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Transeuropa Express - Day 3

Un'insolita Luna di Miele di venti giorni in giro per l'Europa con la Punto.
Per l'occasione due cari amici mi hanno regalato uno splendido diario di viaggio su cui vergare i miei appunti. Nell'attesa di capire cosa farne, ho cominciato a sbobinare tutto e ho deciso di pubblicare sul blog i resoconti giornalieri delle varie città, e di farlo con cadenza casuale e indefinibile. Insieme al diario c'era anche una bussola, al cui interno era riportata una frase:"Not all those who wander are lost". Se non altro come omaggio al presente della coppia di amici, ho valutato più volte di utilizzarla come titolo ai miei scritti, ma ha prevalso quello su cui m'ero intestardito fin da subito:"Transeuropa Express", a ricordo di un sacco di cose a me molto care e che con questo viaggio avrebbero finalmente trovato una loro profondità.
Dopo il resoconto su Aosta e Parigi, momenti di citazionismo spinto che vedono avvicendarsi il Mago di Segrate, l'Inferno del Nord, "E lei venne" de Il Teatro degli Orrori, la giornalista scrittrice che ama la guerra, una raggiante autostoppista di San Dalmazio e "I did miss you" di Tyrion Lannister. In mezzo c'è Bruxelles.

Lunedì 03/08/15 – Da Parigi a Bruxelles

Nello studiare il percorso che collega le due capitali, quella francese e quella belga, mi si para davanti l’immagine del “Mago di Segrate”, ancora una volta un Diego Abatantuono d’annata, quando consiglia ad miscredente Ingegnere di diffidare del primo volo per Sidney, e di prendere quello successivo che fa la rotta Parigi-Bastogne-Liegi-Bastogne-Liegi.

Un mare tremendo, un mare forza... Forza Milan!

Scopro infatti che, più o meno lungo la strada che ci porta a Bruxelles, si trova Roubaix. Intuisco quindi che la Foresta di Arenberg non deve essere molto distante rispetto alla nostra direzione, e costringo donna Ilenia ad effettuare una deviazione ciclo-turistica. Questa selva è famosa per il tratto di selciato che l’attraversa, un tracciato in pavé di due chilometri e mezzo che rappresenta il momento più impegnativo della classica-monumento del ciclismo: la "Parigi-Roubaix", detta anche “L’inferno del Nord”.

Non sappiamo esattamente come raggiungere questa foresta. L’unica cosa che ci è nota è che si trova nei dintorni di un villaggio chiamato Wallers, nell’estremo Nord-Est della Francia, proprio al confine con il Belgio.
Giunti nel paesello, il tipico borgo francese in mezzo alla campagna, con casette ordinate dai tetti a punta, spingiamo la macchina verso quello che ci sembra essere il bosco più fitto che c’è, e sulla destra vediamo una rientranza in cui sono parcheggiate alcune automobili.

Ci son certi nomi la cui pronuncia, oltre che riempire la bocca, ha qualcosa di magico.

Ci fermiamo, scendiamo e, nonostante non sia affatto indicato o pubblicizzato in nessun modo se non con un piccolo cartello, mi si stringe un po’ il cuore: sono al cospetto di uno di quei luoghi che il ciclismo ha reso mitico, la classica invernale che più di una volta mi ha tenuto incollato alla televisione. È estate, fa un caldo infernale ma il pavè è in buona parte inscurito dell’umidità buttata su dalla macchia che ne avvolge il percorso. Con le mie scarpe di tela faccio quasi fatica a reggermi in piedi e a non blisgare. Mi è improvvisamente chiaro come è che qui i ciclisti ci lascino ginocchia, gomiti, caviglie e rotule, specie se ne misuro la larghezza, non più di tre metri.

Tanta della storia del ciclismo è stata scritta su queste pietre.
Immagine tratta dal sito http://www.velominati.com/technique/the-trench/

Sono abbastanza convinto che questa digressione del viaggio raffiguri per mia moglie qualcosa da derubricare tra le cose di cui non frega un cazzo a nessuno, ma a me è piaciuto da matti, è stato come portare un bambino alle giostre, una nullità di grande valore da raccontare a mio padre e al mio amico Busanich, il classico: ”Io l’ho visto” o anche: ”Io ci sono stato”, anche se non durante la corsa.

Ascolto consigliato: Bartali - Paolo Conte

Se vuoi andare, vai. Io aspetto Bartali.

Torniamo in macchina e puntiamo verso Bruxelles.

Il viaggio è più agevole, specie dopo essere entrati in Vallonia, dove l’assennata gente del Belgio ha reso gratuite le autostrade.
Nota di colore: ci fermiamo in un grill per mangiare qualcosa. Prendiamo qualche baguette ed un condimento che ci paia ottimo e abbondante. Ovviamente non lo troviamo ma ci facciamo andare bene l’affettato del banco frigo. L’Ilenia, mayonese-addicted, ne prende un intero tubetto, ben sapendo che non lo utilizzerà tutto. Ho come l’impressione che la compagnia dell’anello, oltre a me, mia moglie e Google Maps, abbia un nuovo membro, che ci seguirà e ci veglierà dalla tasca posteriore del seggiolino da qui alla Croazia. Ammesso e non concesso che non impazzisca prima, sia per metafora che nella realtà.

Ascolto consigliato: Tender - Blur

Una delle canzoni topiche del Matrimonio, ideale nella tracklist del viaggio

È nostro uso e costume che io percorra le tratte lunghe, quelle più estenuanti, e l’Ile entri nelle città, con consumata tranquillità, tenendo la bussola nei momenti di burrasca del traffico urbano. Come ci avrebbe detto qualcuno di molto paradigmatico, qualche migliaio di chilometri più a Sud: ”You complete each other”.

Individuato il nostro hotel, l’NH Stéphanie, nel quale, dopo averci chiesto se siamo italiani, si sforzano di parlare nella nostra lingua abbozzando uno spagnolo molto volenteroso quanto fuori luogo, usciamo alla volta del Centrum, per poterne ammirare la celebre Grand Place, chiamata anche, in flemish, Grote Markt.

Infatti, nonostante Bruxelles sia un’entità territoriale e amministrativa a sé stante, siamo nelle Fiandre ed è praticato il bilinguismo, si parla sia francese che fiammingo. Per essere una Capitale, sembra una città a misura d’uomo.

Avete presente l'Atomium? Bene, perché io non saprei cosa dirne, dato che noi non l'abbiamo visto nemmeno per sbaglio.

Nel raggiungere la stazione più vicina della metropolitana, molto più modesta e datata di quella di Parigi, mi guardo intorno e rimango stupito da un immenso graffito che campeggia sul dorso di un grande palazzo lungo Avenue Louise. Raffigura una donna nuda che si masturba ed è in bella vista, enorme ed inequivocabile.

