Cose semplici e banali

Esistono cose che non possono avere nessun altro interesse se non quello personale: il paradosso è che, per quanto semplici o banali, sono le più importanti. 

Un giorno questa canzone sarà la colonna sonora di un orologio, io ve la butto lì.

Sono stati i tre anni, quelli immediatamente dopo la Laurea Specialistica. 
A quei tempi lavoravo per una piccola azienda, il cui titolare, il tipico cinquantenne emiliano ruspante e borioso, era bravissimo nel rendersi straordinariamente simpatico sul momento per poi trasformarsi nell'essere più spregevole del mondo, uno con cui non si sarebbe più potuto negoziare nemmeno la pausa caffè. Potrei riempire biblioteche d'Alessandria senza aver esaurito gli improperi da rivolgergli. 
Come idea: presente la kill list di Arya Stark? 
Ebbene, lui sarebbe al primo, al secondo e al terzo posto.

Daje Arya!

Scelse male quando investire e, complici le vendite scarse e il servizio che spesso disattendeva le aspettative dei clienti, cominciò ben presto ad andare in malora e a non avere più gli sghei per pagare i dipendenti. Chi non si dimetteva veniva costretto ad allontanarsi, mentre chi rimaneva veniva lavorativamente sfruttato oltre ogni dire. Portare pazienza era solo un modo più elegante di prenderla nel culo.
Sebbene lavorassi in ufficio, con la carenza del personale la scala del pollaio si fece corta e fui costretto a cimentarmi nei più svariati ruoli, non ultimo quello di trasportatore. Non essendoci più la liquidità per saldare il conto dei corrieri, anche gli impiegati dovevano salire su camioncini, ducati e furgonati e trasportare la merce nelle città e nelle regioni in cui erano presenti ditte che ancora compravano materiale. 

Il titolare aveva stabilito che i maggiori carichi andassero effettuati di venerdì (quando non sarebbe cambiato niente fare la stessa cosa di lunedì, ma andarglielo a spiegare era inutile), senza badare al fatto che per raggiungere le Marche o il Veneto si sarebbe passati dagli snodi di Bologna. Cosa anche fattibile, non fosse che nove volte su dieci il materiale non era mai pronto prima di mezzogiorno, per cui tutto diventava enormemente complicato, per non dire impossibile, dovendo attraversare i raccordi bolognesi proprio negli orari di punta nei giorni peggiori in assoluto. Quando invece i carichi non erano eccessivi e le distanze non erano così lunghe, poteva apparentemente filar tutto liscio; tuttavia non accadeva quasi mai, interveniva sempre una causa di forza peggiore a rovinare i piani, anche quelli meglio congegnati. 

Le prime volte vivevo questi viaggi come delle piccole avventure, mi piaceva togliermi dall'ufficio, fermarmi in autogrill, vedere posti nuovi e ascoltare parlate diverse. Poi cominciai a non reggere più il dover partire tutti i venerdì pomeriggio, fare tutto di furia, incolonnarmi per ore al ritorno, sacramentare come un pazzo e rodermi il fegato senza nemmeno un grazie o una telefonata dal titolare per sapere se fosse tutto ok. Le sere prima delle trasferte le passavo in bar con gli amici a sbronzarmi e con un'angoscia che mi divorava dentro come una tenia, le mattine successive speravo sempre che succedesse qualcosa per cui non fossi costretto ad andar via, una labile speranza che inevitabilmente andava disillusa allo scadere degli ultimissimi minuti, verso la mezza, quando, se tutto fosse andato come m'auguravo, sarei andato a pranzo a casa. Avrei rimandato il problema, vero, ma almeno non avrei dovuto fronteggiarlo direttamente. 
Invece no, invece niente: partivo col camioncino poco prima dell’una. Buon viaggio e tanti saluti.

Una tristezza invincibile

Quando la casualità della trasferta divenne sistematica, decisi, tenendo la cosa al nascosto di tutti, di chiedere a mio padre se volesse sedersi di fianco a me in quelle "gite fuori porta". Un po' perché mi tenesse compagnia (infatti da quei furgoni erano state tolte anche le radio) e un po' perché cominciavo ad accusare lo stress e una persona cara mi sarebbe stata d'aiuto. E poi è assolutamente vero che nella vita è più importante la persona con cui vieni di quella con cui vai, ma c’è sempre l’eccezione che conferma la regola.

Forse non vale la pena né la penna, seppur virtuale, di provare a raccontare quei viaggi, che nemmeno ricordo così bene. Ma è forte la memoria delle sensazioni, come se queste non si fossero mai sopite del tutto. Ed è molto strano perché, in realtà, la mia mente ha fatto selezione dei ricordi legati a quel periodo, quasi se ce ne fossero alcuni da cancellare di netto, spazzare via a mo’ di necessaria terapia per vivere meglio.


Quando mi sveglio e non mi ricordo cos'è successo negli ultimi anni.

Per esempio ho dimenticato completamente l’utilizzo e il significato di alcune parole che invece usavo regolarmente in quei tre anni di lavoro. Quando qualche tempo fa un amico ha pronunciato “dima” è stato come se avesse scaravoltato i file dei miei archivi mentali. Se ci si pensa a modo, si realizza che non è una cosa così comune perché dimenticare è cosa diversa da non ricordare, la prima deriva -per forza- da un'intenzione (magari inconscia o inconsapevole), la seconda può essere anche solo contingenza.

Essere "in dima"

Quei viaggi con mio padre sono invece rimasti nel mio bagaglio emozionale e li riscopro ogni volta che mi metto in autostrada o ogni venerdì alle sei quando, ancora oggi a distanza di ormai quattro anni, non mi sembra vero di chiudere la porta dell’ufficio e aver la consapevolezza che, per tre sere e due giorni, nessuno avrà null’altro a pretendere da me. 


LOMBARDIA

Postcards from Italy

La Brianza ha un suo perché. Avrà anche molti “perché no” ma non è poi così male, specie in Primavera quando una natura rigogliosa lascia immaginare le ville che prova a nascondere: insomma, un insolita e incantevole campagna nel bel mezzo dell’industriosa Lombardia. 
Capitava spesso di andar dalle parti di Arcore e di Lesmo perché in quei dintorni sono storicamente presenti molte aziende del settore cuciniero. 
Al "Nord" non si andava di venerdì ma fra la settimana e ad orari abbastanza ortodossi. Oltretutto il percorso era migliore di ogni altro perché, al netto di qualche imprevisto sulle tangenziali di Milano, la trasferta risultava quasi sempre agevole. Tuttavia, proprio perché c’era sempre un fattore negativo che si frapponeva tra me e i miei geniali progetti di consegna, io e mio padre non riuscivamo mai ad arrivare presso le ditte dove scaricare il materiale, prima che i dipendenti delle stesse si fermassero in pausa pranzo. 
Succedeva allora che ne approfittassimo per mangiare un boccone in attesa che riaprissero i cancelli. Ricordo una pessima pizza mangiata alla veloce, della quale avevamo elemosinato buona parte ad un povero vuccumprà che avrebbe ammazzato anche solo perché gli lasciassimo finire le croste. Ne ho memoria come di una delle peggiori pizze mai viste fare sotto i miei occhi e mai assaggiata, per cui in definitiva fummo anche contenti di regalargliene metà. 

Un’altra volta dissi a mio padre di trattenersi in un bar, di comprare qualche panino e di aspettarmi mentre io effettuavo la consegna. Al ritorno non lo trovai più e fu una delle mezzore più agoniche della mia vita. Dopo aver recitato quello che non stento a definire l'ideale rosario di madonne (roba che nemmeno Germano Mosconi) e aver assunto comportamenti psicotici che avrebbero svergognato un tarantolato qualsiasi, lo ritrovai a due chilometri di distanza dal luogo di incontro, in evidente stato confusionale, nemmeno fosse me in uno dei miei migliori venerdì sera. Non ho idea di cosa gli avesse detto il cervello ma aveva ben pensato di cercare il miglior bar della Brianza e questo lo avevo spinto verso lidi sconosciuti che poi non era stato in grado di localizzare perché lo raggiungessi. Ci beccammo per pura fatalità e tutto quello che portava in dote erano due panini vecchi almeno un giorno con dentro giusto la voglia di salamella. 

Rammento con serenità anche quella volta che, essendo riusciti a fare tutto in good time, ci fermammo sulla strada verso casa, in autogrill. A lui presi un camogli e una redbull: prese la focaccia (ovviamente strinata fuori e fredda dentro, come da migliore tradizione degli autogrill) ma rifiutò l’energy drink perché per nulla al mondo avrebbe potuto ingrassare i bibitari della concorrenza. Geniale.

#sucarefortissimo

In Brianza andavamo sempre negli stessi posti e tra questi c’era Paullo. Inevitabile il paragone, che ad ogni viaggio mi ripeteva come un mantra, con Pavullo:”Eh, da noi c’è Pavullo, qui hanno Paullo, senza la V!”. Sembrava una reclame, una frase da umarél, il classico intermezzo da Professore di Liceo che rinforza i concetti sempre con gli stessi modi di dire.
Sarà, però alla fine era diventato un modo come un altro per farmi compagnia. 

Il famoso Hinterland milanese

Più di un articolo che non so a quante persone potrà effettivamente interessare, mi sembra davvero di riesumare ricordi. Anche riprendere in mano il taccuino in cui mi segnavo gli appunti di quegli anni fa uno strano effetto, quasi fosse una sorta di totem “alla Inception” e mi garantisse che, sebbene alcune stagioni della mia vita siano state seppellite nel profondo e solo descrivendo questi viaggi io riesca a rammentare particolari che credevo di aver completamente rimosso, è tutto finito e quel che conta, ciò che è reale, è ora, right here right know.

I can't let you touch it, that would defeat the purpose. 
See only I know the balance and the weight of this particular loaded die. 
That way, when you look at your totem, you know beyond a doubt that you're not in someone else's dream.


