Fix the karma Vol. 1

Tempo fa ho cominciato a seguire la pagina facebook dell’Huffington Post, che altro non è se un collettore di notizie di testate giornalistiche on-line e articoli curiosi di blog interessanti, e lo so che questo aggettivo è stato bandito da Captain Fantastic ma non posso farci niente se non entrare nel merito con le righe e la sbabbelata che seguono.

Ho un modello da seguire quanto toccherà a me spiegare certe cose, grazie Captain Fantastic

Le notizie riguardano spesso l’attualità mentre gli articoli sono, come dire, karmici e mantrici, raccolgono consigli e raccomandazioni di esistenza, sono trasposizioni di lezioni di vita che altre persone, meglio informate di noi (o per lo meno meglio informate del sottoscritto), hanno avuto in animo di raccontare per poi diffonderle ai quattro venti della rete. Come dice il signor Sindaco (ossia Max), leggere certe cose è un termometro attendibile di quanto si stia diventando dei VDM, ossia dei Vecchi Di Merda, ma amen; infatti non è tanto questo il peggio, quanto che molto di quello che riportano tali sedicenti influencers risponde a verità e/o interpreta con dovizia di particolari parecchi dei sentimenti che coinvolgono chi si trova tra gli –enta e gli –anta. 

Sebbene dia a questi articoli il peso che si può ad essi dare, e nonostante  non sia un lettore osservante dell’HP, mi sono incarognito con uno in particolare e ho voluto sviscerarlo perché, detta come va detta, mi ha fatto stare meglio. Dopodiché, come da copione, ho pensato diffusamente a come intitolare questo post fin quando non ho convenuto tra me e me che il trend-topic di giornata dovesse essere il #karma o quello che la società moderna ha preso a chiamare così, termine che ho fondamentalmente sempre adorato, non tanto per l’intrinseco significato spirituale che dovrebbe avere ma perché richiama titoli di canzoni che fanno parte del database del mio cuore: su tutte, exempli gratia, Karma Police dei Radiohead, Karma Coma dei Massive Attack e, perché no, Karma Chameleon coverizzata dagli Shandon. Io ho solo dovuto cercare di creare qualcosa di migliore di queste combinazioni di parole e non dico di avercela fatta ma “Fix the Karma” mi piace: semplice, secco e significativo. 

No, take a rest

La struttura è questa. L’articolo, intitolato “22 abitudini che renderanno la tua vita quotidiana un po’ più serena”, a firma di Brianna Wiest, si dipana in altrettanti punti che, vabbè, rappresentano un numero molto calcistico ma abbastanza del cazzo, i numeri dovrebbero sempre richiamare quelli biblici o tolkeniani, che ne so: 3, 7, 9, 10. Comunque sia, prenderò ognuna di queste 22 osservazioni e l’approfondirò in maniera più o meno telegrafica, a volte seria e altre faceta, corredandola poi di un’immagine evocativa o una canzone didascalica dell’intero pensiero. 
E ora fuoco alle polveri. 

1. Getta via, vendi o regala tutto ciò di cui non hai davvero bisogno. Segui questa guida al minimalismo per aiutarti a decidere che cosa ci sia di troppo fra tutti quegli oggetti che conservi. Se c'è qualcosa che potrà servire a liberarti immediatamente dalla tua ansia, riuscendo a metterti a tuo agio, sarà proprio il fatto di compiere la scelta di conservare esclusivamente quegli oggetti che svolgono una loro precisa funzione, oppure quelli che, ai tuoi occhi, rivestono in sé un significato positivo.

Io non ne faccio una questione di minimalismo, piuttosto di bisogno di spazio e di ordine mentale, cose che spesso s’affratellano tra loro. 
Mia nonna materna è un’accumulatrice seriale, un vero e proprio fenomeno da studiare se si vuole un esempio da non seguire. Vive in una di quelle classiche case emiliane tirate su tra gli anni ’60 e ’80, ossia con un piano terra pensato male e fruibile peggio, ove l’unica cosa degna di nota è la “bugadera”; un primo piano abitabile la cui distribuzione delle camere risponde ad uno schema che era obsoleto già al tempo; infine il “tassél”, ovvero il solaio, uno spazio vasto ma angusto in cui riporre tutto quello che non deve essere buttato pur non avendo più alcuna funzione. 
Ebbene, mia nonna è un po’ come l’Occamy, l’animale fantastico che Newt Scamander definisce “aggiustaspazioso”, ossia in grado di restringersi o allargarsi per occupare tutto lo spazio a sua disposizione. Ha stipato il solaio, lasciando che fosse la casuale sistemazione di scatole, scatoloni e zavagli a definire i percorsi lungo cui procedere per districarsi in tale labirinto. 

Amarcord estemporaneo. Quand’ero bambino un gatto spaventato ebbe la malsana idea di salire su per le scale e intrufolarvisi: ogni domenica prego per la sua anima perché davvero non so come sia andata finire, se ne sia mai uscito sulle sue zampe.

Stessa cosa mia nonna ha fatto nei due garage, la dispensa, l’ex-laboratorio di mio nonno, una stanza X al primo piano e via dicendo. Dappertutto è un tripudio di cassette che contengono recipienti, al cui interno sono custoditi astucci, cofanetti, pacchi, pacchettini, ogni tipo e forma di involucro e apparecchiatura raccolta in anni, e tutto disordinatamente diviso, classificato ed etichettato alla porco diaz. Anni fa le ho chiesto in prestito una cyclette, dato che lei non l’adoperava; due settimane dopo ne era già comparsa un’altra, esattamente al posto della precedente (che chissà dove fosse prima), e che comunque faceva solo arredamento.

Al minuto 1.49

Per quanto bene io possa volere a mia nonna e provi per lei un grande affetto, riguardo l’ordine è sicuramente un esempio di contrarietà, ovvero come io non debba fare né diventare. 
Io getto via tantissima roba e lo faccio con metodo e scientificità: se di un oggetto non riesco a trovare un’indispensabile funzione o se non vi lego un indubbio sentimento di appartenenza reciproca, il passo tra il suo ultimo domicilio eletto e il rusco si fa brevissimo.

Sul lavoro è uguale solo che si traduce in “pratiche” e “fascicoli”; l’unica differenza è che negli uffici vige anche un altro principio che trova spesso applicazione:”Se non c’è, non c’è mai stato”, retaggio della vecchia scuola ceramicaia, ossia un’operazione di fine paraculismo che prevede di piallare quei qualcosa individuati in una labilissima mezzavia tra “l’estremamente importante” e “se non ci fosse stato sarebbe stato uguale” (i sudditi di Sua Maestà, gente dalla lingua biforcuta ma estremamente pratica, chioserebbero con:“No harm, no foul”). Quindi fora di bal e alla svelta: se e quando qualcuno ne chiederà conto e nessuno troverà niente, ce ne si farà una ragione.

Invece conservo, in maniera quasi maniacale, gli scontrini e i tickets relativi a viaggi e week end lunghi. Ho appositi taccuini stagionali in cui archivio (leggasi “graffetto y incollo”) tutta la carteria delle gite fuori porta, sia quelle di coppia sia quelle in compagnia. Mi piace ricordare i luoghi che ho visitato, rileggere le date che vengono riportate sopra gli scontrini o i biglietti, vederli sbiadire o ingiallire (tanto ne faccio sempre un scansione preventiva). 
Ho sempre pensato e tuttora penso che sarebbe peccato non farlo, mica tanto perché abbia un significato positivo di per sé, quanto perché non tenere niente è peggio. Esistono giorni melancolici in cui ha senso rievocare il passato, riassaporarlo ma soprattutto ricostruirlo con precisione, ché sono i dettagli a fare la differenza, e sono i dettagli cui non fa mai difetto lo scorrere del tempo, e proprio perché lo fissano e lo cristallizzano, con tutte le formalità del caso, ok, ma con inequivocabile perfezione temporale.


2. Pianifica tutto ciò che fai. E con 'tutto' voglio dire proprio tutto. Tutti i tuoi documenti dovrebbero essere compilati, e le tue bollette ordinatamente archiviate non appena superano la soglia della porta di casa. A loro volta i tuoi vestiti dovrebbero essere riposti in modo che siano facilmente raggiungibili, e le cose di cui hai quotidianamente bisogno dovrebbero essere sempre conservate in un luogo dove tu possa facilmente trovarle. Così facendo ti risparmierai tutte le congetture e il rovistare alla ricerca di quel singolo oggetto qualsiasi che adoperi solo un paio di volte ogni mese (ma che, quando poi ne hai bisogno, è sempre urgente).

How long, Mister White?