Ascolto consigliato: E lei venne - Teatro degli Orrori

Siamo tutti tutti tutti completamente pazzi

Non sono solito formalizzarmi quasi per nulla, ma ciò che vien da chiedermi è come sia stato possibile realizzarlo senza che nessuno abbia messo al gabbio l’artista. Evidentemente una cosa così qui in Belgio non desta alcun scandalo ma solo stupore; magari è stata anche commissionata!

Da qui non si riesce ad evincere, ma trattasi di emblematico caso di "hairy pussy" tipica del german vintage 70's.
Immagine tratta da http://www.corriere.it/esteri/13_febbraio_03/graffito-bruxelles_2d3d6c44-6e15-11e2-ad59-736471fe2e30.shtml 

Scesi dalla metro e salita la scala che ci conduce all’esterno, Bruxelles si mostra in tutto il suo sfarzo. La Grand Place è meravigliosa e maestosa, si percepisce chiaramente di trovarsi in una città regale.

All'improvviso una piazza incredibile

Anche qui, come a Parigi, noto la moltitudine di ragazze e ragazzi che fanno jogging nei parchi e lungo i vialoni che tagliano la Capitale. Ancora una volta mi domando quanto possa essere bello correre a fianco di una residenza reale o negli sconfinati parchi che, con il loro verde, danno respiro alla città e la impreziosiscono con colori vivi e naturali.

Poi giusto un parchetto di collegamento tra più cose

Mentre rimango stregato dalle case delle corporazioni, dall’Hôtel de Ville (il Municipio) e dalla Maison du Roi, faccio caso ai tanti turisti arabi e di colore, e mi dedico ad alcune riflessioni, probabilmente banali ma dinnanzi alle quali mi pare quasi di aprire un terzo occhio sul mondo.

L’Occidente continentale esercita una straordinaria forza attrattiva, e questa cosa la mettiamo da parte. Nell’immaginario collettivo di un cittadino europeo non sono più i giapponesi o gli asiatici in genere a rimanere impressi, è come se fosse cambiato l’orizzonte turistico-culturale. Il passo è stato ceduto a donne e uomini dai costumi arabi o nord-africani, finemente vestiti, che conoscono le nostre città (o ne sono comunque allo stesso modo incuriositi) molto più dei visitatori che vengono dall’Estremo Oriente, tutt’altra fatta rispetto al comune vedere o sentire inculcato dai media televisivi. I chador, con cui le donne s’avvolgono il viso, sono di seta o di raso, costano più di tutti i vestiti che ho in valigia, gli occhiali che tengono sulla fronte portano i nomi delle marche più prestigiose e, infine, l’inglese che parlano è molto migliore del mio, semplice ma senza alcuna sbavatura.

Rammento che quand'ero un bambino si diceva che i giapponesi e i cinesi venissero in Europa con le loro macchine fotografiche per immagazzinare idee e successivamente replicarle nella loro patria. La sensazione è che ora, a farlo, siano i mediorientali che, dopo aver mandato in avanscoperta le proprie figlie e i propri figli a studiare nelle scuole occidentali, vengono ad informarsi, a documentarsi, a "derubare" la nostra cultura, a fare scorta dei segreti del nostro sviluppo storico e sociale.

Traggo due conclusioni di cui non frega un cazzo a nessuno.

1) Una cosa non potrà mai essere copiata o importata: il fascino del passato così gelosamente conservato dalle vecchie e grandi città europee, il retaggio della storia, prodotto unico ed inimitabile maturato in secoli di alterna cadenza di guerre e benessere, declino e rinascita.

Me lo immagino, il padrone di casa:"Se volete guardiamo la partita da me"

2) Quando due culture diverse si incontrano non dovrebbero generare attrito ma evoluzione. E, forse non a caso e/o comunque per non so quale ragione, mentre scartabello la home di facebook mi imbatto in un post polemico di un signore di Maranello, un povero coglione represso che probabilmente non va con una donna dal 1968 e che si deve sfogare manifestando la propria frustrazione verso le cose del mondo che non capisce e non gli piacciono. L'articolo che linka è un estratto de "La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci che leggo e rileggo, stupendomi di quanto -quando uscì- la scrittrice toscana fosse completamente fuori strada, come non avesse assolutamente profetizzato il futuro e come le sue teorie riguardo il mondo arabo e le rispettive influenze su quello occidentale fossero un'accozzaglia di puttanate senza né capo né coda. Al tempo della stampa avrò avuto vent'anni o poco più e, come canta Guccini, "a vent'anni s'è stupidi davvero", per cui leggendo quelle parole avevo avuto un sussulto d'orgoglio nazional-popolare. Rileggendole ora mi sento stupido per la mia errata visione adolescenziale e  mi rammarico per la Fallaci, convenendo quasi quindici anni più tardi che Jovanotti, per quanto la canzone "Salvami" facesse cagare e non si potesse proprio ascoltare, aveva fondamentalmente centrato il punto.

Ascolto consigliato: Salvami - Jovanotti

"La giornalista scrittrice che ama la guerra perché le ricorda quand'era giovane e bella"

Qui a Bruxelles l'idea che, alla fine del film, sia la cultura occidentale ad influenzare quella araba, e che per alcune cose -per inciso le migliori, al momento- valga anche il viceversa, trova ulteriori conferme. E poi, una cosa che nessuno considera mai quando prova a predire il futuro, è che la storia se ne frega di premonizioni varie, la storia secolarizza tutto: tra cinquant'anni parleranno tutti inglese, saranno mezzi musulmani e mezzi cristiani perchè la religione sarà una moda, a Milano avranno tutti cognomi meridionali e a Berlino saranno tutti turchi di terza generazione: e nessuno si farà meraviglia di tutto questo perché sarà la normalità e più di duemila anni di storia non si saranno dimostrati fallaci.

Però due cannellate se le meritava.
Foto presa da qui.

Ciò che di negativo di Bruxelles traspare è la povertà, che stona di fronte a tutta la ricchezza sfoggiata dai palazzi, dai locali e dai monumenti della Capitale: una sorta di peccato di hybris. Ad ogni angolo di strada e vicolo si affacciano barboni, clochard, anziani, uomini e donne con bambini piccoli cui i turisti offrono la cioccolata di qualche pregevole bottega, ragazzi che si fanno compagnia con cani magri stenchi, la cui pancia dà l’idea di quando abbiano entrambi mangiato l’ultima volta.
Per chi, come me, è in viaggio di nozze, e si sente quasi in dovere di godersi la vacanza e vivere ogni giorno da signore e al di sopra delle proprie possibilità, vedere così tanta miseria è un pugno sferrato dritto al fianco della propria coscienza, ma non saprei né dire se giusto o severo. Nulla vale farsene una ragione o provare a darsene una spiegazione. È uno spettacolo orribile: presi da scrupoli superficiali ci domandiamo quanta mancia lasciare ai camerieri dei pub ma ci voltiamo dall’altra parte quando incrociamo lo sguardo supplichevole di un mendicante.