Per esempio nei pressi di Paullo c’era una ditta di cucine e l’omino che si occupava dello scarico, mi ribadiva ogni volta che mi vedeva che, presto o tardi, avrebbe comprato un carhartt come il mio ad una delle sue due figlie; mi chiedeva quanto costasse, se mi ci trovassi bene, se fosse di moda. Non ho idea del perché ma non riusciva a trovarlo né nelle boutique milanesi né in tutta la Brianza, non doveva essere un gran fulmine di guerra. Comunque sia, arrivò ad offrirmi quattrocento euro perché gli vendessi il mio, roba da convincersi che la natura umana possa essere profondamente variegata, ma anche che ci sono casi in cui nemmeno Darwin ci capirebbe un cazzo.

Fascino intramontabile


CASTELL’ARQUATO

Di tanto in tanto, di ritorno dalla Brianza, c’era caso mi dovessi fermare nel piacentino, dove il titolare aveva degli affari personali. Per suo conto dovevo caricare o scaricare materiale che non riguardava il lavoro. Ricordo con affettuoso piacere quella volta che dovevo effettuare un ritiro in un caseificio. Con i soldi della trasferta, quelli che, per intenderci, l’azienda mi passava per le esigenze di viaggio, allo spaccio presi due bottiglie di Gutturnio, qualche etto di culatello e un po’ di coppa. Certo, non era una buona azione ma erano gli ultimi giorni che avrei lavorato per il mio vecchio titolare, ci avevo abitato insieme abbastanza, avevo già la mezza idea di dimettermi e presto sarebbe diventata intera, per cui fu proprio mio padre ad assecondarmi e a suggerirmi di investire quei pochi contanti in un qualcosa che mi potesse rasserenare e che rappresentasse una specie di piccola vendetta obliqua. 

Dio benedica voi e la vostra coppa

E tutto sommato, e forse anche per quello, fu una bella giornata di enogastronomia, e un altro significativo dettaglio derivò dal fatto che, avendo la macchina aziendale, disponessi di una radio, privilegio di cui non potevo godere quando ero alla guida dei furgoncini. Non avevo con me cd o chiavette per cui dovevo accontentarmi dei canali FM. Me li feci andare bene e quando l’accesi volevo fortemente ascoltare una determinata canzone, il tormentone di quel periodo. Ebbene, quasi girare le stazioni fosse come strofinare la lampada del genio perché venissero esauditi i miei desideri sonori, così avvenne. 
Erano appena cominciati i Mondiali del 2010 che io stavo vivendo insieme ai miei amici e alle mie amiche, e c’era una canzone che rimandava a quelle emozioni, a quella leggerezza che tanto contrastava con la gravità della mia situazione lavorativa. 
No, non era un capolavoro allora né lo può essere considerato ora, ma in quel momento era la perfetta colonna sonora.

Evviva evviva le gambotte della Shakira

Qualche mese fa insieme alla mia famiglia siam tornati nel piacentino e abbiamo visitato Bobbio.
Mio padre ricordava perfettamente quella trasferta a Castell'arquato come fosse ieri, ho provato una sensazione che andava al di là del piacere, una sorta di reciproca condivisione profonda.

Bobbio, una piccola perla incastonata nell'Appenino Piacentino


VENETO

Lo odiavo profondamente, il Veneto. L’ho odiato profondamente, ne avrei fatto terra bruciata. Una volta persi la trebisonda e invece di raggiungere il franco destino finii a cinquanta chilometri di distanza: fu un’avventura di uno sconforto abissale. Per riallacciare rapporti pacifici con le terre della Marca e del lontano est sarebbero passati anni, perché solo tra 2013 e 2014 son riuscito a prendere il coraggio a due mani e tornare in Veneto, con diffidente tranquillità, e rivedere quei luoghi. 
La scorsa estate, al ritorno dalla Croazia, son intenzionalmente passato da Portogruaro, dove, al tempo dell’impiego presso quella piccola azienda, avevo passato qualche notte in occasione di una fiera di settore. Volevo fermarmi, ritrovare qualche ricordo e rinverdirlo. Poi ho cambiato idea e non ho nemmeno parcheggiato. La questione si definiva così. Caro Portogruaro, son tornato solo perché ci restituissimo le fotografie: possiamo archiviare la pratica, a mai più rivederci.

Peccato perché non è nemmeno 'sto paese del cazzo


ALTEDO

Tra il 2009 e il 2010 ci fu un inverno glaciale, omerico, soprannaturale, sembrava di essere dentro a Game of Thrones. Avevo appuntamento con un trasportatore cui avrei lasciato il materiale ordinato, lo avrebbe consegnato lui. Dovevamo incontrarci immediatamente fuori da un casello, tra Padova e Treviso. C’era così freddo che l’acqua dei tergicristalli si ghiacciava ancor prima d’essersi distribuita sul parabrezza: non ho mai più rivisto niente di simile. Raggiunto il luogo deputato allo scambio, il camionista ci venne incontro e, pensando che mio padre (che viaggiava, come sempre, sotto mentite spoglie) fosse un collega più vecchio di me (e per mangiare la foglia presi a chiamarlo col nome di battesimo, cosa che non avevo né avrei mai più fatto) cominciò a chiedergli specifiche del materiale e a fargli domande riguardo alla situazione lavorativa in Emilia. Lì per lì ebbi quattordici infarti tutti insieme poi riuscì a buttar la palla in corner e sperai che a questo estroverso bucaniere dell’Est non venisse mai in mente di riferire a qualcuno con quante persone si fosse incontrato all’uscita di quel maledetto casello.

Quante cose che non si sanno

Quella di Altedo potrebbe sembrare una qualsiasi uscita dell’A-13. Ciò che la rende particolare deriva dal fatto che si tratta di una frazione, facente capo al Comune di Malalbergo che deve il suo nome al malfamato albergo che in passati remoti offriva ristoro ai naviganti e ai commercianti che andavano a e venivano da Bologna. Al di là della storia di Malalbergo, è caratteristico che un casello conduca ad una frazione e non a un Comune più grande, anche perché non so quanti altri casi del genere esistano lungo le autostrade italiane. Ciò che però a rende speciale è l’associazione di idee che ne fece mio padre mentre vi transitammo a fianco.
Infatti si stupì enormemente di trovarla lungo l’autobahn che collegava Bologna a Padova, quasi fosse un’imboscata geografica, un errore della mappa. Si zittì un minuto per poi attaccare con una storia delle sue. Mi disse che quando era giovane ci furono nefasti anni in cui il Bologna FC era la squadra da battere e durante il ritiro estivo che fece seguito ad uno dei campionati vinti, lesse sulla Gazzetta che i rossoblu avrebbero disputato un’amichevole contro la squadra di Altedo. Mio padre se ne meravigliò molto perché associò a questo nome, “altedo” appunto, il Sud America. “Sai, Altedo suona un po’ come Laredo, Bienvenido a Toledo… pensavo fosse tipo in Argentina e tra me e me pensavo a quanto fossero diventati ricchi e famosi a Bologna per potersi permettere amichevoli in altri Continenti”. Non per forza storie così devono piacere, non sono stati di facebook, ma erano episodi curiosi che hanno resistito alla prova del tempo e che ricordo ancora. Le rare volte che mi è capitato di ripassare lungo quell’autostrada mi racconto sempre la piccola storia di Altedo, e vale la pena non smettere di farlo se mi fa sorridere.

Non smettiamo se ci fa sorridere


MARCHE

Prima che tra me e le Marche scoppiasse l'amore, sono passati e trapassati momenti di grande odio. Infatti tutte le volte che dovevo andare dalle parti di Pesaro e Fano, sapevo che non ci sarebbero stati limiti al peggio. Ogni scadenza sembrava essere bruciante: avevo i minuti contati per il carico, l'arrivo sull'A-1 e sull'A-14, il raggiungimento delle ditte presso cui scaricare il materiale e, infine, il ritorno a casa prima che il traffico si congestionasse all'altezza dei raccordi bolognesi. 
Su tutti, e son stati tanti, ricordo tre episodi degni d'essere menzionati.

Una volta lasciai mio padre poco prima di arrivare in un'azienda di mobilieri. Gli dissi, come al solito, di prender qualcosa da mangiare mentre mi aspettava. Io non so come ci riuscì ma tornò con un panozzo farcito di frittata, un latte macchiato messo alla va là che va bene in un cartoccio modello Starbucks e una bottiglietta di Coca-Cola. Quando gli ricordai, come se ce ne fosse stato bisogno, che a me la frittata faceva cagare, fece uscire dal cilindro una brioche salata, cibo che, tra quelli che odio, è sempre stato in zona podio. Io credo che nemmeno un cieco, entrando in un bar, potesse combinare mangiarini così di merda tutti in un colpo solo.
Ad ogni buon conto si affezionò a quel bar e, sempre durante quel soprannaturale inverno di cui sopra, ci volle tornare. Partimmo da casa che c'erano -10°, un freddo becco, vestiti in maniera pesantissima, neanche venissimo dalle isole Svalbard. Il clima era così rigido che se n'era condizionati anche psicologicamente e per tutta la durata del viaggio non ci attentammo ad abbassare i finestrini per prendere aria o a fermarci per una sosta. C'era un freddo troppo grosso e fuori era davvero un brutto mondo. 
Mettemmo il muso all'esterno solamente una volta arrivati in prossimità di quel bar. Il termometro del furgoncino diceva, con nostro immenso stupore, +12°, voleva insomma dire che, nel giro di duecentocinquanta km, c'era stata un'escursione termica di 22°: incredibile, come dire che ci fossero due stagioni di differenza. La gestrice ci squadrò e, incuriosita dai nostri abiti invernali e riconoscendo una diversa parlata dalla sua, ci chiese da dove venissimo. Fu enormemente sorpresa nello scoprire che quanto dicevano i telegiornali, ossia che al Nord stava battendo un freddo polare, fosse notizia vera. Fu quasi difficile convincerla che fosse davvero così, per lei era quasi una leggenda, se ci fosse già stato Game of Thrones, avremmo potuto dire di essere della Casa Stark che ci avrebbe creduto.