A costo di risultare un cazzo di impulsivo-compulsivo, io pianifico veramente ogni cosa, minuto per minuto. Esattamente come Walter White quando deve decidere cosa farne di Krazy 8 e s’appunta su un foglio i pro e i contro d’ucciderlo e/o lasciarlo in vita. Sembra una cazzata ma mettere nero su bianco i propri do’s & don’ts aiuta a focalizzarli: vedere i pensieri ne semplifica il ragionamento che cova dietro.
La prima cosa che faccio quando mi sveglio nei miei giorni liberi è una lista di ciò cui devo mettere un punto; anche qui non è tanto il biffare ogni voce che mi renderà felice, quanto sapere di non aver lasciato nulla di intentato, di non averci ronfato sopra e di aver così alimentato un rimpianto che mi perseguiterebbe per i giorni successivi. Il fatto è che spesso di tratta delle cose più importanti tra le meno importanti, come ricordarsi di sistemare le foto, mandarle a sviluppare, backuppare il cellulare, leggere una rivista che è lì da troppo tempo e cui sono abbonato, scaricare un film che mi interessa, rispondere a un whatsapp lasciato in sospeso da giorni, terminare un articolo che voglio pubblicare, compilare un cd per qualche amico e, ultimo ma non ultimo, preparare i vestiti da indossare durante la settimana (ma solo perché so che alla mattina presto mi romperà tremendamente il cazzo capire gli abbinamenti che Chiara Ferragni approverebbe e quali invece sarebbero da Villa Igea).

Tasto dolente riguarda invece le questioni urgenti, ossia le bollette, le buste paga, l’assicurazione e il bollo, gli abbonamenti telefonici, le scadenze degli smart box, i ticket medici. È davvero come se per non esistesse nulla di tutto questo, quasi che ogni cosa si risolvesse per magia. Il fatto è che la magia ha e ha sempre avuto un nome e cognome, a volte quello di donna Ilenia, altre dei miei genitori, ma non porta né ha mai portato le mie generalità.
Per dire: ho 35 anni e guido da 17: non ho mai lavato la mia macchina, mai cambiato l’olio, mai messo l’acqua per i tergicristalli, non ho la benché minima idea di quando vada fatta la revisione e quasi sempre mi dimentico di mettere il telo sul parabrezza per evitare che ghiacci di notte. Fondamentalmente si tratta di sforzi che non migliorano l’umore, lo peggiorano e più grave ancora è che rubano tempo.
E cos’è che chiamiamo così?
Il lavoro, e, o mi pagano per farlo, o tanto vale esimersene se e finché si può.


3. Non consumare ciò di cui non hai bisogno. E questo è il corollario -- un corollario ben più complicato -- dell'essersi liberati di tutto ciò che non si usa: dopo non potrai semplicemente andartene ad acquistare altra robaccia per rimpiazzare ciò che c'era prima. Quindi compra solo le provviste di cibo che effettivamente mangerai, e sii molto accorto e selettivo nei capi d'abbigliamento e negli altri prodotti che vorrai acquistare. Chiediti: poi li userai davvero? E poi, li desideri veramente, o li vuoi solo per poterti sentire meglio in quel determinato istante? Fidati di me: un conto in banca rimpinguato, e la sicurezza di esser riusciti ad avere un po' più di autocontrollo ti faranno sentire molto meglio (così come del resto avere a disposizione uno spazio domestico semplice che sarai davvero in grado di gestire).

Mia cara Brienne Wiest, ma che, lo dici a me?

Nel 2016 ho comprato un maglione, un berretto e un paio di scarpe. Fine del film.
I primi due a Liverpool perché c’era un freddo troppo grosso e il gelo mi stava uccidendo (#Dryjpn), le “Shoes of Italy” invece -dopo lunga consultazione con il mio amico Luca nelle vesti di trend-setter low profile- perché era un mese e mezzo che non mi cambiavo le New Balance e da beige stavano diventando quel classicissimo marrone sporco di merda.
Per tutto il resto ci sono i regali di mia madre sotto l’albero di Natale.

Manchester Blitz, Aprile 2016


4. Metti te stesso al primo posto davanti alla tua vita lavorativa, e fallo il più spesso possibile. Ovvio che ci sono delle eccezioni -- come quando ti tocca prenderti cura delle tue responsabilità, e in nome di esse rinunciare a qualche altro minuto di sonno per un'email importante -- e qui tutto bene, almeno finché resti del punto di vista che tu non sei il tuo lavoro. Tu sei molto di più di ciò che fai e di quanto guadagni.

Questa è forse la più infelice tra le tante voci dell’arcipelago del mio io.

Penso che la più grande lezione di vita che io abbia mai imparato sia stato quando una mia cara amica mi ha detto che certe cose vanno fatte e basta: è il senso del dovere. Il corollario di questo è stato invece definito dalla persona di cui ho preso il posto nella seconda azienda in cui ho avuto la sfortuna di capitare, ossia che bisogna lavorare onestamente ogni ora possibile. Il guaio è che la combinazione dei due principi è devastante, soprattutto nella misura in cui non si riesce e renderli scevri dalla propria vita personale.
Sono tante, troppe, le notti in cui mi sveglio attanagliato da un brutto pensiero lavorativo, un’urgenza impellente che dovrò sbrigare l’indomani, per cui dovrò essere il più puntiglioso possibile, rispettando ogni step quasi fosse un comandamento, e allora mi tiro su e mi mando delle auto-mail così che il giorno dopo le legga a mo’ di promemoria. È una pazzia, me ne rendo conto, ma è qualcosa di ineluttabile.

The pressure, I got the poison I got the remedy, I got the pulsating, rhythmical remedy. 

Il discorso però è un altro perché questa non è di certo la parte peggiore. Ci stanno i lunedì sturmunddranghiani, sono ordinari nel rompimento di cazzo che è loro proprio; non ci sta che il disagio e la pressione si trascinino per tutta la settimana, specie quando sono dovuti a persone o eventi che avvelenano l’ambiente e il contesto lavorativo.
Le ricette sono poche, non esistono terapie né farmaci calmanti, non ho il rimedio se non pensare a cose belle per riprendere sonno, occupare la mente con tutte quelle situazioni piacevoli che si materializzeranno quando sarò a casa. 
Le prime rimandano a memorie di luoghi belli o fascinosi in cui sono stato e dove vorrei ritornare e dato che sono io a decidere quali scegliere spesso li cambio, ma con altrettanta frequenza sono essi stessi a manifestarsi e a farlo senza soluzione di continuità. Si tratta di ricordanze serene che instillano in me un senso di inattaccabile tranquillità, è come se invocassi il mio patronus.

Avrei potuto mettere un sacco di cose, che ne so la strada del Market Street a Manchester, tra l’altro una delle “storie laterali” più belle che abbia mai scritto, l’Hafen ad Amburgo, le vie di Aosta, arrivare a Trieste dalla Slovenia ma, scartabellando ho rinvenuto questa foto di Lubiana e forse quesa piccola bomboniera un po' austro-ungarica e un po' italiana, dove da una parte del fiume ti servono del rosso fermo e dall'altro della birra lager, spiega tutto. Sì, Lubiana spiega tutto.

Le seconde sono molto più semplici ma di una forza invincibile. Il pensiero di tornare a casa e vedere mia figlia sorridere, rendersi conto di cosa voglia dire declinare la parola “felicità”, comprendere che si tratta di un sentimento che dà significato a parole che altrimenti sarebbero sempre state vuote, come “indescrivibile”, “purezza” o “contentezza”.


5. Fa' qualcosa che ti aiuti a meditare. Se startene lì seduto a gambe incrociate a respirare non dovesse far per te, trova qualcos'altro che ti vada bene. Svolgi una qualsiasi attività che sia in grado di farti sentire più ancorato e presente a te stesso, e nell'istante. Se ciò significa metterti al volante e farti un bel po' di chilometri coi finestrini abbassati e la musica della radio che pompa a tutto volume, fallo. Se ciò significa metterti a ballare, fallo in camera tua, ogni giorno.  Se ciò significa metterti a dipingere, pianifica il tuo tempo per poter fare anche quello.

No, fa ridere perché se penso a me stesso ballare da solo in camera mia, il primo video che mi viene in mente è quello di Paul Kalkbrenner.

È troppo me

Se occorre svegliarsi prima per avere il tempo di dar fondo a una mia passione, ossia scrivere, allora (yes) alarms (and yes surprises) sin dalle 5.30. Poco importa quale ne sia il motivo: per me è terapeutico, mi fa stare meglio e mi tiene vivo mentalmente ed intellettualmente. Niente in tutto, anche solo preparare un articolo per i blog (l’Indie Open Bar o gli 11 Illustri Sconosciuti), tenere aggiornato il mio rapporto epistolare con l'amico americano ma soprattutto tutto l’indotto che queste cose portano con loro. Perché scrivere significa sbobinare gli appunti presi sui taccuini, ricopiarvi frasi degne di nota trovate sulle mie riviste di riferimento, vergare calibri nero sul bianco di word, cercare sinonimi, non ripetersi, dare seguito all’insorgere di nessi, imparare parole nuove e vederle scritte così che prima o poi riesca ad importarle nel mio parlato, inserire idiomi e modi di dire stranieri di cui acquisisco nozione guardando i film in lingua originale (99% sottotitolati, a onor del vero).