Ascolto consigliato: Melancholy Hill

In buona sostanza Bruxelles è una collina un po' malinconica ma bella

Riguardo alla popolazione locale, per quanto non sia facile distinguerla da quella turistica, i belgi mi sembrano affabili, abbastanza cordiali e simpatici. Hanno carnagione e capelli molto chiari, non vestono molto bene e si dividono, democraticamente, tra chi parla in francese e chi in fiammingo.
Cosa c'entra San Dalmazio con tutto questo? Mo' ve lo spiego.

"Grottesco perché si trattava invece di una borgata dimenticata da strade e dèi dell'urbanizzazione, afflosciata da sfumature di colori che sì, forse proprio e solamente quelli potevano ricordare la palestra in cui la Titova si era allenata da bambina. Era qualcosa di paradossale. Era come se Natalia Titova fosse divenuta la paladina della bellezza dinnanzi a tutto quella grigia decadenza, sembrava quasi invogliare i presenti e imbracciare le armi e a puntarle verso i muri incrostati delle case, e sparare: sarebbe stata legittima difesa contro il brutto e la tristezza".
Tratto da un libro che non ho mai pubblicato.

Molti anni fa, mentre percorrevo la via Vandelli in direzione di San Dalmazio, strada molto poco trafficata, mi imbattei in un’autostoppista. Era una ragazza bionda, raggiante e bellissima, che s’era trasferita dal Belgio in Italia e, sempre perché la realtà supera di gran lungo l’immaginazione, aveva trovato lavoro in un agriturismo della zona. Quel pomeriggio s’era messa in cammino verso Serramazzoni e, di tanto in tanto, quando passava qualche automobile, ne cercava il passaggio. La caricai. 
Parlava in italiano meglio di Skin e facemmo due chiacchiere.
Discutemmo delle differenze tra il mio e il suo popolo, e lei evidenziò il fatto che in Italia le persone fossero molto solari, aperte ma, allo stesso tempo troppo impulsive. Non sapendo come replicare, le dissi che forse era dovuto al troppo sole che ci picchiava in testa. Lei, di contro, rispose di non sapere cosa fosse meglio, se l’eccessivo calore che accendeva gli animi italiani o la pioggia che spegneva quelli belgi, come se il cattivo tempo si trasformasse in una meteorologia della mente, annebbiandone e confondendone i pensieri, fino a renderli grigi ed indecifrabili. Non so, sarà che qui non ha ancora piovuto ma per ora non mi sembra essere così.
La ragazza mi chiese anche che canzone fosse quella che stava passando la radio. Non lo rammento con esattezza, ma sono certo che si trattasse dei Marlene Kuntz perché disse di non riuscire ad distinguere le parole. Provai a spiegarle che era del tutto normale, essendo i loro testi molto ricercati, ma lei non capì e intese che s’esprimessero in dialetto o in una lingua locale. Cercai di chiarire meglio ma senza alcun esito. Non si fece meraviglia della cosa e aggiunse che in Belgio la differenza linguistica era una cosa molto sentita ed era quindi usuale che anche persone dello stesso paese parlassero in modo diverso.

È passato tanto tempo da quel pomeriggio e non ricordo assolutamente che canzone stesse passando in quel frangente ma mi piace pensare che fosse una intitolata, “Laura”, proprio come avrebbe potuto chiamarsi lei, la protagonista di questa divagazione estemporanea.

Ascolto consigliato: Laura - Marlene Kuntz


Visitiamo la città senza una meta precisa, schivando bellamente importanti monumenti come il Mannaken Pis e l’Atomium, ma ce ne godiamo il passeggio. Spossati, entriamo in un locale tipico, chiamato “A la mort subit”, nome che non ha bisogno di ulteriori presentazioni, fortemente sponsorizzato dal Bret, un nostro amico di Modena, che qui ha alcuni amici che viene spesso a trovare. L’atmosfera del pub è più raccolta e più intima rispetto ai bistrot parigini e, anche se il nostro tavolo è disposto di fronte alla via, riusciamo a rinfrescarci con qualche birra -molto più buona e molto più a buon mercato rispetto a quella francese- senza essere eccessivamente disturbati.

Grazie al Bret, non solo per averci suggerito dove andare ma anche perchè so che mi legge sempre (anche se perdo sempre) e per i giri di tequila a I Pini.

Scendiamo nuovamente verso la Grand Place e ci imbuchiamo lungo i vicoli che tagliano il centro della città, finendo, senza saperlo assolutamente, nel quartiere italo-ellenico. Da una parte della strada fanno bella mostra di sé trattorie italiane e pizzerie, dall’altra ristoranti e tavole calde greci. Scegliamo uno di quest’ultimi e, con soli quindici euro cad, ceniamo con pita e feta cui accompagniamo una birra locale, la Hoegarden. L’atmosfera è rallegrata da musicisti di strada che, nonostante la chiara nazionalità spagnola, intonano canzoni di ogni lingua e per tutti i gusti. In questo momento stanno suonando “Volare”. 
Fa sorridere, e allo stesso tempo pensare, che italiani, greci e spagnoli, si ritrovino insieme nello stesso posto, quasi fosse una barzelletta, al centro dell’impero europeo. O, forse, non poteva che essere così: del resto gli ultimi della classe fanno sempre comunella insieme; tra bestie ci si capisce sempre, e mi fa molto più piacere ingrassare questi, con i miei euro, piuttosto che i francesi.


Ad ogni modo questa immagine rafforza la teoria che mi son fatto riguardo Bruxelles, ovvero che si tratti davvero della Capitale de facto dell'Unione Europea, in grado, proprio come la comunità internazionale di cui è a capo, di accostare sfarzi e povertà, bellezza e necessità.

Visione consigliata: Game of Thrones 5x10 - Tyrion and Varys "I did miss you".


Lord Varys: If only. A grand old city. Choking of violence, corruption and deceit... Who could possibly have any experience of managing such a massive ungainly beast? 
Tyrion Lannister: I did miss you. 
Lord Varys: Oh I know. 

Continua...

Die genialen Dilettanten - retrospettiva malata sulla musica tedesca degli anni '80

Non che abbia molto tempo, dico proprio in generale nella vita, anzi!
Ho una bacheca (fisica, non virtuale) di to do's che non diminuiscono mai ma che, di contro, tendono ad aumentare con sistematicità. E tra questi ci sono anche cose che non dovrebbero essere obblighi ma che spesso mi impongo come tali affinché sia costantemente sollecitato intellettualmente. Perché sì, diciamoci la verità: lavorare dieci ore al giorno tot i dè tenendo la testa bassa sempre sugli stessi argomenti e dovendo, ahimè spesso, confrontarmi con gente dal quoziente intellettivo appena sopra Salvini, non arricchisce culturalmente e, va detto proprio così, alla brutto boia: svilisce.
Lasciamo stare il lato lavorativo, esperienziale (che poi l'esperienza altro non è se non un modo elegante di chiamare la somma delle volte che la si è presa in culo) o, primo dei meno importanti, quello economico; se non ci si pungola in un qualche modo si corre il rischio di imbruttirsi intellettualmente in maniera imperdonabile e come ha detto Dante, ben sapendo che Mihajlovic lo avrebbe sottolineato secoli dopo, davanti allo sconcertante vuoto pneumatico nella testa di Palombo, seduto al suo fianco:"Fatti non foste per viver come bruti..."

