Il tempo di una reclame

Un grande incrocio tra due strade a doppia corsia e due vie normali, è il Crociale di Spezzano.
Dal mio ufficio ho una meravigliosa visione su questo spaccato di Distretto Ceramico.
Non è mai scevro di macchine, camion o motociclette.
Una volta ci ho pure visto uno di quei truck americani (direi proprio questo), che si vedono sì e no nei film.
Difficilmente mi distraggo guardando fuori dalla finestra, non è certo un gran bello spettacolo veder macchine ferme ai semafori. auto di lusso noleggiate che sfrecciano a tutta, camion che impiegano delle mezzore abbondanti per voltare, napoletani (reali, presunti o sedicenti tali) che invertono il senso di corsia una volta scattato il verde, motociclette che centrano ogni buca possibile.

L'avrò percorsa mille volte, quella strada.
Mi sarò fermato a quel semaforo altrettante volte.
Dal mio ufficio avrò visto già quattro o cinque incidenti, e dire che sono lì da quattro mesi.
Nonni che imboccano gli svincoli alla rovescia.
Casalinghe che con la Panda 750 non pensano minimamente di dare la precedenza ai trasporatori crucchi di piastrelle.
Cinesi che, in fuga dalla Polizia, savalcano la ringhiera che delimita il perimetro dell'azienda per cui lavoro per poi essere braccati poco dopo.
Tutti i giorni ci cammina anche una ragazza tutto meno che bella, che parte da non si sa bene dove e arriva poco distante da lì, senza che se ne capisca il moivo, senza che si capisca come mai non sia ancora stata imballata.

Sono le quattro e mezza di un assolato venerdì pomeriggio di Luglio. Prendo una piccola pausa e getto lo sguardo fuori dalla finestra. Non ho da immaginare niente, l'unica cosa bella che s'ammira dalla mia scrivania sono le colline sopra Fiorano, belle finché si vuole, ma viste una volta, viste due volte, viste tre, non rimangono altro se non una bella cornice che, per quanto si sforzi, non riesce a far altrettanto bello il quadro.
L'incrocio è, e forse è la prima volta che lo vedo così, deserto.
Non c'è una macchina che sia una, un camion, una moto, nulla.
Strano perché, se non mi fossi fermato per riposare gli occhi e la testa, non mi sarei accorto che, osservando meglio, l'incrocio non è poi così deserto o, per lo meno, non lo è già più.
Lo sta attraversando una ragazza, su una Graziella rosa, quelle biciclette di un tempo, quelle con quel buffo trasportino davanti. La cosa particolare, o che comunque mi colpisce, è che la ragazza è di colore e io non ho mai visto una ragazza di colore inforcare una Graziella rosa. Men che meno l'ho mai vista attraversare un incrocio, né un incrocio come questo.
L'insolita ciclista poi è tutta ricciolosa, una di quelle classiche pettinature afro che rivestono gli immaginari collettivi di noi ignoranti quando mandiamo il pensiero all'africana media.
Mi stropiccio gli occhi. Non sta succedendo veramente. Non è possibile che una ragazza africana, a bordo di una Graziella, stia attraversando uno degli incroci più pericolosi e affollati dell'intero Distretto Ceramico, senza che lo stesso incrocio non venga invaso da nessun altro mezzo.
Un momento che dura una piccola eternità, la guardo sconvolto, c'è solo lei, solo lei in mezzo all'incrocio.
Ne seguo tutto il tragitto, sembra di sognare, di essere in una dimensione onirica, surreale. Eppur si muove, eppure è vero.

Poi, dopo questi trenta secondi lunghissimi, l'epilogo, la Graziella che esce dal mio campo visivo.
Quindi il sovrappopolarsi immediato di macchine.
Un intermezzo, il tempo di una reclame.
Tuttora non so se sia successo veramente.


Le cose importanti sono ok

Ho impiegato molto tempo a scrivere questo intervento, che alla fine altro non è che un insieme di sproloqui buttati giù alla va là che va bene.