Il Nord non dimentica

Un giorno invece, e me lo ricorderò finché campo perché è il vertice del prisma di questa carrellata di ricordi, successe l'inverosimile. Stava andando tutto bene, eravamo appena usciti dal casello di Pesaro ed eravamo in discreto orario, saremmo arrivati a destinazione proprio allo scoccare della riapertura pomeridiana della ditta dove avremmo dovuto consegnare. Invece eravamo destinati a morire grassi, come si suol dire dalle nostre parti.

Montelabbate: bene ma non benissimo

Ad una certa m'accorsi di non essere più in grado di accorciare o allungare le marce, la frizione non rispondeva più, scivolava fino in fondo senza permettere al cambio di innescarsi. Nella sfiga ebbi l'immensa fortuna di trovare una piazzola di sosta immediatamente a fianco e, continuando di inerzia, vi parcheggiai. 
Ci ho pensato mille volte, perché se fosse successa una cosa così in autostrada forse non avrei raccontato nulla di tutto questo a nessuno. 
Era mezzogiorno e venti, ed io ero disperato. 
Davanti a dove m'ero fermato c'era una ditta che avevamo servito in passato, conoscevo qualcuno e, mentre mio padre s'era impuntato nel cercare un meccanico, mi infilai dentro e chiesi informazioni su taxi, treni e qualsiasi cos'altro potesse riportarci a casa: del furgone in panne non mi fregava un cazzo, la consegna del materiale era diventata il male minore, l'unica cosa che davvero contasse era tornare e casa e riportarci anche mio padre. Raccolsi qualche appunto utile (gli smartphone non erano ancora uno strumento di utilizzo comune) e tornai nei pressi del camioncino. Telefonai in ditta, a casa, a Berta, a donna Ilenia, insomma, non sapevo cosa fare.
Poi mi si affiancò un carro attrezzi, che in quel momento mi parve come il buon samaritano sulla strada. Non avevo mai capito perchè la perifrasi "Deus ex machina" chiamasse l'ablativo, ma quando, oltre a mio padre, da quel mezzo scese anche il meccanico, mi fu tutto improvvisamente chiarissimo. Quest'ultimo salì sulla bestia ferita e dopo qualche manovra se ne scese con il verdetto finale:"S'è rotto il cavo della frizione. Portiamo il furgone nella mia officina, vado a mangiare e poi vediamo cosa riusciamo a fare. Il cavo non posso sostituirtelo perché servirebbero tre giorni solo per averlo, ma posso provare a riparartelo in un qualche modo". Gli chiesi quanto ci sarebbe voluto e lui rispose che se tutto fosse andato bene sarei potuto ripartire, ma non prima delle quattro. 
Se da un lato tirai un sospiro di sollievo perché quel santo meccanico di Gaudenzi (è l'unico nome che faccio in tutto questo racconto ma son contento di farlo perché fu davvero una brava persona, che Dio lo benedica) s'era detto in grado di aggiustare il mio mezzo, dall'altra provai a visualizzare quello che avrei dovuto fare da quel momento in poi. Avrei dovuto chiamare un tizio della ditta verso cui mi stavo dirigendo prima dell'imprevisto e chiedergli di raggiungermi all'officina, così da consegnare a lui la roba, e avrei dovuto provare a fare la stessa cosa con qualcuno dell'azienda di Fano.
Riconobbi in mio padre un incredibile animale a sangue freddo: mentre io ero andato completamente nel pallone e non sapevo più che cappello mettermi, lui aveva mantenuto una calma olimpica e, sotto traccia, stava cercando di riportare la nave fuori dalla tempesta.

C'era una volta Olsen Olsen

Dall'officina di Gaudenzi, per ritirare i suoi colli (e solo per quello), si presentò l'omino della prima ditta, un inenarrabile pezzo di merda, falso come un ladro, il quale mi disse di non esitare a chiamarlo se avessi avuto bisogno. Mentre lo guardavo dire queste parole, in sovrimpressione passava nitidamente il sottotitolo: "Credimi! Parola di Pinocchio"
L'uomo della seconda ditta disse invece di non riuscire a passare e che ci sarei potuto andare anche  il lunedì successivo: gli augurai un inverno di cefalee a grappolo e mi diedi per inteso il dover andare fino a Fano, furgone e tempo permettendo, quel venerdì stesso.

Just a matter of time

Io e mio padre mangiammo e bevemmo qualcosa insieme, e, per ingannare il tempo, facemmo un giro in mezzo alla campagna che circondava l'officina di Gaudenzi: sarebbe stato l'unico momento tranquillo della giornata. Lui mi indicava le piante, me li descriveva, cercava in ogni modo di allontanare da me i cattivi pensieri che si facevano sempre più insistenti nella mia testa. Tuttavia io sentivo senza ascoltare, per me era una camminata di riflessione, stavo finalmente pianificando ciò che sarebbe stato della mia vita non appena tornato a casa. M'ero rotto il cazzo che quel coglione del mio titolare picchiasse sempre i muli che tiravano di più. Per quanto avessi mandato giù, convinto che fosse meglio leccare un osso di un bastone, ero arrivato al punto di non ritorno. M'era tutto chiaro, da quel momento in poi sarebbe cambiata ogni cosa. Sarebbe stata durissima rimanere senza lavoro, senza prospettive, ricominciare tutto da capo ma stavo anche maturando la convinzione che ce l'avrei potuta fare, che non avrei dovuto aver paura, e questo perché le persone danneggiate non ne hanno, per il semplice fatto che sanno come sopravvivere.

Il "Dottor" Gaudenzi, stando al suo stesso detto, uscì dall'officina alle quattro, comunicandomi di aver messo a posto il furgone in una qualche maniera. Mi disse che non aveva potuto sostituire il cavo della frizione ma di aver inserito un meccanismo che, sebbene stesse su con una preghiera, m'avrebbe consentito di percorrere almeno trecento km senza grosse preoccupazioni.
Lo pagai, espressi tutta la mia riconoscenza e lo venerai nemmeno fosse un Santo che m'avesse appena fatto una grazia. Ripartimmo alla volta di Fano, mio padre mi diede una pacca sulla spalla, puntualizzando che lui non aveva la mia testa ma di sicuro vantava un più sviluppato senso nel fare le cose, e raggiungemmo la seconda ditta. Facemmo tutto quello che era rimasto in sospeso e ripartimmo alla volta di casa, sperando che quel device di fortuna installato da Gaudenzi non cedesse. 

Fano, addio.


LAST NIGHT GAUDENZI SAVED MY LIFE

Evidentemente, nell'esistenza di ognuno di noi sono presenti persone il cui incontro non dura più di qualche ora, eppure il loro peso specifico è incalcolabile, possono cambiare colore al cavallo della nostra vita e trasformarla completamente. Il meccanico Gaudenzi è stato una di quelle persone. Non solo mi salvò la vita a Montelabbate, rimettendomi su un furgone che, fosse stato per me, avrei lasciato arrugginisse nelle Marche, ma lo aveva aggiustato così bene che nell'interminabile colonna di Bologna (dove per un niente rischiai pure di restare senza benzina) non ebbe il minimo problema. Doveva resistere trecento km massimo e non più di tre ore di viaggio: facemmo quattrocento km e sei o sette ore di cambi costanti e repentini: non diede alcun segno di cedimento.

Ognuno di noi ha i propri enigmi

La storia nella storia però è un'altra. Quella sera io, per nessuna ragione al mondo, sarei potuto rimanere nelle Marche, dovevo tornare a casa ad ogni costo perché la mattina successiva sarei andato via, per la prima volta, con quella che sarebbe diventata la mia futura compagna: avrei finalmente fatto un viaggio di piacere dopo tanti, troppi, di dovere.
Può far strano ma è bello pensare che se non ci fossero stati mio padre e il meccanico Gaudenzi, forse questo non sarebbe accaduto, e se così non fosse stato, chissà quante altre cose sarebbero state differenti.


COSE SEMPLICI E BANALI


A volte si vuole ricordare perché ci piace, altre è il tentativo di storicizzare il passato e altre ancora ci si ripete le stesse cose senza motivo, alla noia, primo sintomo della vecchiaia. Vero è, però, che sono le cose semplici e banali quelle che servono per riconciliarsi con gli anni sprecati, perché sono le più importanti.
Perché sì, siamo alla fine e ho perso l'inizio, ma tutto sembra avere un senso in più.

Un fortuito susseguirsi di eventi, ovvero una digressione letteraria su alcuni autori modenesi

PREMESSA

Il 21 Giugno, solstizio d'estate, è il giorno che preferisco, e, allo stesso tempo, quello che più detesto. The chosen one perché sancisce l'inizio della stagione calda (leggasi: sole, luce, temperatura mite 24H, pezzi di figliole senza senso che pubblicano gli "album mare" su facebook, grigliate, ferie, abiti scollacciati, divinità in spiaggia, ecc...) e questa è cosa buona e giusta; il maggiormente odiato perché le giornate cominciano inesorabilmente ad accorciarsi. E il fatto che l'inizio della stagione più bella coincida con la riduzione della luce delle sue giornate è una cosa che ho sempre trovato paradossale, quasi fosse metafora di ciò che si ama e non si può avere, stupendo ma fuori portata, bello e impossibile.


FRIGNANO ON BICYCLE

Ebbene, oggi, domenica 21 Giugno 2014, nonostante non ricordi assolutamente cosa diavolo abbia combinato ieri sera e senza starmi a chiedere come mai abbia dormito sul divano senza svestirmi, mi sveglio di buon ora. La rezdora non c'è, è in Riviera al matrimonio di alcuni amici. Decido allora di dar seguito al mio progetto estivo, ossia quello di raggiungere ogni frazione di Pavullo in bicicletta.
As usual, da San Antonio, TX, raggiungerò Crocette e lì stabilirò il tragitto da percorrere. 
Arrivato in prossimità della Chiesa della piccola borgata, decido di spingermi verso Vie Cave, dove si trova uno splendido agriturismo. Essendoci stato da bambino ne conservo un ricordo piacevole ma sbiadito, non rammento quindi né la distanza da coprire né le caratteristiche della strada. Provo comunque a cimentarmici. La discesa verso il borgo è molto ripida per cui mi auguro che, in prossimità del casale, spiani e si riporti lentamente in quota. Dovessi rifarla al contrario non ne sarei così entusiasta.


