La memoria delle sensazioni


O anche "Elegia numero uno: del bar".
Ne seguiranno altre.
Buona lettura.

I spend my time sittin' on the fence with a mate of mine
I'm tryin to write the line of a story


Sarà perché quand'ero monello non ho mai visto troppi soldi in casa.
I tempi più che essere diversi, erano rovesciati: se ora l'ultimo degli operai della Ferrari piglia uno stipendio pari a quello dei più considerati impiegati di una grande Ceramica, venti anni fa era il contrario, e se a questo s'aggiungeva il fatto che non ci fossero Schumacher, Alonso e compagnia cantante a garantire premi produzione agli uomini di rosso vestiti e murcia imbrattati, ma ci fossero Berger e Alesi al comando di due trattori imploranti pietà che arrivavano sì e no in fondo alle prove libere, s'evince perché la mia famiglia (papà operaio in Ferrari) non avesse così tanti danée da sperperare.
Sarà per questo che negli anni dell'adolescenza -ovvia conseguenza- mi sono tenuto alla larga da bar e locali in genere: perché se volevo apparire ordinario in tutte le cose normali (scuola, compagnia e squadre di calcio varie), l'eventuale me straordinario non poteva permettersi di dare altro che un leggero filo di gas nelle cose speciali.

Dunque è forse a causa di questo passato che ora il mio portafoglio, il portafoglio di uno che lavora regolarmente (sempre bene precisare: PER FORTUNA Y PER ORA...ndr), si svuota con la stessa velocità di quello del padre che porta il figlio al mare: perché non so gestire qualcosa di cui non ho avuto completa educazione e di cui ora mi cala consapevolezza.
Tuttavia è a causa dello stesso background di cui sopra che mi incazzo come una pantera quando penso che un libro o una pizza al taglio costino troppo, che fare la spesa sia una scelta a due con qualcos'altro di più divertente (mi spiego meglio: o vado alla freddissima COOP di Maranello a comprare qualcosa che non sia una birra, o esco anche di sabato sera. Tutte e due niet) o quando dopo aver valutato lungamente se acquistare un paio di jeans, un maglione, le Nero Giardini da far parata in ufficio, mi interrogo nel profondo e mi rispondo:"Ma no, non mi manca niente, va bene quello che ho già", e mi tengo le mie scarpe di gomma, porco xxx, porca ecc..., o, ancora, quando mi si rompe qualcosa che non posso/so aggiustare (exempli gratia: la cartuccia che ho appena montato sulla stampante non va, m'è caduta, l'ho rotta, sono maldestro, lo so) e ne devo acquistare un'altra.
Due miserie in un corpo solo: spendaccione e resca.
Se uno ci pensa non è un concetto molto distante dal bipolarismo tipico dell'italiano medio cui fa cenno, nemmeno troppo velatamente, Maccio Capatonda. Da una parte chi si chiede quanto costi il sale e da che parte stia andando il mondo, dall'altra chi vive come se non ci fosse un domani. E rimane aperto un interrogativo rilevante: in media stat virtus?


Ma al di là di questa introduzione stucchevole, quasi Oliver Twist al mio confronto fosse sempre stato bello, fortunato e benestante, il punto è un altro, ed è ben più preciso di quanto possa sembrare e molto più interessante di quanto si possa preannunciare.
Non so se i soldi realizzino i desideri, ma so che a me hanno consegnato, senza bisogno di caparra o cauzione, le chiavi di quei mondi da cui m'ero tenuto alla larga in passato: bar e locali in genere. Luoghi che ti danno il polso del mondo intorno, e che racchiudono le più disparate categorie di individui:
  1. quelli che fanno i saputi e vogliono mettere le braghe al mondo;
  2. quelli che la devono far fuori (per forza, aggiungo io);
  3. casi umani, per lo più gente che canta al karaoke;
  4. subnormali prestati alla vita, che quando dice bene si limitano a fumare quantità industriali di sigarette matte, quando dice male raggruppano tutte e undici queste categorie.
  5. criminali della galassia (tra cui spiccano diversi personaggi che mi devono almeno 10 euro);
  6. gente che suona in cover band dei Doors (questa categoria non differisce di molto dalle ultime due menzionate);
  7. quelli che fanno sfoggio di ogni tipo di giurisprudenza e quelli che invece l'hanno messa al bando;
  8. simpatizzanti di stati canaglia vari;
  9. disoccupati di lusso, detti anche "disoccubirra", splendidi perdenti, andando in prestito di parole di Tom Waits;
  10. quelli che sono sempre passati col rosso sotto ogni punto di vista ed in ogni ambito della vita;
  11. personaggi davanti ai quali l'unica reazione possibile è: da quando quelli come te sanno parlare?

E ora un pezzo da cui ho tratto principio e ispirazione:

Chissà che nome d'arte avrà il DJ se sceglie sempre e solo tutto lui.

Da una qualche parte devo aver letto che una frase che mi ha molto colpito.
"Ogni giorno un furbo ed un coglione si svegliano: se si incontrano, l'affare è fatto". Vero, verissimo, e se fosse una targhetta o un cartello di quelli che vendono come souvenir nei paeselli di villeggiatura, lo affiggerei alla parete di ogni bar, perché nessun altro posto si presta meglio ad esserne reale metafora. Ma questa è accademia, questo potrebbe averlo detto chiunque, Giovannino Guareschi, Stefano Benni, Luciano Ligabue, Enzo Licantropo, ecc...

"Allora gli stronzi come te non dovrebbero berlo, dovrebbero galleggiarci in cima"



Torniamo sul pezzo. Uno dei più diffusi/scontati stati di facebook dice che la felicità è vera solo se condivisa: può darsi. Ma penso sia altrettanto vero che un sentimento individuale sia sincero solamente quando viene condiviso il meno possibile. E a me piacciono i bar perché -in primis- sono i luoghi cui devo la mia emancipazione economica: e questo è il mio primo e più sincero sentimento di felicità. Non v'è altro posto o altra situazione che mi permettano o mi abbiano permesso -egoisticamente parlando- di sentirmi più libero, e più diverso di quando ero un monello senza nogra.