Infatti un’altra piacevole parentesi della mia pianificazione settimanale è quella del dedicare tempo a serie e film. Ciò che non riesco a vedere durante i giorni feriali lo concentro in quelli festivi, quando nella mia mini-palestra (tapis-roulant, bici coi rulli e tappeto, nothing more, nothing less, only love) trovo due ore per mettere su e guardare senza interruzioni coniugali le mie serie e i miei film favoriti. Un po’ per necessità e un po’ perché in fondo mi piace, ho preso a vederli in lingua originale ed è un arricchimento culturale che diversamente non avrei mai. 
Sembra un discorso banale ma non lo è. 
Finché si studia al Liceo e si frequenta l’Università si rimane sempre in contatto con una certa “intellighenzia”, i professori usano un linguaggio specifico, nelle facoltà è ancora più forbito e, quando si entra nel mondo del lavoro, per quanto l’ambiente possa essere avanguardista e dallo stile che strizza l’occhio al milanese imbruttito, bene o male si ricorre sempre alle stesse parole, ad una lingua franca che nasce, si sedimenta ed “evolve” (il virgolettato d’obbligo) tra le scrivanie dei vari uffici.
Quando mi capita di partecipare a corsi e conferenze è per me una ventata d’aria fresca aver la possibilità di ascoltare relatori più “Lessico e Nuvole”, così intriganti nel loro risultare squisitamente accademici, perché rappresentano un momento seminale di nuove idee. Anche seguire la rassegna stampa estera di Radio 3 Mondo, condotta da Luigi Spinola (mio nuovo opinion leader) che legge e traduce a braccio i titoli e gli articoli delle principali testate giornalistiche estere, così come (accetto offese) ascoltare un programma di un tizio della stessa emittente che descrive le opere liriche ed i concerti classici in un modo così raffinato e coinvolgente che io, che me ne sbatto bellamente il cazzo dell’argomento in questione, ascolto avidamente qualsiasi cosa dica, prendendo appunti mentali che provvedo a trascrivere sul blocco note del mio furbofono non appena arrivato a destinazione e fermato la maghena.

Consiglio la lettura di questo articolo

È triste infatti quando si realizza d’essere ancorati alla viralità linguistica dei social networks, a ripetere in loop termini e modi di dire che hanno preso voga (io penso che “posso accompagnare solo” sia il top del peggio, fa veramente schifo al cazzo), e non solo diventano noiosi nel tempo di un amen, ma son svelti come la polvere a rendersi fastidiosi. 
Mutuare gli idiomi stranieri dei film (anche estirparne l’etimologia, per esempio:“live on borrowed time” si traduce in italiano con “avere le ore contate” ma qual è quello più ricco di polpa?), così come pescare in contesti che sembrano lontani anni luce dalle nostre frequentazioni culturali rimane il solo modo per tenere aperta la propria mente, come avrebbe detto qualcuno:”Think different”.


6. Impara a trasformare le tue attività domestiche in pratiche di natura terapeutica... ad esempio, il momento del bagno. Tanto lo devi fare comunque, e quella combinazione di acqua calda, dell'atto fisico del "ripulirsi" e del rilassamento dovuto a una doccia tiepida o a un lungo bagno alla fine di una giornata interminabile lo rendono una pratica quotidiana ideale per calmare i propri nervi. Accenditi una candela, metti su un po' di musica e adopera dei sali per lavarti. Fa' sì che i tuoi rituali assumano una natura meditativa, e concentrati sull'atto del lasciarti andare e del fare pulizia.

Sono completamente d’accordo a metà. Non posso dire che mi sia rimasta molta libertà nelle mie attività domestiche, giusto qualche ora nel week end. Però quei pochi tempi sono lenitivi del disagio che comportano settimane brense di lavoro, insomma, quando si dice sfogarsi. Correre da solo o in compagnia, combinare a questo la visione di film o serie, esercitarsi con stretching e addominali, quindi docciarsi col sottofondo di canzoni rubricate alla sezione “guilty pleasures” e poi avere la casa illuminata da candele profumate e da qualche yankee candle. Condizioni omosessuali finché uno vuole ma piacevoli e atte a creare situazioni rilassanti e zone confortevoli.
In fondo però c’è solo una ragione per cui mi sono dilungato a trattare questo punto, ossia che l’aggettivo plurale “rituali” mi ha suggerito il pezzo-corollario da utilizzare come seguito (e siamo a 2 canzoni dei Massive Attack, non fosse chiaro che sono al top della mia scala sociale musicale).

Video e canzone straordinari


7. Comincia a compilare un tuo libro delle citazioni. È una raccolta di frasi, idee e paragrafi che risultano particolarmente in grado d'ispirarti e di farti riflettere, da trascrivere, organizzare e archiviare accuratamente, di modo che poi tu possa facilmente ritrovare qualsiasi cosa cerchi in un determinato istante. Suddividilo in capitoli dedicati a "ispirazione", "guarigione", "rapporti umani" o "lavoro", e tieni costantemente traccia di tutte quelle piccole cose in cui incappi che saranno in grado di fornirti quell'ispirazione di cui hai bisogno.

Credo d’avere già implicitamente esposto questa mia tendenza, sebbene non sia ancora arrivato al livello di frazionare i miei appunti per temi di interesse. L’unica aggiunta che mi sento di fare è come io trovi influenze nelle parole spicce di persone al di sopra di ogni sospetto, che nemmeno sanno d’avere assorbito completamente la mia attenzione. Menti brillanti le cui parole nei post di facebook possono apparire come un momento estemporaneo per qualcuno, mentre per me rappresentano molto più di un pensiero da accarezzare ma qualcosa da radiografare e fare mio, che mi serve da ponte tra quello che in testa e che, prima o poi, avrò l’esigenza di trasformare in forma scritta.
È buffo perché spesso mi chiedo se queste persone mi leggano, rinvengano le loro impronte nei miei articoli, se intendano la mia (nemmeno troppo) mascherata ammirazione come stalking o se ne compiacciano, comprendendo che le loro idee sono un modello di riferimento per qualcuno, per quello e per quanto possa valere. "You can't disguise" avrebbero cantato i Travis.


8. Tieni un diario incostante. E non star lì a preoccuparti di dare alla tua vita una forma narrativa... un po' come il libro delle citazioni, limitati ad appuntarti le tue idee, epifanie ed osservazioni man mano che ti sovvengono, nella vita di ogni giorno. Poi sarai libero di tornare a riflettere su tutte quelle cose che più di altre ti hanno portato a volerti esprimere, e ciò sarà in grado di fornirti un'idea di che cosa tu abbia bisogno di cambiare all'interno della tua vita, oppure di fare di più o di meno.

I miei diari incostanti sono il blog dell’Indie Open Bar 1981 e, a suo modo, quello degli 11 Illustri Sconosciuti. Prima d’essere espressione delle mie idee del momento, riproducono le foto del mio io lungo l’intercedere delle stagioni della mia vita, anche quando la cosa cui somigliano di più sono raccoglimenti mistici e personali che ricordano tanto il Bersani solitario che beve la sua misera birra in un tavolo spoglio e triste.

A volte mi sento così e non so se sia bellissimo, bruttissimo o da vero socialista gaudente

Son cazzate, ma ora, con la paternità, penso spesso se e quando mi domanderò se chiudere bottega, archiviare tutto, evitare che mia figlia legga di me, mi conosca per quello che son stato. Quale impatto potrebbe avere su di lei?
Poi, ragionandoci sopra, convengo che un giudizio di questo tipo è troppo legato a questi tempi: chi non ci dice che tra dieci, quindici o vent’anni tutto ciò diventerà la normalità, che sarà in difetto chi non s’è raccontato prima?


9. Quand'è sera accenditi delle candele. La loro fiamma, da sola, è ipnotica e in grado di esercitare un effetto rilassante; diffonderà nello spazio abitativo un odore migliore, e nel complesso gli conferirà atmosfera.

Il sovrappensiero è un’operazione dannatamente complicata che solo quello psicopatico di Morgan è riuscito a descrivere magistralmente.

C'è almeno una strada che si fa sovrappensiero.

Eppure quante volte capita?
Semmai è più facile il contrario, ossia scansare pensieri ingombranti per far spazio ad altri, che è cosa ben diversa dal liberare la mente. Il fuoco invece è per me l’unico salvacondotto di emancipazione da riflessioni più o meno profonde e idee a vario titolo. Non avendo il camino, ripiego sulle candele e, a costo di essere etichettato da Max come un “tiragonnella dei preti”, apprezzo davvero molto la semplice preghiera consigliata durante l’accensione di un cero votivo.

Al di là del significato religioso, è tutto molto tranquillizzante.


10. Sostituisci la tua dose quotidiana di tè/caffè con dell'acqua calda con miele e limone. È una bevanda rilassante, e offre degli incredibili benefici per la propria salute. Inoltre è senza dubbio più economica e più naturale della tua solita alternativa, il caffellatte. Impara ad apprezzarlo.

Più di dire d’aver provveduto a sostituire i quattordici caffè giornalieri con due cioccolate liofilizzate, non so cosa aggiungere, specie perché c’è chi ha già cantato di questo e lo ha fatto decisamente meglio di come potrei mai provare a spiegare io.

E poi... è una questione di qualità o una formalità?


11. Paga solo in contanti. Ti sarà difficile finché non diventerà una tua abitudine, ma quando poi ci riuscirai non sarai più in grado d'immaginare come facessi prima di allora. Ti renderà consapevole di quanto spendi (facendoti capire quanto le piccole cose vadano a sommarsi le une alle altre), ti aiuterà a tenere sotto controllo il budget, e scongiurerà del tutto quel paventato rischio d'aver attinto -- con un determinato acquisto -- al "fondo bollette" (un timore che non dovrebbe mai sorgere).

