sera, tutti i giorni feriali.
O forse, più verosimilmente, il cambio di prospettiva sognato era dovuto allo scherzo di qualche bontempone che mi aveva sciolto dell’LSD nelle Moretti.

Un attimo che calo la briscola e spacco il tavolo.


La felicità è senza limite, viene e va

Son tornato a lavorare il martedì, il mercoledì e il giovedì e, se dovessi definirli, li direi "sturmunddranghiani". Dopodiché mi sono bellamente disintegrato i coglioni dell'aver a che fare con una pletora di casi umani che la metà bastava, che mi son giocato un altro giorno di ferie per raggiungere nuovamente le mie donne al mare.
Partito alla bersagliera quando il tramonto faceva capolino, con addosso tutte le nevriti della settimana corta, son riuscito ad estinguerle nei pressi di Forlì quando, pescando dal mazzo dei cd di donna Ilenia, ho messo su T.R.E e me lo sono ascoltato in rigoroso silenzio fino a Cattolica. Fondamentalmente è stato come richiamare alla mente una liturgia assopita ma mai dimenticata.
Gobi e Bolormaa, forse più la prima della seconda, sono state l'epifania in musica del mio stato d'animo. Il frastuono confuso delle chitarre che lascia campo ad un mantra, gli armonici e le parole semplici quanto struggenti: un traboccamento di gioia e dolore, la consapevolezza che non esistono equilibri ma solo equilibristi della vita.

Anche se solo per una sera e per il venerdì successivo, il tempo trascorso in spiaggia è stato, ancora una volta, catartico. Giovanni Lindo in una delle due canzoni sopraccitate cantava che "Densamente spopolata è la felicità" ed è assolutamente vero. Tuttavia certi momenti bisogna conquistarseli e beneficiarne quanto più possibile, che tanto o si è in credito col Dio o col Karma e prima o poi uno dei due presenterà fattura. E allora mi si scioglie il cuore nell'accompagnare, insieme a donna Ilenia, i primi passi della bimba sul bagnasciuga mentre tutta la gente si ferma a guardarci, ogni brutto pensiero è spazzato via nel vederla sgambettare in piscina e sentirci chiedere a quanti mesi l'abbiamo portare a fare acquaticità e a farle avere familiarità con l'elemento.
Mi rendo conto di due cose.
La prima è la fortuna del trovarsi nel miglior percorso in cui Dio, o il Karma, ci abbiano instradato. Domani sarà un altro giorno, ma intanto festeggiamo il festeggiabile che per spiegarci sconfitte o battute d'arresto abbiamo tutto il tempo di questo mondo. Spieghiamo solo le braccia alla creatura.
La seconda è che la vedo già a quindici anni, quando io sarò la persona più imbarazzante ed impresentabile della sua vita, e non solo perché conto di bere molto più di adesso ed innervosirmi per molte più cose, ma anche per tutta una serie di dettagli che sono lapalissiani senza bisogno di entrare nel merito. Dunque, per quanto suoni stucchevole, per quanto potrei vergognarmi, anche solo tra dieci minuti da adesso, di aver pensato e scritto queste cose... tenermela vicino, sentire la carne che cresce, quella felicità di cui parlano i C.S.I., qualche abitante, seppur per poco, lo conta.

Punto primo chiudiamo un cerchio.
Punto secondo quando ce vo', ce vo', fosse solo per un attimo



Intervallo di folklore contadino.
La mattina mi son svegliato prestissimo e sono andato a correre. Sono arrivato fino all'hotel in cui siam stati l'anno scorso a Gabicce. Sebbene credessi fosse in un altro emisfero, distava tre chilometri e mezzo dal nostro residence a Cattolica. Fa ridere perché in macchina ci vorrebbero venti minuti e comunque si passa da una regione ad un'altra.
Promemoria da calendario di Frate Indovino.
Mentre correvo mi son fermato a vedere e visitare tutte le chiese incontrate lungo la via, compresa quella in cu iero stato a Messa la scorsa estate. Fa specie rivedere un luogo di culto dopo tanto tempo, fa piacere tornarci, è confortante sapere che certe preghiere non sono rimaste inesaudite. Il notabene è che quando al mare indicano gli orari "estivi" delle celebrazioni, intendono dal primo di Giugno all'ultimo di Settembre, in pratica la stagione turistica, quella dei bagni. Ci sta, le giornate iniziano in oratorio e finiscono in osteria: makes sense.


Outro



La settimana brensa, calendarizzata da sabato a sabato, si è conclusa con il matrimonio di una cara amica di donna Ilenia, in una magnifica location sulle colline di Pavullo. Ero talmente coinvolto emotivamente dai giorni precedenti che, come direbbe Santu:"Paesaggio". È stato tutto sicuramente fantastico ma solamente un contorno, un ad libitum sfumando, quando la canzone rimane bella ma ha già detto tutto quello che aveva in pancia.