Due bei consigli, te li do? Te li do?
1) Vatteneaffanculo!
2) Restaci. 
Me pare che siamo a posto.

In seconda battuta adoro i bar per svariati motivi, anch'essi tutti sinceri, seppur diversi.

Innanzitutto perché non esistono altri posti dove sia presente una così alta percentuale di ragioni sbagliate per fare cose giuste, e di ragioni giuste per fare cose sbagliate. Amicizie e affetti nascono e vengono traditi proprio così e tante volte quello che la notte sembra amore il giorno dopo diventa un errore (e viceversa, naturalmente).
Ma del resto come dice una famosa tag-line di Fifa: if it's in the game, it's in the game.
Io non so come siate voi, ma io sono un po' come Lemmy dei Motorhead ossia 49% son a bitch e 51% motherfucker: ne va che per me sia facilissimo troncare ponti, creare isolette e beccarmi, senza troppi piagnistei o lamentele di sorta, embarghi a tempo più o meno determinato di familiarità e confidenza. Ma da tutto questo il bar non ne esce come un cavallo di troia, ma come il più credibile dei termometri: quello che la coscienza degli uomini arresta, l'alcol del banco trasforma in un sentimento a suo modo nobile, e qualcosa di confuso o taciuto diviene onesto, ma onesto nella sua accezione più franca, vale a dire innegabile.
Dicevamo: un sentimento sincero. Più umano, più vero.


Dei bar e dei locali sui generis impazzisco poi per le più scostumate frivolezze.
Dante, a spasso con i Malebranche non restò schifato dai tempora e dai mores, ma si limitò a commentare:"ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni", a voler dire che "paese che vai, gente che accetti di incontrare", da declinare nella mia sbabbelata, con:"bar che frequenti, personaggi che incontri e parole che ascolti".
E allora ci sono i locali dove posso ballare dentro pur non essendo in presenza del mio avvocato, o cantare al karaoke come se nessuno mi stesse guardando; ci sono quelli dove posso entrare, salutare i gestori con due dita papali, ordinare uno Jagerbomb, pontificare e chiedere:"fate credito ai profeti, qui?". Ancora, ci sono quelli che durante le feste comandate si trasformano in bolge inenarrabili, in cui, dopo essermi imbottigliato nel traffico nella speranza di pigliare una birra, riesco ad uscirne, trovare un amico e ribadirgli che l'Inter è una squadra così di merda che se proprio bisogna parlare di disgrazie, è meglio tirare in ballo Conte e la Juventus.

A causa di cosa, però, sono a qui a raccontare del bar e delle sue bellezze?
Per l'importanza dei singoli, e in questo specifico articolo lo spunto viene proprio da un singolo, un amico che qualche settimana fa, dopo essersene andato per qualche mese all'estero, ha fatto temporaneamente ritorno a casa. Non che sia io nuovo a esperienze di questo tipo, a boys back in town, o amici back in to the hole where they're born, ma questa volta è stato tutto molto più forte. A seguito di una cena sfascio a base di tagliatelle super (Dio benedica Gavioli in versione Tessa Gelisio) e “sbaghinate varie” (tanto per renderla con un romagnolismo ad uso e consumo del foresto), abbiamo deciso di affidare le pecore al lupo e terminare la serata in uno dei nostri locali di riferimento ed è stato un attimo trasformarla in una sciarada senza decenza, per la serie "le buone maniere sono andate in vacanza". A tal proposito, anche se non c'entra una benemerita minchia, mi viene sempre in mente una ragazza straniera che, davanti ad una mia schiumata, una volta mi chiese:"Did your mother teach you good manners?"

E poi dicono che le favole capitano solo in Unione Sovietica

Per la cronaca il giorno dopo mi sono presentato a lavorare con un cera che sembrava m'avessero arato la faccia e forse nemmeno Grissom, quello di CSI, mi avrebbe riconosciuto (cit 1.), e vestito, più che alla va là che va bene, proprio come se mi fossi lanciato dentro il guardaroba con addosso una tuta di velcro (cit. 2).

Ma tutto questo questo rientrava nel non-programma della festa a bestia di coming back. Quel che mi ha invece colpito è stato chiacchierare dopo tanto tempo col mio caro amico e capacitarmi del perché Gigi Meroni sia uno dei suoi principali idoli.

Chi si ricorda di Gigi Meroni?

Che quando scendo in campo, amore mio, certi dolori/pensieri si trasformano in un magico show
e li faccio sognare, in balia del mio spirito innocente, li stupisco sempre, sono un giocoliere,
li faccio godere. Geniale, anarchico e irriverente, tutti battono le mani, si alzano improvvisamente...
per non perdere di vista la palla avvelenata che sembra impazzire, innamorata, 
quando sulla fascia vola la Farfalla indiavolata.

Parole e musica degli Yo Yo Mundi che si riferiscono all'ala granata dei bei tempi che furono, ma sono anche quelle che il mio amico avrebbe potuto spendere su sé stesso nel corso di quella chiacchierata. Perché sì, fondamentalmente, parlano di lui nel bene come nel male, nei momenti in cui è immarcabile e andrebbe seguito con tanto di taccuino per prendervi appunti di viaggio, di vita e di frasi fatte (non fosse che, come dice lui, dopo surclasserebbe in termini di scrittura l'amico Gavioli), e nei momenti in cui andrebbe preso solo a male parole, più o meno affettuosamente.
Rimane che, come i fuoriclasse di una volta, vanno presi così come sono, in gloria e no matter what.


Non so per quale ragione, ma è stato mentre eravamo in favella brindando con birre e José, che ho avuto voglia di mettere nero su bianco quest'elegia. Proprio durante uno degli istanti della conversazione, m'è balzato alla mente un episodio di quest'estate, di quando lui, durante la proiezione della sentitissma semifinale dell'Europei Italia-Germania, una volta inquadrato Ozil (il fantasista tedesco di origini turche), gli ha urlato:”Ozil, per me senza piccante, grazie!” Battuta tanto raffinata quanto provocatoria e, proprio in virtù di queste due ragioni, S-T-R-A-O-R-D-I-N-A-R-I-A.

Che se il bar avesse dei paradigmi, lo sfottò calcistico ne farebbe parte, e di buona misura.