Sono quasi in dirittura d'arrivo e fiancheggio un piccolo spiazzo dove vedo parcheggiate alcune macchine che riportano targhe lombarde. Strano, molto strano. Varco l'ingresso dell'agriturismo seguendo la strada che diventa di selciato e porfido, raggiungo la torre di vedetta da cui si scorge Iddiano. Da una parte c'è un sentiero segnato ma è inagibile in bicicletta, mentre dall'altra scorgo una carreggiata inerpicarsi in salita ma non ne vedo la fine e non capisco dove sia direttta. Decido quindi, a malincuore e mio malgrado, che è meglio fare ritorno a Crocette e una volta lì, studiare un percorso alternativo.

L'agriturismo di Vie Cave

Nel risalire noto un porticato sulla sinistra che prima non avevo visto, sotto al quale stanno bivaccando alcuni ragazzi ed alcune ragazze. Alle loro spalle un bancone stipato di liquori e bevande varie. Intuisco che ieri sera qui dev'esserci stata festa grande, con gente di via (questo spiegherebbe le targhe forestiere) molto assetata che ha quindi preferito non rimettersi in viaggio dopo aver sbicchierato. Un po' amaramente e un po' distaccatamente constato d'essere diventato vecchio. Non più tardi di qualche anno fa, fosse stata una domenica mattina proprio com'è ora, non mi sarei di certo svegliato presto per inforcare la bici, ma avrei sublimato la notte brava del sabato sistemandomi alla meglio e risvegliandomi in un posto improponibile ad un'ora imprecisata. Poi mi sarei guardato in giro e mi sarei chiesto cosa cazzo fosse successo nelle ultime 18 ore, sarei stato più spaesato di Salvini al Salone del libro di Torino o di un pelato dal barbiere.
Beata gioventù: avranno massimo 22/23 anni, l'età migliore. Saranno, che ne so, compagni di Università di qualche amico/a del posto, venuti fino a qui per festeggiare insieme qualsiasi cosa fosse festeggiabile. 
È un quadretto meraviglioso: le tre ragazze, reggiseno e mutandine, avvolte solo dei loro sogni, sono sdraiate fianco a fianco sopra un vecchio biroccio (anche se in italiano sarebbe più corretto dire "baroccio", così, giusto per la fredda cronaca), mentre i quattro ragazzi, camicia sgualcita e boxer, han trovato giaciglio sui tavoli e sulle lunghe panche. Avranno addosso una botta da paura, avranno sgattato tutta notte e non appena si risveglieranno si ritroveranno una crepa in testa degna del peggiore hangover (intuizione facile per chi sa già come vanno a finire questi film) e accuseranno un principio di tracheite perché sì, lo spirito mette il fuoco dentro ma la notte qui è fredda e chiude i conti.
Ma da fuori la scena è più tenera e più bucolica di quanto non si manifesti per chi conosce la materia e ne sa di cefalee a grappolo, oki e post-sbronza in genere. Per non sapere né leggere né scrivere, Gianni Morandi si farebbe un bell'autoscatto insieme a questi simpatici pellegrini, la descriverebbe come solo lui sa fare e poi farebbe incetta di like.
Suonerebbe più o meno così:"Sono in un bellissimo agriturismo vicino a Pavullo nel Frignano. Dietro di me ci sono alcuni ragazzi che stanno recuperando le forze dopo aver festeggiato. Eravamo così anche noi da giovani? Beh, qualche birichinata l'hanno fatta tutti. Foto di Anna"

Una foto di repertorio

La ripida discesa che, qualora avessi dovuto fare al ritorno, avevo ipotizzato diventare un'impervia salita, si dimostra più abbordabile del previsto e in un attimo sono nuovamente a Crocette, proprio mentre le campane stanno suonando le ore: sono le nove in punto. I rintocchi che riecheggiano lungo tutta la vallata danno un senso di tranquillità e sicurezza: è come essere tornati indietro nel tempo e provare gli stessi sentimenti degli uomini che hanno vissuto qui secoli prima di noi, la presa di coscienza di un punto di riferimento fisico e simbolico. 

Prendo "la corta", una suggestiva scorciatoia in mezzo al bosco, che collega il versante di Benedello a quello di Castagneto. È un percorso breve ma incantevole, specie in estate, quando il luminoso sole del mattino filtra tra le foglie dei castagni, creando un superbo gioco di luci e ombre lungo la strada. Arrivo alla bottega di Campiano, il tipico emporio di una volta che ha ancora le licenze per vendere un po' di tutto, e scendo sino al bivio de "Le Quattro Torri". Imbocco la via che porta a Lavacchio, già percorsa altre volte, e mi imbatto in un cartello del gruppo Mountain Bike Appennino, che indica una serie di itinerari da poter seguire.

Siate stramaledetti voi e le vostre indicazioni

Scatto una foto alle indicazioni perché ho come il presagio di perdermi e, dato che è già successo altre volte, e non sapere dove ci si trova non è il massimo della vita, voglio poter essere previdente nell'imprevedibilità: anche la lungimiranza può essere un capolavoro. 
Opto per l'itinerario "6", parto dall'Agriturismo Campiano, salgo il Monte Veronese e poi proseguo. La strada scollina, spiana e poi si stringe sempre di più, fino a trasformarsi in una rampa antiscivolo e precipitare nella macchia. Dopo qualche centinaio di metri di pendio nella più fitta boscaglia, la via diviene un sentiero serrato e non è facile rispettarne il solco senza sbandare a destra o a manca. La pendenza è davvero tanta e spuntano rami e rovi dappertutto, spero davvero che la strada indicata sia questa perché:
A) non so più dove sono; 
B) non credo di poter telefonare a qualcuno e dirgli:"Scusa, non ho la benché minima idea di dove cazzo sia finito. Non è che mi verresti a prendere?" 
Dalle nostre parti si dice "morire grassi", ecco, uguel; in parole molto povere significa prenderlo nel culo quando si è partiti troppo carichi. 

Ad ogni modo continuo ed incontro una piccola costruzione. È un metato. Ci sono due notizie: una buona ed una cattiva. Quella buona è che il sentiero che ho percorso sino a questo momento aveva una sua ragion d'essere, esiste, non è solo una mia persuasione mentale. Quella cattiva è che il sentiero che ho percorso sino a questo momento finisce qui, porca di quella puttana.
Nello stesso istante in cui ho scattato la foto dell'itinerario "6" sapevo che sarebbe stata la cronaca di una sconfitta annunciata. Ora devo tornare sui miei passi e riprendere il sentiero al contrario. Vengo preso da grande sconforto, ciò che mi attende non è una salita, è un muro in mezzo alle ramaglie popolato di ogni specie di insetti che scambieranno le mie vene per sorgenti di vita eterna. 
La confusione genera paura ma cerco comunque di restare lucido e di ragionare in maniera analitica. Sarò sceso per due km di sentiero e non è possibile che chiunque abbia costruito il metato abbia sfacchinato così tanto per venire qui, in culo alla miseria. Deve esserci modo di raggiungerlo diversamente, magari da una qualche località più vicina, per cui comincio a girargli attorno. La vegetazione è fitta ed è pieno di frasche che circondano il metato, la perlustrazione non è così agevole. Convinto che debba esserci un mio personale passaggio a nord-ovest, scanso alcuni rami e finalmente individuo il proseguimento del sentiero interrotto dalle fronde cresciute troppo rigogliose. Il mio cuore, improvvisamente, s'alleggerisce. Ora devo solo sperare di incontrare una strada carrabile che punti in direzione di Pavullo.


Per chi non lo sapesse, il metato è, riportando quanto scritto su Wikipedia, un piccolo edificio o locale, realizzato in pietra o mattoni, destinato alla essiccazione delle castagne. Tale denominazione è tipica dell’Appennino tosco-emiliano, segnatamente dell’Appennino Pistoiese, della Garfagnana, dell'Alta Versilia e dell’Appennino emiliano. In altre aree esso viene denominato più semplicemente seccatoio (ad esempio sul Monte Amiata e nel Mugello) o con vari nomi locali, ad esempio canniccio (registrato per alcune zone collinari e montane situate attorno alla pianura Lucchese).
Quello ritratto nella foto non è il metato che ho incontrato lungo il mio percorso, bensì uno costruito nei boschi tra Semese e Castagneto.

Dopo una decina di minuti raggiungo un'abitazione che dà su una strada comunale. La seguo e trovo una fontana, la cui acqua, in questo momento, mi pare più buona del lambrusco che ho bevuto ieri sera coi ragazzi. Arrivo ad un piccolo incrocio che non riporta indicazioni perché, presumibilmente, di qui non ci si passa per caso, chi capita da queste parti sa bene dove si trova e ancora meglio dove vuole andare. Riguardo la foto che ho scattato all'itinerario e, dopo cento misure un taglio solo, che scoprirò essere quello sbagliato. Risalgo la strada che porta Niviano: un'impresa titanica che mette a dura prova i miei garretti. 

Niviano

La salita, ai confini di ogni realtà fisica e geografica, conduce all'agriturismo di Beneverchio e da lì porta a Lavacchio. Sono affissi vari annunci di un matrimonio celebrato il giorno prima. Dopo la cerimonia, così sta scritto, la festa si sarebbe svolta all'Agriturismo di Vie Cave. Ecco spiegato i ragazzi che avevano bivaccato sotto al porticato. Non erano universitari amici di qualcuno/a del posto, o forse sì, ma non erano venuti a festeggiare un evento a caso, bensì un nozze.