Nasce tutto qualche settimana fa, quando un amico mi ha chiesto per sms come andava. Non era una domanda scontata ma opportuna e pertinente perché stranamente capitava al momento giusto, quasi fosse una piccola magia, una strana chimica tra sentimenti e fine tecnologia Nokia.

In verità: quante volte si spera che qualcuno ci chieda quepasa?
Poche, forse perché se "a domanda: risposta", ne va che "a domanda scontata: risposta scontata".
Si replica che va tutto bene anche se piove col sole, che va tutto bene anche se ci si è solo persi di vista. Manca la passione per intrattenere lunghe discussioni che non arricchiscono nessuno: meglio tacitare uno zero a zero e terminare le ostilità di conversazione prima che inizino, nessuna bella partita a chiacchiere da disputare.
È bene non dare preoccupazioni di noi agli altri, non perché non abbiano da parlare, non sia mai! ma perchè diventa pesante mettersi lì a raccontare cosa va cosa non va cosa ci piace cosa non ci piace, alla fine saremmo solo noi a mettercene. Poi che in testa abbiamo più pensieri che capelli, amen: l'importante è che continuino tutti a parlare dei capelli, e non dei pensieri.

"Come va?"
"Tutto bene, grazie, e te?"


Tuttavia l'amico che me lo ha chiesto non meritava una risposta stupida, se la meritava sincera, se non altro perché non poteva sapere che se avessi potuto replicare apertamente non mi sarei fermato a un bel ragatuttorego.

Ci ho pensato tanto come se fossi di fronte ad una domanda cruciale e dopo un po' gli ho risposto:"Le cose importanti sono ok".
Una volta inviato il messaggio ho realizzato che valenza significativa avesse la mia replica. Addirittura volevo riprendere in mano basso o chitarra e scrivere qualcosa partendo da queste parole: mi suonavano bene. Pur non avendo una rima o un'assonanza che fossero due, stava tutto bene: filavano da Dio. E pensare che avrei addirittura potuto scrivere tutto con il T9 talmente erano parole patocche.
Una frase sibillina e interpretabile, ma onesta, come dire che ero sul pezzo, che ero ancora a galla, che per il rotto della cuffia ci stavo passando per l'ennesima volta.
Come dice uno che lavora con me:"Siamo allineati e coperti?"; sì, più o meno lo siamo.

A trent'anni pesa non sapere quello che si vuole, figurarsi quello che si dice. Eppure quanto tempo si spreca a (e quanto tempo passa nel) ripetere le stesse cose, a dire banalità, a scambiare battute ovvie su quanto faccia caldo, quanto sia difficile imparare un nuovo mestiere o, che so, aprire un'attività improponibile di una qualche vendita al dettaglio di armi e di film post-apocalittici.
Un universo di comunicazioni sottintese che diventano quasi indispensabili, perché altrimenti il rischio è quello di diventare sgodevoli o di sembrare introversi.
Una seduta dal dentista può garantirti favelle con i nuovi colleghi per tre giorni senza mai correre il rischio di scadere nel ripetitivo.
Addirittura sono stato impiegato in almeno venti sketch di dialogo surreale quando mi son trovato a raccontare dell'esplosione della batteria della mia macchina: sembrava stessi raccontando loro di un'impresa epica, non so, la quarte serie delle avventure di Gesù Cristo, quella mai andata in onda su Fox, dove il Nostro rimane senza batteria proprio nel deserto del Nevada (da quell'episodio nasce la Quaresima, quella apocrifa, di cui nessuno parla mai).

Che sia il male dei trent'anni? Che sia il male di aver visto un mondo stupendo per troppo tempo (quello dello studio, dell'università, del Liceo con la T maiuscola di Alessandro Tassoni, dei Mondiali vinti in Germania: insomma, i tempi di Carlo Còdga) e accorgersi, dopo cinque anni che quel mondo lo si ha abbandonato, che una volta i treni arrivavano in orario per davvero (mentre i trenta non sarebbero mai arrivati) e che si faceva di tutto pur di perderli, pur di -al massimo al massimo- entrarci alla portoghese?

