Delle due, l'una?



Giovanni è stato chiamato da Banca Azzurra, un istituto di credito del profondo Nord, ed egli, emiliano, s'è svegliato molto presto per prepararsi. Fino al martedì prima non aveva creduto all'esistenza delle cinque del mattino ma, suonata la sveglia, e appurata così la presenza del male nel mondo, s'è messo al volante. Non è preoccupato né teso; è convinto che fino alla morte ci arriverà vivo e che l'indomani cadrà ancora e comunque di giovedì, nonostante tutti i nonostante delle cinque del mattino, del lungo viaggio, e del colloquio in banca.

Giovanni è sul posto con mezzora di anticipo rispetto all'orario stabilito.
Si tratta della sede centrale della Banca, non una filiale qualsiasi o lo sportello di paese. Qui sono gli uffici più importanti e qui si terrà il colloquio di gruppo, che come definizione suona strana: richiama “terapia di gruppo”, quasi i partecipanti fossero una mezza via tra cavie da laboratorio e disperati dalle poche speranze di sopravvivenza, disposti a tutto pur di farcela.
La punta è alle nove, ma Giovanni vuole acclimatarsi, spiare il campo da gioco avversario, osservare i movimenti delle persone, guardarne le facce, per cui entra, si presenta e viene fatto accomodare.
La sede centrale è una seriosa Bengodi. La hall è un ambiente largo, che prende luce dalle enormi vetrate che la schermano, ed è stipata di divanetti color vinaccia e tavoli wengè. É tutto così ben curato da sembrar finto.
Malgrado l’ora, è già molto popolata e viva. Giovanni ne osserva interessato la curiosa fauna, distribuita con geometrica regolarità tra banchi e poltroncine.
Gli uomini sono tutti in abito. C'è chi in giacca e cravatta si sente così bello da apparir goffo, c'è chi non ha fatto caso al bavero della camicia troppo grosso, chi alla cravatta troppo larga, chi alle scarpe più da discoteca che da lavoro, chi dovrebbe gettar via la cintura, e infine, il peggiore, chi si è fatto vestire dalla moglie. Delle donne non riesce a farsi un'idea chiara. Sono tutte magre stenche e avranno una seconda di seno, dargliela tutta. Nessun trucco e parrucco da segnalare, tutte molto formali. In volto non appaiono sciupate ma nemmeno raggianti. Sembrano quasi delle supervicky invecchiate trent'anni.
Tutti parlottano tra loro sottovoce, mostrano grafici sul computer ed esibiscono gli uni le altre sorrisi assecondanti e di circostanza, come volessero tenersi ad un metro sociale di debita distanza e continuare a studiarsi. Una rigida compiacenza, triste e preoccupante.

Entra un ragazzo, pressappoco dell'età di Giovanni, viene invitato a sedere al suo fianco.
I due, consapevoli di essere sulla stessa barca, si presentano.
Il suo nome è Stefano, veneto, ben vestito, sembra socievole. Giovanni ricorda allora Fight Club, il film con Ed Norton e Brad Pitt, e lo identifica come il suo amicoporzionesingola. Avrebbe passato il suo tempo con lui, ci avrebbe chiacchierato per ingannare l'attesa.
Quindi sono altre quattro ragazze a raggiungerli.

Dopodichè i sei vengono introdotti in una saletta completamente diversa dalla hall, cambiano infatti mobilio, luce e colori.
Sono attesi da due operatori. Un uomo calvo dalla voce roca e dalla forte inflessione brianzola che sembra simpatico come il lunedì di lavoro. e una donna avvenente, ma dalla carnagione così chiara da svilirne tutta la bellezza.

Il colloquio consiste in diverse prove.
La prima è la redazione di un saggio breve, la seconda una serie di domande attitudinali, mentre la terza è un gioco di gruppo, nonché il trionfo del surreale.
Per puro caso la jeep su cui la compagnia dei banchieri di Brema sta viaggiando, si distrugge in mezzo al deserto: bella sfiga. Un membro riporta ferite e, mentre el Sùv va a fuoco, occorre salvare dieci oggetti tra quelli presenti a bordo, ossia cibo bevande radio materassino garze cappelli antidolorifici corde et cetera.
Il gruppo deve accordarsi e scegliere tra tre opzioni.
- Raggiungere un'oasi lontana quaranta chilometri dall'incidente.
- Camminare fino al paese più vicino, che ne dista settanta.
- Attendere aiuto (e confidare nel proprio dio).
I due operatori devono giudicare non solo la bontà della scelta, ma anche l'esposizione delle idee, le doti di leadership di chi decide, la capacità di convinzione di chi prende parola, e quella di ascolto di ciascun giocatore.