La settimana brensa, calendarizzata da sabato a sabato, si era aperta con un taglio tattico alla Barberia di Pavullo.
Fa ridere che io vada dal barbiere, lo so.
Il fatto è che c'ero andato per rifilare barba e rasarmi la cabeza da soldato, pronto per far vedere il miglior me al matrimonio di Chicco.
Mentre mi slamava il gargarozzo, il Figaro del Frignano mi chiedeva se scrivessi ancora, se suonassi ancora, se giocassi ancora a calcetto. Gli ho risposto che no, non facevo più nulla di tutto questo.
"E allora cosa fai? Casa, lavoro, famiglia?"
"No, be'. Ogni tanto porto via il rusco. Ma non vado nei pattumi più vicini, vado in quelli più lontani così ho tempo di fumare una sigaretta in più senza che nessuno mi rompa i coglioni".
In realtà non è proprio così: è che se alla domanda "Cosa fai?" avessi risposto:"Cose brense", il barbiere non avrebbe capito, avrei dovuto spiegare, raccontargli a voce tutta questa sbabbelata e considerando quanto aveva da tagliare, il tempo non sarebbe stato sufficiente.
Intanto dovevo celebrare l'estate, seppur condensata in una sola settimana di tarda primavera o in una scatola da scarpe, descrivere l'ottimo raggiunto e tenerne buona nota, sarebbe bastato e basta saper questo.

Intercapedine




Subito due nota bene.
1) Linkato alla citazione di Emily Bronte si trova uno straordinario pezzo dei Lali Puna, buttato lì come fosse un carico di traverso ma che, fondamentalmente, risulta essere abbastanza in purezza rispetto al tema dell'articolo.
2) Da quando la piattaforma blogger incorpora la prima foto postata sull'articolo, ho lungamente pensato a quale inserire. Alla fine ha prevalso la scelta che tra me e me condividevo meno, ossia questo insieme di caramelle di Tiger, un po' perché questa catena danese diventerà presto un fenomeno di massa mega-virale, una sorta di Ikea in piccolo, e un po' perché, come va di moda dire ora, trattasi di una foto segnante. Cercherò di spiegarne le ragioni.

Avrei dovuto proseguire con il secondo capitolo di “Fix the Karma” ma -timili timilera- non ho mai avuto un momento, per cui mi son ritrovato costretto, mio malgrado, a congedarmi dal Volume 1 e a prendere ulteriori distanze dal Volume 2. 
In verità m’era pure balenata in testa l’idea di salutare il blog, anche perché accomiatarsi possiede sempre un certo fascino, è come quando Podolski segna un gol che non ha alcun senso durante la sua ultima partita in nazionale e, tra tutte le amichevoli che potevano essere in tabellone, proprio in quella contro l’Inghilterra. Che se proprio avessi potuto scegliere una fine del film più bella non avrei saputo per quale altra optare.
Tuttavia in questo intervallo di spazio e di tempo son riuscito a isolare e a poi a riempire quella che a me piace definire un’intercapedine di ragionamento, o di ragionamenti. 
Nei pochi attimi in cui mi sono staccato dalla realtà, sempre più assorbente e abrasiva, ho appuntato sul mio taccuino giallo-diarrea, comprato nell'unica libreria degna di questo nome presente a Pavulo n/F, alcune riflessioni spurie e spaiate tra loro che, al termine delle pagine, ho deciso di riepilogare in un unico articolo e intitolarlo proprio così:”Intercapedine”, che suonerebbe bene anche se fosse il titolo di una canzone, o di una raccolta di pezzi che da qualche immaginifica parte hanno un filo che li lega ma che non è nemmeno così evidente né tangibile.

Si tratta per lo più di pensieri troppo profondi per diventare stati di facebook ma anche troppo elaborati perché siano abbandonati a loro stessi e vengano esclusivamente rubricati sul blocco note.
John Lennon diceva che la vita è ciò che ci succede mentre si è impegnati a fare altri programmi. Io credo piuttosto due cose, ossia che la vita sia fatta di Piani B e che sia come un film di Federico Fellini, ossia senza tempi morti.

Ë difficile comprendere quanto Fellini abbia spiegato il Fascismo, cioè vent'anni d'Italia, al mondo. E quando dico "d'Italia" postulo "di Emilia-Romagna".


Parentesi musicale

C'era sempre un accenno al tempo...

Due parole sul nuovo disco ep degli Spartiti, evoluzione 2.0 degli Offlaga Discopax.
Non so cosa sia ma, a differenza degli ODP, c’è qualcosa per cui è piacevole riascoltare il music telling, anche quando non è coinvolgente come una canzone orecchiabile di cui ci siamo innamorati, e manchi, quasi completamente, una logica strutturale che sia possibile indovinare o seguire. È come se fosse sempre tutto uguale ma anche diverso.
Son convinto non superi la stagione, inteso come portata di novità (e anche, come dice Checco, che non si spinga oltre la dorsale Reggio-Modena-Bologna), ma sono presenti alcuni spunti degni di Kappler e/o Robespierre.

