A different place.



Ieri sera sono stato alla festa della birra di Pozza, organizzata a lato dell'Estense tra la Chiesa di Sant'Anna e un'infinità di campi desolati. Cuochi e spillatori tedeschi: carne ottima e birra pessima (non so, sarà l'aria che si respira in Italia) per di più finita tipo alle 10.30 (unica festa crucca a detenere questo triste primato). Nonostante ogni tavolo fosse occupato c'era un silenzio surreale, davvero un'atmosfera bizzarra. Eppure, sarà stato un pulmino dell'ATCM parcheggiato di traverso dentro al quale erano collocati dei frigoriferi accesi (a quale scopo "chi nisuno sa"), o saranno state le due bancherelle dei dolciumi o dello spara al bersaglio (roba più ammerregana che crucca), eppure, dicevo, c'era qualcosa di incantevole, da studiare e poi provare a raccontare.

Dopodiché spostamento alla Lambruscheria di Via Spagna. Un bicchiere (in plastica) di Lambrusco 3 € (io spero ci abbiate messo un po' di Felix Felicis dentro sennò non si spiega, perché sì, va bene che si è in collina ma non vuol dire che sia il Chianti).
Contesto comunque straordinario, in mezzo alle colline con fuochi d'artificio che esplodevano su un versante e su un altro, casale elegante, giardino immenso (di quelli che io vedo fini scene di sesso in ogni dove).
Se qualcuno mi garantisce che i tortelloni sono buoni ci porto l'Ile, che non si sa mai.
Anche qui ogni posto a sedere era occupato ma sembrava non volasse una mosca. Complesso di quarantacinquenni a intrattenere il pubblico con canzoni rock degli anni '70, quelle che, nonostante mi facciano vomitare, conosco perfettamente tutte perché mio padre non ha mai ascoltato altro in vita sua.

È mancato quel quid che facesse girare la serata, che so, ritrovare qualcuno che non si vedeva da un pezzo (di solito è la prima cosa che accade in situazioni del genere) e raccontarsela fino all'alba, o spiare di nascosto scene di amore genuflesso tra una milf e il cameriere figo del locale mentre il gruppo suonava gli Animals, un'inaspettata zuffa tra cani (possibilmente di taglie diverse) che non c'entra niente ma può essere interessante.

Nel complesso però, serata diversa dalle altre e, non fosse stata così non ne avrei nemmeno scritto niente.

Write here, write now.



Scrivo su ogni cosa, su ogni superficie scrivibile.
Quaderni d'appunti, scontrini della spesa, lavagne magnetiche, il moleskine che m’ha regalato Gavioli (ormai al lumicino: il moleskine, non Gavioli; beh forse anche un po’ Gavioli), le strisciate della calcolatrice Olivetti che ho al lavoro, post-it gialli bianchi e verdi, un file di blocco note dall’elegante nome "frasi belle", il memo del telefono S3, vari block notes delle ceramiche della zona, fogli volanti. E lo faccio senza alcuna logica temporale. Scrivo mentre lavoro, mentre guardo la tv, mentre sono a pranzo, mentre sono in bagno, qualche volta anche quando sono fuori con gli amici. Penso d’averlo fatto anche al cinema.

Perché sì, davvero: verba volant, scripta manent.

Per lo più sbobino frasi che mi hanno colpito, modi di dire o parole nuove, tutte cose che raccolgo nei contesti più svariati. Seduto ad un bar, sugli status/commenti di facebook, al lavoro, sui libri di Giovanni Arpino e Beppe Fenoglio, grazie a qualche buona seppur rara intuizione di personaggi improponibili, nelle serie TV, sulle riviste di turismo cui sono abbonato, nei testi delle canzoni, nelle pagelle della Gazzetta dello Sport quando ci sono i Mondiali, in Regioni dalle parlate differenti, nelle interviste a Giovanni Lindo Ferretti, dagli amici, dai nemici e dai genitori.

Quando scrivo qualcosa, indipendentemente dall'argomento trattato, pesco tra i miei appunti le cose più adatte, come fossero le spezie dell’orto con cui insaporire la carne, e le butto lì cercando di capire quale sia quella che dà il gusto migliore.