Non so, è come se si esaurisse la voglia di fare un sacco di cose, cose di cui prima si aveva sempre sbrusia, quasi fossero state all'inizio della lista, come se si ribaltasse tutto e la nuova equazione verificata divenisse:"Se ti fai poche domande avrai tutte le risposte".



Passata qualche settimana da quel messaggio ero a pranzo con un mio amico e, parlando dei più e dei meno del nuovo mestiere, gli ho detto che è molto triste scoprire come uno si trovi confinato in un ambiente che è pur sempre -per quanto possa essere piacevole, e in cui ci si trovi anche bene a lavorare- un furto di tempo, di benessere, di sorrisi.
Otto ore in cui si vedono le giornate volare via e scivolarti addosso. Da un lato una cosa bellissima, significa che il lavoro passa e non pesa più di tanto; dall'altro lato la consapevolezza di aver capito una frase di Shakespeare che m'ero appuntato ma che non ero mai riuscito ad intendere:"Ho sciupato il tempo e ora il tempo sciupa me, perché ha fatto di me il suo orologio".
Sì, perché intanto invecchi e ti rendi conto che sono più le cose che crescono intorno a te di quelle che vuoi fare, di quelle che devi ancora fare, come se tu fossi il gnomone della meridiana e il tempo fosse il sole.
Nell'esatto secondo in cui ho finito di illustrargli questa immensa verità mi sono accorto di essermi eretto a nuovo paladino della banalità, la stessa contro cui mi stavo apertamente schierando, la stessa che aveva mosso la voglia di provare a dare un verso a questo flusso di coscienza, a questo reflusso di incoscienza.

Saranno due settimane in questo preciso istante, che provo ad aggiungere altre parole a questo post. Due settimane in cui provo a cercare un attimo da dedicare alla scrittura (anche se solo di un post da blog), perché scrivere è l'unico momento in cui trovo uno spazio senza obblighi di tempo, senza che debba guardare le lancette dell'orologio del Milan che è lì da quando sono piccolo, e che rimarrà lì anche se il Milan, ho deciso, non lo andrò più a vedere.
Questo non significa -si badi- che io speri che quest'anno calcistico sia stato migliore del prossimo, anzi, spero sia peggiore del 2012, ci mancherebbe! ma io ho già dato anche al Diavolo, non gli ho regalato proprio niente (come dice quel casoumano di Vasco), gli ho dato dei bei danée.
E anche questo, C.V.D., è un discorso scontato.

Poi il nuovo lavoro.
"Bello, eh!" come diceva Guzzanti.
Bello stare lontani da quella testa di cazzo del mio vecchio titolare che continuo a sperare che muoia domani, ma è curioso come certe cose rimangano sempre uguali.
Infatti, come quando lavoravo all'IV-MD, parto da casa mezzora prima, mi fermo in un parchetto a fumare due sigarette, a dare ordine ai pensieri, che mai come a quell'ora del mattino sono più dei capelli, poi timbro e via, e... neanche questa volta ce la cavo ad arrivare prima della mia collega, che sembra la monella che a scuola lisciava la coda al professore, povera lei. E povero me, che mi metto addirittura a fare gara con lei.
Poi la giornata: di dieci cose che faccio, l'unica su cui mi fanno la punta è quella che ho sbagliato minimamente, trasmettendomi così una straordinaria voglia di mandare le colleghe a fanculo e far loro appunti sul fatto che, viste le caldane, è ora che trovino un metodo alternativo al cazzo per smaltire il nervoso, che non sono io il loro pungiball, nonostante sia pur sempre l'ultimo arrivato e, ai loro occhi, anche l'ultimo degli stronzi.
Otto ore in cui ho in mente tutto, al netto però di quello cui dovrei stare attento.
Che scadenza paga questa gente, cosa non pagano, che rata è, cosa mettere in dare, cosa mettere in avere, telefonare all'avvocato Paololorenzi... guardare fuori, le colline sopra Fiorano, e accontentarsi delle salse di Nirano e di Rocca Santa Maria per spedire la mente in orbita, tornare con gli occhi carichi e avidi, alle immagini degli ultimi viaggi fatti, in altre colline, in tutt'altri contesti con altri affetti, che si sono aggiunti alla mia vita alla stessa maniera di Kevin Prince Boateng e Ibra al Milan Campione d'Italia.