Giovanni conosce il gioco e sa che la risposta giusta è l'ultima. Se vuole vincere, e dare l'impressione di lider maximo ai due operatori, calerà l'asso al momento giusto. Lascia quindi parlare tutti e alla fine propone di attendere, consigliando di salvare ogni cosa possa riparare dal sole, che disseti e che consenta di comunicare.
La sua opinione viene accolta da risate di incredulità e dal completo scherno dell'amicoporzionesingola.
L'idea del rambo veneto è quella di dirigersi verso il paese, caricando il ferito sul materassino che i superstiti avrebbero trainato con le corde. Stefano è bello e cattivo, e non ha orrore del suo suggerimento: guadagna il consenso dei giocatori.
Giovanni invece, per quanto lucido e intelligente, non sembrerebbe convincente e incantevole nemmeno con addosso il vestito della Prima Comunione, e soprattutto non vuole difendere ad oltraggio la sua opinione, anche se ritiene che l'idea del veneto equivalga a mettere il collo sul ceppo e cantare.
Giovanni ora accusa un riflesso del vomito molto accentuato. É schifato dalla situazione grottesca, dalle tresche di Stefano al fine di ingraziarsi i due operatori, dal suo modo di fare accondiscendente e carismatico con cui ha imbambolato le quattro ragazze, la cui partecipazione alla discussione ha avuto la stessa consistenza del borotalco.

“Scegliete lui.
Ha convinto quattro persone su cinque.
Quando dovrete consigliare un investimento azzardato ad un poveraccio alla canna del gas avrete già pronto in casa il pescecane giusto, uno che racconterebbe pure che Cristo è morto dal freddo.
Nel deserto ha praticamente mandato tutti all'arrosto in pentole splendide senza coperchi. Chi meglio di lui potrebbe lavorare in banca? Se il Diavolo fosse un uomo avrebbe un bel vestito, sarebbe ben educato e lavorerebbe in banca. Forse sarebbe pure veneto.”

Mastrolindo e la donna diafana seguono con attenzione lo scontro e chiedono a Giovanni la sua opinione. É l'unico, oltre a Stefano, a non essersi nascosto: vogliono sapere cosa pensi, se sia d'accordo con il gruppo, o resti fedele alla propria linea.

«Se fossi veramente nel deserto e dovessi dare ragione a Stefano, salverei per me stesso un elisir di cianuro! Con quaranta gradi all'ombra io non attraverso nemmeno la strada davanti a casa: non farei settanta chilometri alla randa del sol trasportando un ferito. Tanti saluti.»

I due operatori, abituati a gestire i giocatori con legnate psicologiche di tarallucci e vino, non capiscono la reazione del ragazzo emiliano, rimangono interdetti e senza favella.
La sicurezza del MacGyver di Padova è svanita, e le ragazze non ridono più. Dopo il bailamme sollevato da Giovanni, questo congresso d'ingegni si è ridotto ad una silenziosa combriccola di soldati in mutande.

É il pelatone a trovare il coraggio di chiedere:«Quindi?»
Giovanni aveva questionato con l'amicoporzionesingola e s'era dimenticato di indossare i guanti della festa per trattare con le ragazze. Doveva capirlo fin da subito, fin da quando aveva studiato la hall del palazzo, d'essere capitato in un luogo ad egli ostile dove sarebbe divenuto una cavia da laboratorio, lo avrebbe dovuto capire dal nome “Colloquio di gruppo”.
É Stefano a cercare una tregua armata e a giocare a carte scoperte:«Se non troviamo una soluzione comune sfiguriamo davanti a chi ci giudica. Io ti seguo solo se riesci a convincere le ragazze.»
Giovanni però vuole solamente andarsene da lì, fosse un monello strillerebbe e si nasconderebbe sotto la stanella della mamma:«Se proprio dobbiamo accordarci, mi chiamo fuori e vengo con voi all'inferno, sperando che là abbiano le sigarette perché nessuno si è preoccupato di salvarle dalla jeep in fiamme.»
Se deve essere un teatro dell'assurdo tanto vale che lo sia fino in fondo.