Lavacchio

Da Lavacchio scendo verso il quartiere artigianale e residenziale di Budria, dopodiché salgo verso Monteobizzo. Volendo evitare il traffico dell'Estense, decido di prender la strada che porta a Verica e, una volta a Campiano, rifare "la corta" fino a Crocette. Mi accorgo ben presto di avere avuto un'idea di merda perché il falso piano che porta alla bottega sembra non finire mai, il sole scalda molto più di quanto facesse alle nove, ho sudato tutto l'alcol bevuto la sera prima (questo è poco ma è sicuro), ho poca gamba, poca acqua, sono a corto di fiato, ho fame e pancia vuota non sente ragioni.
Senza troppa convinzione la prendo polleg e con calma olimpica faccio rientro a San Antonio, TX.
Non so quanti km ho fatto, potrei averne fatti 15 ma son stanco come se ne avessi pedalati 150. Cammino a stento ma, appena docciato e dopo una lauta colazione al bar, mi butto su internet per scoprire tutto lo scibile su metati e affini perché se c'è una cosa che mi ricorderò di questa sgroppata sarà proprio essermi imbattuto in un seccatoio nel bel mezzo del bosco: folgorato sulla via per Sassoguidano.
Sì, insomma, ho scritto tutta questa sbabbelata per arrivare a parlare di quello che segue.


IL CAMPO DEL METATO

Nel documentarmi sulla storia dei metati, vengo a conoscenza di un libro scritto da Antonio Mazzieri, un autore di Lama Mocogno. Si chiama IL CAMPO DEL METATO e si tratta di un romanzo riguardante la vita di un contadino frignanese del '700. La quarta di copertina non mi convince, temo possa essere un racconto senza capo né coda che affonda la trama in una qualche retorica dal sapore "com'eravamo". Viene 15 euro, non è uno sforzo economico che mi manderà in malora, per cui lo ordino su Amazon. Mi arriva un mese e mezzo dopo, quando sono oberato di lavoro e rimango in ufficio fino a tardi, e durante il tempo libero preferisco uscire e andare fuori casa o fuori porta. Non posso far altro che metterlo tra i libri in stand by di lettura.


Dato che son passati ormai due mesi dalla mia più grande fatica ciclistica, decido, senza ormai più grandi aspettative e quasi dimenticando di averlo acquistato, di prenderlo con me in Croazia, con l'intenzione di leggerlo in riva al mare se proprio non avessi saputo cosa fare. Non era un'idea che mi attirasse, figurarsi se la lettura di un libro su Mocogno si potesse sposare con il soggiorno in una località balneare.

Non avrei potuto ponderare una scelta migliore. Lo divoro in un tempo effettivo di cinque, sei ore.

Ho letto libri in circostanze peggiori: in sala d'aspetto in ospedale, sulla tazza del cesso, in aereo...

È una storia che rischierebbe costantemente di scivolare nel banale, ma il fatto che sia vera (o comunque verosimile), evita che ciò accada permettendo alla narrazione di restarsene bell'e che appesa al filo della curiosità e mantenere alta la soglia di concentrazione di chi legge. Oltre a ciò, appare chiaro che sia stata scritta con un grande trasporto, quello di chi ama i protagonisti e i luoghi che descrive. 
Io penso sempre che non ci sia un modo per scrivere bene o un modo per scrivere meglio, penso semplicemente che si scriva col cuore o si scriva per comodo. In quest'ultimo caso occorre essere più capaci che talentuosi, nel primo è sufficiente lasciarsi andare e il talento seguirà la strada imboccata dal cuore, ingentilendo con orpelli lo stile e aggiustandone la mira a livello narrativo.
Insomma, dietro l'architettura del romanzo (che poi un vero e proprio romanzo non è, più un diario che intreccia vicende personali ad accadimenti reali di grande impatto sul Frignano del '700) riconosco una penna finissima e decido che, non appena rientrato a Pavullo, cercherò di sapere di più riguardo Antonio Mazzieri, in primis come scrittore e in secondo luogo come uomo del Frignano.


LA LIBRERIA (COME DOVREBBE ESSERE CHE SIA)

Mi reco dunque in una libreria molto rifornita di Pavullo, che so essere molto dentro le cose del Frignano. A domanda, risposta molto più che esaustiva del titolare, un uomo molto impegnato nel ravvivare la cultura e le tradizioni del proprio territorio. Mi dice che Antonio Mazzieri è morto nel 2013 ma che suo figlio ha curato una ricca ed interessante retrospettiva sul padre, raccolta nella rivista letteraria IL FRIGNANO, la quale, proprio con l'ultima pubblicazione, ha voluto rendere omaggio all'autore di Lama Mocogno. Il libraio mi chiede anche, con interessata discrezione, dove io abbia acquistato il libro e, quando gli rispondo su Amazon, mi fa notare che avrei potuto comprarlo da lui, dato che ne ha ancora a disposizione alcune copie impilate in colonna davanti al bancone (ma su questo, tra duemila righe, torneremo).


Acquisto la rivista letteraria e me la studio, soddisfacendo tutta la mia curiosità riguardo Antonio Mazzieri, che capisco essere stato (e il participio passato, purtroppo e/o fisiologicamente, è d'obbligo) un personaggio (ed in seconda battuta un autore) poliedrico che poteva attingere dalla sua vita, dalle sue avventure e dall'amore verso la propria terra, un patrimonio davvero ingente ed intrigante di storie e vicende.

Nota a margine, nel numero 5 de IL FRIGNANO è presente anche un appassionante resoconto sulla musica pavullese. È scritto in modo semplice e genuino ma con intensità e precisione. Lo leggo non solo per arricchire la mia conoscenza della questione ma anche per attingere idee nel caso mi venisse mai in mente di fare qualcosa di simile per il panorama passato della musica maranellese, il mio caro paese di origine. Comunque sia, intanto riempio il cassetto di qualche altro sogno che realizzerò nell'anno del mai e nel mese del poi.


LA LUNGA NOTTE DI VINCENT REED

Sempre perché le coincidenze non esistono, porto con me in Croazia un altro libro.
È LA LUNGA NOTTE DI VINCENT REED, terza fatica letteraria dell'amico Emanuel Gavioli, meglio conosciuto come Il Noto Scrittore Emiliano.

Non so per quale ragione ma mio padre adora Emanuel Gavioli. O forse è la bottiglia di vino che ha davanti ad esprimere sentimenti in sua vece

Sebbene all'inizio la trama mi lasci titubante e ci veda un eccesso di stilizzazioni, realizzo che la forza di questo noir non sta nel voler sorprendere né ha l'intenzione di rappresentare qualcosa di nuovo. Si tratta di un omaggio ad un genere cinematografico che Emanuel adora e che ha cercato di trasporre in chiave letteraria. Il risultato finale è più che apprezzabile e non sono il solo ad accorgermene, tant'è che qualche mese dopo Il Noto Scrittore Emiliano viene invitato a presentare il proprio lavoro in una libreria di Modena. Nonostante cerchi di non perdere una puntata della serie "Gavioli va in città", accampo una sfilza di scuse pur di non partecipare (c'è un caldo assassino e non mi va di scendere fino a Modena a prenderne di più) ma Emanuel non si fa abbindolare e mi convince ad andarlo ad ascoltare.

Emanuel è quello vestito da panzone bontempone

La presentazione è interessante, scorre via bene e gran parte del merito va al moderatore, il Professore liceale Luigi Guicciardi, il quale, prima di addentrarsi nella pancia di Vincent Reed, stende un appassionato resoconto dei generi che più si avvicinano al noir, condendo il tutto in salsa emiliana, ovvero passando in rassegna gli scrittori nati, cresciuti e diventati famosi in provincia di Modena e in Emilia. Mi piace molto il suo modo di esprimersi e riconosco nel suo stile e nelle sue parole un idemsentire che mi suggerisce di chiedergli in quale Liceo insegni e la soddisfazione è immensa nel sentirmi rispondere che è un Professore di Latino del Tassoni, la stessa scuola che ho frequentato da adolescente. Del resto, chi si somiglia si piglia o, per dirla alla Goethe: affinità elettive.
Guicciardi cita molti autori, anche modenesi, che hanno scritto gialli e polizieschi ambientati sotto la Ghirlandina. Dice di far parte di questa categoria di scrittori e scopro essere il creatore dell'Ispettore Cataldo, che, anche solo per sentito dire, ho presente. Racconta pure che sta lavorando ad un nuovo libro ambientato nel Frignano, dalle parti di Serramazzoni. Spiega che è molto importante conoscere il territorio che fa da cornice alla storia, recarsi sul posto e farne schizzi a matita così da mandare a memoria scorci, paesaggi e dettagli che poi consentiranno di rifinire la narrazione con una minuzia e una dovizia di particolari essenziali per rendere verosimili le vicende raccontate. Ho con me il mio taccuino ma un po' per negligenza, un po' per snobismo, non segno i nomi che fa ma, in un qualche modo, mi rimangono impressi. In buona sostanza però, mi resta impresso lui (ma su questo, tra duemila righe, torneremo).


IL MERCATINO DELL'ANTIQUARIATO DI PAVULLO

Padre Pio e Donnine: tra sacro e profano

Ogni prima domenica del mese a Pavullo si svolge il mercatino dell'antiquariato. Io e la donna familias decidiamo di farci una scappata insieme ai miei genitori. Mio padre è un ottimo affarista dell'usato e conosce le generalità di ogni ambulante, si può contrattare qualche zavaglio di arredamento. Con mia madre indugio in una bancarella dove sono affastellati libri di ogni genere e tipo. Costano un euro cad ma con una moneta da due ne porti a casa tre, meglio delle offerte della COOP. 
Mia mamma mi suggerisce un libro di Giuseppe Pederiali, L'OSTERIA DELLA FOLA, raccontandomi che una sua cara amica, Professoressa di Lettere, da sempre ne consiglia la facile lettura ai propri studenti. Mi faccio convincere e lo compro, promettendomi di leggerlo in un qualche ritaglio di tempo.