Le vittorie della Nazionale Italiana sono il più grande condono popolare di coscienze pentite e voltagabbana in genere che si sia mai visto. È proprio in quelle serate che vedi il bar pieno, stracolmo di gente che non s'è mai presentata prima e che pretende pure di avere il posto riservato davanti alla megatelevisione. E allora, come se ci fosse uno spogliatoio, i senatori del bar aventi potere di parola salgono in cattedra e sproloquiano tutte le volte che si sentono in dover di esternare la propria opinione in merito alla partita o al riguardo di qualche pellegrino di passaggio che gli ha inculato la sedia o che ha la grave colpa di esser passato davanti a loro esattamente mentre Balotelli prendeva palla e mirava la porta tedesca.
J'adore.
Ma questa non è qualità di tutti, ed è la stessa differenza che c'è tra un bar bello e un qualsiasi altro luogo anonimo cui non legare alcun ricordo o affetto. Un po' come la differenza che c'è -architettonicamente parlando- tra l'outlet di Fidenza ed un qualsiasi borgo medievale senese.

Voi forse non ci crederete ma è veramente così: un po' Istanbul, un po' Gardaland ma con la tremenda aggravante che non c'è nemmeno un fottuto tabacchino

Per capirci: ho visto una partita seduto al tavolo di un locale che dava sulla piazza del mio paese: centinaia di persone, trombe, vuvuzele, bandiere. Apparentemente una situazione di enorme calore: in realtà definirlo frigido non rende l'idea.
Ho visto più di una partita nel bar cui vado quasi sempre d'estate in orario ape: cambiando la disposizione delle persone presenti non sarebbe cambiato nulla, un po' come quando muta l'ordine degli addendi ma il risultato dell'operazione resta uguale. Oltre a questo le partite dell'Italia richiamano troppi napoletani e quando sento troppi “uagliò”, “ch'amma fa?” e robe affini di solito mi viene l'orticaria e subito dopo muoio.

Ho allora realizzato quanto mi manchi questo terribile guascone e il clima che da solo riesce a creare  non solo nelle serate europee di calcio, nelle notti magiche inseguendo un gol o nei pomeriggi dedicati alla B, ma anche quanto mi manchino le serate a cazzo, quelle in cui ci si incontra per caso, senza essersi dati alcuna punta, a volte mandando tutto a carte quarantotto e in altre chiacchierando di football o di musica, con un trasporto tale quasi fossero le uniche due cose di cui valga parlare al mondo. Con lui e con quelli della sua stessa pasta.

In uno dei miei libri preferiti, consigliati dal noto scrittore Emanuel Gavioli (un altro di cui avrei potuto dire cose molto simili, non fosse che lui via non ci è mai andato: ok, diventa padre, ma è altro paio di maniche, “non ha il fascino dell’uomo che vive all’estero”, cit) ho letto una frase che mi è piaciuta moltissimo.


Una strada che profuma di Gutturnio e Ortrugo, con la vista sulle morbidissime colline vicine, anche quelle con le loro belle viti e con poche casette spaiate. In quei pomeriggi di tarda primavera, quando il sole comincia ad abbassarsi dietro quei colli che sembrano plotoni di tette e culi allineati e coperti, quella pianura sembra davvero splendida, capace di commuovere anche un vecchio cuore disincantato come quello di Treno.”

Ecco, se al posto di Gutturnio e Ortrugo ci fossero Lambrusco e... che ne so, Josè o Jagerbomb (tanto per rimanere in tema con Verlaine), e al posto del cuore disincantato di “Treno” (nome del protagonista della storia del libro menzionato) ci mettessimo il nostro, nel caso specifico il mio e quello del mio amico, non saremmo molto distanti dall'immagine che volevo trasmettere. E se invece che questa sconclusionata serie di pensieri, questo fosse il quinto film di Harry Potter, ora l'inquadratura andrebbe sul pensatoio di Silente, intento a pescare con la bacchetta una goccia di memoria, e poi… all’improvviso, eccolo catapultato in un momento passato, ma come se fosse lì, potesse vedere tutto pur senza far niente.

No, non è l'effetto della cocaina

Flashbax.
Era luglio ed una notte infrasettimanale si stava facendo vecchia. Ci siamo trovati a parlare di una canzone il cui video era uscito in quel periodo. Col senno di poi credo che, mentre l'amico mi spiegava il suo punto di vista riguardo alla canzone, stesse in realtà parlandomi di sé stesso (nell'accezione di Dylan Thomas e della rockstar, specie), e anticipasse quello che sarebbe stato di lui nei mesi che sarebbero venuti, senza tuttavia dirmene assolutamente niente. Magari sbaglio.


Risulta difficile trarre qualche conclusione a quest'infinita sequela di connessioni neurali particolarmente discutibili, e forse nemmeno c'è. Magari è uno stream of consciusness Tommypanini style; magari no, perché di solito la roba che scrive Tom è come una bicicletta: ha telaio, gruppo e ruote, insomma ha tutto quel che serve per funzionare. Mentre questa converrete, non lo è affatto.
Ma in fondo credo che sia giusto così perché non è per nulla facile elogiare un bar, elogiarne il concetto e le caratteristiche senza scivolare nel banale e nel già detto. L'unica cosa da fare è smarrire il filo logico e condurre le danze della scrittura proprio come se fosse una serata passata li', e poco importa se il bar adesso si chiami Pub, e al posto del nome Sport ci sia un nome inglese.
La sostanza non cambia.
E allora non c'era altra soluzione per scrivere questa elegia.
  • Il capo dell’articolo è certo. Stasera si va al bar = Si parte con le migliori intenzioni, parlando molto e facendo inutili digressioni di five W di cui non interessa un cazzo a nessuno.
  • Il corpo dell’articolo è confuso e annebbiato tanto quanto la serata alcolica. Ci si diverte = si rimembrano i tempi andati, si fa festa, si pontifica, ci si abbraccia, grandi pacchi sulle spalle, si parla di calcio, di figa e di musica.
  • La fine dell’articolo è totalmente incerta. Come dire che si va a casa sbronzi e ci si sveglia il giorno dopo convinti d'essere sopravissuti all'Apocalisse. = Piano piano affiorano i ricordi e si cerca di dar essi una quadra, basta sia.
E dei ricordi, esattamente come degli amici, ho imparato che quelli che superano la prova del tempo sono quelli da conservare più avidamente.