Tutta questa sbabbelata per dire tra i to do's degli ultimi mesi ci son state alcune cose degne di nota che si sono combinate tra loro dando il la a quanto segue.

1) Ho acquistato un libro intitolato QUELLO CHE DEVE ACCADERE, ACCADE, un'opera di Michele Rossi, signore che s'è preso la briga di descrivere per fila e per segno le vite di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, e conseguentemente di CCCP e CSI. Ne leggo dieci pagine tutti i giorni tra le sei e tre quarti e le sette meno cinque, durante il momento dedicato alla cagata mattutina che, va sempre bene ricordare: defecatio matutina bona tam quam medicina. È un incrocio tra una cronistoria e un trattato di filosofia socio-musicale, tanto che, per la prima volta dopo almeno sedici anni, ho dovuto aprire il dizionario perché non conoscevo il significato di molte parole. 
Voi sapete cosa significa "sdilinquimento"? O a cosa ci si riferisca definendo un'eco "maggerino"? Io non lo sapevo. 
Ad ogni modo, nella sua retrospettiva, il Sig. Rossi parte dalla Capitale di ogni Reich, passato, presente e futuro: Berlino, il luogo fisico e mentale dove GLF e MZ si conoscono negli anni'80 e maturano la volontà di suonare insieme, traducendo quello che ascoltano nei locali berlinesi in punk filosovietico e musica melodica emiliana. Il novero di band tedesche che, al tempo, elegge Berlino come proprio domicilio culturale è qualitativamente e quantitativamente incredibile. 
Oltre a mettere orecchie alle pagine del libro ed evidenziare i nomi degli album che vengono menzionati, mi impongo di metterli in heavy rotation. Sarò retrò, ma all'algoritmo di spotify preferisco ancora caricare il player di tutti i "dischi" gentilmente omaggiati dalla rete, lanciarli e ascoltarli distrattamente mentre faccio altro. Se percepisco qualcosa su cui valga la pena soffermarmi, mollo tutto quello di cui mi sto occupando e segno il nome del pezzo appena trasmesso, per poi approfondire in un secondo momento.

Lode all'Emilia, la più filosovietica delle province dell'Impero Americano

2) Qualche tempo fa avevo incaricato il mio amico Checco di compilare una selezione di canzoni pescate tra i gruppi minori degli anni '80 italiani. Pur riferendomi che si è trattata di una fatica di Sisifo, el Sciur Francesco ha fatto le cose per bene come Locatelli. Attenzione, perché non è nulla facile scartare CCCP, Litfiba prima maniera, Afterhours very old school, Raf, Umberto Tozzi, ogni volume di Fivelandia di quella milfoccia di Cristina D'Avena e recuperare qualcosa di buono tra gli "scarti del maiale". Tuttavia l'obiettivo è stato ampiamente raggiunto, superando di netto le mie aspettative e "costringendomi" ad un ascolto attento e ragionato della raccolta homemade "Evviva l'Italia (evviva la Bulgaria)".
Quel che mi ha colpito più di ogni altra cosa è stato riscontrare in queste band (semisconosciute e/o che non hanno avuto il successo sperato) molte intuizioni che alcuni importanti gruppi venuti dopo avrebbero mutuato ed adattato ai propri stilemi musicali. Non so, sembra sia stato un medioevo musicale underground e a queste band sia spettato l'arduo compito di ricevere sassi da tutte le parti e rimandare indietro rose a titolo di gloria, e gloria per lo più personale.
L'ascolto è stato propedeutico alla realizzazione della compilation di cui andrò tosto a declamare.



3) Il 9 Novembre di quest'anno è ricorso il venticinquesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Il Corriere della Sera ha allegato un libro al quotidiano, in cui diversi autori hanno raccontato cause, contesti ed effetti legati al crollo del Muro. La questione è stata analizzata da diversi punti di vista, e la prospettiva finale è risultata essere molto interessante. La mia personale conclusione, a margine della lettura (non ancora completa, purtroppo) del libro, è stato concordare, seppur in parte, con Andreotti che voleva così tanto bene alla Germania che preferiva ce ne fossero due. Per quel che è il mio campo di interesse ossia quello musicale e sociale, è una constatazione che mi trova d'accordo, perché il caos berlinese di quegli anni era fertilissimo, confermava quella grande verità per cui a tutti piace Game of Thrones, ossia che:"Chaos isn't a pit, chaos is a ladder". La confusione genera creatività, la mancanza di punti di riferimento da seguire con assoluta certezza lascia liberi di non definire alcun contorno e, a volte, limitare la vista costringe, ma soprattutto permette, di guardare più lontano.


I tre punti sopraccitati si sono trasformati in uno stimolante gioco ad incastro e, dato che ho trovato una cavia che sembra essere ben disposta ad ascoltare le mie raccolte sperimentali, ho deciso di compilare una selezione dei pezzi che più hanno rappresentato il percorso musicale e l'immaginario collettivo che proveniva da oltre il limes.

Vado dunque ad elencare i pezzi prescelti e corredarli con una breve descrizione.

Spaccato di vita della Berlino Est visto o presunto dal Professor Battiato. Stava bene da prima della lista per due ragioni, una pratica ed una poetica. Innanzitutto perché prima di avventurarsi nel clima pesante che caratterizza la compilation, reso ancor più ostico da una lingua che non si è così soliti praticare e comprendere, il cantato in italiano poteva mettere in una migliore predisposizione all'ascolto. La seconda perché è di una tristezza infinita, ha quel non so che di irrisolta malinconia che racconta perfettamente le emozioni che doveva vivere il Berlinese medio dell'Est.


2. Der Rauber und Der Prinz - Deutsch-Amerikanische Freundschaft


A parte che c'è da gasarsi solo per il fatto di riuscire a scrivere il nome della band, la canzone è citata nel libro di Michele Rossi e rappresenta molti dei concetti importati da Ferretti e Zamboni, specie per quanto riguarda la ricerca delle sonorità, in parte discordanti, quasi fuori tono e guarnite da rumori metallici che danno quel senso di pesantezza della Berlino meccanica e operaia del tempo, figlia del goniometro, del compasso e del martello.




Doverosa premessa. Questa canzone è del 2000 e quindi apparentemente fuori bando, ma entra di diritto nella scaletta perché se non mi fossi mai imbattuto in questo strepitoso pezzo non avrei mai conosciuto gli Einsturzende Neubauten né avrei dato un nome a questo blog. 
"Nuovi edifici che crollano": è questo il significato di Einsturzende Naubauten, ed è la miglior definizione che si poteva dare a Berlino a cavallo degli anni '80. Era il centro del mondo, anzi, erano i centri di due mondi, uno dei quali, quello orientale, era il nuovo che non avanzava e che crollava su sé stesso. 
Quindi, altroché "Sabrina vita da strega", questo è un discorso che fa molto pensare perché ora sembra preistoria moderna, perché ora Berlino concorre con Londra per chi sta al centro dell'Universo: pare ieri ma sono passati trent'anni o giù di lì.
Inoltre, forse non tutti sanno che io ho chiamato il mio blog INDIE OPEN BAR perché convinto che le liriche della canzone dicessero così; in realtà il mio orecchio non era molto preparato e malintesi un verso che invece dice "it's in the open but".