Il nome di Giuseppe Pederiali mi dice qualcosa ma non ricordo cosa. L'ho già sentito e non è stata mia madre a parlarmene. Purtroppo però non lo collego a nessun evento recente (ma su questo, tra duemila righe, torneremo).


UNA CENA DISORDINATA

Viene l'inverno e con esso le ferie di Natale. L'occasione è buona per organizzare una cena ignorante con Emanuel, il Baiso e Berta per farci gli auguri. La location è un ristorante a San Dalmazio, una frazione di Serramazzoni. Tutto bene nonostante un Sangiovese imbevibile e nonostante ci portino la grigliata prima dei tortelloni. Beh, durante la cena ho modo di tornare sulla presentazione del libro di Emanuel e di parlargli della libreria di Pavullo in cui gli consiglio di fare un salto, sia perché potrebbe essere un'esperienza culturalmente arricchente sia perché, essendo molto vicina agli scrittori e agli autori del Frignano, potrebbe mettere in vendita il suo libro. Ci promettiamo di andarci insieme ma le ferie di Natale, oltre ad essere svelte come la polvere, sono piene di impegni ed è difficile accordarci.

Fascino emiliano

Riesco però ad andarci da solo, una mattina, con non meglio dichiarate intenzioni se non quelle di acquistare qualcosa che non superi la decina di eurini. Giro un po', guardo, starnaso, mi soffermo su qualche titolo che catalizza la mia attenzione poi, non volendo uscire a mani vuote perché adoro il negozio, decido di chiedere qualcosa, se non altro per cortesia.
Vedo una copia de L'OSTERIA DELLA FOLA che so essere di Giuseppe Pederiali e poco distante leggo qualche altro titolo: CAMILLA NELLA NEBBIA. All'improvviso mi si dischiude un terzo occhio e allaccio una serie di informazioni che fino a quel momento erano custodite da neuroni solitari che vagavano nella mia testa senza meta precisa.
Di Giuseppe Pederiali ne aveva parlato proprio Luigi Guicciardi, il Professore di Latino che aveva tenuto le fila della presentazione de LA LUNGA NOTTE DI VINCENT REED, inserendolo nel novero di autori modenesi che avevano scritto libri gialli o di genere poliziesco.
Domando allora al titolare se abbia qualcosa di Guicciardi da potermi consigliare: m'è rimasto in simpatia e mi piacerebbe leggere qualcosa di lui. Dopo una lunga ricerca fisica e per mezzo del suo database mi risponde di non aver niente, non per colpa sua ma per un problema con la distribuzione delle copie.

È molto dispiaciuto ma proprio nel momento in cui sto rinfilando il cappello e sto per uscire, mi ferma e mi propone un autore alternativo che mi dice aver scritto qualcosa di simile: Giuseppe Pederiali. Mi persuade ad acquistare uno dei suoi best-sellers di cui avevo già letto il titolo mentre vagabondavo tra scaffali e mensole: CAMILLA NELLA NEBBIA.
Gli racconto di non conoscere né autore né opera (devo ancora infatti leggere L'OSTERIA DELLA FOLA), ma di averne sentito parlare dallo stesso Guicciardi nel corso della presentazione di un libro di un (non più) giovane scrittore di Riccò. Gli ricordo pure d'essere già passato qualche mese prima per chiedere informazioni riguardo Antonio Mazzieri e di aver comprato un numero de IL FRIGNANO. Mi propone di acquistarne l'ultima pubblicazione perché, tra i vari argomenti che tocca, ce n'è uno anche riguardo due calciatori di Serramazzoni che hanno giocato in Serie A, due illustri sconosciuti: Gianni Bui e Pietro Baisi. Con molta fatica trattengo il senso di sorpresa dello scoprire una cosa così e la rabbia per non averne già parlato sul blog degli 11 Illustri Sconosciuti.
Ci salutiamo e mi chiede, non appena avrò terminato la lettura del romanzo che mi ha appena venduto, di informarlo se è stato di mio gradimento o meno. In parte è quello che sto facendo, vergando queste righe.


Nell'uscire non faccio caso (notevole distrazione) ad una grande locandina appoggiata all'ingresso della libreria (ma su questo, tra duemila righe, torneremo).


CAMILLA NELLA NEBBIA - CARA MODENA, UN PO' MI MANCHI

Il dolce, come sempre, alla fine. A meno che, ovviamente, non sia una cena disordinata come quella consumata al ristorante di San Dalmazio.
Decido di fidarmi del libraio e post-pongo altri libri che chissà quando avrò modo e tempo di leggere.
In men che non si dica sono a pagina 100 e mi vien voglia di leggerlo ogni volta che mi avanzano due minuti: Camilla Cagliostri mi ha proprio catturato, proprio come se fossi uno dei killer cui dà la caccia. CAMILLA NELLA NEBBIA è un'opera ricca di dettagli e lo stile impone attenzione, occorre leggere nel silenzio più assoluto e senza guardare l'orologio. Ogni parola, anche quella più semplice, è resa più viva o significativa perché inserita al posto giusto, come se prima di aver scelto quella ne fossero state scartate altre mille. Certo, ci sono molti cliché di genere (inevitabile) ma ciò che mi colpisce è come la scrittura, che non può permettersi le licenze narrative dei film o delle serie TV, non banalizzi mai la trama. Come dire: sai/intuisci ma non sai. In una serie TV (diciamo True Detective) se va bene, intuisci, cominci a capire ma riesci a sapere, a scoprire, solo alla fine. Uno scrittore di gialli dev'essere invece abile nel nascondere quanto più possibile ma, allo stesso tempo, fornire qualche spunto al lettore, così che ci sia un'interazione tra la storia e chi è dall'altra parte delle pagine. Oltre a questo, non deve nemmeno mancare di depistare le personalissime indagini di chi legge, confondendo le acque e truccando le carte, senza però mettere mai troppa carne al fuoco. E Pederiali è molto accorto in tutto questo traccheggiando con esperienza e stando molto attento nell'allargare il raggio del compasso.
Qualcosa che non mi piace c'è, ovvio, ma passa in cavalleria rispetto al resto. Per esempio c'è un maschilismo di fondo che non capisco se sia fisiologica conseguenza della descrizione dei protagonisti o se sia una specie di anomalia non meglio caratterizzata di chi scrive. Non so spiegarlo meglio se non ricorrendo a "l'ES" di freudiana memoria, che sembra rubare la penna a "l''IO" di Pederiali quando la narrazione s'avventura in acque più torbide delle quali però il "SUPER-IO" non sembra avere una conoscenza così definita.

Tuttavia ciò che più mi appassiona è, esattamente com'era stato per IL CAMPO DEL METATO, la sentita descrizione della propria terra, dei propri luoghi e delle proprie tradizioni. Se nel libro di Mazzieri il contesto era quello del Frignano del '700, in CAMILLA NELLA NEBBIA è Modena-città a cavallo del millennio a far da cornice al quadro. Nonostante la diversità degli ambiti spazio-temporali, ci sono più assonanze di quanto si possa immaginare. Infatti i due libri, così apparentemente distanti, sono accomunati dal fatto di saper parlare al lettore con le parole tipiche della propria terra, riferendosi a situazioni di vita quotidiane caratteristiche di chi vive da queste parti e menzionando luoghi che il lettore, se modenese, conosce ancor prima che vengano descritti.

In questo estratto c'è una carica esagerata di modenesità

Senza voler spoilerare nulla, le indagini dell'ispettore Cagliostri intercettano le vicende di donne che, da adolescenti, hanno studiato presso un Liceo molto importante di Modena, e quando Pederiali delinea gli aspetti degli studenti liceali, io rivedo il me stesso di quindici anni fa. Le stesse dinamiche, gli stessi percorsi fisici ed intellettuali, le stesse identiche emozioni provate nel passaggio da bambino di provincia ad adolescente in città.
Se a tutto questo aggiungiamo la "location", la conoscenza dei luoghi menzionati e la padronanza nel riconoscere gli idiomi usati, allora le sensazioni di condivisione di un background comune vengono elevate all'ennesima potenza.
Fa un po' difetto che qualche volta il trasporto con cui sono raccontati determinati contesti sia un po' troppo cosparso di melassa e risulti un po' stucchevole, ma il risultato finale è comunque pregevole e per me, nato sotto il segno della Famiglia Pavironica, è come invitare un'oca a bere.

È troppo bello leggere una storia avvincente farcita di modenesità e alcuni passaggi sono più eloquenti di mille parole.
- I sold di puvrèt e imaròn di can i è sèmpar in mostra;
- Da noi si dice "spingono la carriola", in ricordo degli antichi scarriolanti che bonificarono le paludi;
- Mio padre diceva sempre che per capire se in un posto si mangia bene basta guardare il culo della razdora. Se è grosso si mangia bene.
- Tu che ami il dialetto, sai come si chiamano il pied-à-terre, la garconierre, a Modena? La bernardera.
-[...] sorge nella campagna di Montegibbio, pochi chilometri da Sassuolo, dove finisce la pianura Padana e comincia l'Appennino con ondulazioni appena accennate, ma sufficienti a modificare il paesaggio: più alberi, i campi non più disegnati con la squadra, un orizzonte meno profondo.


Giuseppe Pederiali

Giuseppe Pederiali, proprio come Antonio Mazzieri, è morto nel 2013.
È stato investito da un'automobile sulle strisce pedonali a Milano, dove viveva. Era originario di Finale Emilia, tranquillo e anonimo paesino della Bassa di cui nessuno avrebbe mai sentito parlare se non fosse stato colpito dal tremendo sisma del 2012.