E pensi che ti è andata di lusso, che non hai nulla di cui lamentarti, un po' come Tognazzi in Singore e signori, buonanotte. Beh, non proprio così, ma il significato è quello, ossia che le cose importanti sono ok, che a casa va tutto bene, che al lavoro anche, che gli affetti vanno benissimo.

È il resto che viene a noia, gli abbuoni passivi delle amicizie, della quotidianità, della vita da bar, della vita su facebook, delle parole a caso della gente. Abbuoni, surplus, che fanno grado, che facevano grado, ma che poi stancano.
Rendersi conto che più si va avanti e più si sta meglio in due, perché:
A) Come è vero che ognuno basta a sé è anche vero che il conto non torna;
B) Condividere rapporti di amicizia a trent'anni è molto più difficile che condividere insulse gallerie di foto su facebook, è molto di più in ogni senso. I tag non certificano amicizia ma solamente un'estemporanea comunione di mille mila bottiglie di cui si è visto il culo, più per mascherare la vecchiaia che per vero utile o diletto.
Ma anche queste, ahimè, sono frasi da Capitan Ovvio, un Capitan Ovvio un po' più coraggioso del solito, se vogliamo, ma niente di più né di meno di un incrocio tra un Tyler Darden che vuole mettere su famiglia e l'ultimo dei ragionieri del Credem.

Vedo la gente frocia, e non è un discorso fuori luogo: padri di famiglia che son diventati tali, ma che forse, quando han deciso di scegliere questa professione non ne erano poi così convinti. Avevano il difetto di non conoscersi sessualmente così bene come invece avevano (e avrebbero) fatto credere a congiunti e prole, ma che hanno sacrificato all'altare di una vita normale e al di sopra di ogni sospetto, gli scheletri con cui avrebbero riempito tutti gli armadi di casa.
Alla larga però da facili insinuazioni! NON SONO FROCIO, NON STO PARLANDO DI ME!
Tuttavia, difetti di conoscenza di noi stessi li abbiamo tutti, e più che farci poche domande per avere tutte le risposte (si legga sopra), ci diamo direttamente quelle sbagliate, invece che distinguere le cose importanti e capire se sono ok o se non lo sono, ci diciamo che va tutto bene, grazie.

Dove eravamo rimasti?
Alla fine di tutte le fiere, a notti lunghe, ad albe stanche, a quel preciso momento in cui dovevamo volare un po' più in alto, e tenerci ben stretti. Siamo rimasti lì, siamo ancora e sempre lì: rischia di calarci il coraggio.
O forse, per dirla con molta meno poesia e molta più prosa, è come se fossimo sempre alla prese con il filo della polenta, che ogni tanto ci divide tra i fenomeni parastatali di provincia che comunque ci rimangono simpatici, e quella velenosa voglia di rinnegarli, per mettere la testa a posto, fare carriera, e manifestare contro i cocahavana pur di far credere ai posteri col nostro stesso sangue di essere stati perfetti quand'era il nostro turno.
Altre volte il filo ci divide tra i sogni ad occhi aperti che abbiamo o che vorremmo presto avere e la triste ma abbordabile prospettiva di rinchiudere tutto questo in una reflex che prima o poi impareremo ad usare.
Infine ci divide tra capodanno tutti i week-end e la gara con le proprie colleghe a chi è più diligente sul posto di lavoro.
A gh'è quel ch'a trasa!

Non mi chiamo Emanuel Gavioli, non ho venticinque anni, ecc... mi chiamo Simone Ferrari, detto Zeman, ho trent'anni, e parecchie idee confuse. Ma le cose importanti sono ok.

La dura legge del contrappasso

Nella nuova azienda per cui lavoro si è svolto oggi il buffet di Pasqua.
Sono presenti tutti gli impiegati di ogni ordine e grado.
Essendo nuovo, non ho ben chiare tutte le facce, né le persone hanno chiara la mia.