Presa dal gruppo la decisione di mettere i mali in comunione, ed esibito ai due operatori il progetto di salvezza di disperati dalle poche speranze di sopravvivenza, disposti a tutto pur di farcela, Giovanni viene convocato nella stanza accanto dove risponde ad alcune domande personali circa esperienza lavorativa e formazione professionale.
É la donna a congedarlo:«Qualsiasi sia l'esito del colloquio le manderemo una mail per comunicarle la nostra decisione.»
L'unica ambizione del ragazzo è quella di rivedere tutti loro alla terza reincarnazione, non prima.
Prende, ciao a tutti e se ne torna in Emilia.

Due settimane dopo, Giovanni, ancora alla ricerca di lavoro, consegna curricula e ne invia tramite posta elettronica. Ancora niente.

Una mattina riceve due risposte, la prima è la lettera di Banca Azzurra, la seconda l'e-mail di un'azienda della propria città cui aveva inviato un curriculum.
La lettera, molto formale, recita:”Gentile Giovanni, La ringraziamo per aver partecipato al processo di selezione del personale del nostro istituto bancario. Purtroppo ci duole comunicare che l'esito del suo colloquio non è risultato attinente alla figura da noi ricercata, ma sarà nostro interesse mantenere attivo il suo profilo all'interno dei nostri database, così da ricontattarLa nel caso di una proposta diversa. Cordiali saluti e blablabla.”
L'e-mail, tanto irritante quanto geniale perché, si sa, la forza sbilenca dell'ironia va apprezzata soprattutto quando rivolta il coltello nella piaga, dice: Gentile Giovanni, La ringraziamo per averci sottoposto il curriculum. Lo inseriremo nell'apposito archivio (no, non nel cestino come comunemente si crede) e lì rimarrà a prendere polvere digitale. Un bel giorno (speriamo presto) avremo bisogno di lei; la chiameremo e lei non potrà venire perché sarà Presidente della Camera. Queste cose vanno sempre a finire così”

C'è delusione e delusione: delle due, l'una?

Applausi

Gentile Simone,
la ringraziamo per averci sottoposto il curriculum.
Lo inseriremo nell'apposito archivio (no, non nel cestino come comunemente si crede) e lì rimarrà a prendere polvere digitale.
Un bel giorno (speriamo presto) avremo bisogno di lei; la chiameremo e lei non potrà venire perché sarà presidente della camera. Queste cose vanno sempre a finire così.


Ho replicato loro che questa è la migliore risposta che abbia mai ricevuto.
L'ironia va sempre apprezzata, specie E SOPRATTUTTO quando gira il coltello nella piaga.
Questi hanno un altro passo.

E come l'anno scorso, e come l'anno prima - La mia selezione annuale

Premesso che indipendentemente dal fatto che sarà Natale sia che io faccia la compilazione sia che non la faccia, tanto vale, tanto è.
Buona lettura e buon ascolto!



SEZIONE ITALIA

01- Razzi Arpia Inferno e Fiamme – Verdena (WOW)
Partiamo dalla fine, partiamo dall'ultimo nato, si tratta pur sempre dei Verdena e l'anzianità di palco fa grado. Fin da quando ero monello sognavo di vedere un video dei Verdena dove Alberto Ferrari ridesse e Roberta Sammarelli avesse una tinta decente che me la facesse sembrare piacente. Questi fanno quello che vogliono, a prescindere dal mondo musicale intorno. E a noi non ce frega un cazzo che le parole non abbiano alcun senso, dobbiamo concedere di tutto a questi tangheri bresciani che non hanno orrore né dei loro baffi né di non seguire mode e canoni.