Se dovessi fare una lista delle prime dieci cose che mi rendono felice, immediatamente dopo gli affetti, metterei “scrivere”, perché mi apre la mente, la sento attiva, mi tiene sveglio molto meglio del sudoku, rimette in circolo tutto quello che ho visto e sentito, traducendo i sensi in qualcosa di tangibile, e cristallizza ogni mio vissuto rendendolo indimenticabile, e questo sia che si tratti di una parola o di una gag di Berta, sia che si tratti di una storia o di una serie di ricordi che valga la pena conservare.

Qualcuno ha detto che “leggere” è come vivere tutte le vite dei personaggi delle storie che si leggono. È verissimo, ma io credo anche che scrivere -di sé, di quello di cui ci si circonda e di ciò che si ama- equivalga a vivere all’ennesima potenza, che sì, forse non è come vivere più vite, ma almeno è come vivere la propria nel modo migliore possibile.

La memoria delle sensazioni


O anche "Elegia numero uno: del bar".
Ne seguiranno altre.
Buona lettura.

I spend my time sittin' on the fence with a mate of mine
I'm tryin to write the line of a story


Sarà perché quand'ero monello non ho mai visto troppi soldi in casa.
I tempi più che essere diversi, erano rovesciati: se ora l'ultimo degli operai della Ferrari piglia uno stipendio pari a quello dei più considerati impiegati di una grande Ceramica, venti anni fa era il contrario, e se a questo s'aggiungeva il fatto che non ci fossero Schumacher, Alonso e compagnia cantante a garantire premi produzione agli uomini di rosso vestiti e murcia imbrattati, ma ci fossero Berger e Alesi al comando di due trattori imploranti pietà che arrivavano sì e no in fondo alle prove libere, s'evince perché la mia famiglia (papà operaio in Ferrari) non avesse così tanti danée da sperperare.
Sarà per questo che negli anni dell'adolescenza -ovvia conseguenza- mi sono tenuto alla larga da bar e locali in genere: perché se volevo apparire ordinario in tutte le cose normali (scuola, compagnia e squadre di calcio varie), l'eventuale me straordinario non poteva permettersi di dare altro che un leggero filo di gas nelle cose speciali.

Dunque è forse a causa di questo passato che ora il mio portafoglio, il portafoglio di uno che lavora regolarmente (sempre bene precisare: PER FORTUNA Y PER ORA...ndr), si svuota con la stessa velocità di quello del padre che porta il figlio al mare: perché non so gestire qualcosa di cui non ho avuto completa educazione e di cui ora mi cala consapevolezza.
Tuttavia è a causa dello stesso background di cui sopra che mi incazzo come una pantera quando penso che un libro o una pizza al taglio costino troppo, che fare la spesa sia una scelta a due con qualcos'altro di più divertente (mi spiego meglio: o vado alla freddissima COOP di Maranello a comprare qualcosa che non sia una birra, o esco anche di sabato sera. Tutte e due niet) o quando dopo aver valutato lungamente se acquistare un paio di jeans, un maglione, le Nero Giardini da far parata in ufficio, mi interrogo nel profondo e mi rispondo:"Ma no, non mi manca niente, va bene quello che ho già", e mi tengo le mie scarpe di gomma, porco xxx, porca ecc..., o, ancora, quando mi si rompe qualcosa che non posso/so aggiustare (exempli gratia: la cartuccia che ho appena montato sulla stampante non va, m'è caduta, l'ho rotta, sono maldestro, lo so) e ne devo acquistare un'altra.
Due miserie in un corpo solo: spendaccione e resca.
Se uno ci pensa non è un concetto molto distante dal bipolarismo tipico dell'italiano medio cui fa cenno, nemmeno troppo velatamente, Maccio Capatonda. Da una parte chi si chiede quanto costi il sale e da che parte stia andando il mondo, dall'altra chi vive come se non ci fosse un domani. E rimane aperto un interrogativo rilevante: in media stat virtus?