Lo spunto, per chi mi conosce e conosce quello che il mio collega subnormale definisce "Diobo Simone la tua banda", è chiaro. Ma nessuna delle persone che più di una volta m'abbia fatto compagnia in bar/pub davanti a mille birre deve sentirsi esclusa. Non per fare discorsi cerchiobottisti, ma ognuna di queste mi ha dato qualcosa, un po' come se io fossi un calciatore ed ogni mio compagno di bevuta fosse stato, anche solo per il tempo di un drink, l'allenatore di quella sera. Elencarli tutto sarebbe rischioso, perché sicuramente dimenticherei qualcuno.
E allora poco importa che il mio portafoglio pianga miseria ed ogni week end assista alla trasformazione biblica di banconote di cinquanta euro in banconote di taglio di volta in volta sempre minore, perché spendo in parole, spendo in amicizie, spendo in ricordi, spendo in pezzi di cuore, ma soprattutto spendo nella futura memoria delle sensazioni.

Beh, forse quella consapevolezza del denaro di cui all'inizio lamentavo l'assenza non ha senso d'essere. Trovatela voi, una spesa migliore della mia.

"Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore: tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?"

There's nothin wrong in my world
And these things they really don't matter now

 

Ciccioli frolli - Grassòl

Certe cose bisogna essere emliani, per capirle.


Ultimo giorno di lavoro. Come da tradizione è previsto il buffet. Attenzione però, perché questo piccolo simposio è un avvenimento di grande importanza all'interno della ceramica cui presto le mie competenze. Si deve infatti pensare ad un enorme formicaio, in cui c'è davvero poco di interessante di cui parlare, in cui si presta attenzione a come si veste quello, a cosa ha detto quella, con chi si frequenta quell'altro, eccetera. Un gran sballo, no? Beh, transeat.
Il buffet diventa quindi il "luogo di incontro" di perpetue e "a vòi savér" di turno, dove questi individui di cui il genere umano non avrebbe affatto bisogno possono sbabbellare senza alcuna interruzione circa i cazzi di tutti meno che i loro.

Sviluppo quindi la mia strategia. 
Che, tra l'altro, aperta parentesi, a me fanno schifo i buffet. 
  • i panini dolci-salati non li ho mai capiti;
  • i "p'coun" di parmigiano, sì ok, sono buoni ma vuoi mettere il gusto di poter sfetlare direttamente dalla formina comprata dal casaro di paese? tot eter quel!
  • le pizzettine sono fredde, ma che cazzo le prendono a fare? Se voglio una pizza fredda la vado a comprare dalle schifose all'una di notte: l'unica pizza che appena esce dal forno è già fredda.
  • il lambrusco è quello di Castelvetro, e proprio per questo è una merda.
  • i tocchetti di mortadella vanno bene, ma non ci si può nutrire solamente di quelli.
  • ubriacarmi di prosecco è spesso un'idea di merda. Provoca un'acidità pazzesca.
Dicevo, penso ad una strategia per affrontare al meglio questa rottura di coglioni.
Faccio il giro delle cose che mi piacciono, abbiamo quindi detto: panini dolci-salati, "p'coun" di parmigiano, pizzettine fredde, tocchetti di mortadella e prosecco. Sì, prendo proprio quelli.
Oggi Nostro Signore si è svegliato bene e mi fa trovare anche un piatto di ciccioli frolli, che, non so per quale ragione sono dislocati malissimo. O meglio, malissimo perché tutti li possano apprezzare degnamente, benissimo per me che sembro essere l'unico ad averli avvistati. Ne prendo una manciata e il mio piatto è bell'e che servito.

Mi siedo da solo e comincio a rifocillarmi, Non passa troppo tempo che si fanno vicini gli "a vòi savér" della situazione, che mi fanno domande banali, che attaccano discorsi di circostanza e se ne escono con battute che non mi avrebbero fatto ridere nemmeno nel 1994. Purtroppo non riesco a smarrirli perché fondamentalmente sono un animale sociale e (sono anche molto selfconfident) anche quando dà una risposta che a me appare "un po' più che di merda", per la gente comune è tanta roba. Never mind, che si fottano, questi ciccioli frolli sono eccezionali. Salati al punto giusto, proporzionati come solo le tette migliori potrebbero essere, nemmeno troppo unti. Di tutto il resto m'importa 'na sega.

Mangio, bevo, faccio dono di qualche parola nuova (di quelle tanto belle e divertenti, quanto di uso difficile nel linguaggio di tutti i giorni, tipo "sculaccianguille") ai colleghi così che a casa possano avere qualcosa di divertente da raccontare, metto in giro qualche falsa voce o qualche maldicenza creata ad arte affinché le perpetue possano farsi dei film tutti loro, accuso qualcuno d'essere frocio o faccio illazioni circa il fatto che l'unico sesso che possa avere sia quello degli angeli, e con una classe innata, finisco il mio buffet fianco a fianco dei Direttori, chiacchierando con loro di corsa, economia e figa.

Come idea siamo ai livelli di quando Ashton Cutcher diventa il preferito dei capi di sua moglie, pur non facendo nulla in quel senso, ma essendo semplicemente sé stesso, ovvero un cazzone totale/incredibile figlio di puttana.

 

Per chi non fosse pratico, la ceramica del distretto è un mondo a parte dove le gerarchie nobiliari hanno ancora un valore. Lo so, sembra impossibile ma è così. Il Patròn è quasi un Re, per cui inavvicinabile e quasi innominabile, se non con il suo titolo e proprio per occasioni rituali quali "Buongiorno, Cavaliere" e "Buonasera, Cavaliere". Il figlio del Patròn è il Principe, colui cui son destinate tutte le fortune, i loro procuratori sono i colonnelli, cui ci si rivolge mantenendo le distanze dettate dall'ordine e dal grado: "Cavaliere", "Dottore", "Ragionere", "Signore". Quest'ultimo, "Signore", è il titolo nobiliare di più basso lignaggio, ci si riferisce così a chi è a direzione di qualcosa senza aver mai avuto riconoscimenti scolastici, universitari o di merito pubblico.