La cover dei Massimo Volume è poesia allo stato superiore. Io ho sempre faticato a far entrare nelle mie corde le parole di Emidio Clementi ma "Qualcosa sulla Vita" è un insieme di slices of life che raccontano perfettamente senza bisogno di descrivere, quasi che uno potesse rendere poetico (ed è quello che in effetti accade), che ne so, anche il freddo resoconto di un trasloco.

Il suono, in surround, è magnetico, tiene lì neanche fosse la coda infinita di un loop di Apparat.


Sant’Antonio, 08/01/17 - Dell’assurda proporzionalità del tempo del sogno. 
Ognuno di noi potrebbe aver qualcosa da dire sui sogni e sulla loro natura, ed ognuno di noi direbbe qualcosa di condivisibile, per cui diventa difficile interpretare logiche che non siano già state prese in esame. A me quel che ha colpito, specie del mio ultimo sogno (del quale preferisco non entrare nel merito), è stata la tanto assurda quanto precisa dilatazione temporale. Non ho la benché minima idea di quanto abbia sognato ma il “quando” è stato un periodo lunghissimo, contratto e sospeso, come se in quella fase rem si fossero alternate esperienze di vita che, dal vero, avrebbero richiesto anni. Come se non bastasse, è stata la scaturigine di prese di coscienza a impressionarmi, il rendermi conto dell’evoluzione delle situazioni sognate, le cognizioni provate di volta in volta, più reali di un reale mai vissuto se non per interposta persona. Infine, assolutamente non ultimo per importanza, il raggiungimento di un idem-sentire con chi il mio sogno lo aveva vissuto veramente, l’elaborazione di un giudizio apparentemente lucido ma fondato sull’inconscio, in cui si rarefacevano le differenze con l’esistenza autentica. Che se uno ci pensa, non solo non ci può credere: non ha proprio alcun senso.


Estense, 12/01/17 - Dell’analisi della sconfitta. 
È la consapevolezza, la cosa più importante. Finché si è convinti di raggiungere un obiettivo, ci si crede, si cova e si alimenta la speranza. Quando però le cose non cambiano occorre rendersene conto, ammettere la sconfitta, riconoscere d’aver perso. Sembra retorica, paiono secchi di parole vuote ma non c’è nulla di più significativo, e non tanto perché dopo si stia meglio, ma perché ragionando in questo modo si sta meno peggio. A livello karmico è come vincere: è l’unica cosa che conta.


Leverkusen (complemento di stato in luogo figurato), 18/01/17 - Appunti sparsi.
Vivere a Sant’Antonio deve essere un po’ come aver vissuto a Leverkusen nei gloriosi ma grigi tempi dell’ascesa Bayer, ossia in una città dormitorio. Partire il lunedì mattina e tornare il venerdì sera, perché è questa l’idea, quasi le sere feriali non esistessero, come se la settimana fosse un ponte tra i week-end. E la distanza ammazza, è corrosiva, t’allontana, anche mentalmente, dalla sensazione di serenità.


Lokomotiv Club, Bologna, 21/01/17 - Motta.
Concerto di Francesco Motta al Lokomotiv, che come dice mio padre:"Solo a Bologna può esserci un locale che si chiama così, magari è anche vicino a Via Stalingrado... e n'd'al dòmelaederset n'è mia pusebel", scuote la testa, giù il sipario.
Comunque fin qui niente di strano, il fatto è che sono entrato con la giacca, l'ho lasciata nel guardaroba e la sono andato a riprendere due canzoni prima della fine per paura della fila (c'è chi lo ha fatto una prima, ndr...).Il tutto un po' milanese imbruttito un po' vdm, e dire che m'ero pure fatto la barba e messo una felpa col cappuccio per sembrare più giovane.
Siamo ben oltre la fine dei vent'anni.

A proposito di Motta: deve solo decidere cosa vuole diventare da grande.


Sant’Antonio, 13/02/17 – La percezione del prima e del dopo.
Come una persona entra nella tua vita, aggiungendosi e spostando gli equilibri, com’era diverso quando non c’era, dimenticare quale fosse il significato di normalità e trovarne uno nuovo, fare proprio il concetto di “rapporto ombelicale”, del motto latino:”Ubi maior minor cessat” ma, soprattutto, della parola "Wonderwall".

You're gonna be the one that saves me


Spezzangeles, 15/02/17 - Nuove persone giuridiche
Dovessi rinominare il blog lo chiamerei “Mente Locale”, probabilmente tutto attaccato. Primo perché mi piace come modo di dire, e secondo perché, fondamentalmente, non è né più né meno di quello che sono, ossia una mente locale, qualcuno che s’atteggia a pensatore ma pur sempre ancorato alle piccole cose del mondo. Inoltre potrei anche aggiungervi una ragione sociale, tipo GmbH, che suona bene. Mentelocale  GmbH, non male!