Questa riflessione dà stimoli per due diversi motivi.
Il primo è proprio perché una delle summenzionate menti brillanti di cui seguo i post con vivo interesse ha recentemente scritto sulla propria bacheca facebook di come pagare in contanti rientri tra le sue good resolutions annuali.
E questo poiché:
A) è più difficile separarsi dalle banconote che dal bancomat;
B) quando arriva l’estratto conto mensile sono lacrime e sangue.
Osservazioni ineccepibili, non fosse quando, senza tanto né quanto, il device del bancomat di San Antonio, Tx, mi mangia la tessera alle ore 7.30 p.m. local time di un freddo e buio sabato sera. Il fatto è che la (grande) banca (non più locale, con sede in Via Rivoluzione d’Ottobre) me ne ha reso uno nuovo solamente una settimana dopo. Ora, non solo ho riacquistato sensibilità verso i contanti ma nei confronti di un sinallagma molto più semplice, ossia quello dello scambio di beni contro denaro.

Ventidue punti in un colpo solo sono davvero troppi.
Ci diamo appuntamento al prossimo articolo, sempre su questi teleschermi.
In ultimo consiglio la visione di questo video, una sorta di poesia moderna, un crudo quanto romantico diario del disincanto.


To be continued...

La bellezza della privazione

Tempo di lettura: dalle tre alle quattro ore

Dove eravamo rimasti


Racconti incompiuti

“Facciamo un sunto delle puntate precedenti”: così era solito iniziare le lezioni il mio professore di chimica del Liceo, quello che per molti dei suoi alunni è diventato un personaggio iconico dalle sentenze secche e leggendarie, il mitologico Graziano Dotti. E un recap è quello che vorrei provare a fare circa l’estate appena trascorsa, o per lo meno riguardo questi ultimi quattro mesi, e per farlo vorrei partire da un commento di un’amica al mio più importante post di facebook, quello con cui annunciavo urbi et orbi della nascita della piccola Benedetta.

Di base era sufficiente la sconfitta della Francia per rendere una data memorabile.

"Aspetto una storia dell'arrivo di Benedetta! Meriterà di sicuro, scritta dal suo papà!".
Al gradito messaggio ho risposto di cuore e di pancia:"Il paradosso è che, nonostante per visto e vissuto sia la cosa più forte che potrò mai raccontare, ha messo a tacere anche uno con la mia favella". 
Tuttavia è peccato non scrivere niente, non tenere nulla agli atti. Se non altro perché negli anni questo blog è diventato sincope della mia memoria e a volte torno a leggere vecchi articoli esclusivamente per ricordare meglio come stessi in altri periodi, quali canzoni ascoltassi, che parole usassi, cosa pensassi. Si badi, però, che riprendere in considerazione il passato non si è mai fortunatamente tradotto in un'operazione di rethink (voglio dire, non è mai stato un:"Cosa avrei dovuto fare? Dove ho sbagliato?") bensì in un processo attraverso cui riportare a galla suoni, profumi, odori, volti (anche quelli appena sfiorati e poi di colpo dimenticati) e sentimenti.
Sempre il professore di cui sopra era uso dire:"Repetita iuvant sed scocciant"; verissimo ma tutto questo è proprio ciò che io insisto nel chiamare "la memoria delle sensazioni" ed è quanto tra qualche anno, rileggendo questo post, vorrei rievocare, con tutta la dolcezza e la serenità che mi piacerebbe trasmettere in queste righe (e con la canzone che allego di sotto).

Ogni stagione ha le proprie canzoni, quelle che vanno in loop. E per me questa, tra Luglio e Settembre, è stata una droga.

Potrebbe apparire inevitabile scivolare nello stucchevole, specie perché parlare dell'arrivo di una figlia spinge in questa direzione, ma il mio obiettivo è dare conto dei whereabouts fisici e figurati dell'estate appena trascorsa, delle cose che hanno definito i contorni di questo lieto evento, le cornici che hanno reso memorabile il quadro. Quindi non so se riuscirò a riscontrare il commento della mia amica, almeno non per come lo abbia inteso lei, ma per come l'ho vissuto io sì, forse sì. 
A didascalia del mio ragionamento porto in dote una battuta di "Sicario", un film sorprendentemente intrigante di cui consiglio la visione, dove, ad una certa, un infinito Benicio del Toro zittisce la sparring partner di  turno:"Mi hai chiesto come è fatto un orologio, per ora limitiamoci a controllare che ore sono". 
Ecco, tipo.
Voglio cercare di capire come/dove io sia e cosa abbia appena passato; e come alla fine del film tutto diventa lampante così forse al termine della mia storia se ne saprà (e ne saprò) di più anche intorno al meccanismo che ha animato i mesi più intensi della mia vita.

Io esco pazzo per i film in cui gli ingredienti sono il confine tra Usa e Messico, i cartelli della droga e i Narcotrafficanti. 
Quando poi son fatti da Dio, ciao, ma ciao proprio.


An end has a start

In casi come questo è sempre un casino trovare il bandolo della matassa, decidere da dove iniziare, se avventurarsi in un incipit in medias res, andare a rebours... è complicato anche solo scegliere i tempi e i modi verbali adeguati (anzi, questa è la cosa dannatamente più ardua). Fortunatamente rivolgersi la domanda porta quasi a campo vinto, nel senso che la prima risposta suggerita dalle connessioni neurali è quella giusta.

Mettiamo allora una sera al Frignano, qualche minuto prima di Italia-Germania, in compagnia di quello che sarebbe diventato una figura tanto imprescindibile quanto cordialmente sgradita della mia estate: il mio futuro fisioterapista.
Era infatti da qualche tempo che accusavo fastidi all'altezza dei tendini rotulei (che solo successivamente avrei imparato chiamarsi così) e avendo sentito dire un gran bene del ragazzo che alla vigilia del quarto di finale dell'Europeo era di fianco a me (Torre), avevo deciso di raccontargli dei miei disturbi fisici. Il giorno dopo ero già sotto le sue mani, che più di quelle di un taumaturgo tipo il Cavana di Fausto Coppi, parevano tenaglie e motopicchi. Il fatto è che le terapie, i laser e le riabilitazioni mi avrebbero portato via un sacco di tempo ma è proprio quando occorre fare di necessità virtù che si riescono a concentrare meglio gli sforzi, a godere di più dei momenti liberi e scevri di ogni altro impegno, e ciò è proprio quello che avrei poi preso a chiamare "la bellezza della privazione" e che avrei declinato anche in altri contesti. Solo che ancora non lo sapevo o, meglio, non potevo immaginare quanto fosse la definizione più calzante possibile.

L'estate porta sempre in dote una canzone autoreferenziale. 
Al di là del testo, quello che dà un senso compiuto ai miei pensieri è forse il titolo di questa, e spero di spiegarne le ragioni.

In quelle settimane tutto era ancora in divenire, la scadenza del parto era ancora relativamente distante per cui la quotidianità lavorativa si alternava con i week end mangerecci delle sagre intorno a Pavullo. Ricordo, in particolare, quella di Montebonello, in compagnia di Santu, la Silvia, la Benny e Chè, finita in vino e Will Griggs on fire, vero coro mantra dell'estate calcistica, qualcosa che ha alleggerito la Martingala degli 11IS e le "Tre C" del mio compagno di banco.
Con i Linea di Rottura eravamo prossimi all'incisione di un demo e, sostanzialmente, anche abbastanza convinti che non sarebbero intervenuti eventi esterni ad impedircelo. Nondimeno sarebbe andate tutto a carte quarantotto perché ciò che era previsto di lì a una dozzina di giorni si sarebbe reso imprevedibile e quella che doveva essere una settimana di lavoro nello "studio" di registrazione si sarebbe trasformata nei miei primi giorni da papà e tutto avrebbe ineluttabilmente cambiato di forma.
Questa è una versione dei fatti ma come in ogni grande storia ce ne sono altre e quella che io preferisco parla invece di una fine molto più rock'n'roll, parla di diserzioni improvvise, di incomprensioni e di ammutinamenti. Un vero peccato ma, per fortuna, non tutto è andato perduto e qualcosa si può salvaguardare; è stata una soddisfazione ricevere i complimenti da Zaga (il miglior bassista di Maranello e provincia) mentre la Giuliana della bottega lì dallo Squalo mi preparava un panozzo col cotto e fontina, e lo è stata perché lui non sapeva che non esistessimo più, le sue parole erano sincere perché svincolate da qualsiasi altro giudizio. Di base io credo a chi comunica col cuore e Zaga in quel momento lo stava facendo.

The Last Date: Real Pleasure ft Linea di Rottura- Live in Fogliano

La gravidanza è qualcosa che, finché non ci si ha a che fare, pare estremamente lontana, come se si parlasse di avventure ai confini della realtà che solo qualche argonauta di passaggio pare aver vissuto e che, in fondo, non ci potranno mai coinvolgere così tanto. Invece se ne acquista familiarità tutto d'un colpo, come se fosse un naturale processo di assimilazione. Così funziona la perdita delle acque, così funziona la trasvolata col fazzoletto bianco fuori dal finestrino e così funziona la partita in ospedale.
Una cosa io speravo, ossia che non mi toccasse andare in sala parto di sabato, più che altro perché avrei preferito che la piccola nascesse fra la settimana, così da concedermi di assentarmi dal lavoro per la più nobile delle cause, e questo perché sono un genio del male egoista e senza scrupoli. Invece la ragazza aveva deciso di fare tutto a partire dalle dieci del mattino di sabato 9 Luglio, che a Pavullo era pure giorno di mercato: simpatica fin da subito, niente da dire (e forse non tutti sanno che la viabilità cittadina è in mano, come dice sempre Santu, a una persona cattiva o ad Andrea Bocelli, per cui potete immaginare quanto sia comodo percorrere le strade di paese quando le macchine in pista sono più di una).
È difficile trovarsi in quelle stanze e convincersi che tutto proceda regolarmente, è anche problematico capire come muoversi, in quale maniera far passare il tempo e ingannare l'attesa, specie se questa, come nel nostro caso, si sarebbe rilevata più lunga di quanto ci potessimo aspettare.
Avevo dovuto inventarmi un passatempo, cercare video su youtube che assomigliassero a documentari ma che, allo stesso modo, fossero interessanti. Cosa di meglio dello stragismo italiano degli anni di piombo?