Arriviamo al dunque. Il buffet prevede che al termine dello stesso il grande capo tenga il discorso di fine anno, di auguri, di buon natale e di castamaz vari ed eventuali. Solitamente è un discorso accorato senza né capo né coda, lucido come lo schema mentale dei pensieri di Silvio Berlusconi, ma molto interessante. Immaginate Sandrone e la Pulonia: something like this. In ogni caso è il main event della giornata. Il Re ha un suo palco da dove arringare commerciali e amministrativi tutti ed è proprio vicino al tavolo dove hanno confinato i ciccioli frolli.

Tutti distratti dall'arrivo dei dolci e dello spumante, ne approfitto per convertite i ciccioli frolli nel mio personale dessert. Inizio a prenderne uno, poi due, poi alcuni, poi passo direttamente alle manate. Mi allontano un secondo, non resisto, torno, ricomincio, fanculo qualsiasi dieta, viva il grasso! viva i ciccioli frolli. Poi dentro di me penso a chi in quel momento mi sta guardando, ma chissenefrega, ho anche bevuto quel tanto che basta per scacciare via questa malizia.

Faccio per andarmene, accompagnando la sortita con l'ultima scorpacciata, quasi fosse l'ultimo pasto prima di attraversare il deserto o il primo dopo averlo fatto, e in quel preciso momento ecco davanti a me il Re, il grande capo della Ceramica, l'uomo inavvicinabile, con cui è quasi proibito parlare, che si rivolge solo al suo principe e ai suoi colonnelli, cagando pari tutto il resto della marmaglia.

"Vedo che le piacciono!"
Ed io, in forte imbarazzo:"Mi deve scusare, Cavaliere, sono stato un maleducato..."
"Come mai dice questo, Dottor Ferrari?" E giù la matta: parlerà con chi vuole, ma i nomi delle persone che lavorano nella ceramica che LUI ha fondato li conosce.
"Ma sa, sono qui che li prendo a manate, che mi abbuffo, mi vergogno anche un po'..."
"No, vede, quelli che si devono vergognare sono quelli che li hanno lasciato qua!"
"Eh, dico bene, sono eccezionali, salati al punto giusto, davvero buoni. Ma ora, mi scusi, me ne vado altrimenti li finisco da solo, non riesco a trattenermi!"
"Le credo, ma mi permetta di aiutarla a finirli. Posso?"
Ed io, incredulo:"Prego, si figuri!"

Ne prende una manata enorme, e se li infila tutti in bocca, li mangia con quel nobile grezzume tipico dei contadi di una volta, si volta verso di me e commenta:"Cum'a i-ein boun i grassòl, l'è véra'?"

A volte i capi sono persone che si sono trovate al posto giusto al momento giusto e nulla più, altre, come in questo caso, sono persone che meritano d'essere dove sono, lucidi, intelligenti ed ironici, e, soprattutto, figli di questa terra proprio come me.

Ovviamente le perpetue e gli "a vòi savér" mi tartassano ora di domande e interrogativi curiosi.
Cosa ti ha detto il Cavaliere? 
Ti ha rimproverato? 
Ti ha parlato di qualcosa in generale? 
Com'è? Come non è? 
Che effetto fa? 
Beh, insomma cosa vi siete detti?

Abbiamo parlato di ciccioli, di grassòl, per la precisione.


Due

Giornata di ferie, prendo la bicicletta e pedalo fino a Puianello.


Anche se è raro che faccia così, per non pensare alla fatica mi armo di auricolari musicamuniti. Mi piace infatti molto di più sentire i rumori della natura intorno, devo ascoltare il mio respiro e il battito del cuore, devo tendere l'orecchio alle macchine che arrivano dietro di me. 
Ma è da quando sono bambino che non faccio questa strada tanto amata dai ciclisti, non me la ricordo più, devo riprenderci le misure, e penso possa essere una buona idea distrarre la mente dalle gambe e dal fiato, messi a dura prova da una salita ardua perchè lunga. Nulla in tutto se non dalla Cresta del Gallo alla locanda, ma ad una certa sembra davvero che l'orizzonte della fine si sposti sempre un metro più in là, che l'ultimo tornante non cessi più.

Arrivato alla locanda sulla via Vandelli, vedo un vecchio che attraversa la strada, con passo lento e rassegnato. Si ferma davanti all'unica epigrafe affissa al muro del vecchio Bar e, con le mani dietro alla schiena ingobbita dall'età, la legge e la rilegge come se trovasse un significato nuovo ogni volta. 
Poi ripassa dall'altro lato della strada quasi avesse appreso l'ennesima brutta notizia ma non fosse così turbato, come se fosse sorpreso di non aver letto il suo, di nome, su quell'epigrafe, ma quello di qualcun altro, qualcuno per cui valeva leggerla due, tre, quattrocento volte.

Decido di proseguire fino al Santuario, di salire l'ultimo strappo, e Who Said dei Planet Funk mi dà la carica per spingere con quanta ne ho sui pedali. Mi passano a fianco un sacco di macchine per essere lunedì e per essere mattina, e tra l'altro non mi risulta che vengano dette Messe a quell'ora. Non capisco perché, e mi sembra pure strano.
Giunto in cima, entro sicuro nella piazzetta del Santuario e lo scopro invaso di gente. Non parla nessuno, gli sguardi sono tristi, e gli occhi, gonfi, sono rivolti verso il basso.
Volto la bici e decido di far ritorno a casa, in pianura, non è il momento di stare qui e ammirare il paesaggio.