A tal proposito, riporto uno sketch divertente che non vorrei mai andasse perso:

Z:"Ile, in azienda fanno dei corsi di lingue, pensavo di fare quello di tedesco".
I:"Ma tu non sai niente di tedesco!"
(Parliamone, sapere correttamente pronunciare Borussia Moenchengladbach mi dà automaticamente lo ius soli)
Z:"Beh, io intanto so cosa significa GmbH e come si pronuncia. Ghembeah, un po' come se lo dicesse Antonio Conte".
I:"Ah beh, anche io so cos'è la GmbH, ci ho preso un sacco di cose, anche i giochi da spiaggia della Benny li ho presi dalla GmbH. Anche gli yogurt che mangi al mattino sono GmbH. Fanno tutto! ".
Z, tra il sorpreso e il divertito:"Ah sì, e per cosa starebbe GmbH?"
I:"Ma è tipo dire Amazon, è tutto GmbH".
Z:"Peccato solo che GmbH sia una sigla e sia come da noi SPA o SRL".
I:"Ah".


Parentesi seriale
Tra le serie che fanno la differenza, segnaliamo e mettiamo agli atti Narcos.

“Am I making myself clear?”
“Loud’n’clear”.


Fuori Orario, Stazione di Taneto di Gattatico, 17/02/17 - Ineluttabile.
Premessa: mi faceva troppo ridere Berta quando lo chiamava Gatteto di Tanatico. Comunque sia, ci sono vari modi per etichettarsi nella categoria “Vecchi di merda”. E non parlo solo dell’utilizzare il tesserino sanitario prevalentemente in farmacia anziché all’automatico delle sigarette ma anche, e soprattutto, dell’andare ai concerti delle band che si ascoltavano in gioventù, nemmeno si cercasse ora di ripristinare e riportare in auge stagioni fatte e finite, rifascicolare pratiche archiviate e tralasciate. Ciò che più mi ha bonariamente sconvolto è stato vedere ballare moglie e figlia (presumibilmente) di Godano, che uno certi miti se li è sempre immaginati irraggiungibili e maledetti, ed invece mettono su famiglia come tutti, pagano le bollette come tutti, hanno una vita privata come tutti. A differenza di tutti, però, hanno scritto “Ineluttabile” e questo, di per sé, basta a renderli ancora un passo avanti al 99% della popolazione mondiale.


Maranello, 18/02/17 - Della scomparsa della bici elettrica di Claudio Ricchi.



Sì, nel frattempo io e Luca abbiamo anche imbottigliato il Bonarda di Charlie


Sant’Antonio, 19/02/17 - Dell’assurda proporzionalità del tempo del sogno Vol.2.
Recentemente ho un’attività onirica decisamente intensa. Stanotte so d’aver sognato qualcosa di orribile anche se non ricordo niente, pochissimo il contesto, figurarsi i dettagli. Ho avvertito uno strano sentore, come se mi sentissi in colpa dell’aver fatto qualcosa di sbagliato pur non avendo toccato mestiere. In fondo era tutto vero e allo stesso tempo non lo era affatto. Allora mi sono chiesto se, al di là della realtà della cosa, il non-ricordo fosse un attenuante e desse legittimità a qualcosa di orrendo. O forse, più verosimilmente, l’imbottigliamento da Luca e le birre con Santu & Freddy avevano fatto un gioco tutto loro.


Sant’Antonio, 19/02/17 - Aggiunta. 
La verità è sempre interessante. Ci si trova spesso in imbarazzo a rispondere a domande davanti alle quali si teme di replicare con banalità e/o scontatezza. Be’, dire la verità è la migliore risposta possibile.


Estense, 20/02/17 - Appunti sparsi.
In macchina ho tempo per pensare, specie quando la frequenza di Radio 3 se ne va affanculo. Mi viene in mente Malalbergo, uno dei domicili simbolicamente eletti dalla mia testa, così come Magnavacca. Da qualche parte devo aver letto (e ritrovare la fonte sarebbe anche utile ma viviamo nei tempi della post-verità e delle fake news, chissenefotte di ciò che è vero e ciò che non lo è) che leggenda narra che l’etimologia del nome derivasse da un malfamato alloggio per i viandanti che da Bologna si instradavano verso Ferrara e viceversa.
Figo, fine a sé stesso, ma figo: un argomento che potrebbe interessare sì e no a Vantin. Magnavacca, invece, vasta area lagunare salmastra nei dintorni di Porto Garibaldi, deve invece il suo insolito e curioso nome alla contrazione di due parole di origine latina:”Magnum Vacuum”, ossia il grande vuoto di terra della parte centrali di quelle valli.