Ma al di là di questa introduzione stucchevole, quasi Oliver Twist al mio confronto fosse sempre stato bello, fortunato e benestante, il punto è un altro, ed è ben più preciso di quanto possa sembrare e molto più interessante di quanto si possa preannunciare.
Non so se i soldi realizzino i desideri, ma so che a me hanno consegnato, senza bisogno di caparra o cauzione, le chiavi di quei mondi da cui m'ero tenuto alla larga in passato: bar e locali in genere. Luoghi che ti danno il polso del mondo intorno, e che racchiudono le più disparate categorie di individui:
  1. quelli che fanno i saputi e vogliono mettere le braghe al mondo;
  2. quelli che la devono far fuori (per forza, aggiungo io);
  3. casi umani, per lo più gente che canta al karaoke;
  4. subnormali prestati alla vita, che quando dice bene si limitano a fumare quantità industriali di sigarette matte, quando dice male raggruppano tutte e undici queste categorie.
  5. criminali della galassia (tra cui spiccano diversi personaggi che mi devono almeno 10 euro);
  6. gente che suona in cover band dei Doors (questa categoria non differisce di molto dalle ultime due menzionate);
  7. quelli che fanno sfoggio di ogni tipo di giurisprudenza e quelli che invece l'hanno messa al bando;
  8. simpatizzanti di stati canaglia vari;
  9. disoccupati di lusso, detti anche "disoccubirra", splendidi perdenti, andando in prestito di parole di Tom Waits;
  10. quelli che sono sempre passati col rosso sotto ogni punto di vista ed in ogni ambito della vita;
  11. personaggi davanti ai quali l'unica reazione possibile è: da quando quelli come te sanno parlare?

E ora un pezzo da cui ho tratto principio e ispirazione:

Chissà che nome d'arte avrà il DJ se sceglie sempre e solo tutto lui.

Da una qualche parte devo aver letto che una frase che mi ha molto colpito.
"Ogni giorno un furbo ed un coglione si svegliano: se si incontrano, l'affare è fatto". Vero, verissimo, e se fosse una targhetta o un cartello di quelli che vendono come souvenir nei paeselli di villeggiatura, lo affiggerei alla parete di ogni bar, perché nessun altro posto si presta meglio ad esserne reale metafora. Ma questa è accademia, questo potrebbe averlo detto chiunque, Giovannino Guareschi, Stefano Benni, Luciano Ligabue, Enzo Licantropo, ecc...

"Allora gli stronzi come te non dovrebbero berlo, dovrebbero galleggiarci in cima"



Torniamo sul pezzo. Uno dei più diffusi/scontati stati di facebook dice che la felicità è vera solo se condivisa: può darsi. Ma penso sia altrettanto vero che un sentimento individuale sia sincero solamente quando viene condiviso il meno possibile. E a me piacciono i bar perché -in primis- sono i luoghi cui devo la mia emancipazione economica: e questo è il mio primo e più sincero sentimento di felicità. Non v'è altro posto o altra situazione che mi permettano o mi abbiano permesso -egoisticamente parlando- di sentirmi più libero, e più diverso di quando ero un monello senza nogra.

Due bei consigli, te li do? Te li do?
1) Vatteneaffanculo!
2) Restaci. 
Me pare che siamo a posto.

In seconda battuta adoro i bar per svariati motivi, anch'essi tutti sinceri, seppur diversi.

Innanzitutto perché non esistono altri posti dove sia presente una così alta percentuale di ragioni sbagliate per fare cose giuste, e di ragioni giuste per fare cose sbagliate. Amicizie e affetti nascono e vengono traditi proprio così e tante volte quello che la notte sembra amore il giorno dopo diventa un errore (e viceversa, naturalmente).
Ma del resto come dice una famosa tag-line di Fifa: if it's in the game, it's in the game.
Io non so come siate voi, ma io sono un po' come Lemmy dei Motorhead ossia 49% son a bitch e 51% motherfucker: ne va che per me sia facilissimo troncare ponti, creare isolette e beccarmi, senza troppi piagnistei o lamentele di sorta, embarghi a tempo più o meno determinato di familiarità e confidenza. Ma da tutto questo il bar non ne esce come un cavallo di troia, ma come il più credibile dei termometri: quello che la coscienza degli uomini arresta, l'alcol del banco trasforma in un sentimento a suo modo nobile, e qualcosa di confuso o taciuto diviene onesto, ma onesto nella sua accezione più franca, vale a dire innegabile.
Dicevamo: un sentimento sincero. Più umano, più vero.