Prima però mi siedo per riposare e bere, e in quel momento mi tolgo le cuffie.
Il silenzio del funerale e le voci, ammucchiate e confuse, che parlano di come e quando sia stato trovato, di qualche ricordo condiviso dal narratore di turno, di "quella volta che"
Non c'è un parcheggio che sia uno, anche i campi sono pieni di macchine, arrivano a frotte per salutare l'amico, il padre, il fratello, chissà, forse il nonno.
Deve essere morta una persona importante, o benvoluta, che alla fine di "importante" è l'accezione migliore.
In quel momento capisco il perché del passo remissivo del vecchio che avevo incontrato alla locanda, e il perché di questa enorme folla.
Inforco i pedali e infilo la discesa. 
Peccato, speravo di tornare qui in bici in un giorno normale, senza trovare nessuno, e senza alcuna tristezza nell'aria.
Rimetto le cuffie, e sento un tanto estemporaneo quanto azzeccato Pierpaolo Capovilla.

come son belle le illusioni, 
ed i pensieri tristi, 
e le canzoni degli anni settanta 
e quella voglia di andare via 
e il desiderio di restare

La canzone si chiama "Due" e ultimamente l'ho ascoltata davvero tanto, e questo verso è stato il primo a colpirmi, la testa di ponte perché apprezzassi tutto il resto.
Perché è vero, perché alla fine piace a tutti crogiolarsi nelle illusioni, fantasticare, o sperare che. 
E lo stesso vale pure -paradossalmente- per i pensieri tristi, perché a volte fa bene anche ricordare le cose meno belle o che non ci sono più, quasi fosse una terapia con cui affrontare vis a vis i fantasmi della vita.
Strana cosa collegare queste parole a un funerale, eppure forse non c'è contesto migliore in cui farlo perché anche un funerale può essere bello, nella sua drammaticità. E non come dicono i vecchi:"L'è propria sté un bel funerel..." che non si capisce a cosa si riferiscano, a cosa sia loro piaciuto. Io parlo di quel calore distaccato, parlo del riconoscere in tutte quelle tristezze un amore comune, un amore ed un affetto straordinari... Ed ecco allora la bellezza delle illusioni e dei pensieri tristi; e perché no, magari perfino delle canzoni degli anni settanta. Chissà? Magari chi oggi non c'è più è stato un uomo da balera che amava danzare con tutte le ex-ragazze che oggi sono qui a salutarlo per l'ultima volta, perché il confine tra la voglia di andare via e il desiderio di restare è sempre più labile, soprattutto ora, soprattutto qui.

Prendo la spinta, mi lancio in discesa e torno a casa.
A volte è davvero strano come le cose si leghino tra loro.


Checché ne dicano Marx o Weber
Gesù Giuseppe e Maria
abbiate pietà dell' anima mia
non si vive ogni giorno
non si può morire sempre.



Buon viaggio, Valeriano!

Da bambino ho sempre viaggiato pochissimo. 
Maranello-Riccione e Riccione-Maranello erano le uniche tratte percorse dalle macchine guidate da mio padre, e ciò mi forniva una percezione distorta dell'idea di viaggio, perché quando l'unica cosa che vedi sono pianure a perdita di occhio (e a deriva di cielo) finché non incontri quella merda che i romagnoli chiamano mare, non puoi dire che girare ti piaccia. 
Questo finché non sono iniziati i campeggi estivi con la Parrocchia, e allora i percorsi sono aumentati di chilometraggio: viaggi fino in Trentino, in Valle d'Aosta, nell'alta Lombardia; un altro mondo, un'altra idea. Rimanevo incantato dai paesaggi tutti intorno, anche al solo passaggio, dalla sola contemplazione dal finestrino. Mi ripromettevo sempre che, una volta patentato e con abbastanza soldi in bisaccia, benzina e salvacondotti vari, avrei viaggiato quanto più possibile.
Per anni poi ho girato per il Milan o per il lavoro, e questo sì, mi è piaciuto, ma mi ha altresì impedito di fermarmi e smarrirmi, e per il resto non ho mai avuto le occasioni e la possibilità di esplorare come solo ultimamente ho cominciato a fare.


Un mio amico recentemente mi ha chiesto:"Ma adesso ogni volta che c'è un ponte vai via?"
E cosa devo fare?
La spola tra la home e il profilo di Facebook?
Sbronzarmi al bar come faccio già con regolarità?
Scrivere?
Prendo e parto, dove si arriva, si arriva.
Non so se sia leggenda o verità, ma ho sempre sentito dire che Giulio Verne non si sia mosso dalla sua scrivania, eppure ha descritto in maniera meravigliosa e dettagliata ogni nazione, paese e vicolo di strada che compaiono nei suoi racconti di fantasia. Ho sempre pensato fosse stato un fenomeno nel riuscirci, poi mi son dovuto ricredere. 
Potremmo fare come lui anche oggi, basterebbe consultare un atlante, quattro o cinque voci di wikipedia, uno o due libri di geografia (meglio se vecchi e antiquati, perché molto più esaustivi e particolareggiati) e il gioco sarebbe fatto. Mancherebbe però quel quid che mi ha fatto ricredere del vecchio idolo di Emmett Brown, ossia il "visto e il vissuto" di ogni paese. 
Non c'è nulla di autentico e fedele nel raccontare o nel parlare di un paese senza averne toccato la terra, respirato l'aria, preso la pioggia, bevuto il vino, o parlato con la gente nella loro lingua, con il loro accento o nel loro dialetto. Sono queste cose che danno profondità, che ti permettono un raffronto (letterale) terra-terra, che ti consentono di dire con sicurezza di aver viaggiato e di sentirti stranamente più maturo, più esperto, come se non avessi messo dietro la schiena solamente dei chilometri, ma come se avessi messo degli anni in più senza aver mandato avanti il calendario.

Quando in quinta Liceo andammo a Vienna in gita, la cosa che mi colpì maggiormente fu parlare con alcuni clienti austriaci nella birreria sotto all'albergo; invece del Museo della Principessa Sissi non ricordo proprio un cazzo, e son contento che sia andata così. 
La prima volta che visitai il Chianti, rimasi incantato dal suo simbolo, "Il Gallo nero" e dalla sua storia. Un conto però è leggerla su wikipedia, un altro è trovarsi ad una dozzina di chilometri dalle mura di Siena proprio mentre la si sta leggendo per la prima volta.
Tutti sanno cos'è la Sindrome di Stendhal, ma in quanti l'hanno provata? Quando davanti ad immensa bellezza artistica i sentimenti ti sopraffanno? Ecco, a me è successo nell'affacciarmi su Piazza del Campo.
È mettere naso (come dicono dalle parti di Savona), nel bene o nel male, l'unico sistema per far esperienza della cultura di quella regione, di quella nazione o di quel popolo. Sì, perché basta varcare un confine, scollinare un passo, veder i colori attorno, che tutto -senza tanto né quanto- è improvvisamente cambiato.