Modena, 21/02/17. Il mio capolavoro.
È il primo giorno di sole, Irene.
Quando le luci la sera sono porpora, cenere in debito a braci senza fine.
Disincanto che viene, magia che svanisce tra-monti sfumati a Occidente.


Spezzangeles, 22/02/17.
Credo, anzi, devo credere che i migliori non abbiano paura di chiedere scusa, né di quante volte farlo. Sanno, presumono o sperano di essere così abili e capaci che un errore non solo possa pregiudicarli ma che ne accresca il valore intrinseco.

L'ennesima bella imbeccata di Alberto Lioy


Estense, 26/02/17.
Il viaggio casa-lavoro sta diventando una prigionia, sposta ogni pensiero e lo appesantisce, tant’è che ogni week-end diviene una conquista da ottenere con sacrificio, non è un di-più ma una confort-zone mentale. Anche sapere che s’andrà via per il fine settimana non è di conforto, o meglio, passa in secondo piano rispetto al fatto che si dovrà percorrere l’Estense sia all’andata che al ritorno anche per trascorrere un po’ di tempo via. Non c’è nulla di peggio di un percorso obbligato che non può essere derogato e che rischia di trasformarsi in un lunghissimo loop.


Spezzangeles, 28/02/17 - Della vestizione.
Credo che un fortissimo elemento di disagio, mai avvertito prima, sia che non abbia più vestiti da indossare né la voglia di andarli a cercare. Avrò quattro paia di pantaloni in croce, tre polo che puzzano dopo nemmeno dieci minuti che le ho addosso e le camicie cominciano ad essere vecchie e lise. Il guaio è che non ho nemmeno la voglia di uscire, data la pena di provare nuovi capi, fermarmi in negozi, girare il paese. Fortunatamente esistono gli shop on-line di Jack & Jones.


Sant’Antonio, 01/03/17 - Due anni da Carpiff. 
Zuckerberg ha avuto una buona idea con la storia dei ricordi su Facebook. Per fortuna però che anche io ho conservato foto e recensioni.

Qui si trova ancora il riepilogo dei fatti


Sant’Antonio, 01/03/17 - Della Scomparsa di Will Byers
Dopo qualche tempo ho compilato una selezione di pezzi da ascoltare nel viaggio verso la Riviera, fissato per il prossimo week-end. Direi proprio di aver fatto un bel lavoro. Di seguito la track-list, un misto di canzoni pescate dagli estemporanei consigli di Lioy, dalla raccolta dei migliori brani del 2016 secondo il parere di #bertalife e qualche intuizione personale.

Certi paesi della Romagna sanno essere spietati d'inverno.

Un nota bene riguardo Low-Flying Panic Attack, la compila realizzata da Berta con le top trax dell’anno bisesto appena passato. Difficilissima ma completissima. L’ho ascoltata e riascoltata davvero tante volte, come mai m’era accaduto per le sue selezioni precedenti. È come se fosse divisa in tre macro-aree di ascolto.
La prima è molto cupa e sofferente, in una parola: tetra.
La seconda è maggiormente votata all’ignoranza, vince l’idea di cedere a qualche guilty pleasure e lasciarsi andare a qualcosa che anni fa il più grande nutrizionista del Distretto Ceramico avrebbe bannato senza se e senza ma.
Infine la terza è disegnata da spaccati allegri e spensierati, a tratti completamente destrutturati, altre volte selvaggi.


06/03/17, Spezzangeles - Clima avvelenato.
Devo far uscire il male che ho dentro, sputare via il veleno e allo stesso tempo rimanere lucido. Il lavoro dev’essere la parentesi e non il discorso. 
Tanto per rimanere in tema, sebbene si tratti di una delle band che non andrò mai a sentire né in cui vorrei proprio imbattermi (i Negrita, ndr) le riconosco il non trascurabile merito di aver registrato una canzone passata in cavalleria, intitolata “Veleno”, della quale ho sempre a mente un inciso del testo:”Il mio karma traballa e piscio spesso di fuori”.

Pau ha fatto anche cose buone, specie con Andrea Scanzi

A tal proposito mi rendo sempre più conto di quanto sia importante non perdere di vista le amicizie che più contano, trovare sempre una sera per rivedere gli amici e i compagni fidati di una vita, ascoltare le loro storie, intuire i loro stati d’animo, variare un po’ sul tema, capacitarsi che il tempo è una variabile balorda perché per quanto il peso principale sia dedicato al lavoro, quello specifico rimane una prerogativa d’affetto, e poco ne importa la durata. E quindi va benissimo incontrare Fonzie che mi parla della sua passione con le Polaroid, andare a cena con Gav, Baiso e Mario, un’improvvisa pizzata a casa Morini con le famiglie dei padri sbronzi, un aperitivo a Formigine con i Montecchi, un whatsapp con Cato, il classico treno di birre con Santu e Freddy al Bar Bruschi, i pranzi con i Linea di Rottura, Chè e Kiki, sentire Cavani che mi suona sulla circonvalla di Fiorano.