Dei bar e dei locali sui generis impazzisco poi per le più scostumate frivolezze.
Dante, a spasso con i Malebranche non restò schifato dai tempora e dai mores, ma si limitò a commentare:"ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni", a voler dire che "paese che vai, gente che accetti di incontrare", da declinare nella mia sbabbelata, con:"bar che frequenti, personaggi che incontri e parole che ascolti".
E allora ci sono i locali dove posso ballare dentro pur non essendo in presenza del mio avvocato, o cantare al karaoke come se nessuno mi stesse guardando; ci sono quelli dove posso entrare, salutare i gestori con due dita papali, ordinare uno Jagerbomb, pontificare e chiedere:"fate credito ai profeti, qui?". Ancora, ci sono quelli che durante le feste comandate si trasformano in bolge inenarrabili, in cui, dopo essermi imbottigliato nel traffico nella speranza di pigliare una birra, riesco ad uscirne, trovare un amico e ribadirgli che l'Inter è una squadra così di merda che se proprio bisogna parlare di disgrazie, è meglio tirare in ballo Conte e la Juventus.

A causa di cosa, però, sono a qui a raccontare del bar e delle sue bellezze?
Per l'importanza dei singoli, e in questo specifico articolo lo spunto viene proprio da un singolo, un amico che qualche settimana fa, dopo essersene andato per qualche mese all'estero, ha fatto temporaneamente ritorno a casa. Non che sia io nuovo a esperienze di questo tipo, a boys back in town, o amici back in to the hole where they're born, ma questa volta è stato tutto molto più forte. A seguito di una cena sfascio a base di tagliatelle super (Dio benedica Gavioli in versione Tessa Gelisio) e “sbaghinate varie” (tanto per renderla con un romagnolismo ad uso e consumo del foresto), abbiamo deciso di affidare le pecore al lupo e terminare la serata in uno dei nostri locali di riferimento ed è stato un attimo trasformarla in una sciarada senza decenza, per la serie "le buone maniere sono andate in vacanza". A tal proposito, anche se non c'entra una benemerita minchia, mi viene sempre in mente una ragazza straniera che, davanti ad una mia schiumata, una volta mi chiese:"Did your mother teach you good manners?"

E poi dicono che le favole capitano solo in Unione Sovietica

Per la cronaca il giorno dopo mi sono presentato a lavorare con un cera che sembrava m'avessero arato la faccia e forse nemmeno Grissom, quello di CSI, mi avrebbe riconosciuto (cit 1.), e vestito, più che alla va là che va bene, proprio come se mi fossi lanciato dentro il guardaroba con addosso una tuta di velcro (cit. 2).

Ma tutto questo questo rientrava nel non-programma della festa a bestia di coming back. Quel che mi ha invece colpito è stato chiacchierare dopo tanto tempo col mio caro amico e capacitarmi del perché Gigi Meroni sia uno dei suoi principali idoli.

Chi si ricorda di Gigi Meroni?

Che quando scendo in campo, amore mio, certi dolori/pensieri si trasformano in un magico show
e li faccio sognare, in balia del mio spirito innocente, li stupisco sempre, sono un giocoliere,
li faccio godere. Geniale, anarchico e irriverente, tutti battono le mani, si alzano improvvisamente...
per non perdere di vista la palla avvelenata che sembra impazzire, innamorata, 
quando sulla fascia vola la Farfalla indiavolata.

Parole e musica degli Yo Yo Mundi che si riferiscono all'ala granata dei bei tempi che furono, ma sono anche quelle che il mio amico avrebbe potuto spendere su sé stesso nel corso di quella chiacchierata. Perché sì, fondamentalmente, parlano di lui nel bene come nel male, nei momenti in cui è immarcabile e andrebbe seguito con tanto di taccuino per prendervi appunti di viaggio, di vita e di frasi fatte (non fosse che, come dice lui, dopo surclasserebbe in termini di scrittura l'amico Gavioli), e nei momenti in cui andrebbe preso solo a male parole, più o meno affettuosamente.
Rimane che, come i fuoriclasse di una volta, vanno presi così come sono, in gloria e no matter what.