Di ritorno dall'ultimo viaggio, sono rimasto colpito da un mucchio di cose.
A dire il vero è così tutte le volte, ma questo giro, complice il fatto di essere andati, per volontà o necessità, a casaccio, quello che mi è rimasto in testa è stato molto, molto più di tutti gli altri viaggi.
La disorganizzazione è la miglior organizzazione: nessuna promessa fatta, nessuna da mantenere. Aspettative alte, orari elastici ed elevati spazi di improvvisazione. Un successo sicuro.

Una coppia di amici ci ha raccontato che alla domanda di un parente dei due:"Dove andrete?", loro hanno risposto:"A casaccio". Il ragazzo, non proprio un premio Nobel, ha replicato loro:"Ne ho sentito parlare. Esattamente dov'è, però, questo Casaccio?"
Non è facile rispondere a questa domanda, ma di sicuro Casaccio è molto grande e molto interessante e il titolo di questo post deriva proprio da uno di questi giri a casaccio.
Nel perderci tra Langhe, Costa Azzurra, Riviera di Ponente e Cinque Terre ci ha fatto ridere scorgere sul navigatore satellitare il nome di due paesi vicino ai quali stavano transitando, che si chiamavano, appunto, BUONVIAGGIO e VALERIANO.


Langhe 


- L'intramontabile fascino degli Autogrill, l'ulteriore dimostrazione che il concetto di fast-food in Italia è del tutto relativo E per fortuna che è così. 
- L'irrefrenabile voglia di lanciare fuori dal finestrino l'ultimo album degli Afterhours, neanche utile da farci lo spessore per un tavolo che balla.  
- Il chiodo che ci ha attaccato l'edicolante di Alba, alla faccia di chi pensa che solo gli emiliani siano estroversi. Mezzora di parole quando noi volevamo solo una cartina delle Langhe. Così contento di averci incontrato, l'edicolante ce ne ha data una a grandezza naturale. Stefano, perché è così che si chiama, ci ha pure raccontato che viene spesso dalle parti di Modena, che non capisce la differenza tra Bassa e Alta, e che è stato "Su un Appennino". Dopo aver cercato di interpretare le sue parole gli abbiamo chiesto se fosse la Pietra di Bismantova; era quella. Se mai dovessi leggermi, tanti cari saluti!
- Il simbolo di una banca langarola: un grappolo d'uva. Di un istituto bancario così dovremmo fidarci tutti.


- Il meraviglioso Castello di Grinzane Cavour e il nome del Bar in front of: CONNUBIO. Come ricordarsi -quasi fosse un flashback- di averlo studiato al Liceo, di aver letto questa parola in un tempo lontano lontano, di non averla mai più letta o sentita da nessuna parte, per poi scoprire che dà il nome ad un caffè di paese. Questo è quel che ne rimane.
- La casa degli Aristogatti a Diano d'Alba.
- Ogni borgo delle Langhe è appiccicato all'altro.
- Gli aperitivi da trenta euro nella terra del Barolo, ma cazzo se ne è valsa la pena. Capisci quando Fenoglio scriveva:"Rincasare da In Festa con una sbronza fine".
- Le colline invase dai vigneti.
- La tranquillità, questa sconosciuta, per chi viene dall'Emilia Paranoica, una terra bella solo quando è Giovanni Lindo Ferretti a cantarne.


Traversata delle Alpi Marittime
Da La Morra, adorabile paesello delle Langhe dovevamo scendere in Liguria. Ci siam presi un giorno decidendo di arrivarci alla va là che va bene.

- Gli ecomostri appoggiati a fianco di strutture sabaude una volta bellissime e ora lasciate andare.
- I quattordicimila ponti sul fiume Tanaro.
- La funicolare di Mondovì che ti trasporta da un'altezza di 150 metri s.l.m. ad una di 151 metri s.l.m. al modico prezzo di € 1,10 cad viaggio. 


- Gli altissimi viadotti autostradali che dalle Langhe ti precipitano direttamente nella Riviera di Ponente e il conseguente imparare che proprio sulla Torino-Savona si suicidò uno dei rampolli Agnelli.
- La totale assenza di distributori di metano o l'arrivarci proprio quando l'unico trovato è chiuso. È stato in quel momento che ho ripensato alla volta in cui il metanista mi voleva vendere l'atlante del metano in Italia.

- Le focacce stracolme di stracchino e gorgonzola, qualcosa come settemila calorie ogni morso.       - Tutti i giardini chiamati "Belvedere" dai quali non si vede proprio niente di bello, nemmeno per sbaglio


- I cartelli con scritto: ATTENZIONE CADUTA NEVE. Sì, in Inverno può succedere.
- La visita ad Alassio senza averne visitato niente di particolare, né il muretto né il quartiere inglese. Non era facile, ma noi abbiam puntato su un bar del Budello e abbiam preso una birra. 
- Lo schifoso lungomare ligure.
- L'isola della tartaruga.


Costa Azzurra
Non sono mai stato così contento d'essere italiano e ho dato pienamente ragione a Tirzan. Se Fiorano è uno sbaglio tra Maranello e Sassuolo, la Francia è uno sbaglio tra l'Italia e il resto del mondo.
Unica cosa positiva: le ragazze in topless sulla spiaggia di Cannes. Una qualche mademoiselle aveva delle tette così rifatte che sfidavano apertamente la legge di gravità, dal basamento alla punta. 