07/03/17, Periferia di pensiero - Coda.
"If you worry, you suffer twice" (Cit. Newt Scamander)


08/03/17, Sant’Antonio - Dell'assorbimento lavorativo.
I sentimenti sono troppo spesso figli della contingenze, per esempio il sapere di andare al mare nel week-end. Ogni domenica, da quando abbiamo riscattato lo smart-box con scadenza bruciante, ci penso perché ne patisco voglia. È un insieme di cose, il riconoscere una sorta di gabbia nelle mura di casa, il sapere che andare via, staccare un po’, fa bene a tutti perché contribuisce a creare ricordi ad incrementare la memoria delle sensazioni, la volontà di non trincerarsi sempre nello stesso posto e avvertire l’idea di restare indietro sulle tappe vitali altrui.
Eppure l’emozione durante la settimana è contrastante, è l’esatto opposto di quella vissuta di domenica. Non riesco a figurarmi positivamente la fuga dalla città e so anche di sbagliare, di dover tenere a mente cosa penserò nei days-off ma faccio incredibilmente fatica, è come se fosse uno stress-test di cinque giorni.


11-12/03/17 - Gradara, Pesaro, Bellaria Igea Marina, Riccione. 

È una giornata splendida, al sole si sta bebe e non c'è nessuno in giro. 
Probabilmente la gente non s'aspettava che all'inizio di Marzo si stesse già così bene. Buon per noi!

Come supponevo, andare al mare fa bene, è sempre una risposta anche quando la domanda è malposta o non lo è proprio, significa provare a cambiare la trama della storia quando questa sta languendo. È chiaro che non si sia più solo in due e che questo pregiudichi la mia arcinota ansia. Tuttavia levarsi di torno permette di riacquistare la padronanza di sé stessi e un ritrovamento di serenità; la preoccupazione che la bimba sia ok fa parte del gioco, è part of the queue o, meglio, il beginning della queue, ma va affrontato con serenità.
Certe cose vanno fatte, solamente dopo ci si rende conto del peccato che non siano state più regolari. Il problema, il solo e solito problema, è che fare la stessa strada tutti i santi giorni, ossia l’Estense, mi incattivisce l’animo, dovrei non pensarci ma è difficile asciugare la quotidianità dei problemi circostanziali e del presente.
La gita fuori porta in Riviera è stata una riacquisizione di esistenza, anche perché, mi sono accorto, che passare a Sant’Antonio ogni maledetto week-end, fare le stesse cose l’è al pez dal pez.

Mi è tornato in mente Merano, la giovane tradizione meraner che da due anni si rinnova: ciò che conta, quando si va via, è lasciar fuori ogni altro pensiero. Chissà se la piccola si ricorderà di queste trasferte o se glie le dovremo raccontare. Non credo, anche se sarebbe bello.

Nessuno in questa foto.

M’è capitato di vedere l’intervista di Fabio Capello ad un stranamente simpatico Zlatan Ibrahimovic. Quest’ultimo raccontava che da quando ha figli ha meno tempo per dedicarsi al vandalismo e alla guerriglia urbana. Nel suo italiano “ricordato” e raffazzonato se n’è uscito con una frase che m’è rimasta nella cabeza e che voglio far mia per le prossime ed eventuali occasioni, ovvero che avere figli è “come vedere la tua vita che si ripete”, come vedere “vite ripetute”. È paradossale come certi concetti si esprimano meglio quando non se ne afferra la grammatica ma ne è più che sufficiente il senso.
Comunque sia, le piace girare, le piace stare insieme ad altre persone, vedere altre bambine ed altri bambini, si stanca così tanto di guardare che s’addormenta in piedi. È una grazia di Dio: come ho letto in tante agende nelle chiese in giro, P.G.R.. 
#canesten #goldoni #tiger #pozzimaipiù #dellascomparsadiwillbyers #cappelletti&sangiovese #tradizione #lapiadinapiùbuonadelmondolafannoaRiccione #MessaadAlbaasusual


14/03/17, Spezzangeles - Trainspotting e il consumismo.
Be’, alla fine ho comprato i vestiti per corrispondenza da Jack & Jones. Le tag-lines “Rebranding” e “Rethinking” mi hanno convinto in un amen. La prima perché lo sta facendo anche l’azienda per cui lavoro; la seconda perché il verbo “rethink” l’ho sentito pronunciare da Noel Gallagher e niente di ciò che viene da lui è male. Una volta provati, donna Ilenia ha sentenziato:”Ti ringiovanisce”. Mi sono allora ricordato della gita a Vienna in V Liceo, di quando per ruffianeria una nostra compagna di classe disse lo stesso alla Professoressa Galassi:”È vestita in maniera molto giovanile”. Quest’ultima le rispose che rivolgere un complimento del genere ad una signora di una certa età fosse la cosa peggiore da fare.