C'è un altro ragazzo nuovo: lavora alle Spedizioni.
Mi colpisce molto perché, come me, perde i capelli e presenta gli stessi esatti problemi che ho io. Stempiato alla Werder Brema, frangetta che cala davanti alla fronte, pelata uguale a quella di Manu Ginobili...
Unica differenza: mentre io coltivo ancora qualche speranza, a dir vero debole, nella salvezza all'ultima giornata, lui non può più davvero farci niente.
Lo guardo in faccia, disinteressandomi della cute pilifera, ma purtroppo non è il solo difetto che ha: è brutto, ma brutto come la miseria.
Mi consolo. Io avrò anche problemi di capelli, di naso, di pancetta eccetera eccetera, ma quella faccia da gonzo io non ce l'ho.

Una signora che lavora in un ufficio a fianco del mio mi chiama e mi presenta ad una persona che non ho mai visto prima.
"Ti presento Simone, lavora in Amministrazione"
E l'uomo, un signore ormai prossimo alla pensione, mi guarda e replica:"Sarò anche vecchio ma mi ricordo di te!"
Avendo fatto ripetuti giri di presentazione e non potendo avere memoria di ogni singolo ghigno, replico:"Sì? Ci siamo già visti?"
E lui:"Certo! Ci hanno già presentati!"
Gli dico:"Mi deve scusare, sa, è che mi hanno presentato così tante persone che non ricordo tutti, mi perdoni!"
L'uomo però insiste:"D'accordo, ma non è tanto che ci siamo presentati, dovresti ricordarti di me!"

Penso a cosa cazzo voglia, quale sia il suo problema, qual'è argomento su cui sta insistendo, ma sono convinto di quello che gli ribadisco:"Se ci hanno presentato, ci hanno presentato lunedì scorso!"
Il vecchio, tra l'altro terrone, sentenzia:"Assolutamente no! Ci hanno presentato stamattina!"
Allora gli rispondo con fermezza, fiero di averla infine avuta vinta:"No, è impossibile: stamattina io sono stato tutto il tempo in archivio a cercare dei documenti."

Ed ecco la dura legge del contrappasso.
"Ah... ma tu in che ufficio lavori?"
"Lavoro ai Pagamenti."
"Non lavori alle Spedizioni?"
"No..."
"Allora mi sono confuso... è che stamattina mi hanno presentato un ragazzo nuovo, che lavora alle spedizioni, credevo fossi tu... Guardalo, è quello là!" e indica il tizio che avevo squadrato all'inizio, quello mezzo pelato, quello brutto, quello che io avevo etichettato come un povero disgraziato.

Non ho saputo continuare la discussione, mi ero meritato quel finale: un vecchio terrone che mi aveva spiattellato in faccia una verità tremenda, quella che poco prima io distribuivo quasi fossi io, il padreterno dei giudizi estetici.

Il vecchio, quasi pentito, si scusa, accentuando la richiesta di perdono con il passaggio dal tu al lei:"Mi deve scusare, aveva ragione lei... Non me ne voglia, per carità..."

"Non me ne voglia, per carità".

Viaggio al centro della disoccupazione

Tornassi indietro terrei un diario di bordo, con tanto di data, e prima di ogni memoria ricorderei tutto scrivendo qualcosa come “17 Dicembre 2010, 1 anno dopo la Grande Crisi, 1 mese dopo le dimissioni”.

Qualche tempo fa ho letto lo status di una mia amica di Facebook. Diceva pressapoco che la bellezza di un futuro nero è che va bene con tutto. Vero.
Fortuna che questo futuro è alle spalle, fortuna che presto inizierò una nuova professione, forse, e dico FORSE, quella che avrei sempre dovuto svolgere. Rimane vero il fatto che a un tempo nero gli sta veramente bene tutto di cucito addosso, indipendentemente che sia un passato prossimo un presente continuo o un futuro remoto.
Avrei dovuto tenerne ricordo di volta in volta, avrei dovuto scrivere di ogni abito che il mio passato ha indossato, ma ci ho pensato solo adesso, adesso che è tutto finito, che è passata la burana.
In ogni caso voglio provare a raccontare questo tempo, questo viaggio, un po' a mo' di liberazione, un po' perché credo che chi si trovi nella mia stessa situazione abbia bisogno di sapere come è stato quello che spera di esserci riuscito.