Anche questo mi ha molto colpito di lui, perché Modena, come buona parte delle province emiliane, si sviluppa in verticale ed è bislunga. Ciò fa sì che i propri abitanti, sebbene condividano una cultura comune (gastronomia, dialetto, dedizione per il lavoro, naturale predisposizione alla partecipazione cooperativa, odio atavico per Bologna e Reggio Emilia, grande passione per il lambrusco), si contraddistinguono tra loro per sottili ma significative differenze. Termini e cadenze dialettali, nomenclatura gastronomica, reciproca mistificazione dei territori in cui è suddivisa la provincia (vuole dire: costante e sotterraneo conflitto ideologico tra la Bassa, la Città, Castelfranco e zone limitrofe, il Distretto Ceramico, le splendide colline sopra Castelvetro e VIgnola e il Frignano) sono solo alcune delle diversità della provincia modenese, e Pederiali è molto bravo nel rispettarle, parlando con cognizione di causa di ciò che conosce meglio e descrivendo con giudizio quello di cui sa meno.

Un'eccezione che conferma la regola, caro il mio Pederiali. Posso credere a tante cose, ma che una coppia di amanti clandestini debba decidere se passare una settimana di fuoco a Riccione o a Fiumalbo, non credo scelga quest'ultima.

Una particolarità di Fiumalbo sta nel suo dialetto, che si differenzia notevolmente dagli altri dialetti parlati nella zona, sia sul versante emiliano che su quello toscano, costituendo uno dei più interessanti punti di transizione fra il tipo linguistico italiano settentrionale (emiliano), al quale appartiene, e quello italiano centrale (toscano), con un risultato simile ad altri dialetti settentrionali conservativi, come quelli veneti.


COINCIDENZE E "PALLINI"

Qualche tempo fa, dopo esser stato dai miei zii di Castelvetro, rientro a San Antonio, Tx, passando da Puianello.
Sotto alla trattoria "Al Colle" c'è uno spiazzo in cui è parcheggiata una spider inconfondibile, quella del Noto Scrittore Emiliano Emanuel Gavioli. Immaginando che non possa essere troppo lontano dalla macchina (Gav aveva, in passato, momenti di introspezione che ne spingevano la macchina lungo i dolci declivi vicino a casa), decido di fermarmi per salutarlo, quando un'idea fa a spallate fra i miei pensieri: quella Mazda non può essere la sua perchè l'ha data via almeno un anno fa. Ora sarà di qualcuno che, ironia della sorte, è venuto a fare un giro proprio nel regno di Emanuel e, si badi, non può essere se non la sua, perché quella spider ce l'ha, anzi, ce l'aveva solo lui. Quasi quasi mi fermo lo stesso e le faccio una foto, poi gliela mando:"Oh, Gav, guarda dove ho visto la tua macchina! Non ci crederai mai: proprio a Puianello, giusto a cinque chilometri da casa tua!". Poi cambio idea, non si gioca con il cuore della gente se non sei un professionista e io non ho la cura.
La sera stessa sono in giro per commissioni a Pavullo e passo davanti alla libreria dove ho comprato CAMILLA NELLA NEBBIA facendo caso a un dettaglio che m'era sfuggito la volta precedente. È esposta la locandina de IL CAMPO DEL METATO.


Scatto la foto ed avvio whatsapp: ho un po' di cose da scrivere ad Emanuel.
Con grande tatto gli accenno della sua spider e gli dico che dobbiamo vederci, che devo passargli due libri. "Ricordi quando ti ho parlato de IL CAMPO DEL METATO? Beh, forse ho contribuito a farlo tornare in auge. E un'altra cosa. Devo anche prestarti un libro di un autore di cui aveva parlato Guicciardi alla tua presentazione. Si chiama CAMILLA NELLA NEBBIA".
Mi risponde più tardi dicendomi che, esattamente nel momento in cui gli stavo scrivendo su wordsap (come lo pronuncia mio padre), suo zio gli stava proprio parlando del libro di Pederiali: impressionante.
Impressionante, casuale, sensazionale, del tutto inconsistente. Possono essere tante cose e, come direbbe Adam Kadmon:"Coincidenze?". Anche.


Magari non più di "un fortuito susseguirsi di eventi", per dirla alla King Schultz di Django.
Però vediamola alla Aldo Giordani e suddividiamo la storia per "pallini" (tweets ante litteram, come detto da Flavio Tranquillo a Fiurèn).

  • Se quella domenica mattina non avessi mai preso la bicicletta e non mi fossi mai smarrito in quel bosco, non mi sarebbe mai sovvenuta l'idea di approfondire la mia conoscenza dei metati. 
  • Se non avessi acquistato IL CAMPO DEL METATO, non sarei mai andato in quella libreria di Pavullo per saperne di più su Antonio Mazzieri né mi sarebbe venuta voglia di tornarci.
  • Se Gavioli non mi avesse insultato, non sarei andato a vederlo presentare LA LUNGA NOTTE DI VINCENT REED, e se non ci fossi andato non avrei mai saputo niente di Luigi Guicciardi e Giuseppe Pederiali.
  • Se mia madre al mercatino dell'antiquariato non mi avesse consigliato L'OSTERIA DELLA FOLA, non mi sarei mai ricordato di Giuseppe Pederiali.
  • Se non ci fossero stati problemi di distribuzione delle copie e il libraio avesse avuto la disponibilità dei libri di Luigi Guicciardi, non avrei mai comprato CAMILLA NELLA NEBBIA e ora parleremmo d'altro. 
  • Se non fosse successo questo, infatti, non avrei mai scritto ad Emanuel che, nello stesso momento, stava parlando dello stesso libro con suo zio.
  • Ma, soprattutto, se non mi fossi mai smarrito in quel bosco, non avrei scritto tutta questa sbabbelata.
Vale sempre lo stesso discorso, anzi, valgono sempre gli stessi discorsi. Da un lato ho troppe cose in testa e in un qualche modo devo farle uscire. Una volta fuori bisogna che dia loro ordine ed è stato un piacere ricostruire questa montagna di pensieri che ho votato all'amore per la mia terra, a Modena, la sua disgraziata bassa padana, le sue colline e le sue montagne. Perché possiamo girarci attorno finché vogliamo ma quando nasci in un posto, puoi ripudiarlo per tanto tempo finanche a rinnegarlo, però gli vuoi bene, glie ne vuoi un botto e glie ne vorrai sempre.

Non credo che finisca qui. Proprio in questi giorni ho preso a leggere L'OSTERIA DELLA FOLA. È anticipata da un pensiero di Antonio Delfini che io ho sempre e solo associato al nome alla biblioteca di Modena in cui studiavo ai tempi dell'Università: "Da poco era entrato in quella parte della pianura, chiamata la Bassa, la cui vegetazione rigogliosa, coi campi simmetricamente divisi da lunghi filari di alberi vitati, e di tanto in tanto cosparsi di pioppe cipressine, dà l'idea di un'enorme infinita città signorile, mai apparsa e mai distrutta, la cui fondazione venne rimandata migliaia di anni ad epoca migliore e a tempi più felici."
Diciamo dunque che, quando terminerò questo libro, mi butterò su un altro autore modenese, perché difficilmente ho letto scrivere meglio della Bassa, anzi, è difficile averne sentito parlare bene. Ma così, lo riconosco, è tutta un'altra cosa.

PS. Mi son concesso due licenze. 
1) Il 21 Giugno del 2014 è caduto di sabato e non di domenica.
2) Ho sbobinato alcuni estratti di CAMILLA DELLA NEBBIA. Confido che non sia un problema per nessuno.

Time is a flat circle, più o meno

LA PESANTEZZA DELL'INVERNO

Avere poco tempo mi spinge a capitalizzarlo al meglio, anche solo una mezzora può esser buona per uscire a correre o a fare qualche foto, leggere, scrivere, rispondere a tutti i whatsapp o le mail tenute in sospeso da non si sa quanto. 
Quando invece ne ho a disposizione finché voglio perché sono in ferie, tendo a sperperarlo, a perderlo davanti a qualche serie TV mentre pratico la nobile arte del divaning con un'intensità tale da accusare preoccupanti sintomi di piaghe da decubito. 
Credo però che sia la stagione a fare difetto, credo sia la pesantezza dell'inverno e non penso sia un caso imbattersi in canzoni che fin dalla prima pennata travalicano la comprensione della lingua, l'intrinseco significato del testo o il genere, ma ti si conficcano come un cuneo nel cuore e, sai, perché lo sai, che ti stanno raccontando della gravità opprimente del freddo, del buio avanti sera, delle strade bianche i cui suoni sono completamente ovattati dalla neve caduta intorno.

Try to stop it, try to feel something but nothing happens, I stay the same.
Is it alright to end up this way? Life gets boring, it fades away

Ma, soprattutto, è come se tutto ti costringesse a tirare le somme, a fare bilanci e, anche senza volerli fare, ci si ritrova obbligati perché da qualsiasi parte si volti lo sguardo c'è chi li sta facendo. È una morsa ineluttabile tutta stretta attorno: anche guardare fuori dalla finestra non aiuta. Giusto il tempo di accorgersi che è una bella giornata, che il sole mette di buon umore anche se fa un freddo becco, che la luce di Gennaio è più nitida, le linee d'ombra son più marcate e gli sfondi sono più dettagliati, insomma, non è niente più di una qualche ora infinitamente veloce che cala già la sera. I colori si fanno porpora, c'è odore di freddo, il tramonto sfuma a occidente con lentezza, come se fosse in debito a braci senza fine: è disincanto che viene, è magia che svanisce.
E, inaspettatamente, è la più precisa descrizione dello stato d'animo di chi osserva: una sensazione di malinconica resa. Da qualche parte ho letto che "è meglio un incendio che un cuore d'inverno": vero; il titolo di una canzone di Ligabue dice che la neve se ne frega: non so di cosa parli e non lo voglio nemmeno sapere ma il senso è quello.