Non so per quale ragione, ma è stato mentre eravamo in favella brindando con birre e José, che ho avuto voglia di mettere nero su bianco quest'elegia. Proprio durante uno degli istanti della conversazione, m'è balzato alla mente un episodio di quest'estate, di quando lui, durante la proiezione della sentitissma semifinale dell'Europei Italia-Germania, una volta inquadrato Ozil (il fantasista tedesco di origini turche), gli ha urlato:”Ozil, per me senza piccante, grazie!” Battuta tanto raffinata quanto provocatoria e, proprio in virtù di queste due ragioni, S-T-R-A-O-R-D-I-N-A-R-I-A.

Che se il bar avesse dei paradigmi, lo sfottò calcistico ne farebbe parte, e di buona misura.


Le vittorie della Nazionale Italiana sono il più grande condono popolare di coscienze pentite e voltagabbana in genere che si sia mai visto. È proprio in quelle serate che vedi il bar pieno, stracolmo di gente che non s'è mai presentata prima e che pretende pure di avere il posto riservato davanti alla megatelevisione. E allora, come se ci fosse uno spogliatoio, i senatori del bar aventi potere di parola salgono in cattedra e sproloquiano tutte le volte che si sentono in dover di esternare la propria opinione in merito alla partita o al riguardo di qualche pellegrino di passaggio che gli ha inculato la sedia o che ha la grave colpa di esser passato davanti a loro esattamente mentre Balotelli prendeva palla e mirava la porta tedesca.
J'adore.
Ma questa non è qualità di tutti, ed è la stessa differenza che c'è tra un bar bello e un qualsiasi altro luogo anonimo cui non legare alcun ricordo o affetto. Un po' come la differenza che c'è -architettonicamente parlando- tra l'outlet di Fidenza ed un qualsiasi borgo medievale senese.

Voi forse non ci crederete ma è veramente così: un po' Istanbul, un po' Gardaland ma con la tremenda aggravante che non c'è nemmeno un fottuto tabacchino

Per capirci: ho visto una partita seduto al tavolo di un locale che dava sulla piazza del mio paese: centinaia di persone, trombe, vuvuzele, bandiere. Apparentemente una situazione di enorme calore: in realtà definirlo frigido non rende l'idea.
Ho visto più di una partita nel bar cui vado quasi sempre d'estate in orario ape: cambiando la disposizione delle persone presenti non sarebbe cambiato nulla, un po' come quando muta l'ordine degli addendi ma il risultato dell'operazione resta uguale. Oltre a questo le partite dell'Italia richiamano troppi napoletani e quando sento troppi “uagliò”, “ch'amma fa?” e robe affini di solito mi viene l'orticaria e subito dopo muoio.

Ho allora realizzato quanto mi manchi questo terribile guascone e il clima che da solo riesce a creare  non solo nelle serate europee di calcio, nelle notti magiche inseguendo un gol o nei pomeriggi dedicati alla B, ma anche quanto mi manchino le serate a cazzo, quelle in cui ci si incontra per caso, senza essersi dati alcuna punta, a volte mandando tutto a carte quarantotto e in altre chiacchierando di football o di musica, con un trasporto tale quasi fossero le uniche due cose di cui valga parlare al mondo. Con lui e con quelli della sua stessa pasta.

In uno dei miei libri preferiti, consigliati dal noto scrittore Emanuel Gavioli (un altro di cui avrei potuto dire cose molto simili, non fosse che lui via non ci è mai andato: ok, diventa padre, ma è altro paio di maniche, “non ha il fascino dell’uomo che vive all’estero”, cit) ho letto una frase che mi è piaciuta moltissimo.


Una strada che profuma di Gutturnio e Ortrugo, con la vista sulle morbidissime colline vicine, anche quelle con le loro belle viti e con poche casette spaiate. In quei pomeriggi di tarda primavera, quando il sole comincia ad abbassarsi dietro quei colli che sembrano plotoni di tette e culi allineati e coperti, quella pianura sembra davvero splendida, capace di commuovere anche un vecchio cuore disincantato come quello di Treno.”