4. Numbers - Kraftwerk (komplete version)
Insieme agli Einsturzende, i Kraftwerk monopolizzano questa antologia, ne sono gli indiscussi padroni. Questa versione remiscelata non troppi anni fa prova che l'oro non prende macchia e che le idee dei quattro visionari di Dusseldord sono refrattarie al tramonto: incredibili allora, incredibili ora.



Una manciata di secondi a mo' di carosello, giusto perché si intenda che questi facevano un po' il cazzo che gli pareva, non c'era stato un arbitro che avesse loro spiegato con esattezza le regole del gioco.



6. Das Model - Kraftwerk
Beh, questa è la hit del lotto, che poi donna Ilenia commenti:"Bello, bravissimi ma ascoltali tu" passa in cavalleria.



7. Der Mussolini - Deutsch-Amerikanische Freundschaft

Altro brano suggerito dal libro di Michele Rossi, che inserisco perché questa è veramente una risposta ad una domanda mai formulata, un effetto senza causa o una causa senza effetto, 'na roba cui, anche sol per necessità di catalogazione, si fa fatica a trovare casa. Eppure è forse una delle più sintetiche dell'intera compilation: senza stare a fare troppe messe spiega, con il ritmo arrembante, il cantato rivedibile ed una buona dose di idee confuse il clima caotico di cui ho lungamente sbabbelato in precedenza. Insomma, me li immagino 'sti ragazzotti incerti del loro presente e del loro futuro, ammassarsi in poghi selvaggi dentro discoteche losche e sporche che nulla han da dire se non a chi non ha niente di meglio da fare. 
Spoiler alert:"Delle sale da ballo un po' più che di merda, un'opinione pubblica un poco meno stupida", ecco, appunto.


I tedeschi hanno solo un grande, atavico, problema: è che stanno sul cazzo a tutti. Ragion per cui, anche quando sono avanti trent'anni rispetto al resto del mondo, nessuno se li caga e li prendono tutti per scemi. In realtà sanno già come andrà a finire e, semplicemente, si mettono alla finestra e aspettano di ricordare a tutti che loro lo avevano già detto da mo'. È così con la Bundesliga attuale ed era così con i Fehlfarben che nel 1980 profetizzavano:"Wir sind die Türken von morgen", ossia "Noi siamo i turchi di domani". 


Qual è il menù tipico di Berlino, oggigiorno? Kebab? Ah, già. Che se è vero come è vero che siamo quello che mangiamo, allora 2+2 fa 5 solo per i Radiohead e l'equazione è bell'e che risolta.

Tra l'altro, curiosità, m'era partito un crepo quando ho letto che si trattava di un pezzo dei DAF, per cui sono andato a vedere prima su Wikipedia poi su Youtube.



Solo una cosa, giusto perché forse non è chiaro: siamo negli anni '80.


Sempre nel libro di Rossi ho letto un'interessante affermazione di Zamboni. Raccontava che scattare foto a Berlino Est era una cosa curiosa perché sembravano in bianco e nero anche quando dovevano essere a colori, e questo perché Berlino Est era in bianco e nero anche quando c'era il sole e faceva bel tempo. Questa canzone, per lo meno a me, trasmette proprio quella sensazione.
E poi sì, mi ricorda un film porno che avevo guardato quand'ero poco più che adolescente, trafugato dai cassetti segreti del Baby, il padre di Fonzo: La clinica dell'amore. Come crescere nel giro di un pomeriggio.


Questi, semplicemente, facevano un altro sport. Non è un caso che al riguardo sia stato detto:" Senza di loro non ci sarebbero stati l’hip-hop, la house, la musica ambient, l’electro e persino Michael Jackson"


12. Black Water - Apparat
È lecito domandarsi se tutto questo ben di Dio abbia avuto conseguenze più o meno moleste, se le influenze siano state raccolte e declinate ai tempi nostri, così da dare alla compilation anche una profondità temporale. Ci ha pensato Apparat, al secolo Sascha Ring, DJ berlinese, che le ha rastrellate tutte, le ha infilate in un caleidoscopio di generi, le ha mischiate con un po' di sano post-rock degli anni zero e se ne è uscito con delle canzoni strepitose che rinverdiscono un passato prezioso ma trascurato, proiettandolo, con tutte le aggiustature del caso, nel presente.



Questa è la canzone alfa dell'album alfa del gruppo alfa.


14. Live in Pankow (live) - CCCP
Prima avevo spoilerato parte del testo di Live in Pankow: c'era una ragione.



Ost Berlin - West Berlin
Trance Europa express
Qua e di la del muro l'Europa persa in trance
In Alexanderplatz come in piazza del Duomo
Europa persa in trance ultimamente
I miei amici anche i miei amici anche
Sotto la NATO il Patto di Varsavia




Non ho specificato per cosa stia la parola "Kraftwerk" in tedesco. Ebbene, significa "Centrale Elettrica" e Die Roboter (o The Robots in inglese) è la canzone che ne fa didascalia. L'abilità della band è quella di infilare un po' di dolce stil novo nella pesantezza della società che rappresentano. Operazione perfettamente riuscita.


Questa è finita nella compilation per sbaglio ma mi scoccia toglierla perché, come giustamente commenta un ragazzo su Youtube: "Perfect example of how you don't need a plethora of instruments to make music good. EN does minimalism best". Minimalismo, non nichilismo; vuole dire non troppo ma nemmeno niente, raccontare quel che è senza negare nulla, che altro non è se l'ennesima chiave di lettura del contesto spazio-temporale dell'epoca.





Non che a me serva particolare fantasia per avventurarmi in viaggi mentali veramente malati ma quello che io ho sempre visto in questa canzone è stata l'idea che forse i Kraftwerk intendevano trasmettere, ossia quella di attraversare l'Europa con il pensiero prima e con la musica poi.
Quando, millecinquecento righe fa, ho scritto "limitare la vista per guardare più lontano", pensavo a qualcosa di simile, o forse pensavo proprio a questo.


Outro.
Dall'album Krieg und Frieden, che sta per "Guerra e pace". In parole semplici: Berlino.




Se volete che vi prepari la compilation, telefonate ore pasti con il telefono sip a rotelle, sennò non rispondo. Ah, si chiama Die genialen Dilettanten: buon ascolto.

Croazia, dobro!

IMMANCABILE PREMESSA

Chi mi conosce lo sa, non sono più carabiniere e, oltre a questo, sa anche che ho comprato un taccuino ove raccogliere appunti delle mie gite fuori porta. Per cui lascio un attimo in sospeso le avventure irlandesi (ancora in attesa del tragico epilogo), per ceder spazio a quelle croate, appena vissute, trascorse tra Zagabria, Plitvice e Novi Vinodolski, riguardo cui ho scritto giusto qualcosina, tipo un'enciclopedia omnia De Agostini.