E' stata veramente dura.
Ma del resto NO PAIN, NO GAIN, come dicono in America. Non c'è guadagno se non c'è sofferenza.
Ho visto i volti della disoccupazione in tutte le sue forme, i peggiori ghigni, quelli più rassicuranti, quelli più subdoli, quelli più stupidi.
Ne ho per tutti, per il bue e anche per l'asino.

  • Agenzie del lavoro che non si riuscivano mai a trovare aperte.
  • Agenzie del lavoro che appena entrato mi hanno proposto un lavoro, dicendomi che mi avrebbero segnalato ad una ditta importante, per poi non farsi più risentire.
  • Agenzie del lavoro che mi hanno tenuto al telefono mezzora per chiedermi se per caso fossi interessato ad una posizione per cui, in caso affermativo, mi avrebbero segnalato. Alla mia risposta affermativa concludevano dicendo che si sarebbero fatti sentire l'indomani. Mai più sentito niente.
  • Agenzie del lavoro che mi hanno portato direttamente in azienda, mi hanno fatto avere un colloquio, per poi dimenticarsi di me dopo tre ore.
  • Agenzie del lavoro che mi hanno chiamato la sera per dirmi che il giorno dopo mi sarei dovuto presentare a Forlì alle 8.30 per un colloquio in una Banca.
  • Centri per l'impiego che non mi hanno assistito per niente.
  • Sindacalisti che hanno avuto solo interesse a fare in modo che io dessi ragione a loro e torto ai padroni, e che non sapevano un cazzo di quello che mi stava succedendo.
  • Patronati che non-si-sa-bene-perché esistono.
  • Strade piene di ceramiche e di ditte basta-fossero percorse a piedi in pomeriggi di pioggia e un freddo boia.
  • Colloqui di gruppo dove son riuscito a vedere un tremolante quarantacinquenne affermare:”Sono celibe per scelta”. (No, sei celibe perché sei brutto e, cazzo, tremi in continuazione, fai paura anche a me!)
  • Colloqui singoli di più di un'ora che si concludevano qualche telefonata più tardi con un:”Abbiamo pensato di ripiegare su una risorsa interna”. Andate a morire, mongoloidi.
  • Aziende i cui titolari hanno declamato:”Questo è un prodotto che abbiamo solo noi”. Essendo del ramo, mi sbilanciavo nella prima domanda intelligente che mi veniva in mente al riguardo della bontà del prodotto stesso, e questi zitti, non sapevano rispondere.
  • Aziende che mi hanno detto:”Ci faremo risentire presto, siamo persone oneste e serie, noi. Non più tardi di venerdì la chiamiamo”. Mai più risentiti.
  • Aziende che mi hanno rassicurato:”Per tre mesi staresti con noi, poi non ti garantiamo niente. Però, sai, io conosco questo, quello, quell'altro, magari liberiamo un posto a Modena...magari tra tre mesi ne riparliamo. Cosa dici? Sei dei nostri?”
  • Aziende che mi han chiamato per un colloquio e mi hanno detto:”Sì, la sede è a Vignola, ma se ci fosse da andare a Zocca una volta a settimana, magari al sabato mattina, per te sarebbe un problema?”
  • Aziende che tenevano colloqui di gruppo all'interno dei quali comparivano tutte le razze di disoccupati possibili: studenti con l'eskimo, neolaureati in giacca e cravatta, ragazzi come me, laureandi in economia, parvenu che provavano a fare gli arrivisti, ecc...
  • Aziende i cui responsabili delle risorse umane si son fatti negare ogni giorno, per poi telefonare tre settimane dopo chiedendomi se ero ancora interessato.
  • Aziende che mi hanno telefonato a casa, senza che io avessi mandato loro alcun curriculum. Una volta presentato là mi dicevano di aver bisogno di un operaio e che si erano sbagliate a contattarmi. Dai?