Ecco, se al posto di Gutturnio e Ortrugo ci fossero Lambrusco e... che ne so, Josè o Jagerbomb (tanto per rimanere in tema con Verlaine), e al posto del cuore disincantato di “Treno” (nome del protagonista della storia del libro menzionato) ci mettessimo il nostro, nel caso specifico il mio e quello del mio amico, non saremmo molto distanti dall'immagine che volevo trasmettere. E se invece che questa sconclusionata serie di pensieri, questo fosse il quinto film di Harry Potter, ora l'inquadratura andrebbe sul pensatoio di Silente, intento a pescare con la bacchetta una goccia di memoria, e poi… all’improvviso, eccolo catapultato in un momento passato, ma come se fosse lì, potesse vedere tutto pur senza far niente.

No, non è l'effetto della cocaina

Flashbax.
Era luglio ed una notte infrasettimanale si stava facendo vecchia. Ci siamo trovati a parlare di una canzone il cui video era uscito in quel periodo. Col senno di poi credo che, mentre l'amico mi spiegava il suo punto di vista riguardo alla canzone, stesse in realtà parlandomi di sé stesso (nell'accezione di Dylan Thomas e della rockstar, specie), e anticipasse quello che sarebbe stato di lui nei mesi che sarebbero venuti, senza tuttavia dirmene assolutamente niente. Magari sbaglio.


Risulta difficile trarre qualche conclusione a quest'infinita sequela di connessioni neurali particolarmente discutibili, e forse nemmeno c'è. Magari è uno stream of consciusness Tommypanini style; magari no, perché di solito la roba che scrive Tom è come una bicicletta: ha telaio, gruppo e ruote, insomma ha tutto quel che serve per funzionare. Mentre questa converrete, non lo è affatto.
Ma in fondo credo che sia giusto così perché non è per nulla facile elogiare un bar, elogiarne il concetto e le caratteristiche senza scivolare nel banale e nel già detto. L'unica cosa da fare è smarrire il filo logico e condurre le danze della scrittura proprio come se fosse una serata passata li', e poco importa se il bar adesso si chiami Pub, e al posto del nome Sport ci sia un nome inglese.
La sostanza non cambia.
E allora non c'era altra soluzione per scrivere questa elegia.
  • Il capo dell’articolo è certo. Stasera si va al bar = Si parte con le migliori intenzioni, parlando molto e facendo inutili digressioni di five W di cui non interessa un cazzo a nessuno.
  • Il corpo dell’articolo è confuso e annebbiato tanto quanto la serata alcolica. Ci si diverte = si rimembrano i tempi andati, si fa festa, si pontifica, ci si abbraccia, grandi pacchi sulle spalle, si parla di calcio, di figa e di musica.
  • La fine dell’articolo è totalmente incerta. Come dire che si va a casa sbronzi e ci si sveglia il giorno dopo convinti d'essere sopravissuti all'Apocalisse. = Piano piano affiorano i ricordi e si cerca di dar essi una quadra, basta sia.
E dei ricordi, esattamente come degli amici, ho imparato che quelli che superano la prova del tempo sono quelli da conservare più avidamente.


Lo spunto, per chi mi conosce e conosce quello che il mio collega subnormale definisce "Diobo Simone la tua banda", è chiaro. Ma nessuna delle persone che più di una volta m'abbia fatto compagnia in bar/pub davanti a mille birre deve sentirsi esclusa. Non per fare discorsi cerchiobottisti, ma ognuna di queste mi ha dato qualcosa, un po' come se io fossi un calciatore ed ogni mio compagno di bevuta fosse stato, anche solo per il tempo di un drink, l'allenatore di quella sera. Elencarli tutto sarebbe rischioso, perché sicuramente dimenticherei qualcuno.
E allora poco importa che il mio portafoglio pianga miseria ed ogni week end assista alla trasformazione biblica di banconote di cinquanta euro in banconote di taglio di volta in volta sempre minore, perché spendo in parole, spendo in amicizie, spendo in ricordi, spendo in pezzi di cuore, ma soprattutto spendo nella futura memoria delle sensazioni.

Beh, forse quella consapevolezza del denaro di cui all'inizio lamentavo l'assenza non ha senso d'essere. Trovatela voi, una spesa migliore della mia.

"Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore: tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?"

There's nothin wrong in my world
And these things they really don't matter now

 

Ciccioli frolli - Grassòl

Certe cose bisogna essere emliani, per capirle.


Ultimo giorno di lavoro. Come da tradizione è previsto il buffet. Attenzione però, perché questo piccolo simposio è un avvenimento di grande importanza all'interno della ceramica cui presto le mie competenze. Si deve infatti pensare ad un enorme formicaio, in cui c'è davvero poco di interessante di cui parlare, in cui si presta attenzione a come si veste quello, a cosa ha detto quella, con chi si frequenta quell'altro, eccetera. Un gran sballo, no? Beh, transeat.
Il buffet diventa quindi il "luogo di incontro" di perpetue e "a vòi savér" di turno, dove questi individui di cui il genere umano non avrebbe affatto bisogno possono sbabbellare senza alcuna interruzione circa i cazzi di tutti meno che i loro.

Sviluppo quindi la mia strategia. 
Che, tra l'altro, aperta parentesi, a me fanno schifo i buffet. 
  • i panini dolci-salati non li ho mai capiti;
  • i "p'coun" di parmigiano, sì ok, sono buoni ma vuoi mettere il gusto di poter sfetlare direttamente dalla formina comprata dal casaro di paese? tot eter quel!
  • le pizzettine sono fredde, ma che cazzo le prendono a fare? Se voglio una pizza fredda la vado a comprare dalle schifose all'una di notte: l'unica pizza che appena esce dal forno è già fredda.
  • il lambrusco è quello di Castelvetro, e proprio per questo è una merda.
  • i tocchetti di mortadella vanno bene, ma non ci si può nutrire solamente di quelli.
  • ubriacarmi di prosecco è spesso un'idea di merda. Provoca un'acidità pazzesca.
Dicevo, penso ad una strategia per affrontare al meglio questa rottura di coglioni.
Faccio il giro delle cose che mi piacciono, abbiamo quindi detto: panini dolci-salati, "p'coun" di parmigiano, pizzettine fredde, tocchetti di mortadella e prosecco. Sì, prendo proprio quelli.
Oggi Nostro Signore si è svegliato bene e mi fa trovare anche un piatto di ciccioli frolli, che, non so per quale ragione sono dislocati malissimo. O meglio, malissimo perché tutti li possano apprezzare degnamente, benissimo per me che sembro essere l'unico ad averli avvistati. Ne prendo una manciata e il mio piatto è bell'e che servito.

Mi siedo da solo e comincio a rifocillarmi, Non passa troppo tempo che si fanno vicini gli "a vòi savér" della situazione, che mi fanno domande banali, che attaccano discorsi di circostanza e se ne escono con battute che non mi avrebbero fatto ridere nemmeno nel 1994. Purtroppo non riesco a smarrirli perché fondamentalmente sono un animale sociale e (sono anche molto selfconfident) anche quando dà una risposta che a me appare "un po' più che di merda", per la gente comune è tanta roba. Never mind, che si fottano, questi ciccioli frolli sono eccezionali. Salati al punto giusto, proporzionati come solo le tette migliori potrebbero essere, nemmeno troppo unti. Di tutto il resto m'importa 'na sega.

Mangio, bevo, faccio dono di qualche parola nuova (di quelle tanto belle e divertenti, quanto di uso difficile nel linguaggio di tutti i giorni, tipo "sculaccianguille") ai colleghi così che a casa possano avere qualcosa di divertente da raccontare, metto in giro qualche falsa voce o qualche maldicenza creata ad arte affinché le perpetue possano farsi dei film tutti loro, accuso qualcuno d'essere frocio o faccio illazioni circa il fatto che l'unico sesso che possa avere sia quello degli angeli, e con una classe innata, finisco il mio buffet fianco a fianco dei Direttori, chiacchierando con loro di corsa, economia e figa.

Come idea siamo ai livelli di quando Ashton Cutcher diventa il preferito dei capi di sua moglie, pur non facendo nulla in quel senso, ma essendo semplicemente sé stesso, ovvero un cazzone totale/incredibile figlio di puttana.