02- Il sole (è importante che non ci sia) – Ministri (FUORI)
I Ministri vanno sentiti, visti, letti, interpretati, rivisti, rivisitati e invitati al bar. Per talento musicale (Divi, per dire uno dei quattro, sembra tanto un povero scompagnato da festa a bestia e nulla più, ma sa suonare, e lo so fare molto bene. E oltre a questo sa anche cantare e recitare. Se Morgan li ha voluti con lui in un esibizione un motivo ci sarà), per peso poetico (Federico Dragogna sa scrivere e rimare, e molto meglio di tanti altri impunemente in circolazione) e per fotta live (BEVO, DIRITTO AL TETTO, ABITUARSI ALLA FINE fanno paura) io li considero la più bella realtà rock italiana di questo periodo. Fuori sono finiti i tempi bui?

03- Del nostro tempo rubato – Perturbazione (DEL NOSTRO TEMPO RUBATO)
Sarebbe bello ridere di noi
di tutto il tempo rubato al nostro tempo a venire.
Sarebbe meglio ridere di noi
ma mi si stringe la gola non riesco a dirti una parola buona.
Amen.
E' un romanticismo in braghe corte, ma a me piace da matti.

04- La faccia della luna – Tre Allegri Ragazzi Morti (PRIMITIVI DEL FUTURO)
Io questi non li ho mai capiti e non mi sono nemmeno mai piaciuti, ma questa canzone l'ho adorata per almeno dieci giorni, ha cuore. Video meraviglioso, per inciso.

SEZIONE POST ROCK

05- Golden Sky – God is an astronaut (AGE OF THE FIFTH SUN)
Non possiedono le arti divinatorie dei Sigur Ros, i super poteri dei Mogwai, le capacità degli Explosions in the sky, ma il dizionario degli incantesimi musicali lo hanno aperto anche loro. Magari più semplici, più lineari, ma mai scontati, mai ripetitivi. Quando in questa canzone il pianoforte si mette a salterellare con il charlie e il rullante io vado ai matti.

06- Meet me in the basement – Broken Social Scene (FORGIVENESS ROCK RECORD)
Chi l'ha detto che il post-rock dev'essere triste? Lo hanno detto i Mogwai?
Allora si sbagliavano, basta guardare il video.

SEZIONE ELETTRONICA

07 – And the forest began to sing – Roysopp (SENIOR).
Avete presente quei cartelli indicativi riportanti la scritta:”Voi vi trovate qui”?
Ecco, come parte il pezzo (più precisamente quando parte il basso che manco si sente, ma si sente) noi ci troviamo in un posto preciso, l'Hinterland della magia.

08- Atlas Air - Massive Attack (HELIGOLAND)
Gioca con noi Robert Del Naja da Bristol e vince da solo, e a mani basse, il premio “Canzone più ascoltata dell'anno a casa mia”. Con questa ci ho riempito più cd “misti” da viaggio che piatti di minestra.

09- Dance yourself clean – LCD Soundsystem (THIS IS HAPPENING)
La spiegazione del perché questo pezzo faccia parte nella compilazione è dettagliatamente espressa con l'ingresso della batteria e del basso al minuto 3' e 08''.

10- Domino – The Bloody Beetroots Death Crew 77
Fuoco a volontà.

11- Derezzed – Daft Punk (TRON OST)
Quando in Francia han voglia di far sentire dei ciocchi, bisogna guardare in alto perché passano direttamente ai fuochi d'artificio.

12- Second Lives- Vitalic (SECOND LIVES ep)
Il video (dai tempi di PRAISE YOU uno dei più belli che abbia mai visto)? Il basso? Il synth? La carica? Cos'è che frega?

SEZIONE VARIE

13 – Melancholy Hill – Gorillaz (PLASTIC BEACH)
Sembrava che Damon Albarn non sapesse più quale cappello mettere alla festa. Sembrava solo. Canzone meravigliosa, punto. La versione acustica che si trova su youtube è da fabbrica dei sogni.

14 – 1000 Years - Melissa Auf der Maur (OUT OF OUR MINDS)
Come disse qualcuno dopo il concerto, “niente di speciale a parte lei”.
Verissimo, ma lei, specie in questa canzone, è da Youporn sezione RECOMMENDED TO YOU (e la mia sezione reccomended to you è la “sua”, visto che i miei tag principali sono MILF e REDHEAD).

15 – Bloodbuzz, Ohio – The National (HIGH VIOLET).
I National sono l'impossibile e perfetto incrocio tra il Bruce Springsteen di Philadelphia e il Ian Curtis di Atmosphere. Se uno ci pensa, non ci può credere. Ma se uno ascolta questa canzone, ci crede per forza.