Hai un bel po' di roba lì, eh? Sì?

Mentre mi ustionavo sulle spiagge del Quarnaro ho letto un libro (che chissà quanto tempo fa avevo comprato per poi mollarlo alla polvere e a qualche sguardo distratto) che, più che un romanzo o un racconto, è un vero e proprio memoriale. Non entro nel merito di chi o di cosa parli, non è importante (per lo meno non in questo frangente), ciò che conta è che si tratta di un resoconto dettagliato di memorie e di ricordi. E non credo sia un caso che mi ci sia imbattuto proprio quando ho deciso di mettere a referto ogni cosa considerassi significativa. Perché sì, ho capito che valore abbia la scrittura delle proprie vicende, specie quando non derivano dalla routine quotidiana ma da “avventure”, più o meno grandi, no matter what.
Per assurdo è come se, non scrivendo niente, smarrissi i giorni e ne buttassi via pensieri, parole, opere e omissioni. D'accordo le foto, al naturale o rivedute e corrette by instagram, ma uno scatto, per bello che sia, non può raccontare tutto. Quante volte riguardando una fotografia si sorride, ce ne si compiace, ma non ci si ricorda di tutto quello che c'è stato dietro? Ecco, tipo.
Allora scrivo, con la speranza di essere più sintetico delle altre volte, speranza vana che, come al solito, saprò disattendere con logorroica maestria.

Ti manca un armadio dove mettere i giorni che stiamo perdendo


LUBIANA

Di autostrade di merda ce ne sono, ma come quella che passa sopra Venezia, no.

Dovendo attraversare la Slovenia per raggiungere la nostra prima tappa, Zagabria, decidiamo di sostare qualche ora a Lubiana. Per cui, dopo essere partiti alle quattro del mattino ed essere prima stati ammaliati da una caleidoscopica alba autostradale #nofilter, veniamo poi accecati dal sole che conferma di sorgere ad est, e cazzo se lo conferma. Della serie: per almeno mezzora non ci ho visto una beneamata minchia.
Quindi, dopo aver barattato la partenza intelligente con una coda ignorante all'ultimo autogrill friulano per comprare "la vignetta", vale a dire il salvacondotto per le autostrade slovene, sconfiniamo tra percorsi splendidi e boschi rigogliosi e, in men che non si dica, raggiungiamo Lubiana. Ne vale la pena. Le impressioni sono di una città a forma austro-ungarica e a sostanza tendenzialmente italiana. Emblematico è il nome di un caffè nella piazza principale: Kapuciner, grammatica crucca e aroma de noantri.

Uno scorcio del fiume Ljubljanica che attraversa la città

L'architettura ricorda quella delle grandi città austriache o bavaresi, con la differenza che in giro non c'è odore di crauti, wurstel o patate lesse stracotte fuori e crude dentro, ma di frittura di pesce e birra Lasko. Non me lo faccio ripetere due volte: ne approfittiamo.

La frittura migliore al mondo: ore 10.30 del mattino

La cordialità, poi, non è nemmeno lontana parente di quella d'oltralpe (con l'accezione tirolese o bavarese), anzi: se ci fosse un modo per definire questa gente, direi che si tratti di italiani dell'est, del profondo est ma pur sempre italiani, con una spiccata predisposizione ad intrattenersi con gli avventori e a scambiare con loro qualche parola. 

Lasciata la Capitale slovena, puntiamo a oriente, in direzione Croazia, che raggiungiamo dopo esserci fermati per un caffè nel bel mezzo del niente, al bar Evropa, che non so perché si chiami così, dato che è ideologicamente a metà strada tra il Kentucky di Dorothy del Mago di Oz (questo è infatti ciò che ci suggerisce il panorama intorno) e una più che labile memoria della Jugoslavia che fu (rappresentata invece dai fazzoletti filo-sovietici con cui le vecchie contadine del posto si raccolgono ancora i capelli).


ZAGABRIA

Arriviamo nella Capitale croata a pomeriggio inoltrato e, tempo di una siesta, usciamo a cena. Sfruttiamo il cambio favorevole (finalmente capisco come si sentivano i tedeschi ai tempi d'oro del "Marco in Riviera") per cenare al ristorante. I primi e la carne, seppur abbondantemente salati e conditi, sono gustosi e, per il prezzo pagato, meriterebbero un secondo assaggio. Purtroppo però non sosteremo qui più di una notte.
Diamo uno sguardo alla Lonely Planet -che più che una guida sembra un romanzo di genere- per decidere dove dirigerci e, magno cum stupore, scopriamo che tra le mete indicate risulta esserci il nostro hotel, una prestigiosa ed antica struttura costruita per ospitare i passeggeri dell'Orient Express, ovvero Re, governanti, politici (e, giustamente, con qualche secolo di ritardo: noi) quando Zagabria non ne era altro che una piccola tappa di passaggio. Ecco spiegato come mai ci abbiano parcheggiato la macchina, portato in camera le valigie e fatto intendere che qualche "tip" non sarebbe stata disdegnata (ti ho dato 10 euro, ti ci fai serata, amico mio!) nonostante io fossi vestito con la classica camicia da grigliata e donna Ilenia fosse travestita da Panariello al Bagno Maria. Bella botta di culo aver trovato l'offerta del secolo, perché di essere serviti e riveriti come fossimo alti regnanti non ci succederà mai più.

Diciamo che ho dormito in posti peggiori



È sabato 16 agosto e, sarà perché è sera o perché gli abitanti sono al mare ma la città è deserta e anche un po' scura. Intere strade non sono illuminate e, a parte la piazza principale, l'unica via in cui c'è un po' di movida si chiama Tkalciceva Ulica, piena di giovani, di localini e di birre da 0,50 che costano solamente l'equivalente di venti centesimi in più rispetto a quelle da 0,33: un mistero della fede, tanto inspiegabile quanto magnifico.
Fatta serata, torniamo al nostro lussuosissimo hotel, all'interno del quale, nella celebre ballroom, sono in corso i festeggiamenti di un matrimonio appena celebrato. Fossimo in Italia non ci penserei due volte ad imbucarmici ma il luogo comune del "Spaco botilia uccido familia" è abbastanza pressante e mi dissuade dal farlo.

L'indomani mattina, la colazione è luculliana e, solamente quando il caposala, dopo averci squadrato per tutto il tempo neanche fossimo due scappati di casa, ci rassicura:"Mmm... yes, your continental breakfast is included", parole che suonano come una formula magica, ci alleggerisce il cuore e non il portafoglio come temevamo.