 

Per chi non fosse pratico, la ceramica del distretto è un mondo a parte dove le gerarchie nobiliari hanno ancora un valore. Lo so, sembra impossibile ma è così. Il Patròn è quasi un Re, per cui inavvicinabile e quasi innominabile, se non con il suo titolo e proprio per occasioni rituali quali "Buongiorno, Cavaliere" e "Buonasera, Cavaliere". Il figlio del Patròn è il Principe, colui cui son destinate tutte le fortune, i loro procuratori sono i colonnelli, cui ci si rivolge mantenendo le distanze dettate dall'ordine e dal grado: "Cavaliere", "Dottore", "Ragionere", "Signore". Quest'ultimo, "Signore", è il titolo nobiliare di più basso lignaggio, ci si riferisce così a chi è a direzione di qualcosa senza aver mai avuto riconoscimenti scolastici, universitari o di merito pubblico.

Arriviamo al dunque. Il buffet prevede che al termine dello stesso il grande capo tenga il discorso di fine anno, di auguri, di buon natale e di castamaz vari ed eventuali. Solitamente è un discorso accorato senza né capo né coda, lucido come lo schema mentale dei pensieri di Silvio Berlusconi, ma molto interessante. Immaginate Sandrone e la Pulonia: something like this. In ogni caso è il main event della giornata. Il Re ha un suo palco da dove arringare commerciali e amministrativi tutti ed è proprio vicino al tavolo dove hanno confinato i ciccioli frolli.

Tutti distratti dall'arrivo dei dolci e dello spumante, ne approfitto per convertite i ciccioli frolli nel mio personale dessert. Inizio a prenderne uno, poi due, poi alcuni, poi passo direttamente alle manate. Mi allontano un secondo, non resisto, torno, ricomincio, fanculo qualsiasi dieta, viva il grasso! viva i ciccioli frolli. Poi dentro di me penso a chi in quel momento mi sta guardando, ma chissenefrega, ho anche bevuto quel tanto che basta per scacciare via questa malizia.

Faccio per andarmene, accompagnando la sortita con l'ultima scorpacciata, quasi fosse l'ultimo pasto prima di attraversare il deserto o il primo dopo averlo fatto, e in quel preciso momento ecco davanti a me il Re, il grande capo della Ceramica, l'uomo inavvicinabile, con cui è quasi proibito parlare, che si rivolge solo al suo principe e ai suoi colonnelli, cagando pari tutto il resto della marmaglia.

"Vedo che le piacciono!"
Ed io, in forte imbarazzo:"Mi deve scusare, Cavaliere, sono stato un maleducato..."
"Come mai dice questo, Dottor Ferrari?" E giù la matta: parlerà con chi vuole, ma i nomi delle persone che lavorano nella ceramica che LUI ha fondato li conosce.
"Ma sa, sono qui che li prendo a manate, che mi abbuffo, mi vergogno anche un po'..."
"No, vede, quelli che si devono vergognare sono quelli che li hanno lasciato qua!"
"Eh, dico bene, sono eccezionali, salati al punto giusto, davvero buoni. Ma ora, mi scusi, me ne vado altrimenti li finisco da solo, non riesco a trattenermi!"
"Le credo, ma mi permetta di aiutarla a finirli. Posso?"
Ed io, incredulo:"Prego, si figuri!"

Ne prende una manata enorme, e se li infila tutti in bocca, li mangia con quel nobile grezzume tipico dei contadi di una volta, si volta verso di me e commenta:"Cum'a i-ein boun i grassòl, l'è véra'?"

A volte i capi sono persone che si sono trovate al posto giusto al momento giusto e nulla più, altre, come in questo caso, sono persone che meritano d'essere dove sono, lucidi, intelligenti ed ironici, e, soprattutto, figli di questa terra proprio come me.

Ovviamente le perpetue e gli "a vòi savér" mi tartassano ora di domande e interrogativi curiosi.
Cosa ti ha detto il Cavaliere? 
Ti ha rimproverato? 
Ti ha parlato di qualcosa in generale? 
Com'è? Come non è? 
Che effetto fa? 
Beh, insomma cosa vi siete detti?

Abbiamo parlato di ciccioli, di grassòl, per la precisione.


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