15/03/17, Maranello. Delle parole "facile" e "felice".
È proprio vero che finché non s’affrontano certi argomenti, sembra che non siano da nessuna parte, che non esistano, che nessuno ne parli. Basta però imbattercisi una sola volta perché poi sembrino apparire e tornare ovunque: ed è così che si concentra sui figli, si leggono i giornali che trattano i peggiori temi di attualità e non rimane altro che augurarsi che, se proprio non possano avere una vita facile, almeno sia felice. E nello scriverlo, così come nell’averlo pensato, mi sono soffermato sulla marginale differenza che passa tra questi due aggettivi: cambia una vocale ed un ordine interno di lettere, eppure il significato, non per forza opposto, muta radicalmente.


16/03/17, Sant’Antonio. 
È sempre bello svegliarsi alle 6.00 del mattino per aver tempo di scrivere e poi ritrovarsi a passare tra quarti d’ora in bagno a cagare. E poi, alle 6.45, tirarsi le dita davanti al computer che non s’accende.

Primavera non bussa


18/03/17, Sant'Antonio - Del Forum MEF.
Mentre sono intento a recuperare sul Mulo alcuni album che mi mancano, nella fattispecie dischi di elettronica e post rock, mi imbatto in una compilation che raggruppa artisti e generi che mi colpiscono. Guardo il nome dell'utente che l'ha caricata e porta le stesse generalità di Checco, nonché il suo nick-name. Lo vedo come un segno di buon auspicio: la selezione di canzoni non può essere cattiva. La scarico, estraggo la cartella contenuta nel file e ne compare la dicitura PP2 che conosco bene. Si tratta di Perle ai Porci 2, realizzata proprio da Checco per gli utenti del Forum MEF, chissà quanti anni fa, probabilmente nel paleolitico medio. Faccio presente la cosa sia all'autore che a Berta, siamo contenti del rievocare i ricordi incancellabili del forum, perfettamente tratteggiati dalle canzoni presenti.
A suo modo, proprio in questo giorno, la memoria della cosa non può essere una casualità.


Al tempo non credo ma oggi è quella che preferisco del lotto.



21/03/17, Teatro Valli, Reggio Emilia - Vinicio Capossela
Quest’anno è il mio terzo concerto in tre mesi, rischio di avere un tabellino di marcia che nemmeno dopo il diploma al Liceo. A Gennaio Motta, a Febbraio i Marlene Kuntz, a Marzo Vinicio Capossela e ad Aprile direi gli Spartiti. Senza considerare poi che mi pare anche un’ottima distribuzione di concetti: il nuovo che avanza, l’onda vintage, qualcuno che per disattenzione o sfortuna non ho mai visto prima, e infine qualcosa di diverso che colloco tra “band di cui non vedere necessariamente due live ma almeno uno sì”. Senza contare poi le location, rispettivamente elencate così: il caro vecchio Estragon, lo straordinario Fuori Orario, il magnificente Teatro Valli e lo storico Kalinka. Un tuffo nella passata gioventù alternativa.

Nonostante molti dei miei amici lo seguano da sempre e nonostante sia stato io a masterizzare i dischi che ho dato a Max, ossia chi mi ha rotto le palle finché non gli ho dato l’ok per prendermi il biglietto, non avevo mai visto Vinicio fino al primo giorno di primavera del 2017. Mi risulta davvero complicato sintetizzare le emozioni che ho provato e le riflessioni che ho maturato in poche righe. Collazionare tutto in hashtags, che a pensarci bene, se messi insieme rappresentano una sorta di moderno stream of consciuosness mi sembrerebbe un po’ forzato, preferisco riportare appunti sparsi che diano spunti a chi legge e permettano a me, in futuro, di ricordare a stralci, la notte a Reggio Emilia.