Non succederà più (tra l'altro pezzo della vacanza)

Scattata qualche foto in Jelacica Trg, visitiamo la Torre Lotrscak proprio quando dal suo interno viene esploso un colpo di cannone, che qui è una ritualità dato che ciò avviene ogni giorno a mezzodì; dedichiamo qualche ora al Museum of Broken Relationships, interessantissimo spazio artistico dove vengono raccolti i cimeli delle storie finite male, donati dai cuori infranti di tutto il mondo, e ci prendiamo tempo per una passeggiata lungo i viali. Da queste parti non si dice "fare una vasca" come da noi, c'è un nome e un cerimoniale preciso: "Spica". Ci si ferma in un qualche bar per sorseggiare una karlovacko o bersi un caffè, ci si prende un break e si contempla il passeggio.
Rimangono di impossibile comprensione due cose:
1) I baracchini di ambulanti che smerciano pannocchie grigliate, assiepati in ogni vicolo della città;
2) Alberto Camerini in filodiffusione lungo le vie della Spica.

Jelacica Trg


A corti discorsi Zagabria è una capitale tascabile che si gira in una mattinata, è un incrocio tra ambizione da grande città europea e malcelata provincialità. In generale mi colpisce meno di Lubiana. Non so, forse è l'eccessiva razionalità di alcuni edifici socialisti che hanno inevitabilmente appesantito le linee altrimenti aggraziate dell'architettura asburgica, o il modo di fare della gente, più grigia di quella slovena, un po' più fredda e distaccata, ma come città non mi finisce. Comunque sia, la mettiamo sulla mappa e procediamo oltre.


PLITVICE

Il tour prevede una sosta di due notti presso i laghi di Plitvice.

Where to?
Penny's way in Plitvice's lakes. Give me a map and a Karlovacko and everything is dobro!

Raggiungerli si rivela una fatica di Sisifo. Il navigatore ci conduce off the beaten roads lungo una strada tortuosa che attraversa quelle che, con tutta probabilità, sono state zone di guerra. I nostri sospetti al riguardo diventano conferme quando prestiamo attenzione agli edifici intorno. I muri di qualche casa sono ancora smitragliati e dal colore di alcuni tetti si intuisce che, al tempo, diverse abitazioni furono incendiate. È impressionante e anche un po' angosciante: è passato un ventennio ma per quelle costruzioni semidistrutte il tempo sembra essersi fermato alla metà degli anni '90. Certo, se il navigatore non ci avesse indicato questa strada di merda che stiamo iniziando ad odiare, ne avremmo percorso una molto più agevole e serena (della cui esistenza avremmo scoperto solo due giorni dopo, li mortacci), ma non avremmo fatto caso ai segni della guerra e la mia curiosità non si sarebbe accesa.
Infatti, arrivati al nostro albergo dopo lungo peregrinare e diversi "Good luck" da parte delle persone cui chiedevamo informazioni riguardo alla strada, mi documento e scopro che la prima vittima della guerra di indipendenza croata si ebbe proprio qui, a Plitvice, luogo che i serbi occuparono convertendo tutti gli alberghi e gli alloggi della zona in caserme e basi provvisorie.
Più ci penso e più mi fa strano: queste cose mi avevano sfiorato quand'ero un adolescente e le sentivo commentare al telegiornale quasi fossero notizie che provenivano da un altro pianeta. Mi tornano alla mente i temi a contenuto di attualità che la nostra professoressa del tempo ci faceva scrivere e mando un messaggio al mio amico Checco, compagno di Liceo. Son passati nemmeno vent'anni, il tempo di una generazione: tanto basta perché la storia di ieri venga considerata preistoria moderna. Il solo pensarci è quasi più scioccante dell'aver visto le case semidistrutte ai lati della strada.

Mangiamo due ciabatte nel ristorante dell'hotel, prendiamo un digestivo presso il barettino e non riesco a trattenere un sorriso nel leggere la scritta sopra il bicchiere in cui versano una generosa quantità di Jagermeister: "18 Isola Bella", nome di un liquore che in Italia deve essersi estinto almeno quarant'anni fa insieme all'Amaro Cora, al Punt e mes e allo Stravecchio Branca.

Minuto 29'22"

Ci accorgiamo che qui è pieno di turisti, molti di questi sono italiani, tedeschi e, non mi spiego come, asiatici. Usciamo all'aria aperta per fumare una sigaretta e la prima cosa che sentiamo pronunciare è:"Vacca boia, ec fradd!". È una signora che capiamo essere di Bologna, anche lei in gita a Plitvice insieme ad alcuni amici.

Il giorno successivo, la visita dei laghi ci lascia senza fiato.

I luoghi (per niente famosi) del Crauti - Western. Sì, è esistito davvero un filone cinematografico chiamato così

I laghi di Plitvice sono in assoluto una delle cose più belle che abbia mai visto, quando si dice:"gli effetti speciali ce li mette il Creatore". Al di là della storia che ho constatato essere stata derubricata (a ragione o per mera convenienza) tra le cose brutte da non ricordare, la natura è paradisiaca. Cielo, terra e acqua hanno tutti i colori del pantone. L'unica pecca sono i turisti che rendono impercorribili le splendide ma strette passerelle di legno che attraversano boschi, cascatelle, piccoli ruscelli collegando tra loro i vari laghi. Sembra d'essere al Grandemilia alla Vigilia di Natale, con l'aggravante presenza di coglioni che girano con la go-pro e scattano foto ogni tre per due. Se si considera che già io non ci vedo una mazza, le passerelle sono scivolose perché sono sapientemente costruire a filo dell'acqua, si cammina in fila indiana e ogni quattro passi diventano tutti fotografi, è un mezzo miracolo se non vado a sbattere contro chi mi precede, finendo dentro ai laghi.
Noi ridiamo, ma c'è gente che davvero gira con un bastone attaccato a una specie di macchina fotografica e si sente autorizzato a spaccare il cazzo al mondo intero, roba che se glielo prendo, quel bastone, glielo infilo su per il culo.

Senza colpo d'occhio...

La folla di visitatori è sconcertante.
Sento le parlate di molte regioni italiane, è pieno di ragazze giapponesi (che m'accorgo essere più belle su Youjizz che dal vivo), di turiste slave (belle davvero, l'unico peccato è che siano vestite) di tedeschi dall'immancabile accoppiata calze bianche e infradito e qualche ammerreggano. I gestori del posto hanno disseminato alcuni punti di ristoro dove la birra costa meno dell'acqua e viene arrostita qualsiasi cosa possa essere grigliata: gente saggia e premurosa che ha capito che anche la lungimiranza non si improvvisa e può divenire un capolavoro quando significa intuire che i visitatori possano sentirsi improvvisamente affamati davanti ad uno spiedo di porchetta.

Se magna!

L'ultima sera chiediamo ragguagli circa qualche bel locale dove poter cenare, data la cattiva esperienza del ristorante interno all'albergo. Di tutta risposta, uno dei due portieri esibisce un truffaldino sorriso a centoquarantacinque denti e ci consiglia una festa in una città vicina. Gli chiedo perché accompagni l'imbeccata con un ghigno demoniaco che lo fa sembrare Iggy Pop e la replica:"Grande fiesta, ciè tuto, alcol ragaze bumbum" rimette in circolo il mio non ancora sopito luogo comune del "Spaco botilia uccido familia" dissuadendomi dal seguire il suo gentile consiglio.