Paura, eh?

Poi, giunta l'ora (du' dé dàp) è stato un greatest hits di attimi inenarrabili: l'improvviso svelarsi di una nuova vita, il taglio del cordone ombelicale, il contatto pelle a pelle tra madre e figlia, e un'odore che penetra nella testa e non ne esce più, quasi fosse unico al mondo. Questo sentore meriterebbe un capitolo a parte perchè si percepisce di poterlo conservare per sempre, quasi fosse un'idea cui aggrapparsi, un'intangibile foto mentale che rimane tatuata nel senso dell'olfatto, anche non dovesse avvertirsi mai più. Alla fine il bisogno, una volta smesso di camminare avanti e indietro senza capacitarmi di quanto fosse successo, e ripreso possesso del periscopio emotivo, di bere una birra al bar e fare le telefonate di rito.
Soprattutto però è stato come se solo in quegli istanti, e tutto d'un tratto, avessi preso coscienza di un prima e un dopo, quasi mi rendessi conto che ci fosse stato "un post senza essere mai stato niente".


Giovanni Lindo Ferretti è, da sempre, il mio speech-writer di fiducia. Qualsiasi cosa io voglia esprimere, lui lo ha già fatto e meglio.

Una cosa da me sarebbe stata pubblicare, immediatamente dopo il lieto evento, un'enciclica su facebook dove catalogare la mia commozione e la mia meraviglia ma la verità è che non avevo tempo di sviscerare i miei sentimenti perché il lavoro mi rincorreva, l'improrogabile demo che avremmo dovuto registrare con i LDR anche e, non ultimo, le sedute in palestra si stavano facendo stringenti e tassative. Per farla breve, una cosa che avrei dovuto fare subito, se non altro perché quando le sensazioni son più vivide diventa più facile riassaporarle successivamente, l'avrei fatta mesi dopo, la sto facendo ora, sbobinando tutte le emozioni messe in appunti e raccolte nel taccuino più brenso che abbia mai compilato da quando ho l'abitudine di vergare i pensieri che mi invadono la testa.


Rebranding di se stessi

Per una completa narrazione dei fatti val la pena ricordare la sfilata di facce viste in quegli istanti e in quei giorni. I genitori dell'Ile in reparto grazie ai buoni uffici della mamma, la birra nel cortile dell'ospedale con la Benny e Chè, accorsi non appena saputa la notizia, Max, Mario e tutti i magi precipitatisi, i borlenghi di Miceno da portare a donna Ilenia, il brindisi con Cavani mentre un venditore porta a porta di folletto non credeva -alle 8.30 di sera- che la mater familias fosse in altre faccende affaccendata, e infine le numerosissime visite in ospedale, a casa e in occasioni di pranzi e sagre (della cui frequentazione detengo ora il record assoluto).

Sagra di Polinago, 16/08/2016. 
Metto questa foto a compendio di tutte le uscite e le occasioni in cui ho incontrato amiche e amici, ed esclusivamente perché mai e poi mai riuscirei a citare tutti. Ma non dimentico la sagra di San Dalmazio con Gav e Baiso, il pranzo da Romani con Luca e la Silvia, il granvarietà profano e religioso di Crocette con Berta, Mi, Benny e Chè, la cena dal Bambulot con Cawa e Delgiu, il post-battesimo molesto con Luca D'Andrew e Paolo, lo spensierato pomeriggio con il Play, l'estemporaneo aperitivo dal Claudiano a Lama, il pranzo del 15 d'Agosto con la famiglia Canalini e la mia, la Lety al battesimo, e poi chissà cos'altro ancora che non ricordo.

Spero di aver ringraziato personalmente ogni amico ed ogni amica che ci sono venuti a trovare, dedicando a noi un po' del loro tempo, perché non basterebbe un'enciclopedia omnia per elencarli tutti in queste colonne. È che, come i miei ultimi articoli, questo resoconto altro non è se non uno scatto molto lungo, come quello che si usa per le fotografie notturne, capace di captare molte cose ma lasciando solo percettibili, seppur leggermente sfocate, molte altre; così è per le persone incontrate e intercettate in quei giorni.
Comunque sia andata, nel frattempo ho acquisito una nuova consapevolezza, ovvero trovarsi di fronte a una realtà del tutto inaspettata, o forse no, perché mai come nel caso di una figlia appena nata si ha l'ennesima conferma che i competenti, ancora una volta, si sono sbagliati, che anche quelli che mai sarebbero diventati ciò che avevano giurato e spergiurato di non essere, stavano per fare i conti con loro stessi. E avrebbero pagato tutto con interessi da usura ma, ciononostante, ne avrebbero colto la bellezza in una serie di accezioni diverse, individuando questa in alcune delle sue stesse privazioni.

Lasciatemi spiegare

I miei sabati mattina sono sempre stati all'insegna di una sveglia lesta e molesta, dell'attività fisica e della scrittura. Dopodiché a mezzogiorno iniziava il week end. Per dirla alla Rast Cohle, intellettuale di riferimento della mia esistenza terrena:"Thursday is my day off, I started drinking at noon"; ebbene, se al Thursday sostituiamo il Saturday... here I am, o più probabilmente there I was.
La piccola ha cambiato le mie abitudini serali e festive, per cui al sabato mattina, per qualche tempo, non è più stato possibile mantenere fede ai miei classici impegni, occorreva accudire la bimba e far rifiatare la mamma. Allo stesso tempo però potevo concentrarmi su dischi da ascoltare e film/serie tv da vedere, infatti con una monella a carico si diventa multitasking, seppur all'interno di certi limiti.
Tra i doveri e gli affari di cui ho fatto menzione quattordicimila righe fa, mi ero perso buona parte della programmazione di Sky e ritrovarsi registrati tutti gli episodi di Agent Carter (o, meglio, DELL'Agent Carter: siamo emiliani e lei è una donna, per cui anche il genitivo dev'essere declinato al femminile) è stata un'epifania, che Dio benedica l'on demand.
Ora, dovrei giustificare i miei interessi televisivi, spiegare perché l'inglesina e le Industrie Stark, che hanno tutta l'aria di essere cattive abitudini e sfide al buon gusto, rientrano tra i miei mustsee. In realtà non ho modo né alcuna intenzione di difendermi, ogni coglione ha la sua passione e ognuno di noi cova i propri guilty pleasures, ossia pensieri-opere-parole-omissioni, ma soprattutto visioni e ascolti, inconfessabili. Per esempio a me piace Cesare Cremonini e spesso trovo pregevoli i testi di Jovanotti.

A parte gli scherzi, alcune delle linee dell'ultimo singolo "Ragazza Magggica" sono sublimi, è un tratteggio poetico molto semplice ma a suo modo unico, cosa che a Jovanotti, e non ho mai capito come e perché, riesce bene.
Nella fattispecie:
"...e mandi i gatti sui tetti a star fuori le notti, che poi quando è giorno ti sembrano pigri
ma è solo stanchezza di tutta l'ebbrezza di notti d'amore da piccole tigri..."

Insomma, se un domani mi ritrovassi a leggere questo articolo o qualcuno mi chiedesse cosa stesse passando in televisione appena nata la Benedetta, non saprei rispondere, non saprei dire cosa stesse succedendo nel mondo (in realtà sì perché ho conservato i quotidiani dei quattro giorni trascorsi in ospedale e mi salverei in corner) ma di certo ricollegherei a questo momento l'aver visto, anzi divorato, la seconda stagione di Agent Carter, che, cosa ancora non detta, è un gran pezzo di figliola.

A tutto ciò va allacciato anche l'altro grande fatto della mia estate: l'aver ingrassato la categoria dei fisioterapisti. Che se ci penso è anche stata una fortuna esserci andato durante le ferie, due mattine a settimana ad orari improbabili ma almeno quando avevo tempo, cioè non durante il lavoro; il guaio è che uno si sacrifica per un anno, non vedendo l'ora che arrivi il tanto agognato riposo estivo e poi questo si trasforma nell'Agent Carter e nelle sedute di fisioterapia, beh, bene ma non benissimo. Oppure, o forse eppure, è stato proprio questo il bello, la sua stessa astinenza, l'aver dovuto concepire e costruire il tempo in un modo diverso, l'aver concentrato le forze differentemente, aver vissuto in maniera accidentale, rendendomi conto di quanto e come andasse introdotta nella mia vita una nuova parola ma sopratutto una nuova idea, quella di resilienza.
Fa ridere perché ho sempre saputo cosa significasse ma non l'ho sentita pronunciare per una vita e mezzo, fintanto che un telecronista della RAI non me l'ha riportata in auge, definendo così, ossia resiliente, la difesa della Sampdoria governata da Vasco Regini.