- Le autostrade francesi: percorsi di velocità i cui cartelli di uscita sono disposti a circa un metro prima degli svincoli.
- I casellanti francesi o, per meglio dire, i cambiamonete umani. Sì, perché forse non tutti sanno che non esistono i biglietti in Francia, esistono dei caselli al cui interno ci sono dei cestelli dove buttare euro in moneta. Nel caso tu non abbia monete o le abbia finite, non c'è nessun cambiamonete automatico (come sarebbe presumibile ci fosse in un qualsiasi altro paese civile, civilizzato ed uscito indenne dalla Guerra Fredda), ma devi suonare un pulsante d'aiuto e confidare nell'intervento del casellante di turno, ossia un omino che gira con sacchi trasparenti di monete per poter cambiare le banconote. Nel frattempo hai dietro alla macchina una fila interminabile di francesi figli di puttana che suonano per farti dispetto, perché escludo il fatto che non sappiano cosa stia succedendo. Un popolo di selvaggi. Siamo nel 2012 e in Francia funziona così. Non capisco perché Hitler e Mussolini volessero invadere questa terra di scemidimerda e non la lasciassero nel suo brodo. Dei barbari.
- Il pranzo a Cannes a base di focaccia comprata in Liguria: andate a cagare voi, le vostre rane e le vostre lumache, selvaggi.Tra l'altro divorata a velocità luce causa il nervoso accumulato nelle strade di quella città del cazzo.
- I cartelli verdi che chiamano le strade statali e quelli blu che chiamano le autostrade: come fare le cose al contrario.
- I cartelli che indicano i paesi ma non dicono a quanti chilometri di distanza si trovano.
- I semafori. Ditemi voi a cosa serve quello piccolino se non a consumare elettricità.


- La benzina verde che costa € 1,60 al litro. Pochissimo, no? Ecco, peccato che abbia pochi ottani e ogni volta che metti la prima la macchina strappa fino a che non sgasi come un terrone in piazza. Oltretutto è geniale il sistema di rifornimento: da terzo mondo. Non è come in Italia che si seleziona l'importo e quindi si pompa benzina nel serbatoio. Lì prima ti rifornisci, quindi molli il grilletto e quel che è paghi: se sono € 20,03 vai dentro e gli dai anche i 3 eurocent. Io una cosa così penso che non esista nemmeno in Mozambico.
- Le Winston Blu a € 5,70.
- I semafori dentro le gallerie: complimenti vivissimi, uccideteci tutti.
- L'ascensore di Montecarlo.
- Il distributore di defibrillatori. 




















Riviera di Ponente 
Avevamo base in un B&B a Gorra, una frazioncina di Finale Ligure. Non si tratta di un borgo rinomato o chissà cosa, è un paesello sulla strada che va da Finale a Calizzano (la Svizzera della Liguria), non ha nulla di particolare se non che la mia famiglia conserva con gente del posto un'amicizia che dura da settant'anni, che va avanti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dal 8 Settembre del 1943, ma roba che solamente a trent'anni suonati mi sono accorto di cosa voglia dire "tramandare qualcosa di generazione in generazione".

- La sbronza a Finalborgo, veramente uno dei paesi più belli d'Italia.
- Sciao Finalborgo!


- Volevo venire a fare una mostra di cani a Pavullo, ma me lo hanno sconsigliato. Mi hanno detto:"Non andare a Pavullo, quelli ubriacano anche i cani!" Detto da un allevatore di cani. È bello quando in giro per l'Italia sanno di uno dei paesi a te cari perché è terra di sbronzoni.
- Fare aperitivo con una coppia di anziani i quali mi hanno costretto a prendere l'impegno di imparare a ballare e di fare una Crociera Costa, dicendo che ogni giorno c'è un foglio con sopra il programma. Hanno detto che questo opuscolo si chiama "TODAI". Ci ho messo un po' a capire che era "TODAY".
- Marcelo Bielsa, allenatore dell'Athletic di Bilbao, ha detto che non ci si può mai rallegrare quando la fortuna è dalla propria parte, perché, prima o poi, di sicuro Dio ti manda la fattura. Vero, in tutto questo tripudio di bellezza e di divertimento mi sono rotto un dente e ho scheggiato l'obiettivo della macchina fotografica. 
- Rendersi conto che i luoghi comuni sono odiosi. La Costa Azzurra è stupenda e i liguri sono schivi. È il contrario o, per lo meno per me è stato così.


- Due Spritz a € 6,00 a Borgio Verezzi, uno dei più bei balconi della Liguria. Sticazzi. E questo mentre nel tavolo a fianco alcuni pseudointelletuali stranieri parlano un po' in inglese, un po' in italiano e un po' in francese dell'industria militare tedesco e del tasso di fertilità dell'Irlanda, insomma, i classici argomenti leggeri da aperitivo in Liguria.

  
Portofino, Portovenere e ritorno dalla Cisa
Ritorno a casa e sosta in queste due perle.

- L'uomo che parlava con i piccioni spiegando che in quel momento erano poco socievoli perché la mattina stessa avevano sentito scoppiare dei mortaretti. E come dargli torto?
- Quattro focacce: € 12,00.
- Trovare il poster del Milan Campione d'Europa nel 2007 in un bar di Portovenere. 
- Portovenere è bella anche se piove, non è come Sassuolo.


- Virgin Radio è una delle stazioni radiofoniche più sopravvalutate della storia, specie quando c'è il momento "translation". Unico pezzo bello trasmesso: ANARCHY IN THE UK, che però è cominciato quando sono entrato in galleria ed è finito quando ne sono uscito. Punk se non è dead poco ci manca.
- Dimenticarsi della forza di inerzia provocata dalle rotonde di casa nostra, tornare nel proprio paese e vedere scivolare giù dal seggiolino tutto: occhiali, sigarette, cd, telefono. Ma vaffanculo.
- Essere così rincoglioniti da pensare di aver telefonato ad un amico e accorgersi che si ha telefonato al cellulare del papà. L'Hangover del ritorno.

Bello rivedere la pedemontana, Sassuolo-Fiorano-Maranello-Pavullo.
Bello tornare a lavorare.
Lacio drom a tutti e buon viaggio, caro Valeriano.


Paesi e città visti e visitati.
Day one: Alba, La Morra, Barolo, Diano d'Alba, Grinzane Cavour, Sinio.
Day two: Mondovì, Vicoforte, Alassio, Gorra, Finalborgo.
Day three: Cannes, Nizza, Eze, Montecarlo, Finalborgo.
Day four: Castel San Giovanni, Chiesa dei Cinque Campanili, Castel Gavone, Finalborgo, Gorra.
Day five: Portofino, Portovenere, casa.


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