"Nota bene" a margine. Tutti quanti, esclusi gli italiani, parlano in inglese cento volte meglio di me. E, quel che fa ridere è che, per non so quale mio difetto di pronuncia, a stretto giro mi confondono per spagnolo (eh vabbè), portoghese (prego?), tedesco (mazet!) e inglese (thank you, you're very kind  but I'm not).


NOVI VINODOLSKI - MARE

Infine il mare.

Giocavamo a carte contro un tizio del posto. C'eravamo giocati l'orologio e avevamo perso tutto. Poi l'ultima mano e il tizio si gioca la casa al mare qui a Novi. Perde. Diciamo che vabbè, fa lo stesso, ci basta riavere indietro le nostre cose, in fondo è un gioco, che si tenga la casa. Lui non accetta, ha perso e la casa al mare diventa nostra. Torniamo in Italia, sentiamo dai Carabinieri come ci si deve comportare in questi casi e ci rispondono che è tutto ok, che il tizio è un signore ricco sfondato che gioca fino a perdere di proposito, non siamo i primi cui "regala" una delle tante case al mare, non saremo gli ultimi.
Peccato fosse "il sogno dell'Ile e non la realtà".

Data la pessima avventura lungo la strada di guerra, decidiamo che la traversata dall'entroterra verso il mare debba avvenire nel rispetto di un itinerario ben pianificato con precisi tempi da rispettare.
Così è o dovrebbe essere ma non ci pare e decidiamo quindi di non prendere nessuna autostrada e procedere alla cazzo di cane, puntando paese dopo paese fino alle coste del Quarnaro, tanto il tempo is on our side. Ci dice bene e arriviamo a Novi Vinodolski.
Lungi da me sbabbelare una serie di stronzate clamorose alla  "Cono 5 stelle Sammontana" (anche perché solo a sentire la parola cinquestelle mi viene l'orticaria), ma descrivere la settimana a Novi Vinodolski costerebbe troppa fatica e forse non ne varrebbe nemmeno la pena. Meglio un elenco scoordinato, contorto e pesante come nemmeno un flusso di coscienza di James Joyce avrebbe potuto essere.

Mediterraneo - Una faccia una razza

Il Mare è Nostrum anche da questa parte ma qui si vede il fondo, forse perché non ci sfocia il Po. Il tavolo e le sedie accuratamente appostati all'ombra in riva al mare dove i vecchi giocano a carte quando fa sera. Verde, sole, scogli e blu, sembra d'essere dentro "Mediterraneo" e come ha detto il mio amico Santu io ho del "Claudio Bisio". Barche, simil-pedalò e catamarani-rock popolano l'acqua che risplende alla luce del sole, quasi fosse un naturale gioco di specchi tra cielo e mare. Addormentarsi sul lettino e scorreggiare senza rendersene conto: ufficiale, sto diventando un vecchio di merda ma che gusto! Cercare il largo col materassino e il degno corollario di ustionata scontata: regolare. Running lungo le viuzze sul mare: tot eter quel rispetto al miglio veloce a Maranello o al campo d'aviazione a Pavullo. Le passeggiate tra Pekera, Minimarket, bar lozzi con Karlovacko a 15 kune e Tisak (il tabaccaio: parola importantissima da ricordare). Ritrovarsi in un resort coi fantacazzi, sfruttarlo al 30% e sentirsi costantemente a disagio dati il lusso e gli agi per gente di un certo livello che non siamo di certo noi. Il sogno di donna Ilenia (da cui forse avrei fatto bene a partire per raccontare quest'ultima parte). Leggere in spiaggia, finalmente leggere, e continuare a farlo senza curarsi del tempo, senza guardare l'orologio e realizzare che si è letto in posti peggiori (tipo in treno, in aereo, in sala d'attesa in ospedale...). La bella culandrona. Abbronzarsi come quando avevo quindici anni e andavo ancora al mare con i miei genitori. Tendenza a FKK più o meno costante. Tette che sfidano apertamente le leggi di gravità. Bagnanti che sembrano baccanti in stato d'estasi. Krafen cucuritza mais pop porn.La mia mise da Pierluigi Pardo, pantaloncini da calcetto e camicia elegante. Il ristorante Luka's dove, dopo esserci andati tre sere su sei, siam diventati di casa e ci siam cavati la voglia di pesce per almeno tre estati pagando prezzi che in Italia non esisteranno mai.  Domandare quando dicono Messa (intendendo l'orario) e sentirsi rispondere:"Maybe on sundays". Grazie. Comunque son riuscito ad andarci lo stesso e l'unica cosa che ho capito è stata:"Amen". I tedeschi che vanno a mangiare la pizza alle 5 del pomeriggio: poi uno si chiede com'è che han perso due guerre. Se da queste parti ci sono stati il Socialismo più o meno reale e una serie di guerre di merda, pare che abbiano cancellato tutti quegli eventi. Quanto tempo? Cinquanta, sessant'anni? beh, pare proprio che li abbiano cancellati di netto tanto l'oro di queste coste non avrebbe preso mai macchia e avrebbe attraversato ogni epoca. Forse han fatto male, forse no. Comunque sia, a testimonianza del processo di secolarizzazione occidentale ovunque compare la scritta della Coca-Cola che, a ben pensarci, è la cosa più democratica che ci sia. La stari-grad, ossia la città alta. I mielai sulla strada verso Fiume. L'Italia. La redenta Trieste (Trst, per chi sta oltre il mutilato confine) e la sua piazza, più bella di un gol al 90'. E poi casa.

Novi Vinodolski - Starigrad


DOBRO

Ho pensato tanto, mentre scrivevo, a come avrei potuto intitolare questa sbabbelata.
Ebbene, quando ho rimesso piede a San Antonio, TX, ho contato le parole che avevo imparato durante la mia permanenza nell'Impero Austro-Ungarico. In realtà sono solo tre parole e non sono sole cuore e amore ma: hvala (grazie), karlovacko (come si sarà potuto evincere la birra nazional-popolare: the first croatian word you have to learn) e dobro.

Dobro, a seconda del momento della giornata o della situazione può voler dire:
- bene;
- bene bene;
- benissimo;
- bene ma non benissimo;
- buono/a
- Hai detto Sandro?!?
- enjoy!
- ok;
- certamente;
- prego;
- figurati;
- ciao;
- oggi fa bel tempo;
- sono 20kune;
- Anche tu conosci Sergio di Rio?
- vuoi che ti gonfi il materassino?
- la pizza la vuoi col prosciutto o senza?
- il parcheggio è là davanti e sono 10 euro al giorno ma non te lo dirò fino al check out.

Insomma, Dobro può voler significare tutto, per cui s'adatta benissimo come intestazione dell'articolo e si prende pure i titoli di coda.
Tanto mi dovevo: Croazia, dobro!

...hvala!

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