Con la preghiera che un giorno Santu mi possa perdonare

In ogni caso "Resilienza" sta a significare la capacità di assorbire colpi senza rompersi e, alla bisogna, trasformarli in nuove energie e opportunità. Così è stato per me, e quello che è spesso stato un mese talismanico si è confermato tale. Ho imparato a godere della gioia di tenere in braccio la bimba mentre guardavo serie tv un-po'-più-che-di-merda, e poco importava non scrivere più o non riuscire a sfogliare una rivista perché alla piccola sarebbe venuta meno la propria comfort zone, tutto acquistava un senso nuovo. M'è piaciuto "sprecare" il mio tempo in palestra con Torre per curare i miei tendini spappolati, parlando di film e di calcio, beninteso quando le sapienti e altrettanto lancinanti mani del mio tutor non scavavano troppo in profondità, derubandomi di ogni forza e respiro. Curioso, quando quasi telepaticamente ci siam trovati d'accordo nel riconoscere in "The Fighter" un'eccezionale pellicola; inammissibile anche che io non l'avessi mai vista prima del 2016.

C'è una nuova tendenza negli ultimi film made in USA: quando pensi che tutto sia finito e ci si aspetta l'happy ending, uno guarda il lettore e scopre d'essere a metà.

Insomma, è stato come reinventarsi, fare un rebranding di me stesso, dovermi immaginare e realizzare in una nuova forma e in una nuova sostanza


Gite fuori porta

Questo intervento di rebranding ha influenzato anche i movimenti: la bimba e la fisioterapia hanno dettato nuove coordinate geografiche e latitudini rimaste inesplorate si sono trasformate in nuovi lidi da apprezzare e assaporare con occhi e sensi quasi sconosciuti prima o, forse, per dirla alla Tolkien, le parole giuste per descriverli potrebbero essere "perduti", "incompiuti"e "ritrovati".

Racconti ritrovati.
Pensandoci a modo, l'ultima volta che mi sono fermato a Pievepelago per più di due minuti è stato quando ho conosciuto il buon Alberto Lioy, cui ho subito inviato un dispaccio radio per segnalargli di aver rievocato il di lui ricordo (e se è in ascolto, non mi sono dimenticato di te, appena riesco ti rispondo),

Il primo sabato mattina di ferie, su consiglio di quell'adorabile gobbo di merda di Torre, mi sono sottoposto a un'ecografia presso uno specialista che opera a Sestola. Dopo anni di assenza dalla cittadina regina del Frignano, vi ero dunque tornato e, il tempo di una vasca lungo le caratteristiche vie, ci siam poi spostati a Pieve per pranzo. Nei dintorni del ristorante sorge un camping che s'affaccia sul fiume Scoltenna e, levate calze e scarpe, ho cominciato a guadarne l'acqua limpida e fredda con la piccola Benedetta in braccio. Ho scattato un mucchio di foto, incantato dalla magnificenza del panorama intorno e stordito dalla sensazione di quiete che mi pervadeva l'animo.
La bellezza della privazione stava (e sta) proprio in questo, la resilienza pure, e se uno ci pensa è tanto banale quanto singolare rimanere ammaliati da una situazione non cercata ma obbligata, provare felicità nonostante si sia costretti a fare qualcosa che sembrava spingere oltre, finanche ad annullarla. Non mi sarei mai sognato di andare a Sestola il primo sabato di ferie nazional-popolare, men che meno di pranzare in un ristorante lungo la via non prima visionato su Trip Advisor, eppure quello che si sarebbe trasformato in un ricordo accidentale, un errore di percorso, sarebbe stato altrettanto e paradossalmente splendido e cruciale.

Band che non conoscerei senza l'endorsement degli Explosions in the sky

Al battesimo della Benedetta il mio caro amico Max mi ha riportato un detto, che ho scoperto essere molto diffuso dalle nostre parti sebbene io non lo abbia mai sentito pronunciare, ossia che "la meraviglia piantata genera sette volte sementa". A corti discorsi significa che qualcosa di insolito, qualcosa che appare come un piccolo prodigio, è in realtà molto fertile, più di quanto non si creda, e si autoalimenta senza necessità di dar profondità o seguito alla sua stessa riprova. C'erano tutti i crismi perché fosse un'estate povera, a suo modo lo è stata e lo sapevo, ma con un peso specifico imponderabile, inesausto di sorprese.
Facendo riferimento al sacramento e ripensando, molto divertito, al messaggio del buon Marchio che, richiamando il battesimo di Nsima sul Garda, si proponeva come uomo degno di officiare la Messa, mi torna ovviamente Castagneto, dove la piccola è stata battezzata.

Tradizioni di una volta: Messa, Processione, Banda e Sagra. 
Benvenuti in Emilia. Manca solo Elvis a chiudere tutto con Can't help falling in love

Infatti se invece di una lei fosse stato un lui, ci sarebbe stata indecisione tra due nomi: Lorenzo e Alessandro, e il mio endorsement era tutto a favore di quest'ultimo. Cosa ci volete fare, se uno è sempre stato innamorato di Alino Diamanti, il pazzo di Prato, fa fatica a discostarsi dal tema. Il fatto è che se avessi saputo che il primo è il patrono di dove Donna Ilenia è born & bread non avrei avuto dubbi; come direbbe Daredevil:"È forse perché son cattolico", o più semplicemente anche perché assistere alla processione del paese con la bimba in braccio è stata un'esperienza fortissima e intensa.


I manoscritti hanno ancora un sapore diverso


Rimini

Anche le vacanze si sono ridimensionate, niente più trip around Europe e niente più Croazia ma solamente qualche toccata e fuga in Riviera, cosa che mi ha fatto strano davvero un bel po'. Non tanto perché non sia più tornato a Rimini e dintorni da quando ero bambino e ci andavo coi miei, perché ci son stato, e tante volte in questi anni, specie a Riccione. E non so quante volte mi son riproposto, tra gli sfottò della Mi e dell'Ile, che una volta vecchio a tutti gli effetti (ossia un VDM oltre i precoci capelli bianchi, ma VDM anche all'anagrafe) avrei voluto trascorrere qui le mie ferie, sentirmi servito e riverito come ci si sente solo quando sono gli albergatori romagnoli a farti da balia.


Si scrive Rimini ma si legge Riviera Romagnola o, per gli amici, Romagna

Beh, è capitato che, un po' per posa e un po' sul serio siamo stati invitati dagli zii di Frau Ile a Cervia, e abbiamo accettato di buon grado di passare là due giorni dopo Ferragosto. Abbiamo prenotato in un hotel senza troppe pretese, una roba rimasta completamente negli anni '80, l'evoluzione -se così si può definire- del classicissimo hotel Grazia. C'erano ancora i telefoni con la rotella, i balconi a piano terra e mandrie di famiglie tedesche che chissà cazzo gli dice il cervello perché continuino a sperperare in Romagna i loro marchi. Ad ogni modo evviva! io ero completamente a mio agio nel retrò e non avevo bisogno di indagare circa i perché fosse bello soggiornare da queste parti, anche se solo per qualche notte e anche se i "perché no?" sarebbero stati molti di più.

Canalino di Cervia. Benny con gli zii - Aperitivo Old Times

Non saprei spiegare, è come se il tempo -inteso come epoca- si sia cristallizzato ma allo stesso modo continui ad andare avanti, adattandosi nei dettagli ma rimanendo ancorato ad un sistema solare tutto suo, quasi fosse una sorta di legge o di giurisprudenza, che per antonomasia è generale nello specifico.
Ero indeciso quale foto postare, se quella di cui sopra o una scattata alla lavagna esposta fuori dal nostro bagno di riferimento a Gabicce (dove saremmo andati qualche settimana più avanti), che riportava le condizioni meteo previste per la giornata, i prezzi del campo da bocce e la password wi-fi. Sì, son stato molto combattuto, perché la seconda, con parco dispendio di gesso distillava, in un numero irrisorio di parole, intere ere geologiche e turistiche bastanti però a chiarire ogni cosa, anche il perché i villeggianti settantenni di circa una generazione fa (o forse due) avessero comprato degli orrendi costumi ascellari che indossano ancora e, soprattutto, come mai siano ancora loro e abbiano ancora settanta anni.
Dopo aver trascorso vacanze nelle Marche e in Croazia, la Romagna sembra qualcosa che funziona bene per andarci il sabato a mangiare il pesce con i cognati o la famiglia, fare un giro per Viale Ceccarini, comprare un chilo di caramelle gommose e poi tornare a casa fermandosi all'IKEA di Casalecchio. Oppure va benissimo, anzi, è straordinaria se intesa come tappa intermedia di un venerdì che fa da vigilia ad un week.end nelle Marche, come tante volte è stato con Berta e la Mi. Ristorantino serale dopo una settimana di lavoro, corsa mattutina al sabato, colazione principesca e poi via, verso Macerata e tutto quello che e sapientemente e avidamente nasconde, tipo il negozio hipster di dischi che ha fatto carriera fino a comparire sulla guida Lonely Planet, certificando così che non fossimo poi così scemi ad essercene innamorati.