16- Dissolve – Chemical Brothers (FURTHER)
Nomen omen; Further: Oltre.
Una delle migliori canzoni del più bell'album dell'anno: smentitemi e diventeremo ottimi amici.

Citazione speciale per:
Waka Waka – Shakira.



Dei mondiali così brutti li abbiamo visti e vissuti sì e no in Inghilterra. Ma fa lo stesso, vedere muovere quelle belle gambotte della Shakira nel video di Waka Waka mi ha dato pegno per il pareggio contro la Nuova Zelanda e la sconfitta contro il Paraguay.
Anche perché a noi quelle magre stenche non ci piacciono, molto meglio questa rezdora colombiana quando inizia a ballare al 2' e 58''.
Dio te stradora, Cesira.

Scutmài

Non è intesa per gli scutmài di Maranello, ma il significato della spiegazione che segue è lo stesso.

All’inizio i gruppi che si insediarono nel territorio, formando quindi una comunità, erano costituiti solo da poche famiglie alcune delle quali portavano lo stesso cognome. Dopo alcune generazioni, per distinguere il ceppo di discendenza, nacquero gli scutmài, ossia i soprannomi, che sono sopravvissuti al tempo tramandandosi oralmente tra le varie generazioni.
E’ oggi impossibile affermare con certezza, quali siano state le origini di detti soprannomi, anche se ipotizza un’influenza da parte delle abitudini, di qualche evento particolare o, più semplicemente, del lavoro svolto.

La mia discendenza da parte di padre è maranellese purosangue.
Vuole dire che mio nonno e mia nonna provengono da due vecchissimi ceppi familiari del paese.
- Famiglia Ferrari, ceppo Cherpiana; scutmài derivante dalla terra da dove venivano, poco sopra Fogliano, e tramandato fino a quando l'albero solitario sulla collina di Via Graziosi che ne portava il nome, piantato da mio nonno dopo la guerra, non venne abbattuto una decina di anni fa. I Cherpiana erano noti per essere una famiglia nervosa, cui non s'arrivava alla testa facilmente. Detto comune, per paese, quando un qualche esponente della famiglia se ne usciva con una mattata era:"Sa vot mai, l'è po' un Cherpiana..."
- Famiglia Canalini, ceppo Caràn: scutmài derivante dal cognome di un poveraccio (tale Carani) che mise in cinta una donna ricca e di buona famiglia di cognome Canalini. Il figlio prese il cognome della madre (caso più unico che raro per il tempo) ma creò uno scutmài nuovo, mutuando il cognome del padre.




Mio nonno chiamava mia nonna in due modi: vécia e caràna, il femminile di caràn.
Buona parte del tempo litigavano, ma si volevano un bene dell'anima, erano di un'altra pasta, di quelle generazioni hanno buttato via lo stampo.
Nel questionare li sentivo dal mio appartamento, sopra al loro.
Delle urla belluine, feroci.
Dei:
"Dio pedér, vécia!"
"Dio carlo, caràna!"

Ma roba che Germano Mosconi è arrivato lungo un bel po'.
Magari, semplicemente, queste invocazioni a Dio e alla nonna derivavano dal fatto che il nonno non trovasse, che so, l'ombrello, o i fulminanti, o il martello. Ma ogni scusa era buona per inveire al cielo mettendo in mezzo la vécia caràna.
Ma mia nonna, gran donna, non si è mai scomposta.
Prima rispondeva a tono al marito dipanando la matassa dei problemi, quindi se ne usciva con uno stupendo: "Bròt canchér d'un Cherpiana... e d'gir ch'i'm l'ivén dét ch'a vo' Cherpiana éeri tòt màt!"
La finezza del litigio stava nell'usare lo scutmài.
Si sarebbero potuti apostrofare coi nomi di battesimo "Pietro" e "Maria", o anche coi cognomi "Ferrari" e "Canalini".
No, usavano lo scutmài, nello scontro la differenza andava sancita quanto più possibile.
Era una guerra di parole, era giusto che iniziasse dalle più vecchie, dalle più profonde e potenti, dagli scutmài, per l'appunto.
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