APRIRE TROPPE FINESTRE

Per le ferie di Natale, mentre fuori e dentro accade tutto quello descritto poc'anzi, mi ritrovo tutti gli album da ascoltare cui non ho dedicato tempo durante l'anno appena trascorso. Necessitano di catalogazione perché sono davvero tanti e davvero diversi. Metto tutto in un mio computer-archivio-calderone, un vecchissimo Pentium III con qualche upgrade di ram e volume, i cui unici scopi di realizzazione sono rimasti quelli di memoria di media e riproduzione dei brani. 
E poi divido: Inghilterra, USA, Italia e altro (ribadisco d'essere abbastanza retrò: non ho spotify et similia, sono all'antica). Comunque sia, nell'inventariare accade sempre di pescare qualcosa di vecchio, che può essere old but gold, indimenticabile o bellamente dimenticato. Diventa allora facile lanciare quel determinato brano e sentirsi catapultati in un'altra dimensione temporale perché sì, le canzoni  riproducono emozioni rimettendo in circolo le immagini del tempo, e il passo verso le cartelle di fotografie è molto breve.
Il guaio è che quando hai vent'anni la vita appare come un percorso molto lineare privo di tracciati paralleli o laterali: per cui viste tre raccolte di foto, le hai viste tutte, sono ripetitive di default. Quando invece ne hai trenta e rotti ci si accorge d'essere rimasto fedele alla linea anche se la linea non c'è più, ma di aver camminato tanto e a lungo fuori dai sentieri battuti. Per cui le dimensioni temporali squarciate dall'ascolto di qualche canzone rischiano di diventare moltissime, le cartelle aperte un fottio.

Ho aperto troppe finestre e non so da quale buttarmi

Il costante pensiero che accompagna visioni e ascolti è:"Una vita fa, una vita e mezzo fa." 
In realtà è molto strano e paradossale: è un distaccato combattimento tra look forward e amarcord, come se ci fossero stati tanti piani quinquennali non per forza decorsi in cinque anni, che a volte son durati poco più di una stagione quasi fossero sveltine o tenere amicizie, mentre altre volte sono stati e sono tuttora rapporti che non hanno ancora esaurito la propria chimica. Probabilmente c'è qualcosa di patologico nel riportare a galla suoni, volti, paesaggi cui, un istante dopo, seguono (quasi tangibilmente) profumi, odori e sentimenti. Tuttavia, nel proprio abaco vitale, specie ora che le stagioni degli amici più cari hanno altri orizzonti, tanto fisiologici e previsti quanto apparentemente lontani, credo sia del tutto naturale strizzare l'occhio al passato e ricordare con affetto momenti che sembrano appartenere ad ere geologiche remote, distinguere le mezze tinte mai viste prima per meglio definire i contorni di presente e futuro.
Ci si aspetta sempre che i nuovi tempi siano migliori per definizione senza capire che non hanno qualità intrinseche, specie se si parte dal presupposto che solo i vecchi abbiano un buon odore di bucato. 
Per cui, per quanto è bello ricordarsi d'essere passati, sarebbe peccato dimenticare che, come direbbe Obama:"The best is yet to come" e, come diceva Giove:"Stiamo ancora passando". O per lo meno, se fosse uno status di facebook e dovessi metterci un like, ce lo metterei, se non altro per ottimismo.


DOWN IN ALBION



Proprio nel corso di una di queste catalogazioni scartabello un file chiamato "British Bootleg #3". È una raccolta di pezzi inglesi degli anni '90, alcuni nemmeno troppo famosi. Dal cancelletto e dal numero capisco e ricordo di averne fatti almeno altri due e, dopo lunghe e perigliose ricerche, individuo il peccato originale: Albion", compilazione di alcune delle più belle canzoni born and raised in UK sul finire del secolo breve. È una selezione straordinaria e non v'è pezzo cui non mi senta visceralmente legato. Non c'è alcun manierismo, nessuna hipsteria di fondo, semplicemente il racconto di almeno tre dei miei piani quinquennali attraverso le canzoni che più mi avevano spaccato la testa in quegli anni. Mi sovviene la mezza idea di fare una cosa simile a quella dei Die Genialen Dilettanten, ossia una retrospettiva su un periodo musicale che tanto ha contribuito al mio macro-mondo sonoro.

Non esiste canzone più punk di questa

Tuttavia la mezza idea non diventa intera.
L'ascolto, la riascolto, è bellissima e di ogni brano si potrebbe scrivere un trattato, ogni pennata di chitarra o ogni giro di basso sono e sono stati una lezione di esistenza, ma è tutto intriso di una forte inquietudine. Anche le canzoni allegre non sembrano più così leggere, sono più grigie, specie ora che le parole mi risultano molto più comprensibili. Negli anni successivi, a cavallo del millennio, ho ascoltato roba molto più triste e a volte molto più di merda, ma anche decisamente migliore o per lo meno più polleg e rilassante.

Tipo loro

Insomma, realizzo che per quante stagioni della vita possano trascorrere, ci sarà sempre un fondo di malinconia esistenziale racchiuso tra qualche parentesi del passato e che quindi, semplicemente, non c'è alcun bisogno di retrospettiva ma occorre solo esser pronti ad interpretare la migliore prospettiva possibile che ci si para davanti: time is a flat circle.



HAPPINESS, MORE OR LESS

Non è di certo un caso che della compilation "Albion" mi colpisca un pezzo dei Verve, forse il loro più famoso, se diciamo che "Bittersweet Symphony" fosse scopiazzata come una mia versione di latino del Liceo. La canzone è "Lucky Man" e mi arriva dritta al cuore perché meglio di ogni altra intende ciò che, credo con scarso successo, ho cercato di scrivere in questi venti milioni di righe superflue.




Ogni volta che guardavo questo video mi sorprendevo del fatto che a Londra potessero esserci giornate di sole e rimanevo impressionato, sì, impressionato è il termine giusto, dal giro di accordi: roba che nemmeno Vasco Rossi ne ha mai usati così pochi e in modo così poco originale. Ma soprattutto restavo incantato, e lo son sempre rimasto, dalle parole, facili come se a pronunciarle fosse un bambino che ha appena imparato a metterne in fila più di due alla volta, belle allora e belle ora.
La semplicità è dei grandi e quando Richard Ashcroft definisce la felicità come un piccolo cambiamento in noi e nella nostra libertà, qualcosa che viene e va non potrebbe essere più preciso o puntuale di così. A pensarci bene sembra una fase da mal parata, ma quando dice d'essere un uomo fortunato con il fuoco tra le mani (vabbè, ennesima dimostrazione che nessuna lingua andrebbe tradotta perché la rima "I'm a lucky man with fire in my hands" mira al cuore molto meglio di quanto riuscirebbe mai a fare il corrispettivo italiano) trasmette una carica di ottimismo incredibile, in grado di risollevare ogni stato d'animo e consentendo di guardare al futuro con maggiore armonia e al passato con distaccata serenità.


KILL THE MASTERS

La cosa mirabile è che queste parole non solo interpretano perfettamente il senso di prospettiva emozionale e temporale che accennavo in precedenza ma si spingono oltre. Di recente ho infatti avuto molto modo di pensare ai maestri, quelli di vita ma anche quelli di arte. Mi sono accorto che, al netto dei genitori o degli affetti più stretti, coi quali i rapporti di apprendimento o critica sono funzioni di osmosi, quelli con gli insegnanti che ci toccano o che decidiamo di adottare sono disfunzionali, quasi virulenti. Ci si attacca a loro per negatività o contrasto (dove il "per" ha l'accezione del complemento di mezzo latino), li si studia, li si analizza fino alle unghie, li si emula, poi, quando si è preso tutto quel che serve, li si abbandona, cercando nuove strade, cambiando rotta cambiando stile. È come se li si accoltellasse al fianco come Bruto con Cesare o, per riprendere il paragone precedente, li si avesse infettati fino a non averne più alcun bisogno vitale. Non è così vero che gli allievi superano i maestri, è più corretto dire che gli allievi fanno "intellettualmente" fuori i maestri, si emancipano come se prima fossero stati schiavi del pensiero dei propri padroni.


Calza a pennello un esempio di una cosa che mi è capitata ultimamente.
Dopo qualche anno il mio amico Bonetti mi ha restituito un libercolo realizzato homemade dove avevo raccolto una serie di racconti (che, per la mera cronaca, non s'è mai degnato nemmeno di sfogliare). Pensavo che non avrei mai più voluto leggerli, credevo fossero sorpassati, che lo stile mi sarebbe risultato obsoleto o, peggio ancora, indigesto. In realtà mi sono reso conto di quanto non fossero né migliori né peggiori di ciò che sono in grado di scrivere ora, semplicemente erano differenti, come se a guardare le stesse cose, i miei occhi ora ne vedessero altre sfaccettature.
Quattordicimila righe sopra ho scritto dell'importanza del rinverdire idealmente il passato per riconoscere gli sdilinquimenti nascosti, così da scontornare meglio presente e futuro. Paradosso o meno, è così anche nello stato dell'arte.

Michele Rossi, nel suo libro (da me citato nel precedente articolo) scrive di un:"...inebriante e illuminante viaggio esistenziale, la descrizione di uno spostamento di coscienza e di una trasformazione del colpo d'occhio sul mondo". Ecco, fondamentalmente avrei potuto menzionare solo questa frase, che avrei evitato di sbabbelare per tutto questo tempo. E se a questa avessi aggiunto le liriche di "Lucky Man", quel "with fire in my hands" di cui sopra, avrei chiuso il cerchio in un amen, ma senza scrivere tutto questo non avrei messo ordine tra i miei pensieri e non avrei capitalizzato al meglio il mio poco tempo, I do believe.


Non so perché ma credo che anche questo flusso di coscienza totalmente punk sia abbastanza didascalico dei miei pensieri: il mondo è vostro, la situazione è eccellente. C'entrava un cazzo ma ho appena comprato la super-raccolta dei vinili dei CCCP e da qualche parte dovevo infilarlo.

A corollario di questo articolo mi auguro buon anno, lo auguro a quei disgraziati che mi leggono e lascio la canzone che, principalmente, ha accompagnato queste profanissime scritture.




Dimenticavo: SUCARE FORTISSIMO!!!

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