Racconti perduti.
Nel primo semestre del 2016 non ho compitamente documentato quanto accaduto se non in questo articolo. Tra le cose perdute della primavera temo ci sia finito uno spensierato week-end in un incantevole agriturismo vicino a San Benedetto del Tronto del quale, purtroppo, non rammento il nome.


Hotel Keller (ovvero del perché il tempo non sia lineare ma circolare)

Quando uno s'è abituato alle Marche, ai suoi incontaminati agriturismi e alla loro pace, che non sto a descrivere ma per cui rimando qui (articolo datato ma sempre valido), è difficile riprendere confidenza con la Romagna strettamente intesa (e, mi sia permesso, mettiamoci dentro anche Gabizzemare e Gabizzemonte) e i suoi ritmi cosi familiari altresì così sdolcinati, a volte eccessivamente abitudinari e altre troppo adulatori. C'è spesso il pericolo che tutta questa cortesia, anche quando mossa da buona fede, si trasformi in un'atmosfera intontente con annesso il rischio che si tenda a guardare ogni giorno come se fosse un giorno qualunque, e non qualcosa da mandare a memoria nel cassetto dei ricordi indelebili di una vacanza. Dopo un po' si sente l'esigenza di cambiare aria, di visitare l'entroterra, di augurarsi il brutto tempo per salire in collina, perdersi tra pievi, castelli e ristoranti di strada in cui ordinare un piatto di passatelli in brodo accompagnati da una boccia di Sangiovese.
Fondamentalmente Gabicce non mi ha detto molto più di questo e anche l'Hotel Keller, dal nome così ariano e così evocativo, lo stesso in cui donna Ilenia era solita andare da piccola rimanendone estasiata, non sembrava più essere quello che era rimasto nel suo iper-uranio di bambina, nella sua isola della felicità. Insomma, è stato molto strano non riuscire ad assecondare il long week-end di relax né a godermelo fino in fondo, tant'è che l'immagine che allego credo sia perfetta, in grado di suggellare magnificamente i miei pensieri.

Immagini senza età dalla Riviera, nonne che svernano e degrado. 
Una foto che avrei potuto scattare vent'anni fa, a dimostrazione che il tempo non è lineare ma circolare, ciò che cambia è il modo di intenderlo. #romagnaparanoica #oioioioioioica

Con uno sforzo più profondo potrei associare idee apparentemente molto lontane, o forse no, volendo intendere che anche uno scenario di decadenza può piacere, risultare suggestivo e rivelare [tante] storie a chi le sa ascoltare. A pensarci bene anche questa è bellezza della privazione e, secondariamente, ma nemmeno troppo, conferma che il titolo scelto per la presente sbabbelata sia quello giusto.

Se passa Cash la Benny s'incanta e s'addormenta, l'ideale nei viaggi lunghi, dove per lunghi si intende della durata superiore ai dieci minuti.
E comunque Fiona Apple  è magnetica, è come il viola sul giallo.

A voler esagerare infilo nel calderone dei "brutti ma buoni" (che se fossero biscotti, questi trend topics non potrebbero che essere definiti così) un ristorante, del quale perché se ne possa parlare con dovizia, occorre fare un passo indietro.
Durante la giornata conclusiva trascorsa a Gabicce, un po' perché la mattinata prospettava un cielo fosco, un po' perché volevamo far tappa d'avvicinamento a casa senza però perdere di vista il mare, avevamo deciso di pranzare a Riccione per poi passeggiare un'ultima volta sul bagnasciuga. Non so per quale ragione io non lo abbia mai scritto in altre e diverse sedi ma nei dintorni della Perla Verde dell'Adriatico conosciamo un pustarlein (come si dice a Modena) che frequentiamo da qualche anno, la cui allure, si badi, è unicamente psicologica. È a vista sulla ferrovia, situato sul lato infelice di Viale Ceccarini (nel senso che sta alla main street del paese un po' come il Craster's Keep sta alla Barriera), gli interni sono da osteria sfigata anni '70/'80 e il personale non è per nulla cordiale e mette pure in soggezione, già troppo se e quando a "grazie" rispondono "prego".
Ebbene, nonostante tutti i nonostante io ho un vero e proprio debole per questa locanda vecchio stampo, dal fare brusco e deciso, logora ma a suo modo pittoresca, specie perché, se uno consulta Trip Advisor impara che al di là di tutti i vulnus suindicati, parliamo di uno dei ristoranti preferiti dalla popolazione autoctona. Può sembrare inspiegabile o forse è il contrario, nella misura in cui si realizza che il riccionese medio vuole spendere q.b. e non ha bisogno che l'oste gli racconti la rava e la fava o lo abbindoli con qualche poesia culinaria circa il pescato del giorno o l'impiattamento destrutturato dei gamberoni. Per cui, do the math, se uno si fa una ragione della ruvidezza dei camerieri, s'adatta agli usi e ai costumi del luogo è già a metà dell'opera.
Per evitare ritorsioni di qualsiasi tipo non voglio fare nomi e cognomi ma per esigenze narrative ho bisogno di affiggere al ristorante un'insegna basta sia, e lo chiamerò "Locanda Laura", sia perché per la consonanza suona bene sia perché Laura è un nome orrendo e quindi mi sembra più che appropriato.

Antipasto caldo e frittura cui accostare un bianchino della casa, giusto cinque tavoli occupati, servizio sgradevole e spesa onesta. Il cielo fuori era grigio ma l'atmosfera che sapeva tanto di estate povera, o impoverita (come la si vuol vedere), è stato l'ennesimo e perfetto wherabout che confermava quanta serenità fossi riuscito a individuare in assenza di grazia. Alla Locanda Laura avremmo potuto preferire qualsiasi altro ristorante, e dire che ne conoscevamo, ma questo contesto era un'altra tacca alla cornice del mio quadro estivo.
Una tranquillità diversa, distaccata e prolungata, che trova la sua condizione ideale nell'armonia degli opposti, nella possibilità di godere delle mancanze, perché queste, se uno ci pensa, sono qualcosa di riservato e segreto, quasi un trucco da non rivelare a nessuno che non lo possa capire.

Honey I'm on fire I feel it everywhere
Nothing scares me anymore

Io son nato a Novembre in una notte brumosa, degna del Regno delle tenebre padane, e penso di non aver mai visto un compleanno senza nebbia, freddo e opacità, qualcosa che non è buio ma cupo sì, ecco sì. Passeggiando sulla spiaggia con la piccola in braccio, mentre il cielo plumbeo dava un attimo di tregua, è stato come se il tempo stesse chiudendo un occhio e un cerchio, unendo i puntini della storia tra padre e figlia, quasi a legare due vite, la più vecchia avvinghiata all'ombra e la più giovane al calore. Lana Del Rey forse ha esagerato nell'intitolare "Summertime Sadness" la sua canzone più famosa, così come Loredana Bertè ha sbagliato a caratterizzare di tanta malinconia "Il Mare d'Inverno", o forse sono state entrambe poetiche ma più del dovuto, non riconoscendo, per ostinazione o rabbia, quanto fascino potesse esservi. Che se uno legge i testi, e lo fa con libertà di giudizio, non può che notare come le differenze tra i loro concetti e il mio siano obbligate a rarefarsi.


#bertalife

Nella mia vita precedente ho sempre dato una grande importanza al running, arrivando a praticarlo anche cinque volte a settimana, sebbene mai ad alto livello. Pertanto ho sempre investito un'oretta del mio tempo in una sgambata quotidiana, quasi più per espiazione dei peccati culinari che per vera e propria convinzione o buona pratica. Lo stop forzato dovuto alla fisioterapia ha cancellato le sessioni di corsa dalla mia agenda, imponendomi di prestare maggiore attenzione alla mia dieta e costringendomi a rigidi training di recupero fisico e motorio. È una specie di miracolo che ora pesi cinque chili in meno rispetto a quando ho cominciato le sedute fisioterapiche, o forse anche questo è conseguenza di un nuovo lifestyle che mi ha obbligato a inserire nei miei pasti una quantità massiccia di verdura e ad avere una maggiore cura del mio corpo. Non so dire se la tendinite rotulea sia stata una fortuna né penso ci sia niente di bello dell'impiegare soldi e tempo in palestra o sdraiato con un laser puntato sulle ginocchia, ma di sicuro la rinuncia a qualcosa da cui mai mi sarei potuto astenere ha condizionato i meglio quelle che in fondo erano bad habits nel mangiare tanto e a caso, e nel correre troppo e in maniera scriteriata.