  • Le strade basse tra Sassuolo e Reggio: un dedalo di vie di campagna percorse centinaia di volte ma completamente derubricate da quando vivo a Pavullo. Nella loro infinita pochezza, nel loro non avere niente, esercitano un'ambigua seduzione, specie quando inizia a fare buio tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, e tutto rimane in una lunga misteriosa penombra, una luminosa oscurità, come se da qualche parte fosse nascosta la Carcosa di True Detective.
  • Vivere in una buca mi permette ora di capire la pace dello slargo, dell'apertura, di queste pianure senza fine, sembra quasi di respirare di più, di avere più spazio vitale. 
  • Reggio Emilia città. Non me la ricordavo manco di pezza. Piazza della Vittoria è bellissima. Fa un po' il verso a Piazza Roma (o forse è il contrario) ma è davvero notevole, quasi mi spiace sia reggiana e non modenese. Rivisto, dopo quasi dieci anni, un ristorante in cui cenai insieme ai miei compagni della Laurea Specialistica, ragazzi di Parma e siciliani trapiantati a Modena. Per trovare una mezza via si andava a Reggio. Chissà che fine hanno fatto? Ogni tanto mi tornano in mente, magari quelle volte che pubblicano qualcosa su facebook. È strano come alcuni pezzi di vita si accantonino per sempre, sebbene siano stati vissuti intensamente tanto quanto altri di cui invece si conservano ricordi molto più vividi.
  • Se c'è una cosa per cui è nota la città delle teste quadre è il manicomio. Anzi, l'ex-manicomio, perché non c'è più. Tutti i matti di merda sono finiti in un bar di cinesi sulla Via Emilia, l'unico che abbiamo trovato aperto io e Max. Molto bello, tra l'altro; gente davvero fantastica.
  • Lo spettacolo di Vinicio è un piece teatrale a tutti gli effetti, al termine della quale, chiusa con un'esecuzione straordinaria de "Il Ballo di San Vito", si mette in libertà, s'accende una birra e si mette a raccontare della sua gioventù passata sulla pedecollina di Scandiano, del Teatro Valli, di Reggio Emilia, dell'Ariosto, della Resistenza e di come ne abbia magistralmente scritto Massimo Zamboni, e dell'ombra, ossia il tema portante della serata. 
Canzoni della Cupa

Tre cose, fra tutte, mi colpiscono, forse perché alcune sembrano racchiudere tanto di quello che ho pensato e scritto nei miei appunti.

1) Oggi è il 21 di Marzo, l'equinozio di Primavera, una bella coincidenza. Non c'era sera migliore per parlare di luci e ombre, di come queste vivano in contrasto, alternino l'equilibrio a seconda del ciclo delle stagioni e delle epopee umane, ma prescindano l'una dall'altra, non esistano se non l'una in funzione dell'altra.

2) Ariosto. Mica per fare l'accademico di turno ma questo è un illustre sconosciuto di cui si dovrebbe dibattere in lungo e in largo. Al suo nome sono dedicati, per esempio, un centro commerciale di Reggio Emilia ed un hotel di Castelnuovo di Garfagnana (ed io ci ho dormito e mangiato). C'è un perché e lo vado a spiegare. Lo stesso uomo di lettere, born & bread a Reggio Emilia, colui che scrisse "L'Orlando Furioso", venne anche incaricato dai signori estensi di andare a governare le terre apuane, abitate non proprio da genti facili da irregimentare. Insomma, divenne, per un breve periodo, un uomo d'arme e un animale politico, e gli venne pure bene. Roba che Tyrion Lannister scusa ma sei arrivato due.

3) Quasi sembra parlare a me quando dice che secondo lui, originario (più o meno) di Castelnovo ne' Monti (omologo reggiano di Pavullo nel Frignano), non esiste una suddivisione tra Italia del Nord e del Sud, bensì tra terre appenniniche e non appenniniche. Il concetto, per chi ha orecchie per intendere, è chiarissimo.


23/03/17, Maranello - Lo stile degli ultimi
Non ho niente contro chi si mette in ultima fila, aspetta che siano passati tutti, vuole a tutti costi serrare la fila. C'è modo e modo, ho come l'impressione che a volte ci si riesca a compiacere anche di questo. Boh.


25/03/17, Sant'Antonio.
Giro l’ultima pagina del taccuino, anche questo è concluso. Vi avvolgo un elastico intorno perché non si apra come il Nilo con Mosè e lo metto via, insieme agli altri che ho già interamente compilato. Questo non è di certo il più cupo ma in un qualche modo è il più analitico e di certo avrà una coda o un episodio 2.
Non è così scontato decidere di affrontare (leggasi: mettere nero su bianco) le situazioni oblique della propria vita, trasformare gli appunti di tutti i giorni in un diario del disincanto, accorgersi che la felicità non va simulata ma vale il contrario, ossia che sono le piccole infelicità a dover essere analizzate perché si sistemino beni di più grande valore. In fondo fix the karma è più questo dell'autoconvincersi dei rimedi virali di qualche sedicente psicoterapeuta dell'Huffington Post; è l'intercapedine che va cercata, quello spazio di vita che deve rimanere puro, incontaminato, pieno di calma e delicatezza, un po' come il piccolo platò della foto di cui sopra, riempito di caramelle tiger.

Il problema è come quando si va al bar o al ristorante: il cliente non sempre sa ordinare da solo, va aiutato. Il consiglio che ho ricavato dallo sbobinare questi appunti è quello di focalizzare o creare un'intercapedine di colore e dolcezza, sapere che c'è, contare su quella. Nel mondo di Harry Potter avevano gli incanti patronus, io mi accontento di qualcosa di più pratico e di più bassa manovalanza.
Visto e piaciuto nello stato in cui si trova, pubblicato il 25/03/2017.


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