  • Aziende che mi hanno cercato al cellulare annunciandosi così:”Salve sono Tizio Caio Sempronio, cercavo Simone Ferrari”. Genio della lampada, hai mica fatto caso che hai digitato un numero mobile e non un fisso?
  • Aziende che mi hanno contattato chiedendomi se fossi interessato a fare le denunce dei redditi:”Abbiam letto sul suo curriculum che le ha già fatte!”, “Guardi, vi dovete essere sbagliati, io non le ho mai fatte e, soprattutto non l'ho scritto sul curriculum!”; “Ah, davvero? Beh, s'impara tutto!”.
  • Aziende che non hanno creduto al fatto che io fossi in mobilità e mi hanno richiesto tutti i documenti, altrimenti non avremmo potuto andare avanti. Una volta fatti loro avere, non si sono più fatte sentire.
  • Aziende che mi hanno detto:”Siamo una grande famiglia qui. Siamo gente cui preme andare d'accordo. Noi spesso usciamo a pranzo e a cena”. Continuate pur a farlo da senza di me.
  • Persone che mi hanno contattato per tenermi tre ore in un bar raccontandomi della loro travirgoletteazienda e della loro infallibile tecnica di vendita a mo' di catena di Sant'Antonio.
  • Persone che mi hanno contattato per tenermi cinque minuti (perché nel frattempo avevo capito l'antifona) alla Baia del Re a Modena Sud per parlarmi della loro travirgoletteazienda e della loro infallibile tecnica di vendita a mo' di catena di Sant'Antonio.
  • Selezionatori del personale che dopo avermi parlato un minuto e mezzo mi chiedevano se fossi interessato a iniziare dal lunedì successivo. Così scontati da non chiedere neppure dove fosse il trucco e dire:”No, grazie. Come se avessi accettato”.
  • “Gente conosciuta” che mi sponsorizzava ad altra “gente conosciuta” senza dir loro chi fossi, cosa avessi fatto e cosa stessi cercando. Io spero vi facciate del male, che vi capiti qualcosa di brutto, non di troppo brutto, ma che vi facciate male all'alluce, ecco, una cosa così.
Ne ho viste davvero di tutti i colori.
Son stato preso dalla delusione un casino di volte.
Non è stata tanto la paura dei soldi o quella di essere solo.
Ho ricevuto la disoccupazione, sussidio dovuto essendomi licenziato per giusta causa. E ho sempre avuto persone che mi hanno aiutato, i miei genitori su tutti, senza i quali mai avrei nemmeno pensato di andarmene da dov'ero prima, ma senza il consiglio dei quali i miei capelli ora sarebbero tutti (cioè, quelli che ho) completamente bianchi.
Son stato preso dalla delusione perché non capivo a cosa dovessi puntare, a chi credere, quanto ancora darmi tempo.

Mi ha fatto bene stare con il culo per aria per cinque mesi.
Ho rivisto e rivissuto cosa vuol dire essere senza un lavoro, che valore abbiano i soldi, cosa davo per scontato e cosa no, come bisogna trattare le persone che non ce l'hanno, che valore abbia l'amicizia, che valore abbiano i giudizi della gente.

Ad Aprile inizio.
Vicino a casa, a Spezzano, in un bell'ufficio, con due persone che mi insegnano, in una grande ditta, con prospettive di crescita che spero di non disattendere.
Sono contentissimo.

E' stata l'unica Azienda tra quelle cui ho consegnato un curriculum a mano ad avermi chiamato.

Sono andato lì a fare il colloquio senza crederci troppo, m'han telefonato, poi mi han richiamato perché parlassi con il capo e quindi le persone con cui andrò a lavorare mi hanno tenuto lì 4 ore a vedere il lavoro e a spiegarmelo.
Sono stato contento perché hanno valutato, in egual misura, quel che dovevano valutare: esperienza lavorativa, voto di laurea, ambizioni, referenze.
Speriamo bene, ora dipende da me.

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