Nutrizionista ma anche pedagogo


Brindisi alle corriere

Come ultimo inciso (spero ma non credo) provo a giocarmi, tutto in una volta, il matrimonio di Sandro.
Come quando si andava a scuola e l'estate non finiva il 21 di Settembre, bensì il primo giorno di Liceo, così ora non ha termine con l'equinozio di Autunno ma con il ritorno dalla ferie o l'ultimo matrimonio della stagione.
Nella Domenica che chiudeva di Agosto son stato best man di uno dei miei più cari amici e di più lunga data, un ragazzo con cui ho frequentato elementari, medie e Liceo, sempre da compagno di banco. Malgrado la vita ci abbia spinto verso direzioni diverse e per quanto siamo persone dai caratteri e dai comportamenti diametralmente opposti, abbiamo mantenuto salda negli anni una strampalata amicizia che ci ha reso distanti nell'ordinario di tutti i giorni ma non nel minuto dei dettagli.
Il suo matrimonio è stato forse uno dei migliori cui abbia preso parte.
Suggestiva la Pieve romanica tra Campogalliano e Rubiera, assolutamente magnifica la casa colonica dove il party ha avuto evento, persa nella campagna della Bassa e tutta avvolta dall'edera, circondata dalle siepi e grondante di quella squisitezza tipica dei casali emiliani di una volta.
Tuttavia, ciò che più di ogni altra cosa è risultato significativo, è stato rincontrarsi con quasi tutti i compagni del Liceo. Per mia fortuna o, forse, per mia sfortuna, io non ero al tavolo con loro ma con gli amici di Maranello. Immediatamente è scattata una reciproca diaspora tra il mio e il loro tavolo: c'era chi, esausto da discorsi del cazzo, migrava verso il mio, e poi c'ero io che non resistevo dal presenziare al loro pur limitandomi ad assistere con laconica rassegnazione.

Karl Marx sosteneva che ognuno di noi è figlio dell'ambiente in cui è cresciuto, come a voler dire che non è tanto la classe sociale che ci ha generato a condizionare i nostri pensieri ma al contrario lo è una coscienza critica che maturiamo seguendo i nostri maestri di vita, i nostri genitori, i nostri insegnanti di scuola, i nostri colleghi e i nostri amici. Allora penso che, fondamentalmente, chi è cresciuto con me non possa ragionare così diversamente da come faccio io, o per lo meno sussistano le stesse basi da cui partire. Invece no, invece il tavolo del Liceo, al netto dei compagni più cari che continuo a vedere almeno una volta a stagione, era intriso di arrivismo basso-borghese, di confronti, di rimpianti, di scopate mancate ma dai desideri non sopiti e -go figure- di brindisi alle carriere.
Ora, io non sono nessuno per dare patenti morali per cui mi sono ingiunto un categorico "stay calmo", non ho proferito parola al riguardo e ho deciso prima di importunare tutti i baristi criticando i loro gin tonic ("Il gin tonic fa schifo a Manchester, come può pretendere di farlo bene qualcun altro?") e poi di ballare Rovazzi come Oscar Giannino.
A referto va però messa la replica di un caro amico che fa il mestiere più brutto del mondo:"Un brindisi alle carriere? Com'è che si fa? No, perché io vorrei brindare alla mia, perché finisca presto!".

Chicco:"Al matrimonio di Sandro ho visto gente ballare come Oscar Giannino".
Io:"Chi è che ballava come Oscar Giannino?"
Chicco:"Tu, Zeman".
In effetti le diapositive sono inequivocabili...

Ad ogni modo, e per onor di firma e perché non riesco a tacere certe storture mentali, vorrei riavvolgere il nastro di quell'episodio ed esporre un pensiero al riguardo che fa da eccellente corollario a questo post.
Più vado avanti più m'accorgo di quante persone, anche all'apparenza normodotate, cerchino paragoni di vita, s'ingastriscano in comparazioni di bassissimo conio rispetto alle esistenze altrui, i relativi stipendi-occupazioni-uffici-suv-metrature-di-casa-ville-al-mare, cadendo e scadendo in vortici svilenti di brindisi alle carriere.
È un'estate povera la mia o lo è loro vita?
Direi che la risposta giusta sia:"Entrambe", sebbene l'accezione sia diversa. Vuole dire che se la loro miseria lo è nel merito, la mia lo è -no, non mi sto ripetendo...- per privazione, perché assente di quella che per loro è bellezza ma che per me rappresenta la quintessenza della disarmonia tra obiettivi e felicità.

Un amico una volta mi ha riferito una confidenza, ossia che un conoscente comune mi avrebbe considerato poca cosa, niente più di un italiano medio. Ho accettato il giudizio di buon grado e con immenso entusiasmo, se non altro perché a pronunciarlo è stato qualcuno che non ha niente, un wannabe, qualcuno che preferirebbe spendere ogni week end 70 euro nel ristorante di tendenza per potersi atteggiare ma non andrebbe mai da Bottura dove magari si farebbe un'esperienza sensoriale unica, qualcuno che è convinto che la vita si misuri sul momento e non sulla distanza o sul valore, senza rendersi conto che tutte le sue cambiali di vita vanno scadendo, qualcuno, insomma, che non ha altre credenziali che non siano quelle di sedersi al tavolo dei brindisi alle carriere perché tutti gli altri posti sono già stati occupati: una bella schiavitù di pensiero che non nasconde nessuna bellezza.


Canzone che non c'entra un cazzo ma che ha la capacità di pacificarmi cuore e animo soprattutto quando partono le liriche:"'cause this life is a farce, I can't breath throug this mask".



Protection

Gli altri posti sono già occupati, dicevo, e lo sono da chi ha fatto spazio, per volontà o necessità, ad altri interessi e ad intenti differenti, da chi ha visto del bello a lato, che si tratti di una passione autentica, di una nuova vita, di una porta stretta che non per forza conduce al successo, o sia solo anche andare a mangiare il pesce da Nest a Ubersetto.
All'inizio di questo articolo, vale a dire in un altro periodo storico, m'ero ripromesso di non scivolare nello stucchevole ma, a conclusione della sbabbelata chiedo licenza a me stesso, venendo meno al detto.
Se fosse una canzone, se ancora volessi consigliare un ascolto, pescherei dal mazzo "Protection" dei Massive Attack ma le parole non c'azzeccano un cazzo col presente discorso per cui tengo buona la farina del titolo scartando la crusca del testo.
In tutto quello che non è carriera, che è invece stata privazione di vari tipi di bellezza e che, solo ad uno sguardo disattento, poteva sembrare un'estate povera, io ho provato altre cose che non posso che inventariare in un ultimo flusso di coscienza, che ancora mancava all'appello del mio post tipico, senza pretendere di incardinare i pensieri tra loro.

Come trovarsi catapultato in una videoteca del 1988 e contemplare film ammerreggani di fantascienza, dai titoli intriganti, che riempiono la bocca e dal font pacchiano, per poi scegliere la millesima volta Wargames o Navigator.


  • Constatare che il tempo si è rovesciato come lo spazio in Stranger Things. In maniera meno macabra, s'intende, ma con diverse affinità.
  • Non vedere l'ora che si organizzi un pranzo di famiglia ne è un fulgido esempio.
  • Raccomandarsi di salutare caramente qualcuno non per formalità ma per una questione di qualità.
  • Ritrovarsi inserito in "Padri Sbronzi", la più improbabile ed esilarante delle mie chat Whatsapp.
  • Avere una maggiore padronanza del corpo ed un contingente cambio drastico nelle mie abitudini alimentari: rimpinzarsi di vellutate di spinaci ma patire una voglia matta della pizza del forno di Corradini.
  • Riconoscere amicizie forti su lati che credevo deboli e viceversa.
  • Svariati ubi maior minor cessat.
  • La necessità di riacquistare riviste di turismo e musica (che figo rileggere Il Mucchio dopo anni) perché mi può anche star bene non avere più un minuto per leggere, ma almeno al cesso possedere un mio momento è di vitale importanza, così come lo è documentarsi sfogliando pagine le cui parole siano un pelo più elaborate di quelle del lavoro:"Attendo riscontro", "Ci riaggiorniamo" e "Vogliate prendere visione".
  • Adottare pienamente la teoria dei pattumi -qualcuno sa perché- così da preservare un sano rapporto di convivenza.
  • Un cero non va mai sprecato.
  • Sistemare le gallerie di foto su whatsapp nell'attesa che vengano pronte le pizze d'asporto.
  • Un when we met first non proprio come me lo sarei aspettato che però ben presto ha portato ad una percezione aumentata dell'istinto, come se potessi cogliere anche solo il respiro della mia bimba, riconoscerne il suono del pianto tra mille.
  • Sciogliersi per un suo sorriso fatto di prima mattina, e svegliarsi di notte solo per vederla dormire.
  • Un buon odore di bucato di vestitini rosa.
  • In definitiva, un più alto senso di protezione di tutte le cose che sembrano e/o sembravano non importare.


Con tutti, ma proprio tutti, i crismi del caso.

Federico Fellini diceva che il cinema è la vita senza i tempi morti. Sandro, l'amico per cui ho testimoniato al matrimonio, e quello fra i miei compagni ad assomigliare più al Professor Dotti (per massime argute e paradigmatiche), sostiene invece che ciò che ci rimane e di cui siamo "obbligati" a godere siano proprio i tempi morti. Aggiungo io, anche i whereabouts, figurati o meno, i dintorni e i contorni di resilienza di cui ho diffusamente argomentato con la presente enciclica. In fondo è sempre una questione di definizione: c'è chi come Sandro spiega tutto con tre parole e chi come me impiega un mese a buttare giù una roba che forse rileggerò solo io tra qualche anno, pensando oltretutto che sia stata scritta da una terza persona.
Che poi la storia di Benedetta abbia meritato perché scritta dal suo papà, a'n'al so po' menga, ma qualcuno di cui non sto a ripetere il nome chiudeva sempre così le proprie lezioni: "De hoc satis et ad abudantiam".

Arrivederci e grazie per l'attenzione.

In my well paid opinion these things they really don't matter
But from my crystal gazing eye there shines a light, like dynamite

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